Drugstore cowboy

REGIA: Gus Van Sant
CAST: Matt Dillon, Kelly Lynch, James Remar, James LeGros, Heather Grham
ANNO: 1989

TRAMA:
Bobby e Diane, Rick e Nadine sono due coppie di strampalati tossicomani che si procurano il loro pane quotidiano (pillole e droghe di ogni genere), rapinando diversi drugstore fino a quando Bobby, il capo della banda, decide di cambiare vita…



ANALISI PERSONALE

Percursore di Trainspotting e di moltissimi altri film del genere, incentrati sulla droga e sui suoi effetti disastrosi o meno, questo è un film indipendente come molti dei primi lavori di Gus Van Sant. A parte il fatto di essere uno dei primi di questo genere, Drugstore cowboy reca con sè molti degli aspetti originali e surreali (oggetti volanti, allucinazioni, superstizioni varie, montaggio veloce, ecc…), tipici di questo filone cinematografico, il che mi fa pensare che molti registi si siano ispirati a Van Sant per i loro film, vedi ad esempio Spun o lo stesso Trainspotting, ma moltissimi altri…
Il film narra delle rocambolesche avventure di questo gruppo di "amici" che passa le giornate rapinando farmacie e drugstore per poi drogarsi con tutta la loro refurtiva.
Abbiamo Bobby (Matt Dillon), il capo-banda, il più strafottente di tutti, autoritario e arrogante; sua moglie Diane (Kelly Lynch) ormai persa nel mondo della droga che però vorrebbe un pò più di attenzioni da parte del marito tutto dedito all’organizzazione delle sue rapine; il loro amico di sempre Rick (James LeGros) che ha conquistato una cassiera di un drugostore che avevano rapinato, facendola entrare nella banda e cioè la piccola Nadine (Heather Grham) che viene un pò
maltrattata da Bobby per la sua ingenuità e per i guai che suole combinare, ritardandoli in una rapina o pretendendo di assumere la loro stessa quantità di droghe.
Il gruppo, nonostante i bisticci, sembra compatto nonostante venga braccato da un poliziotto che non si dà per vinto, Gentry (James Remar), che si accanisce ancora di più contro Bobby quando scopre che i ragazzi hanno ucciso un suo poliziotto. Questo è un altro aspetto del tutto innovativo rispetto agli altri film di droga: la presenza di un poliziotto che bracca i delinquenti. Una sorta di Zenigata che vuole incastrare a tutti i costi il suo Lupin e che alla fine ci si affeziona pure.
I ragazzi non si danno per vinti e continuano a scorazzare liberi per le città, gli alberghi e i drugstore, continuando a drogarsi allegramente. Bobby e Diane sono un pò fissati con le superstizioni: mai parlare di cani (una volta ne avevano uno che portò i poliziotti dritti dritti al loro covo), mai poggiare cappelli sopra i letti (porta a quindici anni di sfiga) e mai guardarsi negli specchi per paura di incontrare il proprio vero io. Una sera, Bobby, Rick e Nadine vanno a fare una rapina e la giovane ragazza ne combina una delle sue, cosicchè di ritorno a casa Bobby la rimprovera malamente e le dice di rimanere in casa mentre loro escono a divertirsi. Nadine si lamenta con Rick, dicendole che è stanca di Diane e di Bobby e delle loro stupide superstizioni e seccata poggia il suo cappello sul letto. Rick, prima di uscire, le dice che al suo ritorno non vuole più vedere quel cappello.


Quando i tre rientrano, scoprono una realtà sconcertante: Nadine è morta dopo aver assunto una quantità eccessiva delle loro droghe. Per Bobby questo sarà il punto di svolta. Un pò per paura di essere accusato dell’omicidio, un pò per l’enorme senso di colpa Bobby decide di cambiare completamente vita, prima di sbarazzarsi del cadavere ovviamente. Chiede a sua moglie di seguirlo in clinica per sottoporsi alla cura del metadone, ma Diane non è dello stesso parere e lo lascia andando via con Rick.
Bobby è, invece, deciso a ripulirsi e si reca in questa clinica filando dritto, trovando un lavoro e smettendo di assumere droghe. Partecipa alle discussioni dei gruppi, non fa mai tardi al lavoro, insomma sembra del tutto uscito da quel mondo. In questa stessa clinica inconrta un vecchio prete tossico (figura molto interessante e particolare) che più volte rischia di farlo cadere in tentazione (un grande paradosso) invitandolo a drogarsi con lui. Un giorno, mentre Bobby se ne sta tranquillo nella sua stanza, riceve la visita di Diane che gli dice che ora sta bene e che sta con Rick. Alla fine va via lasciondogli un sacchetto pieno di droghe e rifiutando l’invito di suo marito a rimanere lì con lui. Bobby non sa che farsene di quelle droghe e allora le regala all’amico prete, ma quando ritorna in stanza, trova una sopresa (che non sto qui a svelarvi).
La cosa più interessante di questa pellicola è il fatto che la storia è raccontata dallo stesso Bobby in fin di vita su un’ambulanza diretto all’ospedale.
Quindi lo spettatore non sa qual’è la reale fine di Bobby, fino a quando ovviamente non viene mostrato al termine del film. Si possono fare, insomma, numerose supposizioni: Bobby è ricaduto nel tunnel della droga, ha litigato malamente con sua moglie Diane, ha avuto un’overdose e via dicendo.
In realtà il finale ci lascia altamente stupiti proprio perchè è inaspettato e ricco si chiavi di lettura.

Drugstore cowboy reca con sè tutti gli aspetti positivi del genere cinematografico dedicato al mondo della droga, in più (oltre a tutti gli aspetti particolari e originali già citati) è ambientato negli anni ’70 e conseguentemente ha la colonna sonora, l’ambientazione, i costumi, le pettinature tutti rigorosamente anni ’70, cosa che ho apprezzato davvero molto. La sceneggiatura è del tutto rispondente al carattere di ciascun personaggio e perfettamente calata nel mondo del gruppo di drogati delinquenti strampalati.

Consigliato a chi ha amato Trainspotting e compagnia bella, sconsigliato ai bigotti.

Regia: 8
Recitazione: 8
Sceneggiatura: 8
Fotografia: 8
Colonna sonora: 8
Ambientazione: 8
Voto finale: 8



CITAZIONE DEL GIORNO

Tango: "Da chi hai imparato a guidare ?". Cash: "Da Stevie Wonder". (da ‘"Tango & Cash")


LOCANDINA

Benny's video

REGIA: Michael Haneke

CAST: Arno Frisch, Angela Winkler, Ulrich Muhe, Ingrid Stassner
ANNO: 1992

TRAMA:

Benny è un ragazzino solitario e silenzioso che adora filmare le cose che accadono con la sua videocamera e ama i video violenti. Un giorno conosce una ragazzina che suole appostarsi fuori dal videonoleggio e la invita a casa sua dato che i genitori sono fuori per il week-end. Ad un certo punto però Benny perderà la ragione e…

 




ANALISI PERSONALE

Questo Benny’s video è il primo film di Haneke che mi è capitato di vedere e devo dire che in un certo senso ha lasciato il segno. La durezza delle immagini spesso prive di parole o di musiche o di qualsiasi rumore, ma così forti e potenti, rimane impressa a lungo, anche dopo la visione di altri film. La recitazione del ragazzino, così apparentemente inespressiva, ma carica di significati vasti e profondi, inoltre, mi ha davvero sorpresa positivamente. Per non parlare del ruolo dei due genitori che ancora mi sta facendo riflettere su come un padre e una madre possano reagire ad un avvenimento del genere…

Ma partiamo con ordine. Benny suole, quasi sempre, prima di cena guardare film, telefilm o filmati molto violenti, come quello che vediamo ad inizio pellicola dell’”assassinio” di un maiale. Benny ha pochi amici, quasi nessuno e si reca molto spesso al videonoleggio per affittare cassette violente. Fuori dalla vetrina del videonoleggio è solita appostarsi una bionda ragazzina che osserva Benny ogniqualvolta si reca lì. Un bel giorno i genitori di Benny vanno fuori per il week-end (cosa che sembra di routine) e lasciano loro figlio da solo. Allora il ragazzo ritiene opportuno invitare la ragazzina a casa sua per farle vedere la sua stanza e magari per fare due chiacchiere.
Una volta a casa, le fa vedere la sua videocamera, la sua stanza, le offre la pizza e un bicchiere di latte e poi quasi per scherzo, quasi senza rendersene conto la colpisce violentemente con l’arma con la quale si uccidono i maiali (come nel video che si vede all’inizio). La povera ragazza, dopo il primo colpo, implora, scalcia e urla, ma ormai Benny sembra posseduto da non si sa quale spirito maligno e colpisce ripetutamente la poverina, fino ad ammazzarla. Il tutto rigorosamente ripreso dalla sua videocamera e rigorosamente mostrato a noi spettatori attraverso questa.

Quello che più colpisce in tutto ciò, a parte le urla agghiaccianti della povera ragazzina è la freddezza e quasi l’indifferenza dei gesti del ragazzo, successivi all’omicidio. Si riprende mentre si spoglia, filma il cadavere riverso sul pavimento, pulisce con una pezza il sangue sparso, il tutto con un’espressione quasi gelida sul volto che non fa trasparire nessuna emozione, nessuna paura o pentimento. Fanno quasi orrore l’impassibilità e la sistematicità con i quali il protagonista compie i suoi gesti. Ad un certo punto, quasi stanco di dover ripulire, il ragazzo decide di uscire e di andare a vedere un concerto con un suo amico, rimanendo a dormire lì la notte. La tentazione di raccontargli qualcosa è tanta, ma alla fine desiste. Si reca anche a casa della sorella, forse in cerca di un consiglio o semplicemente per raccontarle l’accaduto, ma non la trova e quindi va dal barbiere a radersi i capelli a zero. Quando torna a casa i suoi genitori sono rientrati e si meravigliano di trovarlo “rasato”. La ramanzina paterna è vicina, ma i genitori ancora non sanno tutto. Alla fine Benny è costretto a “confessare” dato che il corpo è ancora steso sul suo pavimento.

