Luigi Pirandello

Luigi Pirandello, un grande uomo. Luigi Pirandello, una vita sofferta. Luigi Pirandello un grande autore di opere teatrali, di novelle e di bei romanzi. Luigi Pirandello così ironico, sarcastico, ma anche profondo e pieno di significati. Luigi Pirandello uno dei miei scrittori preferiti. Uno di quei scrittori che per forza di cose sei costretto a studiare quando vai a scuola e che allora inizi ad odiare con tutto te stesso perché ti costringe a stare con la testa sui libri quando magari vorresti uscire a “cazzeggiare” in libertà e quando non sai che una buona lettura vale più di mille “cazzeggiamenti”. Uno di quei scrittori che impari ad apprezzare solo dopo, quando lo leggi per diletto e per puro piacere e non per dovere, un po’ come capita con tutte le cose della vita, che quando sono fatte forzatamente non incontrano i nostri gusti e le nostre preferenze. A dire il vero io lo adoravo anche quando andavo a scuola, visto che non sono mai stata dedita al “fancazzismo improduttivo” (lungi da me il denigrare questo tipo di attività ludica e perché no, anche divertente, solo che non è mai stata nella mia forma mentis anche se forse mi sarebbe piaciuto).
Luigi Pirandello, un mito dei nostri tempi,  poco considerato e apprezzato alla sue epoca, ma riconosciuto come tale solo dopo la sua dipartita (come molto spesso capita, sfortunatamente a mio avviso).

 

«Rifiutare di avere delle opinioni è il modo di averle.»
«È molto più facile essere un eroe che un galantuomo. Eroi si può essere ogni tanto, galantuomini sempre.»
«E non vuoi capire che la tua coscienza significa appunto ‘gli altri dentro di te’.»
«Le donne, come i sogni, non sono mai come tu le vorresti.»
«La fantasia abbellisce gli oggetti cingendoli e quasi irraggiandoli d’immagini care. Nell’oggetto amiamo quel che vi mettiamo di noi.»
«…Perchè una realtà non ci fu data e non c’è; ma dobbiamo farcela noi, se vogliamo essere; e non sarà mai una per sempre, ma di continuo e infinitamente mutabile.»
«Confidarsi con qualcuno, questo sì è veramente da pazzi.»

 

Cenni biografici da www.giroscopio.com

Luigi Pirandello nasce ad Agrigento (l’antica colonia greca di Akragas che si chiamerà Girgenti fino al 1927) in una tenuta paterna detta "il Caos", da Stefano Pirandello, garibaldino durante la spedizione dei Mille, e da Caterina Ricci-Gramitto, sposata nel 1863, sorella di un suo compagno d’armi, di famiglia tradizionalmente antiborbonica (questo dato autobiografico sarà importante durante la stesura del romanzo I vecchi e i giovani. Frequentata la scuola nella città natale fino al secondo anno presso l’Istituto Tecnico, dal 1880 lo troviamo a Palermo dove frequenta gli studi liceali e dove la famiglia si era trasferita dopo un dissesto finanziario.

Conseguita la licenza liceale si iscrive contemporaneamente sia alla Facoltà di Legge che a quella di Lettere dell’Università di Palermo e nel 1887 si trasferisce alla Facoltà di Lettere dell’Università di Roma, dalla quale è costretto, dopo un diverbio con il preside della Facoltà e docente di Latino Onorato Occioni, ad allontanarsi. Si iscrive, allora, all’Università di Bonn dove si reca con una lettera di presentazione del Professore di filologia romanza Ernesto Monaci. A Bonn all’inizio del mese di gennaio 1890, conosce a una festa da ballo in maschera Jenny Schulz-Lander, alla quale dedica il suo secondo volume di poesie, dal titolo Pasqua di Gea, una ragazza ("una delle bellezze più luminose che io mi abbia mai visto", scrive alla sorella Lina) di cui si innamora e che rivestirà una parte importante nella sua vita anche sul piano spirituale, in quanto gli rimarrà per sempre dentro l’amarezza di un amore non realizzato, l’unico vero della sua giovinezza.

Si laurea nel 1891 con una tesi su Suoni e sviluppi di suono della parlata di Girgenti. Nello stesso anno rientra in Italia e si stabilisce a Roma con un assegno mensile ottenuto dal padre. Nel 1894 sposa Maria Antonietta Portolano, figlia di un socio del padre, e l’anno seguente nasce il primo figlio, Stefano. Dopo le prime opere di poesia, scritte in Germania, a Roma comincia a collaborare a giornali e riviste con articoli e brevi studi critici e nel 1897 accetta l’insegnamento presso l’Istituto Superiore di Magistero femminile di Roma. Nel 1897 e nel 1899 gli nascono i figli Rosalia (Lietta) e Fausto. Il 1893 è un anno particolarmente difficile, perché un allagamento nella miniera di zolfo del padre, nella quale aveva investito la dote patrimoniale della moglie, provoca il dissesto finanziario suo e del padre insieme ai primi segni della malattia mentale della moglie, che si aggraverà sempre di più fino ad essere ricoverata in ospedale. Nel 1901 pubblica il romanzo L’esclusa (scritto nel 1893) e nel 1902 Il turno; nel 1904 ottiene il primo vero successo con Il fu Mattia Pascal. Nel 1908 diventa ordinario dell’Istituto superiore di Magistero, risolvendo in parte i suoi problemi economici, e pubblica due importanti saggi: L’umorismo e Arte e Scienza, che scateneranno un contrasto molto vivace con Benedetto Croce che si protrarrà per molti anni. Nel 1909 pubblica il romanzo I vecchi e i giovani e l’anno seguente rappresenta i suoi primi lavori teatrali: La morsa e Lumie di Sicilia.. Nel frattempo continua a scrivere e pubblicare novelle che assumeranno il titolo generale di Novelle per un anno.

Il 1915 è uno degli anni più tristi della vita di Pirandello sia per l’entrata in guerra dell’Italia e per il figlio Stefano che parte volontario per il fronte, dove abbastanza presto verrà fatto prigioniero, sia per la morte della madre, verso la quale nutriva un sentimento non solo di amore filiale, ma anche di partecipazione ai suoi intimi segreti dolori, causati da un carattere troppo ‘vivace’ del marito. Col 1916 comincia la vera stagione teatrale pirandelliana con Pensaci, Giacomino!, Liolà e La ragione degli altri, alle quali seguiranno Così è, se vi pare (1917), Il berretto a sonagli, Il piacere dell’onestà, La patente, Il giuoco delle parti, Ma non è una cosa seria, Tutto per bene, La Signora Morli uno e due, fino ai Sei personaggi in cerca d’autore, del 1921, opera rappresentata da Dario Niccodemi, scatenando violenti contrasti nel pubblico alla prima ma altrettanti consensi già dalla seconda messa in scena, Enrico IV del 1922, Vestire gli ignudi (1922), Ciascuno a suo modo (1924), ecc.

Nel 1926 pubblica l’ultimo romanzo, Uno nessuno centomila e fonda a Roma, insieme al figlio Stefano, Orio Vergani e Massimo Bontempelli il Teatro d’arte, nel quale debutterà Marta Abba, giovanissima interprete che diverrà musa ispiratrice di alcune commedie, scritte appositamente per lei, con la quale Pirandello stabilirà un rapporto d’affetti che durerà per tutta la vita. Nel 1934 riceve a Stoccolma il premio Nobel per la Letteratura. Muore nel 1936, il 10 dicembre e le sue ceneri verranno tumulate in una roccia nella tenuta del Caos nella quale era nato 68 anni prima, con funerali strettamente privati, come aveva scritto nelle sue ultime volontà.

