“Red lights”: l’istrionismo di De Niro e la spettacolarizzazione a tutti i costi

La dottoressa Matheson e il suo assistente Buckley attraverso i loro studi scientifici cercano di smascherare i sedicenti sensitivi o medium, portando alla luce i loro trucchi e i loro inganni. Dopo trent’anni di assenza dalle scene, a causa della morte misteriosa di un suo nemico, torna alla ribalta Simon Silver, un guaritore cieco adorato dalla folla. Per Buckley smascherare quest’uomo sarà una questione di vita o di morte…

Dopo l’originalità e la sorprendente capacità di piegare il mezzo cinema ai propri voleri dimostrata con “Buried”, ricordiamolo, interamente girato all’interno di una bara, lo spagnolo Cortés torna con questo “Red Lights”, confermando le sue ottime doti registiche, ma avvalendosi di una sceneggiatura non sempre apprezzabile e di una materia alquanto spinosa. Non bissa, insomma, il successo ottenuto con l’opera precedente, anche se per buona parte del film, soprattutto nella fase iniziale, sembra tenere bene le redini della situazione. Dirige i due protagonisti in maniera esemplare (parliamo di una perfetta Sigourney Weaver e di un sempre più convincente Cillian Murphy), ma qualcosa gli sfugge di mano quando è Robert De Niro ad entrare in scena, dal momento che con l’arrivo dell’istrionico attore si perde anche quell’equilibrio e quella misura mantenuti fino a quel punto. Non basta allora la riflessione a latere sulle qualità ammalianti, mistificanti  e spettacolari del cinema, così come quelle possedute dai sensitivi in questione (elucubrazioni metacinematografiche trasmesse in maniera più brillante e avvincente in “The Prestige”, dove il paragone era fatto con la vera e propria magia però). Né tantomeno ci si accontenta del rapporto dicotomico tra fede e scienza, istinto e ragione, che viene impersonato proprio dai tre personaggi in questione. Questo perché non sempre si trova coesione tra i vari sottotesti, così come non tutto funziona alla perfezione nel racconto: basti pensare al personaggio interpretato dalla brava Elizabeth Olsen, che però risulta decisamente ininfluente, così come le motivazioni personali che stanno dietro alle scelte professionali e di vita della dottoressa Matheson, motivazioni che appaiono retoriche e banali.

Si aggiunga un finale pasticciato tremendamente “shyamalaniano” e la conclusione non potrà che essere una: quella di aver assistito per buona parte del tempo ad un film discreto, seppur non entusiasmante, rovinato poi dalla corsa alla spettacolarizzazione a tutti i costi. La stessa che contraddistingue i ciarlatani smascherati all’interno della pellicola. Ciarlataneria che sicuramente non appartiene al buon Cortés, il quale speriamo tornerà ai vecchi fasti con le sue prossime opere.

Pubblicato www.livecity.it

 

 

 

6 pensieri su ““Red lights”: l’istrionismo di De Niro e la spettacolarizzazione a tutti i costi

  1. leggo quasi tutte recensioni poco favorevoli al film cmq continua a dispiacermi tantissimo averlo perso, soprattutto per Cillian che anche tu confermi è sempre inappuntabile :)

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