Quello che segue è forse la parte più dura e orrorifica del film. Molto più paurosa dei video violenti di Benny o del suo brutale assassinio. I genitori, quasi due marionette, non fanno domande, non hanno reazioni violente o quantomeno forti nei confronti del figlio, si preoccupano solamente di come questo possa influire sulle loro carriere e soprattutto di come fare in modo che il figlio non venga “scoperto”. Nessun rimprovero, nessuna domanda. Una ramanzina di dieci minuti per il taglio di capelli e niente di niente per un omicidio. Il ragazzo viene mandato a dormire, molto gentilmente, e i genitori rimangono a discutere su come procedere. Alla fine  Benny e la mamma vanno a farsi un viaggio in Egitto (quasi quasi domani uccido qualcuno anche io, magari mia madre mi porta in Polinesia…) e il padre rimane a casa a risolvere e a ripulire tutto, a tagliuzzare il cadavere in milioni di pezzi in modo tale da poter essere scaricati dal water. Come dicevo prima, è questo che fa veramente paura, l’indifferenza di due genitori verso un figlio, la completa mancanza di reazioni ad una situazione del genere. La madre solamente verso la fine del film comincia ad avere crisi isteriche di pianto e il padre, una volta ricomposta la sua famiglia, farà a Benny la domanda che io mi sono posta sin dall’inizio e che qualunque genitore avrebbe fatto immediatamente: “Perché l’hai fatto?”. La risposta di Benny sarà spiazzante: “Non so perché…volevo vedere com’era probabilmente”.

Una risposta del genere avrebbe agghiacciato chiunque, credo, e invece il signore se ne va a dormire dopo aver detto a suo figlio di volergli bene.
Un’altra domanda che mi era sorta spontanea era questa: la visione di scene violente, in tv su internet o dovunque, porta ad alcuni episodi di emulazione o comunque ad avere una vena sadica e violenta? Inizialmente mi ero risposta di si, ma dopo aver visto il contesto familiare di Benny, e soprattutto il tipo di genitori, mi sono risposta che forse non è tutta colpa delle influenze esterne.
Certo dopo ho riflettuto a lungo sul ruolo dei genitori e dell’amore immenso e incondizionato che sicuramente hanno per i propri figli che porta loro a compiere qualsiasi gesto pur di proteggerli e difenderli. Ma c’è un limite a tutto, almeno credo e spero.

 Detto questo, Benny’s video è un buon prodotto, a tratti noioso e troppo prolungato, ma di certo non scadente o privo di significati e spunti riflessivi. La colonna sonora è quasi del tutto assente a sottolineare l’importanza e la forza delle immagini, così come scarna è la sceneggiatura che riesce comunque a delineare le caratteristiche di ciascun personaggio, soprattutto quelle di Benny.La regia è volutamente fredda e quasi incolore, cosa che ho apprezzato dato che ha reso ancora più potente lo sconcerto complessivo che suscita la visione di questa pellicola. Benny’s video è, insomma, un film discreto che rimane impresso per la durezza e l’intensità di alcune scene che ti si imprimono come un pugno nello stomaco.

Consigliato a chi crede che il pericolo sia fuori…

 

Regia: 7,5
Recitazione: 7,5
Sceneggiatura: 7
Fotografia: 6
Colonna sonora: 6,5
Ambientazione: 6,5
Voto finale: 7

 


CITAZIONE DEL GIORNO

Mia madre è arrivata a novant’anni, e sapete perché? Non ha mai toccato un bicchiere di whisky… si attaccava direttamente alla bottiglia. (Dean Martin in "Baciami, stupido")


LOCANDINA

 

Stay – nel labirinto della mente

REGIA: Marc Foster
CAST: Ewan McGregor, Naomi Watts, Ryan Gosling
ANNO: 2006

TRAMA:

Henry, uno studente d’arte con seri problemi psichici, si ritrova in terapia dallo psichiatra Sam al quale confessa di volersi suicidare per il suo ventunesimo compleanno. Da questo momento in poi comincia la corsa contro il tempo di Sam per riuscire ad impedire a Henry di compiere il folle gesto. Ben presto il confine tra illusione e realtà verrà superato e Sam verrà trascinato in un mondo del tutto irreale, tra premonizioni, allucinazioni e strane visioni…



ANALISI PERSONALE

Non avevo grandi aspettative su questo film e infatti alla fine non sono rimasta delusa proprio perché mi aspettavo un prodotto mediocre. Che si trattasse di una sorta di thriller psicologico lo sapevo già, ma che fosse anche una sorta di puzzle di mille film del genere già visti non me lo sarei mai aspettato come non mi sarei mai aspettata una recitazione a dir poco sottotono di Ewan McGregor che ho apprezzato in molte pellicole precedenti e di Naomi Watts che di solito riesce ad essere ipnotica e ammaliante (The ring e compagnia bella a parte…). L’unica presenza degna di nota è quella del giovane Ryan Gosling che mi ha stupita per l’alto grado di espressività e per il pathos che è riuscito a comunicare durante lo svolgimento della, a tratti scialba, pellicola.

Henry, 21enne schizzato, si reca nel suo studio psichiatrico e invece di trovarvi Bett, che lo seguiva precedentemente, vi trova il giovane Sam che è intenzionato a tutti i costi ad aiutarlo. Henry dice di sentire delle voci che riporta allo psichiatra e soprattutto annuncia di volersi uccidere il prossimo sabato a mezzanotte, giorno del suo compleanno.
Sam vuole fermarlo a tutti i costi e inizia ad interessarsi intensamente al caso tanto da chiedere aiuto anche alla sua fidanzata Lila, che aveva precedentemente salvato dal suicidio. La ragazza, artista come Henry, prende a cuore la situazione del fidanzato e suggerisce di riferire al ragazzo che nel mondo c’è troppa bellezza per desiderare di abbandonarlo.
Man mano che le “indagini” dello psichiatra proseguono, iniziano ad accadere strane cose. Sam ha delle strane allucinazioni, rivive la stessa scena più di una volta, sente le voci, insomma viene quasi risucchiato nel mondo “malato” di Henry,  che nel frattempo tra una lezione e l’altra, si spegne le sigarette sul braccio in metrò, perché un passeggero gli dice che non si può fumare. Durante una delle sue sedute il ragazzo incontra un uomo cieco che sta giocando a scacchi con Sam e impietrito confessa a quest’ultimo che si tratta di suo padre, ma che è impossibile che fosse lì’, dato che suo padre è morto, così come sua madre, uccisi da egli stesso. Sam è incredulo, ma continua a pensare che a tutto ci sia una spiegazione, per cui va a fare visita alla mamma di Henry nella casa dove abitava con la sua famiglia. Qui conversa con una signora a dir poco psichedelica che ad un certo punto gli si rivolge come se fosse suo figlio e che inizia a sanguinare dalla testa. Insieme a lei c’è Olive, un bel cagnone, che si rivolta contro Sam mordendogli il braccio. Forse questa scena, il modo in cui è girata, l’atmosfera, la casa e tutto il contorno sono ben riusciti e riescono a mettere nello spettatore una certa dose di ansia, ma non basta una sola scena o qualche scena a risollevare le sorti di un prodotto poco più che mediocre.
Subito dopo a Sam viene data la conferma che i genitori di Henry sono realmente morti e allora comincia a dubitare della sua sanità mentale anche lui (io ho cominciato a dubitare della sanità
mentale mia che stavo vedendo quel film e del regista che l’aveva fatto).
Henry si sente in colpa per quello che ha fatto ai propri genitori e confessa a Sam che l’unica sua ragione di vita è una cameriera di cui si è innamorato e a cui vorrebbe chiedere di sposarsi. Sam, che ancora non molla, va alla ricerca di questa ragazza e alla fine la trova in un teatro intenta a recitare Shakespeare. A lei confessa i problemi del ragazzo che la ama e subito dopo la perde per le scale a chiocciola, quasi come se fosse scomparsa nel nulla (altra scena molto ben girata e abbastanza valente dal punto di vista visivo).

 



Sono troppe, a mio avviso, le cose che non vanno in questa pellicola. Prima di tutto lo spettatore è troppo spaesato, il dipanarsi della storia è molto complicato ed è a tratti irritante e noioso, proprio perché le incongruenze e le stranezze sono davvero troppe e messe tutte insieme. Come si suol dire, troppa carne al fuoco. Seconda cosa, la spiegazione finale (se così vogliamo chiamarla, dato che fa acqua da tutte le parti), ci viene sciorinata negli ultimi due minuti di film in maniera superficiale e troppo veloce. Dopo un’ora e mezza di seghe mentali avrei gradito almeno una spiegazione più dettagliata, meno confusionaria, ma soprattutto non così scontata e ricopiazzata da un bel po’ di altri film dello stesso genere. Ma la trama e il finale non sono gli unici aspetti “ripresi” da altre pellicole. Sono riuscita a trovare punti in comune con altri film anche nello stile registico che voleva emulare il Michael Gondry di Eternal Sunshine of the spotless mind che aveva saputo rendere la visione onirica dei sogni in maniera egregia, cosa che non è riuscito assolutamente a fare Marc Foster con questa sua prova, invece. Eh già, perché (questa volta non mi preoccupo di fare spoiler, tanto la cosa è talmente scontata…), alla fine veniamo a scoprire (confusamente) che il giovane Henry ha fatto un incidente d’auto con a bordo la sua ragazza, futura sposa (la cameriera) e i suoi genitori (il cieco e la signora sanguinante). Nell’incidente tutta la sua famiglia perde la vita, mentre lui in fin di vita viene soccorso da tutte le altre persone lì presenti, tra cui Sam, Lila, Bett, l’uomo della metrò, e tutte le persone che abbiamo visto nel corso della pellicola. E quindi appare logico e chiaro (?) che tutto quello che abbiamo visto è semplicemente una sorta di sogno che Henry ha fatto in fin di vita, inserendovi tutte le persone che vedeva lì intorno a sé, dando ad ognuno di loro un ruolo a piacimento. A parte l’irritazione che mia ha suscitato questo genere di spiegazione finale, io mi sono fatta un bel po’ di domande a cui magari voi saprete rispondermi (sempre se avete avuto la sfortuna di guardare questo film):

1-Come mai se il sogno è di Henry, il protagonista del film è Sam? Molte volte durante lo svolgimento della pellicola ho pensato che Sam e Hanry fossero la stessa persona, che si trattasse di una sorta di sdoppiamento della personalità (me lo faceva pensare il fatto che Lila una volta si rivolge a Sam chiamandolo Henry o che alla fine tra le sue tele ne trova moltissime firmate Henry Lethem). Ma poi alla fine questa testi non viene confutata, dato che capiamo che in realtà Sam è un dottore che soccorre il ragazzo e Lila un’infermiera che l’aiuta.
2-Se il tutto era un sogno del ragazzo morente, come mai Sam mentre soccorre Henry ha un flashback con tutte le immagini che abbiamo visto durante lo svolgimento del film? Qui non riesco proprio a fare nessuna ipotesi…
Le domande sarebbero molte di più, ma per il momento mi fermo qui…

Le uniche cose positive che mi sento di dire riguardo a Stay è che bisogna ammettere che è contrassegnato da una bella colonna sonora che raggiunge la vetta con Angel dei Massive Attack e da una buona fotografia che passa da vedute insolite di Manhattan di notte a quadri di Goya persi in palloncini volanti. Ma il resto rimane di livello mediocre, regia, recitazione (salvata solo dal giovane promettente), sceneggiatura, ambientazione.