"Io dunque son figlio del Caos; e non allegoricamente, ma in giusta realtà, perché son nato in una nostra campagna…"
da "Frammento d’Autobiografia"  di Luigi Pirandello

"Io penso che la vita è una molto triste buffoneria, poichè abbiamo in noi, senza sapere né come né perchè, la necessità di ingannare noi stessi…
da una lettera inviata da Pirandello nel 1924

La poetica di Pirandello l’abbiamo vista nelle sue idee sull’umorismo quando dice che il poeta deve anche essere critico e anche quando si abbandona al sentimento c’è sempre in lui come un demonietto maligno che analizza continuamente tutto: quindi il poeta, così inteso, è il solo che può studiare a fondo l’uomo e la vita sociale, la quale è un insieme complicato di verità e di menzogna, per cui quando si dice che la vita è chiara, razionale e semplice è una menzogna.
Allora per salvare l’individuo bisogna portare la verità nella società.
Nella sua poetica c’è un concetto di arte diversa da quella tradizionale, che ci ha dato una rappresenta zione chiara e ordinata della vita. Invece l’arte nuova deve parlare dell’uomo con tutte le sue contraddizioni, che prova sentimenti sempre diversi da un momento all’altro e deve cercare, quindi, di rappresentare – la vita nuda – (priva di menzogne), così come è nella più profonda realtà e farci capire che l’animo umano è pieno di pensieri strani, spesso folli, che a volte non abbiamo neanche il coraggio di confessare a noi stessi.
L’opera d’arte deve rappresentare la vita reale così come è, folle senza ordine, irrazionale, piena di casi particolari; Infatti all’inizio la sua opera sembrò verista, appunto perchè si ferma a descrivere in modo preciso gli aspetti della vita dell’uomo.
Però il suo verismo è sempre grottesco e non vuole rappresentare la realtà in modo oggettivo come i veristi, come i naturalisti e neppure con la partecipazione morale del verismo del Verga, ma vuole abbattere e scoprire tutte le falsità della realtà.
La tragedia dei personaggi di Pirandello è dovuta alla mancanza di fede in un mondo pieno di interessi. Nei suoi drammi teatrali sviluppa questi concetti: ricordiamo il dramma "Enrico IV" e "Sei personaggi in cerca di autore".

La tragedia di Pirandello, che fa vedere nelle sue opere, è nel vedersi vivere, cioè i personaggi sono come se uscissero da se stessi per vedersi dal di fuori come se fossero altri e per vedere il contrasto tra la vera realtà, tra la vera vita e la maschera (falsità) che ci mettiamo per vivere in società.
Quindi, secondo lui, il mondo è basato su di un contrasto tra – la vita, – che è un continuo movimento e cambiamento, e la – forma – che è una specie di sistema sociale, di legge esterna, in cui l’uomo cerca di fermare e di fissare la vita; per questo l’uomo è prigioniero di queste forme, di questi schemi sociali in cui si rinchiude o da se stesso o per opera della società.
A volte può succedere che qualcuno voglia abbattere queste forme e cercare la vera vita e accorgendosi di non poter cominciare a comunicare con gli altri si sente solo e così secondo Pirandello, l’uomo, quando si accorge di questi contrasti non ha altra via di uscita che il delitto o il suicidio, oppure fingersi pazzo ed esprimere liberamente le sue idee o ancora accettare tutto rassegnato.
Quindi i personaggi desiderano raggiungere la libertà anche se è difficile riuscirci. In questi concetti vediamo il problema dell’alienazione dell’uomo moderno; quindi le opere di Pirandello sono come una denunzia e una ribellione contro tutto il sistema sociale che frena la libertà dell’uomo.
I suoi personaggi sono sempre tragici e sono definiti – maschere nude – perchè prive di una vera realtà, che nascosta dentro di loro, tranne quella che appare fuori all’esterno agli altri (falsa, maschera) e ci fanno capire che la vera realtà dello spirito, se c’è, non si può conoscere mai (pessimismo assoluto).

Informazioni tratte da www.teatropirandello.it


BIBLIOGRAFIA

I romanzi

L’Esclusa
Il turno
Il fu Mattia Pascal
Giustino Roncella nato Boggiòlo
I vecchi e i giovani
Quaderni di Serafino Gubbio operatore
(Si gira…)
Uno, nessuno centomila

Il teatro

La morsa
Lumie di Sicilia
Il dovere del medico
La ragione degli altri
Cecè
Pensaci, Giacomino!
Liolà
Così è (se vi pare) (ediz. 1925)
Il berretto a sonagli
’A birritta cu i cincianeddi (in sicil.)
La giara
A giarra (in sicil.)
Il piacere dell’onestà
Ma non è una cosa seria
Il giuoco delle parti
L’innesto
La patente
’A patente
L’uomo la bestia e la virtù
Tutto per bene
Lettera di Pirandello
Come prima, meglio di prima
La signora Morli uno e due

Sei personaggi in cerca d’autore
Enrico IV

Lettera a Ruggero Ruggeri
All’uscita
L’imbecille
Vestire gli ignudi
L’uomo dal fiore in bocca
La vita che ti diedi
L’altro figlio
Ciascuno a suo modo
Sagra del Signore della Nave
Diana e la Tuda
L’amica delle mogli
Bellavita
Scamandro
La nuova colonia
O di uno o di nessuno
Lazzaro
Come tu mi vuoi
Questa sera si recita a soggetto
Trovarsi
Quando si è qualcuno
La favola del figlio cambiato
Non si sa come
Sogno (ma forse no)
I giganti della montagna 


Le novelle
Scialle nero
La vita nuda
La rallegrata
L’uomo solo
La mosca
In silenzio
Tutt’e tre
Dal naso al cielo
Donna Mimma
La Giara
Il viaggio
Candelora
Berecche e la guerra
Una giornata
Appendice
Novelle estravaganti           

La poesia

Mal giocondo
Pasqua di Gea
Elegie romane di Goethe
Elegie Renane
Zampogna
Fuori di chiave
Poemetti
Scamandro
Poesie varie

Saggi e scritti vari

La commedia dei diavoli e la tragedia di Dante
La poesia di Dante
Per uno studio sul verso di Dante – Poscritta

Scritti autobiografici

Frammenti autobiografici
Autobiografia
Lettera autobiografica

Tratta da www.classicitaliani.it

 
"Una notte di giugno caddi come una lucciola sotto un gran pino solitario in una campagna d’olivi saraceni affacciata agli orli d’un altipiano d’argille azzurre sul mare africano. Si sa le lucciole come sono. La notte, il suo nero, pare lo faccia per esse che, volando non si sa dove, ora qua ora là vi aprono un momento quel loro languido sprazzo verde. Qualcuna ogni tanto cade e si vede allora sì e no quel suo verde sospiro di luce in terra che par perdutamente lontano. Così io vi caddi quella notte di giugno, che tant’altre lucciole gialle baluginavano su un colle dov’era la città…"


 

 

Nuovo Cinema Paradiso

REGIA: Giuseppe Tornatore

CAST: Antonella Attili, Enzo Cannavale, Isa Danieli, Leo Gullotta, Marco Leonardi, Salvatore Cascio, Tano Cimarosa, Brigitte Fossey, Pupella Maggio, Agnese Nano
ANNO:  1989

TRAMA:

Salvatore di Vita un affermato regista di Giancaldo, trasferitosi da anni a Roma, una notte riceve la notizia della morte di un suo caro amico d’infanzia, Alfredo. In un momento gli tornano alla mente tutti i ricordi dolci-amari della sua infanzia e adolescenza in quel paese così amato e odiato al tempo stesso, fino a quando non decide di tornarci dopo trent’anni per presenziare al funerale di un uomo che era stato così importante per lui e per riconciliarsi con un passato quasi dimenticato e messo, forzatamente, da parte.

