Secretary

REGIA: Steven Shainberg
CAST: Maggie Gyllenhaal, James Spader, Jeremy Davies, Lesley Ann Warren,
ANNO: 2002

TRAMA:

Lee Halloway è una ragazza con seri problemi psichici che la portano ad autopunirsi non appena qualcosa non va. Una volta tornata a casa dopo un soggiorno in una clinica psichiatrica, viene assunta come segretaria nello studio legale dell’apparente calmo e metodico E. Edward Grey. Ben presto tra i due nascerà una sorta di rapporto sadomasochistico che li porterà inevitabilmente all’amore.



ANALISI PERSONALE

Secretary non è un film convenzionale tantomeno per il tema che tratta, ma anche per il modo in cui è girato e recitato. Trattasi di una sorta di commedia dai sapori noir che riesce a tenere lo spettatore in uno stato tra il divertito e l’incredulo. E’ l’opera prima di un regista promettente, tale Steven Shainberg di cui è inconfondibile l’ispirarsi a quel Soderbergh che aveva già utilizzato James Spader in un’altra pellicola dedicata al sesso e ai suoi risvolti come Sesso, bugie e videotape.

Quello che più colpisce nella pellicola è che il tema del sadismo e di conseguenza del masochismo non viene presentato in toni accusatori o quantomeno drammatici, ma in chiave talmente ironica da spingerci a pensare (almeno io l’ho fatto) che se due adulti consenzienti provano piacere in determinate pratiche sessuali e non, non ci sia assolutamente niente di male, anzi ci si potrebbe addirittura divertire. È questo il caso dell’avvocato separato e frustrato Grey che ben presto trasforma la sua apparente apatia in voglia di ricerca di forti emozioni, di sensazioni uniche, speciali. Ed è anche questo il caso della giovane Lee Halloway che decide di smettere di cancellare il suo dolore interiore infliggendosi pene corporali (come tagli, scottature con teiere bollenti e via dicendo) e tenta di esplorare nuove vie di espiazione.

Il tutto comincia con un banalissimo errore di battitura dell’inesperta segretaria che viene punito dall’avvocato con delle sonore sculacciate. Allo stupore iniziale, si aggiunge un senso di piacere indescrivibile che porta l’apparentemente ingenua Lee a sbagliare di proposito per ricevere le tanto agognate punizioni. Ed è così che comincia a fare sempre più errori di battitura, a mettere dei vermi nella corrispondenza, a versare gocce di caffè sulla camicia di Edward, a girare per l’ufficio con un bastone tra le braccia e manette, a portare le lettere in bocca o in ginocchio, a comportarsi insomma come fa una serva col suo padrone. Il tutto, ripeto, è mostrato in chiave altamente ironica e leggera che strappa numerosi sorrisi allo spettatore ma non manca di far riflettere.
Ma tra una sculacciata e l’altra, l’amore non tarda a sbocciare tra i due. Edward comincia a provare una sorta di pena per la sua segretaria, dopo che scopre dei suoi tagli e cicatrici e decide che forse non è il caso di continuare questo rapporto sadomasochistico, pentendosi per averla forse eccessivamente punita.


Ed è così che la giovane donna viene licenziata e ributtata in quella realtà che tanto la faceva soffrire, costituita da un padre alcolista e violento, da una madre talmente assuefatta da accettare di tutto e da una sorella perfetta che ha appena celebrato un matrimonio perfetto. Ma Lee non dice a nessuno di essere stata licenziata, e ogni giorno si reca fuori dall’ufficio di Edward come se ci lavorasse ancora. Nel frattempo si è anche fidanzata con il giovane Peter che si è letteralmente innamorato di lei, tanto da chiederle di sposarla. Lee si sente quasi obbligata ad accettare, ma mentre sta provando l’abito da sposa sente un impulso irrefrenabile di recarsi da colui che solo sa darle la vera gioia di vivere. Il film termina rocambolescamente con i due che si ricongiungono, non dopo un’estrema pena corporale di Lee (Edward le chiede di rimanere nel suo ufficio con le mani ben piantate sulla scrivania senza muoversi di lì e lei ci rimane per una settimana intera senza mangiare ed espletando le sue funzioni fisiologiche lì sulla sedia).
Alla fine però si sposano andando a vivere nella tipica villetta a schiera e continuando il loro rapporto sadomasochistico in maniera leggera e divertente.

Il film, pur non essendo un capolavoro e nemmeno avvicinandosi ad esserlo, riesce in qualche modo ad essere speciale e particolare soprattutto grazie all’abilità dei due attori protagonisti che riescono a rendere perfettamente il carattere dei due personaggi serva/padrone, anche se la Gyllenhaal è avanti di una spanna rispetto al collega Spader. A contornarli un’ambientazione suadente ed attraente, l’ufficio di Grey appunto, tutto pieno di piante e di muri viola nella quale si consuma la forte e forse “malata” passione dei due protagonisti. Non è da meno la colonna sonora firmata Badalamenti (che ha collaborato per anni con David Lynch.


Il film vinse, al Sundance Film Festival, il premio della giuria per l’originalità e mai premio fu più azzeccato.