Consigliato agli appassionati del genere, sconsigliato ali appassionati del genere che hanno già visto Il sesto senso, Mullholand drive e via dicendo…


 

Regia: 5
Sceneggiatura: 5
Recitazione: 6
Fotografia: 6,5
Colonna sonora: 6,5
Ambientazione: 5
Voto finale: 5,5

 


CITAZIONE DEL GIORNO

Io scesi a compromessi quando scelsi Martin. Ne volevo uno bello, alto e ricco: rinunciai a tre cose su tre. (Julie Kavner in "Radio Days")


LOCANDINA

 dato che suo padre è morto, così come sua madre, uccisi da egli stesso. cando a scacchi con Sam e impietrito confessa a quest’

Jack Nicholson

Jack Nicholson. Un uomo. Un artista. Un attore. No. Jack Nicholson è al di là di tutto questo, è un essere inclassificabile per il suo estremo istrionismo e versatilità e per la sua ineguagliabile grandezza. Jack Nicholson ci ha regalato le interpretazioni forse più speciali e strabordanti della storia del cinema moderno, lui così camaleontico con quel ghigno perenne stampato sul volto e l’aspetto da macho che lo hanno reso insostituibile, inimitabile e prezioso per Hollywood e per chiunque guardi una sua interpretazione. Jack Nicholson che ha spaziato dalla commedia, all’horror, dal drammatico al sentimentale senza mai perdere un colpo e senza mai abbandonare quell’espressione tra lo schizofrenico e il delirante perennemente stampata sul volto. Jack Nicholson, sexy e geniale.


 

Nome: John Joseph Nicholson
Data e luogo di nascita: 22 Aprile 1937, Neptune, New Jersey, USA

Folle, unico, eccelso e, così diabolicamente attraente: il ghigno maledetto e lo sguardo mefistofelico, spesso celato dai mitici occhiali scuri, lo hanno reso una leggenda. Nella sua carriera cinquantennale è passato dai piccoli ruoli in pellicole indipendenti a essere un interprete di serie A: uno dei migliori al mondo, indubbiamente, il più amato di Hollywood. I grandi cineasti fanno carte false per assicurarsi un suo prezioso ingaggio e le femmine, inebriate da quel travolgente sex appeal, cadono completante ai piedi di questo maschio per antonomasia.

Lui non lo si può classificare in una categoria specifica: ci sono gli attori, ci sono le stars e poi c’è JackNicholson .

Circondato da donne fin dal giorno della sua nascita – il 22 Aprile del 1937 a Neptune City, nel New Jersey – il divo ha due sorelle maggiori: June e Lorraine. Mamma Ethel May, olandese di origine, è proprietaria di un salone di bellezza, mentre papà John Joseph, di radici irish, svolge impieghi saltuari. Quella di Jack sembra una famiglia apparentemente normale ma non è così: passeranno quasi quarant’anni prima che il piccolo scopra il perché. Durante l’infanzia, il padre alcolizzato abbandona la famiglia; Ethel May, donna severa e rigidamente cattolica, è costretta a lavorare sodo per mantenere i figli. Sarà June a prendersi cura del bimbo. Sin da ragazzino, Nicholson mostra lampi della sua famosa spavalderia, nonché del rinomato savoir-faire: a scuola, è il primo della classe se si tratta di difendere le fanciulle vittime del bullismo. A casa, invece, gli basta un solo sorriso per estorcere alla madre qualche dollaro per andare al cinema, e godersi gli adorati lungometraggi western. Burlone e spassoso, il giovane è molto popolare al Manasquan High School. È qui che inizia recitare e, grazie all’innato talento comico, viene eletto il miglior attore del liceo. Diplomatosi nel 1954, Jack vola alla volta di L.A. e si fa assumere presso gli studi della MGM, in veste di fattorino per l’Hanna & Barbera Production. Qui, oltre a Tom & Jerry, ha la possibilità di vedere sfilare stelle quali Marilyn, Bogart e Ginger Rogers. Nel frattempo, studia teatro sotto la guida del caratterista Jeff Corey, nonché di Martin Landau. Nel 1958 debutta nel crime Cry Baby Killer e, nei dodici mesi successivi, si fa notare nel ruolo del paziente sadico di un dentista, ne La piccola bottega degli orrori  e in quello di protagonista in The Wild Ride, accanto alla fidanzatina di allora, Georgianna Carter.

Il 17 giugno 1962, l’uomo sposa Sandra Knight, sua partner anche nella finzione nella pellicola horror La vergine di cera (qui esordisce dietro la cinepresa, affiancando Roger Corman): la coppia dà alla luce Jennifer. In quel periodo, l’amata sorella June viene stroncata da un tumore, portandosi nella tomba uno sconvolgente segreto di famiglia. Naufragato il matrimonio con la Knight (a causa della dipendenza da LSD da parte di Nicholson), l’interprete si cimenta nell’avvocato ubriacone nel road-cult generazionale Easy Rider, aggiudicandosi una nomination agli Oscar come Miglior Attore non Protagonista. Nel gennaio 1970, mamma Ethel May muore di cancro.

Arriveranno altre tre candidature agli Academy, stavolta in qualità di Best Actor in a Leading Role che lo consacreranno come il nuovo Humphrey Bogart: si tratta del pianista vagabondo in Cinque pezzi facili, il sergente della Marina ne L’ultima corvée, nonché il detective Gittes nello stupefacente noir firmato Roman Polanski, Chinatown.

Dopo aver avuto un figlio – Caleb – dalla collega Susan Anspach, il divo si lega alla cantante Michelle Phillips che, in futuro, mollerà per la bruna Anjelica Huston. Sembrava un mattino qualsiasi quando la tranquilla vita di Jack viene devastata da una sconcertante rivelazione. L’artista 37enne riceve una telefonata da un invadente reporter del Time che, insistentemente, lo esorta a farsi raccontare dalla sorella Lorraine la verità sulla sua famiglia.



In realtà, Ethel May, quella che credeva sua madre era invece la nonna, mentre June non era sua sorella ma, bensì, sua mamma che lo aveva concepito, illegittimamente, all’età di sedici anni con un immigrato italiano di nome Donald Furcillo. Agghiacciato da tale scoperta, Nicholson proietta questo turbamento in una prova di eccezionale intensità emotiva: quella dell’internato schizoide nello splendido dramma psichiatrico diretto da Milos Forman, Qualcuno volò sul nido del cuculo, che gli vale la tanto agognata statuetta. Nel 1980 la stella impugna l’ascia e si stabilisce nell’hotel dei brividi gestito da Stanley Kubrick, terrorizzandoci con la memorabile performance dello squilibrato Mr. Torrance in Shining. Trentasei mesi più tardi, il fascinoso Jack si diletta, magnificamente, in un ex-astronauta donnaiolo che seduce Shirley MacLaine nel commovente Voglia di tenerezza: ed eccolo accaparrarsi il secondo Academy Award. In seguito, ammalia Le streghe di Eastwick con uno charme tutto satanico, sfodera a Batman un sorriso da Joker e impartisce ordini sotto la divisa del colonnello Jessep, in Codice d’onore. Intanto, questo impenitente sciupafemmine mette fine alla relazione con la Huston per unirsi alla top model Winnie Hollman, la quale gli dona Honey. Nel 1992, perde completamente la testa per l’algida Rebecca Broussard: Lorraine e Raymond saranno il frutto del loro amore. Qualche tempo dopo viene conferito a Nicholson il riconoscimento più importante di tutta la sua carriera: quello assegnatogli dall’American Film Institute. Il 1998 lo vede trionfare alla cerimonia degli Oscar con la terza statuetta che lo incorona Best Actor of The Year, grazie alla superba interpretazione dello scrittore misogino, affetto da disturbi ossessivo-maniacali, nel brillante Qualcosa è cambiato di James L. Brooks.

Alle soglie del duemila, la superstar ha un breve flirt con Lara Flynn Boyle. Poi si sottopone ad una Terapia d’urto assieme ad  Adam Sandler, viaggia a bordo di un camper in A proposito di Schmidt e adesca giovani prede in Tutto può succedere.

Nel 2006, si trova per la prima volta sotto la preziosa regia dell’esimio Martin Scorsese per girare l’osannato gangster-movie The Departed. Nel 2008 Jack darà volto a un malato terminale nel toccante The Bucket List, diretto da Rob Reiner. Soprannominato "Mulholland Man", il divo è uno sfegatato fan dei Los Angeles Lakers, a tal punto che le riprese dei film che gira non devono mai coincidere con il calendario delle partite della sua squadra di basket. Non ha mai negato una certa predilezione per le droghe e, negli anni ’80, si è dichiarato a favore della campagna per la liberalizzazione della cocaina per uso personale. Nelle sue imponenti proprietà, ospita una delle maggiori collezioni private d’arte che vanno dalle opere di Picasso a quelle di Van Gogh. Con dodici candidature agli Academy e sedici nomine ai Golden Globe, di cui sei conseguite, Jack Nicholson è uno degli attori più insigniti nella storia della celluloide.