 


ANALISI PERSONALE

Questo film è per me oltre che un capolavoro assoluto un “oggetto” di ricordi passati che mi fa sempre tornare in mente la mia infanzia seduta per terra con la mia mamma a guardare e riguardare la stessa pellicola ogni giorno che passava. Col passare degli anni, ovviamente ho perso quest’abitudine e avevo dimenticato che esistesse questo meraviglioso film. L’ho rivisto per la millesima volta qualche mese fa e non ricordavo quanto una persona possa emozionarsi, ridere, piangere e quasi soffrire immedesimandosi nei personaggi, solamente guardando un semplice (per modo di dire), film.
Il solo iniziare a scriverne mi ha fatto venire una voglia immensa di riguardarlo, come solevo fare da bambina, almeno una volta al giorno. Ma gli impegni e la stessa vita che va avanti me lo impediscono. Per questo mi accontenterò di tesserne le lodi, cosa che non mi stancherò mai di fare.

La rappresentazione di un paesino del sud dove tutti più o meno si conoscono e dove l’unico divertimento sembra essere il cinema è resa così magistralmente che sembra quasi di esser vissuti sempre lì e di conoscere noi stessi tutti quei personaggi e personaggini che appaiono durante lo svolgimento del film. Per non parlare della colonna sonora di Ennio Morricone, che insieme a quella di C’era una volta in America, è la migliore che io abbia mai ascoltato, così triste e dolce, così intensa e forte.
Gli attori, più o meno professionisti, riescono ad interpretare e ad immedesimarsi nei personaggi in maniera superba e ti fanno quasi pensare che non stiano affatto recitando ma che siano realmente i personaggi che interpretano.


Soprattutto il piccolo Salvatore Cascio che interpreta il protagonista da piccolo, è di un divertente, tenero, simpatico e irriverente quasi mai visto al cinema in un bambino, anche se dopo ha deciso di intraprendere altre carriere diverse da quella cinematografica. Cmq rimarrà indelebile nella storia, a mio avviso, questa sua strabiliante interpretazione. Come dimenticare le sue incursioni nella cabina cinematografica con Alfredo che tentava invano di allontanarlo, o come dimenticare le sue innumerevoli marachelle come quando si addormenta durante la  messa mentre faceva il chierichetto o quando finge di stare male durante una processione solo per poter tornare a casa in bicicletta col tanto amato Alfredo? Quell’Alfredo così amato che il piccolo Salvatore, durante un incendio nella cabina cinematografica in cui il “vecchio” rimarrà coinvolto (per aver voluto far visionare una pellicola a tutta la città, proiettandola sul muro di fronte al cinema), trova la forza di attraversare le fiamme e di trascinare il pesante amico già per le scale, salvandogli in questo modo la vita, ma non potendogli evitare la perenne cecità. E’ da questo momento che Salvatore diventa il proiezionista di Giancaldo, iniziando così quel viaggio che lo porterà in futuro a diventare regista.


E poi c’è lui, Alfredo, appunto, interpretato da un superbo Philippe Noiret. Quello che secondo me è il perno di questo splendido film. Lui così semplice e ignorante, ma così amante della vita e dei sentimenti che ci legano a tutte le persone che ci circondano, ma soprattutto così amante del cinema, delle pellicole, del suo lavoro insomma, anche se tenta in tutto e per tutto di evitare a Salvatore la sua stessa “fine”. Lui e il suo rapporto con questo bambino prima e ragazzo dopo, così sofferto ma anche così sincero e profondo. Lui che amava quel bambino più della sua stessa vita, forse perché non era riuscito ad averne di suoi e proiettava il suo desiderio protettivo di essere padre in questo ragazzino così “mascalzone”, ma dolce e affettuoso allo stesso tempo. Tra le mie scene preferite che incarnano un po’ questo rapporto di odio-amore tra i due, c’è quella della licenza elementare in cui il furbissimo e intelligentissimo Salvatore stringe un patto con Alfredo, promettendogli di fargli copiare gli esercizi solo se lui a sua volta lo farà entrare ogni volta nella cabina di proiezione senza fare troppe storie. O quando, una volta divenuto ragazzo e innamoratosi della bella e sfuggente Elena, Alfredo gli da consigli su come comportarsi e su come non bisogna mai arrendersi quando si è così innamorati. E infatti i suoi consigli non vanno a finire nel vuoto visto che poi Elena si innamora perdutamente a sua volta di Salvatore. Peccato che il destino avverso li dividerà per sempre (quando Salvatore torna dal militare a Roma, non ha più notizie della sua bella trasferitasi con la famiglia altrove, dato che il padre non accettava la relazione), lasciando nei loro cuori un vuoto incolmabile: Salvatore non si sposerà mai nel vano desiderio di poter trovare un amore simile a quello vissuto da ragazzo ed Elena pur costruendosi una famiglia, non dimenticherà mai il suo primo e unico amore. Molto intensa rimane la scena del loro incontro trent’anni dopo a Giancaldo, quando Salvatore vi si reca per presenziare al funerale del caro Alfredo. Un incontro che farà rimpiangere ad entrambi gli anni e l’amore perso ma che gli farà comprendere che il destino gli ha giocato un brutto scherzo e che non è possibile tornare indietro.

Prima o poi arriva un tempo che parlare o stare muti e’ la stessa cosa. E allora e’ meglio starsi zitti. (Alfredo in "Nuovo Cinema Paradiso")

Il progresso! Sempre tardi arriva. (Philippe Noiret in "Nuovo Cinema Paradiso")

Oltre questi due meravigliosi protagonisti a cui sono affezionata inverosimilmente, nel film la fanno da padrone tutti gli altri cittadini di Giancaldo. La mamma di Salvatore, così sola nel crescere due figli (il marito è morto in guerra) e così dura, per forza di cose con Salvatore che sembra non riuscire ad obbedire mai, ma dentro così sofferente e bisognosa di affetto e di aiuto, che anche da vecchia quando è un po’ trascurata dall’indaffaratissimo figlio non smette di adorarlo e amarlo come sempre, conservando la sua stanza con tutti quegli oggetti, quasi cimeli, che avevano contrassegnato la sua vita a Giancaldo; la maschera del cinema un po’ toccato ma buono di cuore (uno splendido Leo Gullotta);  un napoletano che vince alla lotteria e che con tutti i suoi soldi decide di ricostruire il cinema distrutto dall’incendio (Enzo Cannavale), lo scemo del villaggio che suole urlare ogni giorno “La piazza è mia! La piazza è mia!”; il prete Adelfio che faceva tagliare tutte le scene “peccaminose” di baci tra attori (vediamo passare sullo schermo volti indimenticabili della storia del cinema: Vittorio Gassman, Silvana Mangano, Brigitte Bardot e moltissimi altri); la stessa Elena (Angese Nano), coi suoi grandi occhi blu sognanti e sfuggenti al tempo stesso che alla fine cede alle lusinghe di Salvatore nella meravigliosa scena del loro bacio tra le pellicole nella sala di proiezione o nell’altrettanto indimenticabile scena del loro bacio sotto la pioggia con un Salvatore sofferente per la loro separazione estiva, sdraiato con gli occhi chiusi che non si aspettava il ritorno preventivo della sua ragazza.


