“Killer Joe”: la follia imperscrutabile del male

Chris si trova nei guai perché sua madre gli ha rubato una gran quantità di droga destinata allo spaccio e quindi si trova in forte debito con i criminali del luogo. Si rivolge a suo padre e insieme decidono di assassinare la donna per riscuotere l’assicurazione sulla vita a nome dell’altra figlia, la giovane e inesperta Dottie. Per portare a termine il lavoro ingaggiano Joe, un poliziotto che nel tempo libero fa il killer a pagamento. Quando Joe si accorge che i due non hanno a disposizione i soldi da dargli in anticipo, chiede come caparra sessuale la piccola Dottie.

“Hai degli occhi che fanno male”, continua a ripetere Dottie (la perfettamente svampita Juno Temple) al killer ingaggiato per uccidere sua madre (un sorprendente e inaspettato Matthew McCounaghey piacevolmente lontano dai suoi soliti ruoli). Ed effettivamente nello sguardo imperscrutabile e immobile di quest’uomo, così come nella sua apparente mancanza di espressioni e nei suoi movimenti cadenzati, risiede il grande assunto di questo film,  l’inspiegabilità e l’incomprensibilità del male più assoluto, di un male che sembra non avere motivazioni, né consapevolezza del suo esistere. Siamo ovviamente nella provincia americana più degradata, dove si vive in roulotte squallidissime, si spaccia per racimolare un po’ di soldi, si gira nudi per casa e si chiedono alle proprie mogli i soldi per la birra. Altro grande elemento dell’estetica di Friedkin, tornato in grande spolvero e ancora padrone del mestiere nonostante la sua veneranda età, è il ruolo narrativo e comunicativo dei corpi, come quello martoriato del giovane Chris (interpretato da Emile Hirsch in un ruolo totalmente diverso da quello che l’ha lanciato in “Into the wild” di Sean Penn), quello virgineo, ma in qualche modo malizioso della “piccola” Dottie, quello esposto senza pudore dalla “matrigna cattiva” Sharla (una coraggiosa Gina Gershon che si esibisce nella tanto discussa scena che la vede impegnata in una fellatio ad una coscia di pollo, sequenza che riscrive il significato di grottesco e insostenibile rimanendo impressa indelebilmente). Inutile nascondere le matrici coeniane e tarantiniane nella poetica del pulp ironico e assurdo e nello humour nero che caratterizza questa storia di omicidi su commissione e, soprattutto, di rottura indelebile di legami familiari che dovrebbero essere indissolubili. Friedkin però adotta uno stile personale e autonomo regalandoci un film dalla regia decisamente solida e dalla fotografia perfettamente funzionale al racconto di questa umanità irrecuperabile, facendo terminare il tutto con uno stravolgimento di aspettative non indifferente che ci restituisce tutta la relatività delle cose: il “mostro” agli occhi di un’anima inesperta e inconsapevole potrebbe anche passare per principe azzurro, oppure, tutto sommato, al cospetto di una famiglia di tal fatta, persino un killer spietato può sembrare una via di fuga.

Pubblicato su www.livecity.it

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