(www.mymovies.it)

 

FILMOGRAFIA

 

Premettendo che in una filmografia così vasta e varia è davvero difficile scegliere l’interpretazione migliore, non si può non affermare (almeno secondo il mio punto di vista) che le sue prestazioni più riuscite per espressività, comunicatività e carica di forza e passione sono quelle di Shining, Qualcuno volò sul nido del cuculo, Barman, Le streghe di Eastwick, Qualcosa è cambiato e l’ultimo grandioso The Departed. Ovviamente anche tutte le altre (di cui ovviamente mi manca qualcosa, purtroppo), sono fantastiche e indimenticabili.


 

 

 

Pi greco – il teorema del delirio

REGIA: Darren Arronofsky
CAST: Sean Gullette, Mark Margolis, Ben Shenkman
ANNO: 1998

TRAMA:
Max Coen è un giovane matematico che vive quasi isolato dal mondo nel suo piccolo e squallido appartamento quasi del tutto occupato dal suo computer Euclide. Max studia in maniera ossessiva i numeri e tutto ciò che si cela dietro di essi fino ad arrivare ad una scoperta allucinante che fa gola sia agli economisti di Wall Street che ai componenti di una setta ebraica…

 

 


ANALISI PERSONALE

Questo primo film del giovane regista Arronofsky reca con sé tutte le qualità del buon cinema indipendente che riesce ad essere ottimo pur con un basso budget e senza la presenza di grandi divi hollywoodiani. Pi greco è anche un film delirante, claustrofobico, a tratti paranoico e angosciante che sviscera ogni singolo anfratto della mente del protagonista costretta subire emicranie su emicranie a causa del suo incessante e ripetitivo lavorio alla ricerca del numero di 216 cifre che alla fine si rivelerà il numero che svela gli schemi della borsa in modo tale da riuscire a guadagnare milioni di dollari, ma anche il numero della Torah che svela il nome e quindi la vera essenza di Dio.
Max, tra un’emicrania e l’altra, un’iniezione e l’altra, una pillola e l’altra, continuerà i suoi studi alla ricerca del Pi grego, della sezione aurea, della figura a spirale e capirà che tutto il mondo, tutto ciò che ci circonda è contenuto in quella spirale.
Il suo unico contatto col mondo esterno, è Sol, amico, confidente e maestro che prima di lui aveva intrapreso gli stessi studi, la stessa strada, uscendone in tempo prima di impazzire del tutto come sta facendo Max. Sol gli consiglia di lasciar perdere, di vivere la vita prima di essere ingabbiato inevitabilmente tra i suoi schemi e i suoi numeri. Ma l’ossessione di Max ha ormai raggiunto proporzioni epiche e la sua mente è intrappolata in un mondo fatto di ossessioni, paranoie, allucinazioni. La porta del suo piccolo appartamento ha una marea di lucchetti che Max provvede a chiudere diligentemente ogni volta e il contatto con le altre persone si limita ad un saluto sfuggevole e a tratti maleducato. Max ormai vive in un suo mondo, regolato secondo lui da tre regole fondamentali:

1 – La natura parla attraverso la matematica

2 – Tutto ciò che ci circonda si può comprendere e rappresentare attraverso numeri.

3 – Tracciando il grafico di qualunque sistema numerico ne consegue uno schema, quindi ovunque in natura esistono degli schemi.

 
Il suo genio viene subito notato da una compagnia di Wall Street che vuole a tutti i costi conoscere questo numero in modo tale da arricchirsi notevolmente e nel frattempo Max fa anche la conoscenza di Larry in un bar. Larry è un ebreo appartenente ad una sorta di setta e insegna a Max che la Torah, il libro sacro degli ebrei, è un insieme di numeri, perché ad ogni lettera ebraica corrispondono dei numeri. Max finalmente capisce. Il suo numero, tutta la sua fatica e la sua disperazione lo hanno portato ad una scoperta sconcertante:


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Da questo momento in poi, la sua vita già di per sì triste e degradante, si complicherà ulteriormente, dato che verrà braccato da entrambe le “organizzazioni”, quella economica e quella religiosa che vogliono estrapolare dalla sua mente il numero “magico”. Max sarà solo contro tutti, anche il suo amico Sol lo abbandonerà morendo a causa di un infarto. Si raserà i capelli a zero (un po’ come il Travis Bickle di Taxi Driver, eroe solitario contro il mondo) e comincerà a capire che la vera vita è fuori, che non necessariamente dietro un albero deve esserci un numero, un teoria, una spirale. Le allucinazioni si faranno più forti perché resisterà a prendere le sue pillole e il suo computer Euclide farà una brutta fine. Insomma, forse Max alla fine sarà “guarito” dalle sue ossessioni e paranoie e alla fine seduto su una panchina con una bambina che abita nel suo stesso condominio, osserverà la bellezza di un albero senza pensare a nulla, ammirandone solo le foglie tagliate dai raggi del sole.

Pi greco è uno di quei film con regia a tratti “videoclippara”, cioè molto veloce e frenetica che mostra le cose nei loro particolari: un occhio dilatato, una pillola, una formica. Inoltre è interamente girato in un bellissimo bianco e nero molto sgranato che forse tende a sottolineare la mediocrità e il grigiore della vita di questo giovane ragazzo, che di giovane non ha proprio nulla se non l’età. Come tutti i film di questo genere, a tratti cyborg, che si rispettino, la colonna sonora è tassativamente elettronica e techno, molto adrenalinica, ma a tratti angosciante e pressante. L’ambientazione, costituita per la maggior parte del tempo, dall’appartamento di Max quasi completamente occupato da Euclide e dai suoi mille fili e anche da una sorta di tabellone elettronico che mostra tutti i dati della borsa, è a dir poco soffocante e claustrofobia come la trama del film e la psicologia del personaggio richiedevano. Insomma, Pi greco è un film che possiede molte caratteristiche atte a farlo entrare nel patinato mondo dei cult, anche se forse il protagonista non riesce a diventare un vero e proprio eroe solitario come quelli dei grandi cult che si rispettano (Travis Bickle, Jena Plisken, ecc…), anche se sicuramente riesce a rimanere impresso per l’espressione quasi schizofrenica perennemente stampata sul volto e per la recitazione tra il paranoico, l’ossessivo e il claustrofobico. Tre parole che ho già usato precedentemente, ma che è impossibile non ripetere all’infinito in correlazione a questo film. Tre parole che si ripetono ciclicamente così come le emicranie e le allucinazioni di Max, che vede il suo cervello nel lavandino mangiato dalle formiche o spappolato da egli stesso pur di non far arrivare il suo numero in mano ai suoi nemici.

Pi greco è anche, oltre a tutto quello già scritto, una parabola sulla solitudine estrema che porta a isolarsi dal mondo e ad avere come unica compagnia un computer e delle formiche. Che porta ad ossessionarsi ad un’unica cosa che diventa poi la propria ragione di vita da difendere e custodire gelosamente a costo della propria incolumità fisica e mentale.

Non sarà di certo un capolavoro del genere, ma è di sicuro un film di forte impatto visivo e forza comunicativa accompagnato da una sceneggiatura frenetica così come lo è il montaggio, la colonna sonora e la recitazione e foriera di numerosi spunti di riflessione. A questo film va sicuramente il merito, non dico di avermi fatto appassionare, ma almeno di aver reso interessanti i numeri e ciò che si cela dietro di essi, dato che fino a poco prima della visione di Pi greco, avevo una sorta di idiosincrasia verso di essi. Idiosincrasia che di certo non è passata così in un battibaleno, ma si è di sicuro attutita proprio grazie ad Arronofsky che è riuscito a rendere interessante, avvincente, affascinante e appassionante una storia sui numeri che poi si trasforma in una storia personale di solitudine, dolore, angoscia e disperazione.

 

Regia: 8,5
Recitazione
: 8
Sceneggiatura
: 8
Fotografia
: 8
Colonna sonora
: 8,5
Ambientazione
: 8,5
Voto finale
: 8,5





CITAZIONE DEL GIORNO

Per anni ho pensato di suicidarmi: è stata l’unica cosa che mi ha tenuto in vita. (Robin Williams in "Due padri di troppo")


LOCANDINA


Effetto notte

REGIA: Francois Truffaut
CAST: Jacqueline Bisset, Jean-Pierre Leaud, Jean-Pierre Aumont, Valentina Cortese, Francois Truffaut,
ANNO: 1973

TRAMA:

Il regista Ferrand sta lavorando al suo nuovo film Je vous present Pamela. Si troverà ad affrontare numerose difficoltà, scaramucce tra attori, dimenticanze, ritardi, pressioni esterne e quant’altro. Alla fine però riuscirà a sfornare una bella pellicola, nonostante i mille intoppi.



ANALISI PERSONALE

Effetto notte è un film nel film. E’ quello che di solito si chiama metacinema, è la lavorazione di una pellicola passo dopo passo, come non avevo mai visto prima, come non mi sarei mai aspettata. Veniamo immessi nel mondo cinematografico in maniera semplice e naturale e conosciamo alcuni segreti del dietro le quinte, che magari quando vediamo un film non immaginiamo minimamente. Come viene creata la pioggia che passa davanti ad una finestra, o come si gira una scena nella quale i protagonisti si parlano da una finestra ad un’altra, come si reclutano le comparse, come si gira una scena vera e propria, il rapporto che si crea (non sempre) tra il regista e gli attori, tra attori e attori, tra tecnici, segretari, elettricisti, produttori, giornalisti, ecc…Insomma, Effetto notte è il Cinema, quello vero, concreto in ogni singolo aspetto e particolare ed è per questo, per un’appassionata come me, interessantissimo sotto ogni punto di vista, soprattutto quelli che affrontano il modo di girare e preparare una pellicola piuttosto che le storie singolari e parallele di tutti i personaggi che lo popolano.
Je vous present Pamela è un film che narra di due giovani che si innamorano e che si sposano. Subito dopo vanno a conoscere i genitori di lui e la giovane sposa si innamora di suo suocero, ricambiata e alla fine i due scappano lasciando la povera moglie/suocera in lacrime e il marito/figlio arrabbiato più che mai, tant’è che alla fine decide di porre fine alla vita di suo padre uccidendolo con un colpo di pistola all’uscita della metropolitana a Parigi. Tanti sono i protagonisti, le comparse, i figuranti che passano davanti e “dietro” lo schermo.