Di scene da citare per la loro efficacia emozionale e per la loro bellezza, ma anche per il loro alto grado di divertimento sono moltissime e rischierei di raccontarvi tutto il film facendovi perdere la voglia di vederlo (se non l’avete ancora fatto), così mi limiterò ad aggiungere che questo è uno di quei film che non ci si stanca mai di vedere o solo di ricordare.
La pellicola termina col ritorno di Salvatore a Giancaldo (che gli pare quasi estranea), dove ritrova tutti i suoi vecchi compaesani che ora gli danno del lei dato che è diventato importante e che lui non riesce più a sentire “suoi”, anche se li ricorda con affetto e nostalgia. Termina con la definitiva demolizione del Cinema Paradiso (metafora che sta ad indicare la situazione di “scatafascio” che viveva il cinema in quel periodo, ma che poteva essere superata con impegno e volontà). Ma soprattutto, termina con l’ultimo ed emozionantissimo regalo che Alfredo fa al suo carissimo Salvatore: una pellicola contenente tutte le scene di baci rubati fatte tagliare all’epoca da don Adelfio, pellicola che dimostra la bellezza e l’immortalità del cinema. Una delle scene finali che più mi ha fatto emozionare, sussultare e, lo ammetto, piangere.

Insomma un film che è l’esaltazione dell’amicizia e dell’amore, amore smisurato per il cinema come quello che provo io e quindi un film che incarna le mie stesse passioni contornate da sentimenti puri e semplici come quelli che si vivono in un piccolo paese come Giancaldo. Indimenticabile ed eterno. Consigliato a tutti!!!

 

Regia: 10
Sceneggiatura: 10
Recitazione: 10
Fotografia: 10
Colonna sonora: 10
Ambientazione: 10
Voto finale: 10

 

  • Una frase del film, "Ora che ho perso la vista ci vedo di più", rigorosamente in italiano, è stata inserita nella canzone Take the time dal gruppo americano progressive metal Dream Theater, contenuta nell’album Images and words del 1992.
  • Il paesino della Sicilia GianCaldo, del film non esiste realmente ma è solo un invenzione di Giuseppe Tornatore, anche il cartello che compare nel lungometraggio è stato piazzato dal regista per rendere meglio l’effetto scenico.

Oscar 1989 per il film straniero e 2° premio al Festival di Cannes.



CITAZIONE DEL GIORNO

"Tu l’hai gia’ trovato Gesu’ Gump ?". "Dovevo cercarlo? Non lo sapevo". (da "Forrest Gump" di Robert Zemeckis) (Il Tenente Dan e Forrest Gump)

 


LOCANDINA

 

American Beauty

REGIA: Sam Mendes

CAST: Kevin Spacey, Annette Benning, Mena Suvari, Tora Beach, Wes Bentley, Chris Cooper, Peter Gallagher,
ANNO: 1999

TRAMA:
Il quarantaduenne Lester Burnham è in piena crisi esistenziale. Si rende conto che il suo matrimonio non è come vorrebbe, abbandona il lavoro, si mette a fare cose che avrebbe dovuto fare da giovane, si innamora dell’amichetta della figlia adolescente, fuma canne con il vicino fino ad arrivare ad un apparente triste epilogo, che tanto triste non è per lui, dato che viene accolto con il suo primo vero sorriso.

 


ANALISI PERSONALE

Questo film all’epoca fece scalpore. Fa quasi senso parlare del 1999 e dire all’epoca, eppure è così. Vinse una caterva di nomination all’Oscar e sinceramente non credo le meritasse tutte.
American Beauty è un film sulla famiglia americana, sui suoi pro e i suoi contro, sulle sue mille sfaccettature, più o meno nascoste, sui suoi segreti e sui suoi perché. Già questo basterebbe a farmi scappare urlando, ma tutto sommato la pellicola nel complesso non delude soprattutto grazie alla scelta degli attori e alla consistente sceneggiatura.

Abbiamo il protagonista, egregiamente interpretato da Kevin Speacy (uno dei miei attori preferiti), che si sente ormai intrappolato nei suoi rapporti convenzionali col prossimo, ma anche con la propria famiglia, sua moglie e sua figlia e che quindi cerca di recuperare quella giovinezza perduta e desiderata allenandosi coi pesi, scarrozzando con la sua decappottabile o fumandosi allegramente delle canne col ragazzo vicino di casa nel tentativo di recuperare emozioni perdute o intrappolate.
Abbiamo poi, la moglie, tipica donna borghese americana che coltiva rose nel suo giardino, e si preoccupa di avere un’esistenza perfetta circondata da cose materiali senza preoccuparsi delle cose essenziali della vita e cioè gli affetti e i sentimenti e che poi si invaghisce pure di un suo collega.
Non è da meno la figlia adolescente, Jane un po’ scontrosa e fuori dal comune che si sente inferiore alle sue compagne, tutte belle e ossigenate e che trova nell’amica Angela, quasi un modello da imitare e seguire.
Abbiamo la stessa Angela, bionda con occhi azzurri e dalle forme perfette, che si sente importante grazie alle attenzioni di Jane e che gioca con la sua sensualità a fare impazzire gli uomini, tra cui lo stesso Lester.
Abbiamo il vicino di casa Ricky che riprende lo spaccato quotidiano americano con la sua telecamera sempre presente, testimoniando l’esistenza del caso come quando inquadra la busta mossa dal vento (paragonata alla piuma di Forrest Gump)  e che fa innamorare di sé Jane.
Abbiamo il padre di Ricky, Frank, una sorta di gendarme fascista un po’ troppo duro e severo e soprattutto anti-gay, cosa che lo porterà alla svolta finale importantissima per tutti i protagonisti di questo film.
Insomma non c’è n’è uno normale, ma sono praticamente quasi tutti scontati. Magari all’epoca non lo erano, non lo so. Ma io l’ho visto qualche mese fa e tutto mi è sembrato così scontato e già detto da farmi desiderare che il film prendesse una piega diversa, ma così non è stato. Con questo non voglio asserire che American Beauty sia un film brutto o poco godibile, ma io credo che poteva essere quasi un capolavoro se non fosse scaduto in alcuni punti nel banale e nel già visto.

Come già detto, le prestazioni degli attori protagonisti non sono state affatto deludenti: prima tra tutte quella del mitico Kevin Speacy che con quel sorriso finale ha quasi innalzato di una spanna il valore dell’intera pellicola, poi Annette Benning che dopo essersi sposata con Warren Beatty sembra essere particolarmente ispirata e non per ultime quelle di Chris Copper nel ruolo di Frank e Wes Bentley nel ruolo di suo figlio Ricky che sono state molto efficaci. Invece, Tora Bearch e Mena Suvari potrebbero anche pensare di cominciare a recitare ruoli diversi da quelle di ragazzine afflitte da problemi esistenziali o meno. (Mena Suvarai ci ha provato con Spun dove interpretava la parte di una drogata mezza schizzata e lì è risultata più che simpatica ed esilarante).

Oltre all’apprezzabilissima sceneggiatura e alla recitazione dei protagonisti molto efficace, mi è piaciuta la voce narrante fuori campo del protagonista che ha dato non pochi spunti di riflessione:

"Chi abbandona le proprie posizioni non rinuncia solo oggettivamente allo spazio, ma anche a una parte di se stesso. Un passo simile può riuscire soltanto a una condizione: che individuo e ruolo si separino. L’ethos dell’eroe consiste appunto nella sua ambivalenza".

L’ambientazione dello spaccato americano coi suoi quartieri midlle-class abitati da gente borghese è ben resa anche se poteva essere molto più caratterizzata e la fotografia non è affatto deludente. E’ entrata ormai nell’immaginario collettivo l’immagine della ragazzina nuda avvolta da petali di rose.

 


Non è entrato di certo tra i miei film preferiti, ma pur nella sua scontatezza, dà degli spunti di riflessione non indifferenti.
Consigliato agli amanti di Kevin Speacy (è impedibile questa sua interpretazione a mio avviso). Sconsigliato a chi non vuole annoiarsi per due ore con la solita solfa della famiglia americana più o meno sfasciata.

