“Caged”: il terrore per l’ignoto e, soprattutto, per lo straniero

Tre infermieri, una donna e due uomini, in missione umanitaria in ex – Jugoslavia, vengono rapiti da un gruppo di stranieri che li rinchiudono in alcune celle. Qui saranno vittime di una serie di atrocità inaudite e saranno costretti a combattere con le unghie e con i denti per sopravvivere.

Diretto dal regista francese Yann Gozlan, seppur ben confezionato e interpretato, “Caged” (titolo originale “Captifs”) non raggiunge il grado di intensità, originalità e forza espressiva posseduto da alcuni “colleghi” appartenenti al cosiddetto filone della nouvelle vague horror. Sebbene gli spunti rimandino a molte altre opere dello stesso genere, basti citare “Hostel”, “Martyrs” e “Frontiers”, il film in questione non riesce a rimanere impresso o a colpire potentemente lo spettatore. Questo perché prima di tutto ci si accascia su banalità e cliché fin troppo abusati, soprattutto per quanto riguarda le motivazioni alla base del rapimento e delle torture, e, in seconda istanza, non ci si sofferma minimamente né dal punto di vista estetico e visivo, né dal punto di vista narrativo, su queste torture che sono l’unico motivo di esistenza della pellicola. Non basta mostrare dei corpi coperti da lenzuola o soffermarsi su delle urla incessanti, giocando di sottrazione quando alla base non ci sono altri elementi su cui puntare. Quello che dovrebbe essere un torture-porn, insomma, alla fine si risolve in una stancante e ripetuta sequela di azioni reiterate fino allo sfinimento e, nel finale, in una corsa alla salvezza dall’esito prevedibile e scontato. “Caged”, dunque, nonostante la presenza di qualche momento ispirato, come il ricorrere di alcuni flashback che riportano a galla dei traumi infantili della protagonista femminile, non riesce a sorreggersi su un solido impianto concettuale e teorico, ma non si distingue nemmeno per il carattere ludico posseduto da molti altri horror senza pretese, ma ricchi di momenti irresistibili in cui la fantasia e la follia la fanno da padrone. Il risultato è una quasi imperante sensazione di noia che pervade lo spettatore e che non ha il tempo di travolgerlo solo grazie alla brevissima durata del film.

Pubblicato su www.livecity.it

 

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