Abbiamo, infatti, il protagonista assoluto, il signor Ferrand (Truffaut stesso), il regista del film, che la notte ha degli incubi sulla mal riuscita del suo film o su un attore che dimentica la parte piuttosto che un altro che ha problemi amorosi con l’addetta al ciak. Ferrand è sempre disponibile verso tutti, mai severo o imponente, riesce a farsi capire dai suoi collaboratori e riesce ad ottenere sempre un buon risultato magari ricorrendo a vie traverse se non può usufruire dell’idea iniziale che magari è andata a monte per un motivo o per l’altro.
Poi abbiamo Alphonse (Jean-Pierre Leoud), nel ruolo del marito tradito, un po’ svampito, innamorato di Liliale, l’aiuto script-girl, che però è uno spirito libero e amoreggia un po’ col fotografo, un po’ con lo stuntman col quale alla fine scappa, facendo andare letteralmente fuori di testa il ragazzo che voleva addirittura sposarla. Alphonse è un giovane attore che fa i capricci come un ragazzino e che rischia di mandare a monte la riuscita del film un paio di volte, ma si fa perdonare per la sua freschezza e istintività nonché per la sua ingenuità che lo rende a tratti simpatico. A causa della sua sfortuna con le donne, si aggira nel set e fuori chiedendo a chiunque gli capiti sottomano se le donne sono delle “maghe”.


Nel ruolo di Pamela, la protagonista, possiamo ammirare la bellissima e carismatica Jacqueline Bisset il cui vero nome è Julie Baker che è sposata e letteralmente innamorata di un dottore molto più vecchio di lei e che esprime eleganza, raffinatezza e allo stesso tempo naturalezza e gentilezza in ogni sua movenza o parola. Julie è una donna inglese con problemi psicologici alle spalle, che sembra però essersi ripresa alla grande e aver ricominciato a lavorare in maniera professionale. Tutto vacilla quando per convincere lo sbalestrato Alphonse a non abbandonare il film per via della figua di Liliale, va a letto con lui promettendogli una fuga alla fine delle riprese. Il ragazzo la prenderà in parola e telefonerà al marito di Julie spifferandole tutto. La povera donna si chiuderà in camerino e piangerà a dirotto senza volerne uscire fino a quando non sarà il marito stesso a raggiungerla facendole capire di averla perdonata.
Nel ruolo della moglie/madre tradita, il signor Ferrand si è “servito” dell’attempata ed esplosiva Sèverine (Valentina Cortese) che però ha problemi di alcool e di memoria soprattutto. A lei è affidata la parte esilarante e divertente di questo film, quando sbaglia tre quattro volte la porta da aprire, o la battuta da recitare. I suoi sprazzi di allegria mista a tristezza sono così fuori dagli schemi che strappano numerosi sorrisi.
Infine, abbiamo Alexandre il marito adultero che si innamora della giovane e bellissima nuora, l’attore noto come sciupafemmine (Jean-Pierre Aumont), che aveva avuto in gioventù una storia con Severine e che ora invece, divenuto “vecchio”, ha deciso che è il momento di mettere la testa a posto e di adottare un figlio (anche se ormai abbastanza grande). Alla fine del film, quando Je vous present Pamela sarà quasi terminato, andrà a prendere il suo ragazzo adottivo dall’aeroporto e un terribile incidente con l’auto gli toglierà la vita.
Tra lo stupore e il dolore del regista e della troupe intera, il film verrà comunque concluso, utilizzando al posto del povero Alexandre una comparsa, che verrà ammazzata in questo caso di spalle.



Il bello di questo film è la coralità estrema che c viene mostrata, perché i protagonisti non sono solo il regita e gli attori succitati, ma anche i costumisti, i truccatori, i produttori, i segretari, i tecnici, i factotum, tutti insomma. E tutti messi sullo stesso piano senza atteggiamenti snobistici di superiorità da parte di attori protagonisti e non, anzi, con sentimenti amichevoli per tutti e verso tutti. Si respira insomma un’aria fresca di un allegra combriccola complice e unita in ogni singola avversità o difficoltà. Ad esempio la truccatrice Odile, è la confidente di Severine nonché di Julie ed è benvoluta e rispettata da tutti, primo tra tutti Ferrand stesso. E così molti altri personaggi che popolano il dietro le quinte di un film, quelli che noi non vediamo mai e a cui di solito non si pensa quasi mai.
Insomma, la storia di Effetto notte è semplice e lineare, è in pratica la lavorazione dalla a alla z di un film e non può non essere per un appassionato ed un amante  di cinema che una pellicola da ricordare e da custodire gelosamente per la sua unicità e rarità. Truffaut non prende in giro nessuno, ci racconta sinceramente quello che avviene, o che può avvenire, durante una ripresa, tra gli attori di un film, al regista stesso e via dicendo e lo fa con una semplicità e una chiarezza tali da risultare quasi un documentario più che un vero e proprio film.
La sceneggiatura, che comprende anche la sua partecipazione, è chiara, semplice e al tempo stesso concisa e perfettamente adeguata al tipo di film per cui è stata scritta, così come l’ambientazione curata nei minimi particolari e foriera di spunti di riflessione su come avviene davvero la lavorazione di una pellicola e così come la recitazione degli attori che poteva risultare calcata e poco naturale visto che stavano interpretando appunto degli attori e che invece è risultata più che credibile e per niente forzata o manierata.

Effetto notte (La nuit amèrìcaine) è un film ricco di citazioni e autocitazioni e ci mostra, soprattutto il modo di girare i film proprio del grande Truffaut, qui alla sua tredicesima pellicola, il suo bagaglio culturale (in una scena riceve dei libri per posta: sono manuali di regia, da Bunuel, a Godard, da Renoir a Bergman, da Dreyer a Lubtish; ma numerosi sono gli attori, i registi, i film a cui si fa rimando e richiamo in ogni singola battuta o scena del film), il suo smisurato amore per il cinema che trasuda e trabocca in ogni singola ripresa, inquadratura, scena. È, insomma, un film che chi ama il cinema non può non amare e apprezzare.

Consigliato a tutti gli amanti del cinema, sconsigliato a chi si annoia facilmente se non c’è una storia portante vera e propria.


   

Regia: 9
Recitazione: 8,5
Sceneggiatura: 8,5
Fotografia: 8
Colonna sonora: 8
Ambientazone: 8,5
Voto finale: 8,5

 



CITAZIONE DEL GIORNO

L’odio ti rende impotente e l’amore ti rende pazzo. Più o meno nel mezzo si può sopravivere. (Billy Crystal in "Getta la mamma dal treno")



LOCANDINA

Nuovomondo

REGIA: Emanuele Crialese
CAST: Charlotte Gainsbourg, Vincenzo Amato, Aurora Quattrocchi, Francesco Casisa, Filippo Pupillo, Federica de Cola, Isabella Ragonese
ANNO: 2005

TRAMA:
La famiglia Mancuso, abitante di un paesello ancestrale della Sicilia, Petralina, decide di intraprendere una fantastica avventura: emigrare in America dove già un altro componente molti anni prima era sbarcato. La scelta sarà ardua, così come difficile sarà il viaggio per arrivare alla temuta Ellis Island, dove avvengono le “selezioni” per entrare finalmente nel “Nuovomondo”.

 


ANALISI PERSONALE

Avevo già visto Respiro di questo giovane regista italiano e ne ero rimasta folgorata, ma dopo aver visionato anche questo grandissimo film non posso che inchinarmi davanti alla bravura di alcuni dei nostri registi nostrani, nonostante si dica in giro che il nostro cinema sia scadente. In verità se si scava a fondo qualche cosa valida e di valore inestimabile la troviamo, primo tra tutti questo grande Crialese che riesce a donarci pellicole da brividi (in senso positivo ovviamente).

Questo Nuovomondo è il racconto della famosa emigrazione italiana in America agli inizi del ‘900 quella dei nostri nonni e bisnonni per intenderci, quella che ha reso ricchi milioni di italiani all’estero e quella che adesso “subiamo” noi da parte di altri sognatori come lo erano gli emigranti protagonisti di questo film. E si, perché il parallelo viene facilmente in mente nel corso della pellicola. Adesso l’America siamo noi, è persino la Sicilia regione dalla quale scappano i componenti della famiglia Mancuso.

Abbiamo il vero è proprio capofamiglia che è la mamma, la nonna, che si ritiene una “medica”, che toglie lo “scantu” alle povere ragazze, che non vuole lasciare per nessuna ragione al mondo il suo paesello. Fortunata (Aurora Quattrocchi) è una donna forte, il vero fulcro della famiglia, tant’è che suo figlio Salvatore (Vincenzo Amato, attore feticcio di Crialese) non riesce a partire senza di lei e si sotterra sotto l’albero davanti casa lasciando scoperto solo il volto. Alla fine Fortunata, per il bene d suoi figlio e dei suoi nipoti, decide di abbandonare quella che è stata la sua casa e la sua vita per tanti anni e di andare insieme alla sua famiglia. Vincenzo ha due figli ed è vedovo. Sono Angelo, il più grande che all’inizio lo accompagna in una scalata con una pietra in bocca per chiedere alla Madonna se fosse giusto partire o meno, e Pietro il più piccolo e anche il più birichino anche se apparentemente muto. Una volta ricevuto il segno dalla Madonna (una serie di cartoline raffiguranti l’America come un posto dove le cipolle o le carote sono giganti e dove si fa il bagno nel latte), Salvatore prende i suoi due figli e si reca dal prete del paesello che dona loro scarpe e vestiti per intraprendere il viaggio. Una volta arrivati vicino al punto che non avevano mai oltrepassato, Vincenzo ha una visione di uomini, donne e bambini che trasportano carote e limoni giganti e impaurito torna indietro. Dopo essere tornato a casa e aver “ricattato” sua madre col gesto di sotterrarsi sotto l’albero (albero dal quale sogna che cadano un sacco di monete), si intraprende il viaggio vero e proprio, nel quale la famiglia Mancuso sarà affiancata da due giovani ragazze promesse spose a due americani: Rita e Rosa. Il prete ammonisce i ragazzi Mancuso, dicendogli che le due ragazze devono arrivare in America così come sono ora…e quando Vincenzo gli chiede come sono ora, lui gli risponde: Sono buone…