 
Regia: 6
Sceneggiatura: 7,5
Recitazione: 8
Fotografia: 7
Colonna sonora: 6
Ambientazione: 6,5
Voto finale: 7




CITAZIONE DEL GIORNO

La gente ha paura di quello che non riesce a capire. (John Hurt (John Merrick) in "The Elephant Man")

 


LOCANDINA

Agatha Christe

Sin da ragazzina ho avuto, innata, la passione per la lettura. Ero una vera e propria patita e fissata del genere giallo, del noir, dei thriller, delle spy stories. Insomma di tutto ciò che comportasse dei misteriosi delitti su cui, qualcuno dotato di genio e di estro fuori dal comune, doveva indagare. Inutile dire che i miei preferiti sono sempre stati Sir Arthur Conand Doyle e Agatha Christie. Altrettanto inutile aggiungere che per me erano, sono e sempre saranno i migliori giallisti di tutti i tempi. Col tempo, ovviamente, la mia lettura si è estesa a tutti i generi possibili ed immaginabili, ma allora credo di aver fatto incetta di romanzi e romanzetti di entrambi gli scrittori. Del primo credo di non essermi lasciata sfuggire proprio nulla (della sua produzione "gialla"), della seconda invece avrò letto una sessantina di romanzi (ne ha scritto davvero troppi per essere letti tutti, ma rimedierò).  Agatha Christie mi teneva compagnia quando ero sola, quando volevo evadere, nelle pause a scuola, nei giorni di malattia, prima di andare a dormire. Insomma sempre, o quasi.

Aghata Christie è la donna che, dopo Lucrezia Borgia, è vissuta più a lungo a contatto col crimine (Winston Churchill)

Un archeologo è il miglior marito che una donna possa desiderare: più lei invecchia, più lui sarà interessato a lei (Agatha Christie)
 Cenni biografici da Wikipedia

Dame Agatha Mary Clarissa Miller, lady Mallowan, DBE, Dama Comandante dell’Impero Britannico più conosciuta come Agatha Christie (Torquay, UK, 15 settembre 1890Wallingford, UK, 12 gennaio 1976). Scrittrice inglese. Scrisse anche alcuni romanzi rosa con lo pseudonimo di Mary Westmacott.
Giallista di fama mondiale, curò sempre i suoi romanzi con grande abilità, creando un’atmosfera intrigante attraverso personaggi ed ambienti di facile riconoscibilità: descrizioni accurate, senso della suspense, ambientazioni realistiche dettagliate, personaggi mai privi di spessore o di caratterizzazione. I suoi personaggi maggiori sono famosi in tutto il mondo: tra questi i più celebri, protagonisti di buona parte della sua produzione letteraria, sono l’investigatore belga Hercule Poirot e la simpatica vecchietta, nonché intrigante indagatrice, Miss Marple.
Ancora oggi i suoi romanzi sono pubblicati con successo in tutto il mondo. È la scrittrice inglese più tradotta, anche più di Shakespeare. Nella lingua originale i suoi libri sono stati venduti in un miliardo di copie e in egual numero in almeno quarantacinque lingue differenti.


Una lapide in onore di Agatha Christie nella sua città natale


Una lapide in onore di Agatha Christie nella sua città natale


Agatha cresce in una famiglia borghese e, curiosamente, non frequenta nessuna scuola ma viene istruita dalla madre, Clara Boehmer, donna della buona società, dalla nonna e dalle governanti di casa. Il padre, Fred Miller, agente di cambio americano, muore nel 1901; Agatha trascorrerà l’adolescenza tra lo studio e la vita di società all’interno della famiglia.
Nel frattempo si appassiona alla musica e, nel 1906, va a Parigi per studiare canto: vuole diventare una cantante lirica, ma gli studi non le danno molte soddisfazioni, probabilmente a causa della sua scarsa attitudine al canto, e decide così di tornare in Inghilterra. Conosce Archibald Christie, colonnello della Royal Flying Corps, con cui si fidanza.
Durante la prima guerra mondiale, Agatha lavora presso un dispensario, l’ospedale di Torquay, e lì impara molto sui veleni e sui medicinali, cosa che le tornerà molto utile quando, ispirata da queste conoscenze, deciderà di scrivere romanzi gialli stimolata anche da una sorta di scommessa che aveva fatto con sua sorella la quale riteneva che non sarebbe riuscita a diventare una scrittrice di detective story. Il 24 dicembre 1914 si sposa con Archibald con una cerimonia semplice e da questo matrimonio nascerà nel 1919 la sua unica figlia, Rosalind.

In pieno conflitto mondiale inizia a scrivere il suo primo romanzo, The Mysterious Affair at Styles (Poirot a Styles Court), che ha come ambientazione la prima guerra mondiale ma che verrà però pubblicato solo successivamente, nel 1920. L’ispirazione di inventare un personaggio da romanzo giallo venne alla Christie, oltre che dalla sua conoscenza sui veleni appresa al dispensario, dalla lettura dei libri che i degenti, rispediti al fronte, lasciavano in ospedale: libri che davano vita a personaggi ricchi di suggestione come l’Arsenio Lupin  di Maurice Leblanc o il giornalista-investigatore Joseph Rouletabille, uscito dalla penna di Gaston Leroux. Le venne così l’idea di inventare a sua volta un personaggio che fosse abile come lo Sherlock Holmes di Conan Doyle ma che non lo imitasse troppo da vicino, sia nell’aspetto che nella conduzione delle indagini.
Con un finanziamento del British Museum nel 1923 parte insieme al marito per un viaggio intorno al mondo; nello stesso anno firma un contratto con la rivista "Sketch" per scrivere dodici romanzi che abbiano come protagonista Hercule Poirot.

Nel 1926 la vita della Christie è scossa da due eventi per certi versi traumatizzanti: muore sua madre e suo marito chiede il divorzio. Agatha improvvisamente scompare dalla sua casa, vagabondando in stato di amnesia (qualcuno però malignerà che potrebbe essersi trattato di una montatura pubblicitaria); il caso desta grande scalpore e dopo una decina di giorni Agatha, che viene ritrovata ad Harrogate, località termale dell’Inghilterra settentrionale, dove soggiornava in un albergo del posto registrata con il nome dell’amante del marito, non sa dare alcuna spiegazione al riguardo. Il suo biografo nel 2001 ha riscoperto un documento, secondo il quale la Christie scappò e si nascose nell’hotel dove venne poi ritrovata, nella speranza che il marito Archie venisse incolpato dell’omicidio e dell’occultamento del cadavere della moglie; il tutto fatto perché Archie la tradiva con la sua segretaria.
Sempre nel 1926 parte per le isole Canarie con la figlia Rosalind. Dopo il divorzio Agatha conserverà comunque il cognome del marito, ma solo per ragioni commerciali.
Nei tre anni successivi scrive romanzi considerati di valore letterario inferiore rispetto alle opere a cui doveva il successo; poi, durante un viaggio in treno verso Bagdad, ha l’ispirazione per scrivere Assassinio sull’Orient Express. Lo stesso viaggio le fece conoscere l’archeologo Sir Max Mallowan, di molti anni più giovane, che sposerà poco tempo dopo (1930). Nell’hotel Pera Palas di Istanbul, la stanza in cui la Christie aveva alloggiato per qualche tempo durante il suo viaggio a Oriente è stata trasformata in un piccolo museo di cimeli e ricordi della scrittrice.

La Christie inizia anche a scrivere in quell’anno La morte nel villaggio, il suo primo romanzo che ha come protagonista Miss Marple, una vecchietta tranquilla e dotata di buon senso, che vive nel paese apparentemente tranquillo di St. Mary Mead, fragile di aspetto ma esperta di criminologia e natura umana, che alterna l’attività investigativa allo sferruzzare a maglia. Pare che la Christie abbia preso a modello per la figura di miss Marple la sua stessa nonna.

Nel 1949 si scopre che era l’autrice non solo di gialli ma, sotto lo pseudonimo di Mary Westmacott, anche di altri romanzi biografici e sentimentali che però ebbero molta minor fortuna della serie gialla.

Dal 1952 viene ininterrottamente rappresentata in un teatro londinese una sua commedia, The MousetrapTrappola per topi), tratta dalla raccolta Three Blind Mice and Other Stories. La Christie ha scritto altri diciassette lavori teatrali.

Agatha Christie riposa in pace assieme al marito

Agatha Christie riposa in pace assieme al marito

Nel 1975, in prossimità del Natale, esce l’ultimo romanzo che ha come protagonista Hercule Poirot (Sipario); infatti in quel romanzo Agatha decide di far morire il famoso investigatore. La notizia della morte di Poirot era peraltro apparsa sulla prima pagina del Times il 6 agosto dello stesso anno.
La famosa scrittrice inglese invece muore il 12 gennaio 1976 a Willingford nella sua casa di campagna; verrà sepolta nel cimitero di Cholsey nello Oxfordshire. Nella sua stessa tomba due anni anni dopo verrà tumulata anche la salma del marito.

Nel 1954 Agatha Christie viene premiata con il "Grand Master of the Mystery Writers of America", famoso premio letterario americano, e nel 1971 viene insignita della massima onorificenza che l’Inghilterra riserva alle donne, il DBE (Dame Commander of the British Empire, Dame dell’Impero Britannico).
Il personaggio di Hercule Poirot è talmente famoso che persino in Nicaragua è stato emesso un francobollo con l’effige del celebre investigatore.
Agatha Christie ha scritto anche una propria autobiografia, pubblicata postuma nel 1976 ("La mia vita"), dove non farà parola della sua scomparsa del 1926 .Dai suoi romanzi sono stati tratti moltissimi film e sceneggiati televisivi, adattamenti che però Agatha, in alcuni casi, non ha mostrato di gradire.


BIBLIOGRAFIA

Poirot a Styles Court    1920
Avversario segreto    1922
Aiuto, Poirot!    1923
The Man in the Brown Suit    1924
Il segreto di Chimneys    1925
L’assassinio di Roger Ackroyd    1926
Poirot e i Quattro     1927
Il mistero del treno azzurro     1928
I sette quadranti    1929
La morte nel villaggio   1930
Non c’è più scampo     1930
The Sittaford Mystery   1931
Il pericolo senza nome   1932
Se morisse mio marito   1933
La parola alla difesa     1933
Assasinio sull’Orient Express    1934
Perchè non l’hanno chiesto a Evans    1934
Tragedia in tre atti    1935
Delitto in cielo     1935
La serie infernale    1936
Carte in tavola   1936
Due mesi dopo   1937
Assassinio sul Nilo    1937
La domatrice    1938
Il Natale di Poirot   1938
E’ troppo facile   1939
10 piccoli indiani   1939
Poirot non sbaglia   1940
Corpi al sole   1941
N or M?   1941
C’è un cadavere in biblioteca   1942
Il ritratto di Elsa Greer    1942
Sento i pollici che prudono    1943
Poirot e la Salma   1946
Alla deriva   1948
E’ un problema   1949
A Murder Is Announced   1950
Miss Marple: Giochi di prestigio   1952
Polvere negli occhi     1953
Dopo le esequie   1953
Destinazione ignota   1954
Poirot si annoia   1955
La sagra del delitto   1956
Macabro quiz   1959
Sfida a Poirot   1963
A Caribbean Mystery   1964
Miss Marple al Bertram Hotel   1965
Sono un’assassina?   1966
Poirot e la strage degli innocenti   1969
Passeggero per Francoforte   1970
Miss Marple: nemesi   1971
Gli elefanti hanno buona memoria   1972
Le porte di Damasco   1973
Sipario, l’ultima avventura di Poirot   1975
Addio Miss Marple   1976

Istantanea di un delitto
I primi casi di Poirot
Fermate il boia
Le due verità
Il terrore viene per posta
L’uomo vestito di marrone
Giorno dei morti
Il misterioso signor Quin
Il segugio della morte
Parker Pyne indaga
Trappola per topi
Assassinio allo specchio
Quinta colonna
Un cavallo per la strega
Un messaggio dagli spiriti
Nella mia fine è il mio principio
Un delitto avrà luogo

I miei preferiti in assoluto sono quelli che hanno come protagonista Hercule Poirtot coaudivato nelle sue indagini dal fedele Hastings, ovviamente ispirato al celeberrimo Watson. Poirot con le sue manie, le sue vanità, ma soprattutto, le sue geniali intuizioni e i il suo metodo di elaborare le idee tramite l’utilizzo delle cellule grigie forse è il personaggio che più mi ha appassionato in un romanzo (ovviamente insieme a Sherlock Holmes). Soprattutto perchè ne ho visto l’evolversi, dalla prima indagine all’ultima. E nn ha sbagliato mai un colpo, con le sue scarpe di vernice scomodissime, i suoi baffetti all’insù e i capelli impomatati.

Io e Annie

REGIA: Woody Allen

CAST: Woody Allen, Diane Keaton, Tony Roberts, Carol Kane, Paul Simon, Shelley Duvall, Janet Margolin, Christopher Walken
ANNO: 1977

TRAMA:
Alvy è un comico di successo che dopo due matrimoni falliti non riesce più a vivere una storia d’amore. Annie è una giovane cantante che spera di fare successo. I due si incontrano ad una partita di tennis. L’amore sarà a prima vista, ma col tempo sorgeranno problemi che si riveleranno insormontabili…

 


ANALISI PERSONALE

Woody Allen, un genio. Woody Allen, un regista con la R maiuscola. Woody Allen, uno dei miei preferiti, se non il preferito in assoluto. Ho avuto la fortuna immensa di guardare quasi tutti i suoi film e poche volte sono rimasta non dico delusa, ma meno contenta che rispetto ad altri. Ovviamente non è il caso di questo splendido e fenomenale film. Io e Annie, in originale Annie Hall, è una bellissima pellicola che racconta, attraversando i soliti temi cari ad Allen (sesso, psicanalisi, antisemitismo, ecc) una passionale quanto tormentata storia d’amore. Ma lo racconta in maniera del tutto personale ed originale e con momenti nostalgici e tristi come ne vedremo in seguito in altre pellicole quali ad esempio il meraviglioso Manhattan. In seguito ad Io e Annie, vincitore di 4 premi oscar tra l’altro, (tra cui quello a Diane Keaton meritatissimo), il nostro regista acquista quella vena di serietà che commista alle sue gag e battute esilaranti, concorrerà alla formazione di alcuni dei più grandi capolavori del regista, vedi Stardust memories e molti altri.

Annie Hall, però, è di sicuro il mio preferito del repertorio, tra l’altro assai vasto, del regista newyorkese. Con l’alternarsi di scene altamente comiche, come la fila al cinema in cui appare il massmediologo o la sorta di idiosincrasia di Alvy per Los Angeles che rimangono a distanza di anni divertentissime e indimenticabili. Ma anche i momenti tristi come la separazione della coppia a cui per tutta la durata del film, e sicuramente anche oltre, un po’ tutti ci siamo affezionati. Del tutto personale ed originale poi, l’idea di Allen di parlare da solo davanti alla telecamera come se si stesse rivolgendo proprio al suo pubblico, momenti adorabili e del tutto godibili che strappano più di una volta sorrisini di approvazione.