 

Così si conclude il primo dei tre capitoli in cui è suddiviso il lfilm. Subito dopo veniamo immessi nel secondo capitolo che è quello del viaggio vero e proprio, dell’imbarcazione fino all’arrivo ad Ellis Island. Se nella prima parte, le immagini erano ampie e ci facevano notare le cose nella loro totalità, in questa seconda parte le cose ci vengono mostrate invece nei loro particolari, ad esempio non c’è mai la nave in campo lungo e, addirittura, durante la turbolenza che fa sballottare la nave con i propri “ospiti” qua e là, non ci viene mai mostrato il mare o il vento, ma solo i volti attoniti e spaventati dei passeggeri nel tumulto. Una delle scene più potenti e suggestive del film, ma anche del cinema italiano degli ultimi anni è proprio quello in cui la nave salpa e piano piano crea una spaccatura, una cicatrice, un’enorme frattura tra coloro che rimangono nel vecchio mondo, spettatori inconsapevoli di cosa aspetta a coloro che sono sulla nave diretti verso il nuovo mondo. La scena è di forte impatto visivo e forza comunicativa, sono rimasta incantata ad ammirarla per un po’. Prima di riuscire ad imbarcarsi i Mancuso dovranno fare la fila all’accettazione, dovranno farsi delle foto e dovranno subire gli sciacallaggi di colo che vogliono vendergli qualsiasi cosa, tra cui medicine inventate, per affrontare il viaggio. Mentre stanno facendo la foto per potersi imbarcare, una giovane donna elegante gli si affianca e si unisce a loro nel viaggio. Si tratta dell’affascinante Luce (Charlotte Gainsbourg), che durante il viaggio poi chiederà a Salvatore di sposarla in modo tale da farla entrare in America. Eh si, perché Luce è una donna inglese dall’oscuro passato che non ha i permessi per emigrare, se non con l’auspicio di un matrimonio. Salvatore accetterà, consapevole del fatto che non si tratta di un matrimonio voluto per amore.
Sarà proprio durante questo lungo viaggio che ci saranno mostrate a fondo le personalità dei protagonisti, che nella loro piccola storia racchiudono la storia di centinaia di italiani emigrati all’estero. L’austera Fortunata non vede di buon’occhio la giovane e aitante Luce e la cosa sarà mostrata più che a parole, a gesti e a sguardi. Solo alla fine, quando la “vecchia” avrà capito che l’America non fa per lei, guarderà la giovane donna in modo talmente intenso e profondo da farle e farci capire che adesso la patriarca è lei, che le lascia in affidamento i suoi “uomini”. Ho trovato la scena di una bellezza inusuale non solo per il modo in cui è stata recitata ma anche per l’alta carica emotiva e poetica insita in essa. Durante il viaggio, inoltre, scopriremo che Salvatore è il più intraprendente della famiglia, quello che ha meno paura di tutti, che Pietro è restio come sua nonna a lasciare la sua vita precedente e che Angelo è un ragazzo molto sveglio e intelligente.

Arrivati a Ellis Island, si apre quello che è il terzo e ultimo capitolo di questo film e cioè l’insieme di test, interrogatori e controlli per controllare l’idoneità degli emigranti ad entrare nel Nuovomondo. Salvatore si rivelerà furbo e scaltro, come altrettanto suo figlio maggiore Angelo, mentre Fortunata e Pietro faranno i capricci e si ribelleranno al sistema…In conseguenza di questo loro comportamento i due Mancuso verranno rimpatriati, la prima perché ritenuta debole di mente e il secondo perché muto. Salvatore tenterà in tutto e per tutto di convincere gli esaminatori ad ammettere tutta la sua famiglia, ma nella scena finale, Pietro parlerà per la prima volta e dirà che sua nonna vuole con tutto il cuore tornare a Petralina e che lui invece rimarrà con loro…Libera da facili sentimentalismi strappalacrime, quest’ultima scena mi ha commosso in maniera leale, senza farmi piangere.

Nuovomondo si conclude così, con il bagno di tutti questi emigranti in un grande mare di latte, proprio come si concluse Respiro, con un bagno dei protagonisti nel grande mare siciliano. Solo che in questo caso il bagno viene ripreso dall’altro, in quell’altro, dal basso.



Nuovomondo è una parabola oltre che il racconto del viaggio che intrapresero i nostri avi agli inizi del ‘900. E’, soprattutto, un viaggio interiore che porta i protagonisti a crescere a conoscere realtà nuove che non si erano mai neanche immaginate. E’, ad esempio, Salvatore a farci sorridere quando chiede ad un suo compagno di viaggio: “Quando lo vedremo sto grande Luciano?”, riferendosi all’Oceano o quando tenta di guardare attraverso la finestra dell’edificio di Ellis Island cosa lo aspetta nel nuovomondo. Quello che vede sono dei grattacieli e si chiede come è possibile arrivare fin su. In questo caso gli viene risposto che c’è una scatola di legno che ti porta su e giù ogni volta che vuoi e anche in questo caso, si chiede ingenuamente, se in questa scatola possono entrarci gli animali. E già, perché l’America, il nuovomondo, non si vede neanche per un istante all’interno di questa pellicola, quello che avviene dopo non ci è dato saperlo, l’importante è aver capito lo spirito e il sentimento che ha mosso i protagonisti di questo film e anche il meccanismo se così vogliamo dire quasi razzista, quasi preludio al nazismo che sarebbe arrivato solo dopo qualche anno, degli ispettori addetti al controllo dei nuovi arrivati che pretendono che siano svegli e intelligenti perché non vogliono immettere nel loro mondo una razza inferiore e poco intelligente.

Al di là del significato profondo di questi controlli, ho ammirato il modo elegante e divertente col quale sono stati girati, assolutamente privi di intenti accusatori o polemici. Per non parlare dell’alto grado di ironia insito nelle scene in cui le donne arrivate con la nave vengono “affibiate” ai loro fidanzati che erano lì ad aspettarle. Alle povere Rita e Rosa non va proprio bene, tant’è che la prima accetta tra le lacrime il proprio fidanzato e la seconda lo accetta solo dopo averlo insultato dicendogli di essere vecchio e basso.

Nuovomondo è un film fatto di gesti, di sguardi più che di parole che comunque non mancano e sono in rigoroso siciliano stretto con tanto di sottotitoli per chi non le capisse. E’ un film che ci fa entrare dentro ogni singolo personaggio e ce ne fa quasi sentire le sensazioni, ci fa immedesimare talmente tanto in ciascuno dei sentimenti che vengono sciorinati all’interno della pellicola, dallo spaesamento, all’attaccamento al proprio mondo, al legame che unisce i componenti della stessa famiglia, all’emozione che si prova quando si intraprende una nuova avventura, alla speranza di avere una vita migliore, ai sogni per il futuro, che sembra quasi che l’abbiamo vissuta in prima persona.

Nuovomondo è, inoltre, un film magistralmente diretto e recitato con una sceneggiatura scarna ma incisiva e una fotografia tra le più belle mai viste negli ultimi anni, per non parlare della colonna sonora raffinata e delicata firmata per alcune canzoni Nina Simone.

Insomma, si sarà capito che mi sono letteralmente innamorata di questo film e di questo regista e che ho ammirato fotogramma dopo fotogramma ogni singolo aspetto e momento di questa meravigliosa pellicola, che ha meritato a pieni voti sia il Leone d’argento che la candidatura agli Oscar come miglior film straniero.

Consigliato a chi pensa che il cinema italiano sia scaduto e scadente, sconsigliato a chi nel film cerca solo azione, botti e mazzate.

 

Regia: 8,5
Recitazione: 8,5
Sceneggiatura: 8
Fotografia: 9
Colonna sonora: 8,5
Ambientazione: 8
Voto finale: 8,5



 CITAZIONE DEL GIORNO

La gente ha paura di quello che non riesce a capire. (John Hurt (John Merrick) in "The Elephant Man")



LOCANDINA


 

Tim Burton

Il primo film di Tim Burton a cui mi sono avvicinata è stato Edward mani di forbice, e me ne sono letteralmente innamorata. Ho amato subito la dimensione favolistica e da sogno nel quale immerge le sue fantastiche storie e il suo essere a tratti bambino e a tratti uomo nel trattare le tematiche a lui più care. Subito dopo mi sono affannata nella ricerca di altre sue pellicole e mi sono imbattuta in Ed Wood (fantastico mini-capolavoro incentrato sulla figura del "peggior" regista della storia), Il mistero di Sleepy Hollow (con un fantastico Johnny Depp, grande amico ed attore feticcio del regista), Big Fish (incantevole e sublime storia fantastica tra sogno e realtà), Batman 1 e 2 (le uniche trasposizioni cinematografiche del fumetto veramente degne di nota a cui sono irrimediabilmente legata ed enormemente affezionata) e Il pianeta delle scimmie (che devo ammettere mi ha deluso parecchio, risultando di qualità nettamente inferiore rispetto alle precedenti pellicole, ma come si suol dire "errare è umano"). Tim Burton è entrato di diritto tra i miei registi preferiti, quelli a cui penso con un sorriso di gratidudine per le ore di estremo benessere e divertimento che mi ha regalato.

Nome: Timothy William Burton
Data e luogo di nascita: 25 Agosto 1958, Burbank, California, USA
Tim Burton deve essere molto soddisfatto del suo ruolo nella storia della settima arte. Al contrario del resto dei registi hollywoodiani, è uno che è riuscito a crearsi una nicchia tutta sua, fatta di parabole gentili e malinconiche, di universi personalissimi e visionari, con uno stile sofisticato e assolutamente inconfondibile, nonché contaminato dalle atmosfere espressioniste dei classici dell’horror del passato (quelli della Hammer tanto per intenderci) che ogni tanto colora con i suoi pastelli ultrakitch. Anche noi facciamo parte di quel microcosmo solo all’apparenza così minaccioso. Ne facciamo parte nel momento in cui sentiamo che le parole dei personaggi che animano i suoi film sono le stesse che sentiamo noi nel momento di massima solitudine e di estrema incomprensione.
Il senso di incompiutezza di Edward mani di forbice quando ripete «Non mi ha finito» e quella promessa nuziale che non rimane proprio in mente di fronte alla sposa umana (e non cadavere) sono momenti che universalmente attraversiamo tutti: il lutto e la perdita della persona che più ami e che interrompe bruscamente un cammino fatto assieme, e poi quel senso di incomunicabilità del sentimento umano di fronte a chi sai che presto o tardi andrà via. Sfugge tutto. Il cinema di questo autore per primo elude la realtà urbana e racconta un mondo interiore che si fa esteriore, un mondo "introverso", nel quale lui stesso si rifugiava da bambino asociale quale era. Tim Burton è accattivante proprio per questo: non ci si può non ritrovare in almeno uno dei suoi personaggi.
Ed è esattamente questo ciò che lui vuole fare, partire dalla diversità per renderci tutti uguali, senza deludere mai le aspettative e costruendo storie che sono al servizio di un unico sentimento: l’amore vero. Burton ama e rispetta tutti, i vivi e i morti, i mostri e i normali. Non bisogna lasciarsi trarre in inganno da quel suo aspetto veramente subdolo, è un professionista assoluto del cinema. Guardi un suo film e ti chiedi come faccia a fare tutto e così bene. La risposta è più facile di quel che si creda: perché possiede un talento che forse nemmeno lui sa di avere. Perché sposa il bianco e il nero (colori che ama moltissimo) con delle imponenti scenografie di stampo espressionista e miscela il tutto con delle partiture musicali da Oscar. Il prodotto è un cinema profondo e profondamente personale, per animi sensibili e romantici, autenticamente favolistica, con quel tocco di inatteso e una lieve e palpabile ironia che non incrina, ma fa volare… il più delle volte, sopra una scopa.
Nato e cresciuto al blocco 2000 di Evergreen Street, guarda caso proprio vicino al Valhalla Cemetary, figlio di un impiegato al Burbank Parks e al Recreation Department e di una commessa in un piccolo negozio di articoli da regalo, Tim Burton passa la sua infanzia recluso in casa, appassionandosi ai cartoni animati e ai vecchi film dell’orrore, soprattutto quelli interpretati da Vincent Price. Il suo talento artistico esplode proprio tra le mura domestiche, quando la società che si occupava dello smaltimento dei rifiuti locali indice un concorso per disegnare dei manifesti per l’azienda. Lui vince quel concorso e tutta Burbank è tappezzata dai suoi disegni per un anno intero. È il primo contatto fra il suo mondo e la realtà.
Dopo aver studiato alla Providencia Elementary School della sua città, si diverte, negli anni liceali, a girare cortometraggi con la sua Super8 (primo fra questi è The Island of Doctor Agor, 1971) e, grazie a una borsa di studio, frequenta il corso di animazione presso il California Institute of the Arts dal 1979 al 1980, venendo poi assunto come animatore alla Disney. A 21 anni, ha già firmato alcuni cortometraggi d’animazione: Stalk of the Celery (1979) e Doctor of Doom (1979). Disegnatore di  Red e Toby nemiciamiciTron (1982), nonché regista del bizzarro Luau (1982) e della versione televisiva di "Hansel and Gretel" (1982), dopo aver gettato le basi concettuali per Taron e la pentola magica (1985), sarà però rimosso dall’incarico di animatore nel momento in cui firmerà i sei minuti animati in bianco e nero del gotico Vincent, omaggio al suo attore preferito il già menzionato Price, e i 27 minuti di live-action di Frankenweenie (1984): troppo personali per il conformismo imperante e tutto buoni sentimenti e manfrine della Disney.
A salvarlo la fortuna, nella personificazione di Pee-Wee Herman (Paul Reubens ), star televisiva per bambini (oggi in declino dopo uno scandalo pornografico), che rimase folgorato dall’intensità surreale del suo stile e gli propose la regia di un lungometraggio sulle sue avventure. Il film Pee-Wee’s Big Adventure
(1985) ebbe uno straordinario successo e fece diventare Burton incredibilmente popolare. L’anno successivo, dopo aver diretto un episodio ("The Jar") Alfred Hitchcock presenta… ( 1986), venne incaricato di realizzare La mosca con  Michael Keaton (uno dei suoi primi attori feticcio) come protagonista, ma fece marcia indietro all’ultimo momento e il regista canadese David Cronenberg prese le redini del progetto al posto suo. Passò quindi a un episodio del serial Storie incredibili (1987) e, dopo aver rifiutato molte proposte, decise di creare qualcosa di originale e di unico.



 Nasce così
Beetlejuice – Spiritello porcello (1988), sempre con  Michael Keaton come interprete principale che divise il set non solo con Alec Baldwin, Geena Davis e Winona Ryder, ma anche con  Sylvia Sidney e Jeffrey Jones, altri suoi attori feticcio. Questa atipica e divertente ghost-story consolidò la fama di Tim Burton a Hollywood e questo successo professionale combaciò con quello privato con il matrimonio con Lena Gieseke nel 1989, dalla quale però divorziò nel 1991.

Grande amico e spesso collaboratore del compositore Danny Elfman (a lui affida la colonna sonora di ogni suo film), accetta l’idea di portare sullo schermo il film di Batman, che firma nel 1989. Keaton presta il volto all’uomo pipistrello, mentre il diabolico Jack Nicholson offre il suo ghigno malefico al Joker; oggetto del contendere sarà non solo una dark Gotham City, ma anche il cuore della bella di turno, Kim Basinger. Il film è campione di incassi al box office e Burton viene riconfermato per il sequel del film (Batman – Il ritornoDanny DeVito ) e Catwoman (Michelle Pfeiffer). La fila dei suoi attori feticcio si allarga con Christopher Walken che qui è il perfido sindaco di Gotham. Il vero capolavoro, quello che entrerà di diritto nella storia del cinema è però tratto da un suo libro, "Morte malinconica del bambino ostrica e altri racconti", e si tratta del commovente Edward mani di forbice (1990), dove scopriamo l’outsider Johnny Depp nelle vesti di una "creatura pinocchiesca" costruita da un vecchio scienziato (Price) che però muore prima di dargli le mani, lasciandolo con dieci forbici al posto delle dita. Nel momento in cui la creatura verrà adottata da una famiglia locale e cercherà di inserirsi nel mondo dei "normali" emergerà la crudeltà dell’uomo che spingerà alla fuga il "manidiforbice", con un rimando al Frankenstein di Whale che è più che una citazione. Una favola che mise in luce il talento grafico di Burton, quel misto di tenerezza e assurdità che resero il suo cinema universalmente poetico e a noi conosciuto.

Fidanzato con l’attrice Lisa Marie dal 1992 al 2001 (infatti la utilizzò sovente per piccole parti nei suoi film), nel 1992 si presta anche come interprete nella pellicola di Cameron Crowe Singles, accanto a Bridget Fonda e Campbell Scott, ma mentre lavorava a un documentario su Vincent Price dal titolo Conversations with Vincent, progetto a lui carissimo, l’attore muore. Stranamente, per un singolare gioco del destino, si ripete la stessa immagine che vediamo in Edward mani di forbice: lo scienziato che ha creato il "mostro" muore prima di aver terminato qualcosa. Addolorato per la perdita, Burton si immerge nel lavoro e nel 1993 sforna un piccolo gioiello dell’animazione stop-motion: Tim Burton’s the Nightmare Before Christmas. Si investe anche come produttore, finanziando progetti stop-motion come: Crociera fuori programmaAdam Resnick   e James e la pesca gigante (1996) di Henry Selick.

Nel 1994 dirige Johnny Depp (con il quale stringerà una grandissima amicizia e un proficuo sodalizio artistico) nella biografia di colui che è reputato il peggior regista della storia del cinema, Ed Wood, mentre due anni dopo firma la commedia fantascientifica Mars attacks! con un cast veramente stellare. Membro della giuria del Festival di Cannes del 1997, abbandona l’idea di dirigere Superman con  Nicolas Cage, e rende omaggio a Mario Bava, Price, Roger Corman e Barbara Steele firmando Il mistero di Sleepy Hollow The World of Stainboy      (2000) e dopo aver firmato la storia del film tv Lost in Oz, passa al remake di un classico della fantascienza Planet of Apes – Il pianeta delle scimmie (2001), sul cui set conoscerà la sua nuova compagna, la lugubre attrice inglese Helena Bonham Carter, dalla quale avrà il suo primo figlio Billy Ray, nato a Londra nel 2003. Helena sarà presente anche in altre sue pellicole: il fiabesco Big Fish – Le storie di una vita incredibile (2003) Charlie e la fabbrica di cioccolato (2005, ottimo remake di Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato) e doppierà il sorprendente La sposa cadavere di Tim Burton (2005), nel ruolo della protagonista. La sposa cadavere, in particolare, sarà una delle perle più luminose della filmografia di Burton: la grazia, il malinconico amore, la voglia di amare che emergono da quel film traspaiono puri e immacolati, nonostante sia una storia che tratti il rapporto impossibile fra una morta e un vivente, tanto è vero che sarà nominato all’Oscar come miglior film animato dell’anno.