«Frattanto si era fatto tardi e tutt’e due dovevamo andare per i fatti nostri. Ma era stato molto bello, rivedere ancora Annie, dico bene? Mi resi conto di quanto era in gamba – stupenda – e, sì, era un piacere… solo averla conosciuta… e allora io… ripensai a quella vecchia barzelletta, quella in cui c’è questo tizio che va dallo psichiatra e gli fa: "Dottore, mio fratello è pazzo. Crede d’essere una gallina." E allora il dottore gli dice: "Ma perché non lo rinchiude in manicomio?" E quel tale gli risponde: "Già! Ma poi dopo, l’ovetto fresco, a me, chi me lo fa?" Insomma, mi pare ch’è proprio così, grosso modo, che la penso io, riguardo ai rapporti umani. Mi spiego, sono del tutto irrazionali e pazzeschi e assurdi e… ma… mi sa tanto che li sopportiamo perché, hm… tutti quanti… più o meno ne abbiamo bisogno, dell’ovetto fresco.»


Oltre a Annie e Alvy a farla da protagonisti, come sempre quando si parla di Allen, sono la musica (stupenda), l’ironia, il sarcasmo e soprattutto la tanto amata e osannata New York. Alcuni attori poi, grazie a questo film, negli anni a venire hanno trovato il meritato successo, vedi Christopher Walken e Sigourney Weaver. Il titolo originale del film è dedicato proprio alla protagonista Diane Keaton, il cui vero cognome è Hall e che Allen, ai tempi della loro relazione, soleva chiamare Annie.

I film di Allen iniziano ad appassionarmi già dai titoli di testa, con quelle musiche jazz e swing che io tanto adoro e che poi mi accompagnano per tutta la durata del film. Inoltre, le ambientazioni newyorchesi sono sempre ben studiate e, soprattutto, ben rese e concorrono a far innamorare chiunque di questa città e anche se non la si è mai vista dal vivo, a fare quasi percepire una sorta di sintonia con i posti che ci vengono così amorevolmente e appassionatamente mostrati. Poi la fotografia è sempre molto curata e ti fa quasi sognare di poter fuggire in qualsiasi momento in quei locali, strade, appartamenti (come il locale dove Annie si esibisce e viene notata dal produttore).  

Un’altra cosa che ho apprezzato di questo film è che sin dall’inizio sappiamo che tra Alvy e Annie è finita e le loro avventure e peripezie ci vengono mostrate attraverso dei flashback abilmente ricostruiti. Non si tratta, quindi, della solita storia d’amore dove si sta col fiato sospeso o con la speranza che alla fine si sistemi tutto e i due protagonisti possano tornare felici e contenti più innamorati e più forti di prima. Per fortuna questo genere di sdolcinerie e di melassa il nostro Allen ce le risparmia. Mi ha colpito particolarmente, poi, la particolare caratterizzazione dei due protagonisti, Annie così svitata e alternativa e Alvy così pieno di fisime e di idiosincrasie; e la sceneggiatura così abilmente costruita. Ecco alcuni esempi delle esilaranti battute del mitico Allen:

1) Annie : Fai sedute di analisi?
Alvy: Sì, ma da quindici anni appena.
Annie: Quindici anni?
Alvy: Sì, gli do un altro anno di tempo e poi vado a Lourdes.

2) Alvy: Non accetterei mai di far parte di un circolo che accettasse come socio uno come me.

3) Annie: Compri solo libri che hanno nel titolo la parola morte?
Alvy: E’ un tema fondamentale

4) Alvy: La morale dei politici è un gradino al di sotto di quella di chi violenta i bambini.

Ma ce ne sarebbero moltissimi altri da riportare. Ci sarebbe da trascrivere l’intersa sceneggiatura, ma per motivi di tempo e spazio vi evirerò il calvario (se così possiamo chiamarlo).

 

Consigliato agli amanti di Allen che hanno fatto il grave peccato di non averlo ancora visto. Sconsigliato a chi non ama l’ironia e il sarcasmo in una storia d’amore, e preferisce le epopee sentimentali.

 
Regia: 8,5
Sceneggiatura: 9
Recitazione: 9
Fotografia: 9
Colonna sonora: 8,5
Ambientazione: 9
Voto finale: 9

 


CITAZIONE DEL GIORNO

Siamo i figli di mezzo della storia, senza scopo ne’ posto. Non abbiamo la grande guerra ne’ la grande depressione. La nostra grande guerra è spirituale, la nostra grande depressione è la nostra vita. (da "Fight Club")



LOCANDINA

I misterdi del giardino di Compton House

REGIA: Peter Greenaway

CAST: Anthony Higgins, Janet Suzman, Anne Louise Lambert, Hugh Fraser
ANNO: 1982

TRAMA:
Siamo alla fine del ‘600 in una ricca e sontuosa dimora, Compton House. La padrona di casa, la signora Herbert assolda il pittore Neville per eseguire dei disegni del suo meraviglioso giardino, da donare al marito che sembra amare esso più di sua moglie, e che nel frattempo è apparentemente partito per un viaggio d’affari. Il pittore sottoscrive il contratto solo dopo aver stilato una piccola clausola in moda con l’andazzo libertino del tempo: la signora Herbert alla fine di ogni dipinto dovrà donarglisi incondizionatamente.
Una volta cominciati i disegni, Neville, tra capricci, richieste assurde e regole imposte agli abitanti, accetta di buon grado anche un secondo contratto propostogli dalla figlia degli Herbert, contratto implicante a sua volta il sesso. Nel frattempo, nella pace del paesaggio di Compton House iniziano a comparire degli oggetti misteriosi, quasi delle tracce che porteranno ad una scoperta sconcertante che sarà foriera di guai e disgrazie per il pittore libertino…



ANALISI PERSONALE

Dare una sunto fatto e finito di questo film è cosa assai ardua e complicata, dato che ci sono così tanti particolari e così tanti livelli di lettura, da non riuscire ad essere concisi e magari a non svelare qualche mistero rivelatorio. Tra i diversi livelli di lettura, sapientemente e brillantemente miscelati abbiamo prima di tutto il film storico, poi il giallo, l’intrigo, il mistero e infine, ma non per ultimo, il sesso. Queste sono le varie componenti di questo meraviglioso film di Greenaway, oltre ovviamente al potere.


Le furbe signore Herbert, madre e figlia, riescono a intrecciare una trama complicatissima e alquanto crudele  per far in modo di liberarsi di un padre e un marito ormai inutile e di lasciare il patrimonio in famiglia (la signora Herbert/figlia, moglie di un tedesco borioso e impotente si farà ingravidare appositamente da Neville). Di contorno una serie di personaggi che saranno usati come delle marionette dalle furbe donne di casa, primo tra tutti Neville, quasi inconsapevole che i suoi disegni stanno portando alla scoperta di un delitto e del tutto inconscio del fatto che le donne ne stiano usufruendo nel peggiore dei modi. Oltre al pittore una schiera di figure che fanno da contorno a questo intrigo: il marito assassinato, il genero impotente, un consigliere che pare essere innamorato e succube della signora Herbert e molti altri.

Mai (o quasi) in un film ho notato una così perfetta commistione di elementi: la sceneggiatura ricercata (superlativa a mio avviso, tendente a rendere forse ancora più complicato l’intreccio, ma di certo più affascinante) che si addice perfettamente al tempo in cui la pellicola è ambientata; la colonna sonora intensa e  appassionante come ne ho sentite raramente, a tratti psichedelica e di certo adeguata agli intrighi e i misteri (Michael Nyman, che prima di questo film mi era sconosciuto, merita i miei complimenti vivissimi); la fotografia spettacolare e studiatissima nei minimi particolari (bellissime soprattutto le visuali del giardino attraverso lo strumento utilizzato da Neville per disegnare); l’ambientazione da sogno in questa villa seicentesca mozzafiato con dei giardini che a volte diventano labirintici, e infine i costumi e il trucco che ho trovato davvero ben fatti e bellissimi da guardare.