Dopo aver diretto il video Bones (2006) del gruppo rock The Killers, firma  Sweeney Todd (2007), musical grottesco su un barbiere assassino raccogliendo nel cast i suoi due più grandi amori: Johnny Depp e Helena Bonham Carter. A questo punto, nonostante la giovane età, il Festival di Venezia gli rende omaggio conferendogli il Leone d’Oro alla carriera che lo incastonerà fra i miti del cinema. Ma francamente, non avevamo dubbi che sarebbe finito in quella categoria. Non ha mai avuto risultati poco lusinghieri, Tim Burton. Il suo cinema è sempre stato al centro dell’attenzione di critici e pubblico facendolo emergere come un’icona del cinema dark alternativo, fatato e visionario. È un gradevole enfant prodige di Hollywood, ma ripetiamo un poeta malinconico e struggente che ha cantato e ha dato voce al bisogno di amore di esclusi e incompresi con impareggiabile dolcezza. È come se con ogni suoi film, questo tenebroso punk geniale e fortunato, prendesse la mano dello spettatore e rinnovasse una promessa che suona grossomodo così: «Con questa mano dissipo i tuoi affanni. Il tuo calice non sarà mai vuoto, perché io sarà il tuo vino. Con questa candela illuminerò il tuo cammino nelle tenebre. Con questo anello ti chiedo di essere mio». A noi non resta che dire di sì e sperare, ardentemente, che questo amore vero non abbia mai fine.

(www.mymovies.it)

Nonostante questo articolo abbia tessuto in maniera egregia le lodi di questo fantastico regista, mi sento in dovere di dire che a mio avviso Il Leone D’Oro alla carriera è più che meritato, anche se sono rea del fatto di non aver visionato le sue due pellicole d’animazione e cioè Nightmare before Chrstimas e La sposa cadavere e i suoi primi due famosissimi film di successo Pee-wee’s Big Adventure e Beetlejuice – Spiritello porcello.
Ovviamente cercherò di rimediare al più presto, ma nel frattempo, alla luce delle pellicole finora visionate posso gridare a pieni polmoni che Tim Burton è un grande!!

FILMOGRAFIA

I vincitori!!!!

Ed eccoci finalmente al post che ci svelerà i fantastici vincitori del mirabolante torneo da me indetto tempo addietro!!!!!

A) BELLI BELLI BELLI IN MODO ASSURDO MA ESAGERATAMENTE, MODERATAMENTE O ALMENO UN Pò, ANCHE BRAVI

The winner is:

20)Sean Penn

B) BELLI BELLI BELLI IN MODO ASSURDO, MA ESAGERATAMENTE, MODERATAMENTE O ALMENO UN Pò, CANI A RECITARE


The winner is:

17)Monica Bellucci

C) CESSI CESSI CESSI IN MODO ASSURDO MA ESAGERATAMENTE, MODERATAMENTE O ALMENO UN Pò BRAVI A RECITARE

The winner is:

38)Brittany Murphy
20)Woody Allen

D) CESSI CESSI CESSI IN MODO ASSURDO E ALMENO UN PO’, MODERATAMENTE O ECCESSIVAMENTE CANI A RECITARE

The winner is:

9)Paris Hilton





Mystic river

REGIA: Clint Eastwood
CAST: Sean Penn, Tim Robbins, Kevin Bacon, Laurence Fishburne, Laura Linney, Marcia Gay Harden
ANNO: 2003

TRAMA:

Boston, 1974. Tre bambini, Sean Jimmy e Dave stanno giocando per strada quando una macchina si ferma davanti a loro e rapisce Dave seviziandolo e maltrattandolo per 4 giorni. L’evento separerà per sempre i tre amici oltre a segnare indelebilmente il povero Dave. Dopo venticinque anni, la figlia diciannovenne di Jimmy viene assassinata e il poliziotto incaricato delle indagini sarà Sean che si ritroverà ad indagare sull’amico Dave, il primo su cui ricadono i sospetti…

 




ANALISI PERSONALE

Mystic river è un fantastico capolavoro cinematografico firmato Clint Eastwood che ultimamente ci sta abituando a queste meravigliose perle registiche. Ricordo che quando lo vidi non conoscevo ancora bene il talento registico del grande “pistolero” e mi accostai alla pellicola richiamata dai nomi di Penn, Robbins e Bacon da sempre tre tra i miei attori preferiti. Le aspettative, ovviamente, non furono deluse e, la visione di Mystic river, oltre a farmi gustare le interpretazioni dei tre attori mi fece conoscere la fantastica vena creativa del grande Clint.


«Hai visto Dave? » «L’ultima volta che ho visto Dave è stato venticinque anni fa, lungo questa strada, nel retro di quell’auto» «Ci siamo saliti tutti e tre su quell’auto».

Mystic river è un film sull’amore, sull’odio, sulla violenza, sulla vendetta, sul fato e sulla famiglia, in particolar modo quella americana, unita nella gioia e nel dolore, ma a tratti crudele nel voler proteggere i propri componenti, cinica e insensibile alle disgrazie altrui. Mystic river è un film sull’amicizia su come questa possa nascere o morire a seconda dei casi della vita, più o meno tragici, più o meno “fatali”. A tutto questo è da aggiungere la dimensione giallistica-thriller insita nelle indagini sul colpevole dell’omicidio anche se Eastwood si allontana dal semplice ed usuale ChiE’StatoChiNonE’Stato, per “indagare” la profondità dell’animo umano, l’introspezione di ciascun personaggio, studiandone il mondo interiore e il modo con cui questo viene correlato con quello esteriore. Mystic river è un film con altissime punte di intensità, forza visiva, poeticità, commozione e verità che riesce a toccare le corde del cuore e della mente facendoci allo stesso tempo emozionare e riflettere.

La morte si affronta da soli.

Il film si apre con tre bambini che stanno scrivendo sul cemento fresco di un marciapiede i propri nomi. L’unico che non riesce a completare la scritta è Dave (Tim Robbins) che viene appunto malamente sequestrato da persone in abito elegante e portato via per subire violenze e sevizie che lo lasceranno dilaniato per il resto della sua vita. I bambini prenderanno strade diverse dopo questo tragico evento. Jimmy (Sean Penn) passerà la propria vita da delinquente fino a quando non si aprirà una sorta di drogheria, Sean (Kevin Bacon) si arruolerà nella polizia e Dave andrà avanti come meglio potrà sposandosi con la dolce e affettuosa Celeste.


Sean: “Non faccio altro che mettere in prigione chi ha scelto di andarci”


In realtà Jimmy non ha mai smesso di essere un delinquente, pur non contravvenendo più alla legge, dentro di sé è ancora viva la fiamma della violenza e della prepotenza, che scaturirà una volta venuto a conoscenza dell’assassinio di sua figlia. Sean, invece, ligio al dovere tanto da diventare poliziotto è molto solo, non parla mai con nessuno e interagisce solo col proprio collega di indagini, è separato da una moglie incinta con la quale tenta invano di riconciliarsi. Dave è un uomo timido e schivo, come credo sarebbe qualunque persona che in tenera età abbia subito determinate cose, che vive semplicemente la sua vita. Il destino li farà incontrare ancora una volta. Un tragico evento li aveva separati e un altrettanto tragico evento li ha riuniti, anche se per poco. Dave verrà subito additato come il colpevole a causa di alcuni indizi che portano irrimediabilmente a lui e Sean sfogherà la sua rabbia repressa e il dolore di un genitore che perde la propria prole in quel modo, sull’ex amico, inducendolo ad una confessione (che non vi dirò assolutamente se vera o falsa) e uccidendolo gettandolo spietatamente nel Mystic River in una delle scene più spettacolari che io abbia mai visto al cinema, ricca di pathos, adrenalina, intensità e forza al tempo stesso e resa ancora più magistrale dalla superba recitazione di Sean Penn e Tim Robbins.

Jimmy: “Ammetti quello che hai fatto e avrai salva la vita”

Importanti personaggi secondari sono le mogli dei protagonisti, Annabeth (Laura Linney), la moglie di Jimmy e Celeste (Marcia Gay Harden), la mogli di Dave, forse il personaggio alla fine più devastato e segnato dalle vicende che si snodano durante lo svolgimento della pellicola. Eh si, perché in uno dei finali più significativi che io abbia mai visto, vediamo i vari protagonisti assistere alla parata del Culumbus day,  Sean fare un gesto amichevole rivolto a Jimmy (cosa che ci fa comprendere che è venuto a conoscenza dell’omicidio del suo amico ai danni dell’altro amico).


 "Noi siamo ancora degli undicenni chiusi in uno scantinato che sognano unavita migliore diquesta prigione"

 
Tra le scene indimenticabili di questo film, oltre a quella dell’assassinio del povero Dave sulla sponda del Mystic river, è degna di nota quella in cui Jimmy, che sta pregando in chiesa accanto a sua moglie e le sue figlie più piccole, viene a conoscenza della morte dell’altra sua figlia. La tensione si taglia col pane e il grande Penn riesce a comunicare ed esprimere il dolore che può provare un genitore per la perdita di un figlio. Significative sono anche tutte le scene di Dave con sua moglie Celeste, scene in cui notiamo il cambiamento interiore che avviene nell’uomo accusato di un efferato omicidio perché considerato un maniaco esclusivamente sulla base delle violenze subite da bambino. Il pregiudizio e l’insensatezza sono dietro l’angolo, se non fosse che queste accuse, velate o meno, sono comunque sorrette da indizi non indifferenti.

Mystic river è un film che affronta con estrema profondità e intensità vari temi scottanti e difficili da trattare, primo tra tutti la già citata amicizia, ma anche la pedofilia, il lutto, l’omertà presente in chi vuole proteggere una persona amata anche se colpevole, l’impotenza, l’innocenza e la colpevolezza, il bene e il male.

Oltre all’estrema bellezza della storia e dei personaggi non si possono non ammirare la perfetta ed asciutta sceneggiatura, la colonna sonora classica firmata dal regista stesso e l’ambientazione di un quartiere di Boston perfetta in ogni minimo particolare (indimenticabile rimane il punto del fiume in cui viene assassinato l’indifeso Dave).

Mystic river è in film indimenticabile per la sua estrema profondità di contenuti e bellezza di particolari, che vanta un regista e un cast d’eccezione e che ha segnato il mio modo di vedere e di pensare al cinema.

 


Pensi mai che le nostre azioni possano cambiare il corso degli eventi?

Regia: 9
Recitazione: 9
Sceneggiatura: 9
Fotografia: 9
Colonna sonora: 9
Ambientazione: 9
Voto finale: 9





CITAZIONE DEL GIORNO

"Non si uccide per amore, basta aspettare". "E allora non mi uccido per amore, mi uccido per impazienza". (Massimo Troisi e Angelo Orlandi in "Pensavo fosse amore invece era un calesse")


LOCANDINA