Interessantissima, oltre che divertente, la figura della statua/uomo che attraversa nudo la scena, o che troviamo coperto tra le foglie o su un piedistallo, che fa da contraltare ironico alla vicenda così seria e a tratti, possiamo dire, drammatica. Una figura che rappresenta un po’ la parte irrazionale di una società così civile (basti ricordare l’ultima scena di disgusto di fronte all’ananas, frutto esotico molto raffinato). Interessantissimi, inoltre, i dodici disegni del pittore che, possiamo dire, suddividono il film quasi in dodici segmenti e che ci rendono consapevoli man mano del ribaltamento del ruolo di alcuni personaggi, che da vittime diventano carnefici e viceversa.

Insomma, un’orginalissima rappresentazione delle più varie e disparate passioni umane(positive o negative che siano), dove l’ambientazione così dolce e raffinata la fa quasi da padrone “contenendo”, se così possiamo dire le varie pedine che si atteggiano all’interno di essa mosse da sentimenti quali, la voglia di potere, di sesso, di denaro, di affermazione personale, ecc…

Non sono da meno in questo quadro così positivo, le prestazioni degli attori, soprattutto di Higgins che riesce ad incarnare perfettamente l’artista libertino un po’ vanesio e capriccioso che non si rende conto del destino al quale sta andando incontro e delle macchinazioni a cui è stato sottoposto, ma soprattutto non si accorge, se non alla fine, che i suoi stupendi disegni sono una prova schiacciante, un documento dell’assassinio del signor Herbert e quindi sono pericolosi per la sua stessa incolumità.

Film così originali, appassionanti, intriganti e misteriosi se ne vedono raramente, soprattutto quando si parla di pellicole storiche. Devo ammattere che prima de “I misteri del giardino di Compton House” non conoscevo Peter Greenaway, ma questo film mi ha fatto venire una voglia immensa di non perdermi l’occasione di visionare altri suoi  lavori, che se sono pari a questo per bellezza e originalità, sono sicura non mi deluderanno affatto.

Regia: 8,5
Recitazione: 8,5
Sceneggiatura: 9
Fotografia: 9
Colonna sonora: 9,5
Ambientazione: 9.5
Voto finale: 9




CITAZIONE DEL GIORNO

Anche la miseria è un’eredità. (Riccardo Bacchelli).

 


LOCANDINA

Lost

Anche se non si tratta proprio dell’arte suprema, che è quella cinematografica, io sono una grande appassionata di telefilm. Non me ne piacciono moltissimi, ma quelli che mi piacciono li seguo con costanza e affetto. Uno di questi è LOST, scritto da J.J. Abrams, Damond Lindelof e Jeffrey Lebrier, già ideatori di numerose altre serie televisive di successo.

48 sopravvissuti ad un incidente aereo, si trovano a convivere su un’isola apparentemente deserta, circondati da misteri e "mostri" di vario genere. Tra orsi polari, voci inquetanti e fumi neri, alcuni tenteranno di svelare le numerose ombre del posto, altri tenteranno di andare avanti come meglio possono, cercando di recuperare cibo e acqua per non soccombere. Non tutti sopravviveranno e non tutti, pur sopravvivendo, saranno liberi dai propri sensi di colpa e dalle proprie paure e debolezze.

Tra i 48 superstiti abbiamo un’ex fuggitiva (Kate Austen), un affermato chirurgo spinale (Jack Sheperd), un truffatore (James Ford), un impiegato di una fabbrica di scatole costretto sulla sedia a rotelle, che riuscirà a camminare non appena atterrato sull’isola (John Locke), un ex militare iracheno (Sayid Jarrah), un cantante rock tossicodipendente (Charlie Pace), una ragazza madre incinta (Claire Littelton) , una coppia di coreani apparentemente in crisi (Jin e Sun Kwon), un ragazzo obeso ma molto simpatico (Hugo Reyes), una coppia di fratellastri (Shannon Rooterford e Boone Carlisle), un padre e un figlio che impareranno a conoscersi proprio "grazie" a questo incidente (Michael e Walt Dawson), e infine, il cane del piccolo Walt (Vincent).


Jack Sheperd (Matthew Fox) 

Sawyer Ford (Josh Holloway)

Kate Ausetn (Evangeline Lilly)

John Locke (Terry O’Quinn)

Jin Kwon (Daniel Dae Kim)

Sun Kwon (Yinjim Kim)

Sayid Jarrah (Naveen Andrews)

Charlie Pace (Dominic Monhogan)

Claire Littleton (Emilie De Ravin)

Hugo Reyes (Jorge Garcia)

Boone Carlile (Ian Somerhalder)

Shannon Rutherford (Maggie Grace)

Michale Dawson (Harrold Perrinau Jr.)

Walt Dawson (Malcom David Kelly)

Vincent (Madison)

Ovviamente col passare delle stagioni, verrano introdotti nuovi personaggi, altrettanto importanti, ma nn vi rovinerò di certo la sorpresa!

Questo telefilm mi piace molto perchè ha un’ambientazione meravigliosa, una splendida isola delle Hawaii, inoltre colonna, sonora, fotografia, sonoro e sceneggiatura non sono affatto da meno. Ma quello che più colpisce è proprio la novità nella trama così intrecciata e piena di colpi di scena, di suspance e di misteri (di cui il telefilm è contaminato) di ogni tipo possibile ed immaginabile. A mio avviso, inoltre, è molto bella la caratterizzazione data a ciascun personaggio, di cui possiamo notare luci e ombre e soprattutto differenze tra le loro vite precedenti (mostrateci attraverso vari flashback) e la loro vita attuale sull’isola. Con l’innovativa idea di mostrare flashback dei personaggi piano piano scopriamo che non tutti sono così buoni come sembrano e che tutti, indirettamente o meno, sono legati da un filo logico di coincidenze e fatalità. Me meglio fermarmi qui, altrmenti vi rovino la sorpresa…

Dedicato a chi ama l’azione, il mistero, la suspance e, perchè no, la natura!!!

Tra tutti questi numerosi protagonisti i miei preferiti sono stati fin dall’inizio e sono ancora: Il bellissimo quanto simpatico e bastardo Sawyer, l’enigmatico e a tratti quasi misterioso John Locke con i suoi meravigliosi occhi di ghiaccio, e l’iracheno dagli occhioni dolci, aggiustatutto, Sayd Jarrah. Col tempo altri personaggi sono entrati tra i miei preferiti, ma preferisco evitare spoiler. Tra quelli che, invece, a palle ho subito odiato ci sono l’insulso ragazzino Boone, la sorellastra acida e antipatica Shannon, la coppia padre-figlio (davvero insopportabili, uno peggio dell’altro), e col tempo anche Charlie (divenuto una piattola vivente).

Gli autori sapientemente, alla fine della prima stagione, hanno lanciato in America e in Australia (dato che l’aereo precipitato partiva da Sydney per Los Angeles), una sorta di gioco interattivo, ricco di indizi e siti per tutto il web e non solo, chiamato LOST EXPERIENCE. I disparati indizi sono stati seminati in vari siti internet: si sono addirittura creati i siti della Oceanic 815 il volo che trasportava i nostri LOSTIES, il sito della band in cui suonava Charlie, i DRIVE SHAFT, e numerosi altri che non sto qui a svelare. Io purtroppo sono venuta a conoscenza di questo meraviglioso gioco interattivo troppo tardi. C’erano addirittura numeri telefonici a cui chiamare per svelare gli indizi che man mano si scoprivano e varie altre chicche veramente interessanti. Gli autori comunque ci tengono a precisare che i risultati ottenuti tramite questa "esperienza", non sono attinenti al naturale proseguimento della serie televisiva, ma sono un ulteriore contorno fitto di misteri per gli appassionati più affezionati.