 

Regia: 7
Recitazione: 7
Sceneggiatura: 7
Fotografia: 7
Colonna sonora: 7
Ambientazione: 7
Voto finale: 7

 




CITAZIONE DEL GIORNO

E’ una tigre: sprizza erotismo da tutti i pori. (dal film "Showgirls" di Paul Verhoeven)


LOCANDINA


 

John Malkovich

Ritornando a parlare di attori, cioè di coloro che impersonano storie, vite, sogni e speranze non si può non ricordare il grandissimo quanto enigmatico ed affascinante John Malkovich che del suo aspetto ambiguo e del suo cipiglio a tratti crudele a tratti malefico a tratti pauroso, ha fatto il successo di una vita. E’ riuscito ad affascinarci, ad interrogarci, ad impaurirci, ad interessarci, ad ammaliarci con ciascuna delle sue profonde e inusuali interpretazioni. Ha saputo anche ridere di sè e ad ironizzare sul suo essere un’icona nel film cult Essere John Malkovich, ha saputo colpirci con la forza dei suoi sguardi e dei suoi sorrisi a dir poco ambigui che mettono i brividi come in Le relazioni pericolose e soprattutto ha saputo mostrarci cos’è la vera arte mettendosi al "servizio" di grandissimi autori davvero valenti, come il nostro grande Bertolucci. John Malkovich, insomma, non è un attore, anzi una persona, che passa inosservato per il fascino indiscreto che lo contrassegna, ma soprattutto per la particolarità inebriante del suo volto.


Nome: John Gavin Malkovich Data di nascita e luogo di nascita: 9 Dicembre 1953, Benton, Illinois, USA

È stato il più grande regalo dell’America all’Europa. Non certo ricordato per i suoi ruoli da "bravo ragazzo" (difficili trovarli nella sua lunga filmografia), John Malkovich è l’indimenticabile maestro di quella recitazione che è incastrata in un gioco di specchi, fra bene e male, che si riflettono in un unico corpo. Caldo e polveroso per Bertolucci, gelido per Frears, è una combinazione di personaggi ricchi di incomprensioni, senza identità, senza integrazione, che talvolta prendono a spallate il politicamente corretto. Non si esce dai labirinti della mente di John Malkovich, ma come ci ha insegnato Spike Jonze ci si può entrare. Un volto che nasconde una tensione palpabile, che regala forza e verità, sdegno e passione, confusione e magnetismo.

Figlio di due editori di origini croate, studente ateo alla Benton Consolidated High School (compagno di classe dell’attrice Joan Allen), poi alla Eastern Illinois University e alla Illinois State University, John Malkovich non ha mai partecipato agli spettacoli teatrali scolastici o universitari, preferendo lo sport (per entrare nella squadra di football della scuola fece una ferrea dieta per eliminare i chili in soprappeso) e la musica (è un eccezionale suonatore di tuba). Con l’idea di seguire le orme del padre, esperto di problemi ambientali, vuole laurearsi in Scienze dell’Ambiente, idea che però presto abbandona per frequentare corsi di recitazione. Nel 1976, lascia definitivamente l’università e si trasferisce a Highland Park (Chicago) dove, con il suo amico, l’attore Gary Sinise, mette su un teatro nei sotterranei di una chiesa: la Steppenwolf Theater, con tanto di compagnia teatrale che ottiene col tempo un certo successo e della quale è anche regista. Nei sei anni successivi, è attivissimo in ben 50 spettacoli, fino a quando, trasferitosi a New York, recita con grande successo a Broadway, nel dramma di Sam Shepard "True West".

La sua prima esperienza cinematografica è nel 1978, in una scena (tagliata) di Un matrimonio di Robert Altman, mentre il debutto sul piccolo schermo è tutto per il film televisivo World of Honor di Mel DamskiKarl Malden. Nel frattempo, sempre negli anni Ottanta, sposa l’attrice Glenne Headly e partecipa alla pellicola con Sally Field Le stagioni del cuore (1984) di Robert Benton, dove interpreta la parte di un cieco in una maniera così perfetta che l’Academy decide di premiarlo con una nomination come miglior attore non protagonista. La sua carriera prosegue apparendo al fianco di Dustin Hoffman in Morte di un commesso viaggiatore per la regia di Volker Schlöndorff, poi in Urla del silenzio di Roland Joffé, mentre l’attore Paul Newman lo vuole fra i protagonisti del suo film da regista Lo zoo di vetro (1987) e il re di Hollywood Steven Spielberg gli affida una parte in L’impero del sole (1987).

Ancora fortemente legato all’amico Sinise, sarà l’interprete di alcuni dei suoi film da regista: Gli irriducibili con Richard Geere e Uomini e topi (1992). Ma galeotti saranno i set cinematografici nella sua vita: nel 1988, mentre girava Le relazioni pericolose (mai titolo fu più adatto) di Stephen Frears, allaccia un flirt con l’attrice Michelle Pfeiffer, per la quale divorzierà dalla moglie. Mentre sul set de Il tè nel deserto (1990) di Bernardo Bertolucci si invaghisce e si innamora (e poi sposa) dell’italiana Nicoletta Peyran, aiutoregista di Bertolucci, dalla quale avrà due figli: Amatine e Lorwy.

Woody Allen lo inserirà nel megacast di Ombre e nebbia (1991), ma sarà il ruolo dello psicopatico assassino politico di Nel centro del mirino (1993) di Wolfgang Petersen che gli farà avere una seconda candidatura all’Oscar come miglior attore non protagonista. Vestirà poi i panni di Kurts nella trasposizione televisiva del romanzo Cuore di tenebra (1993) e dopo essere stato diretto da Manoel De Oliveira in Il convento (1995), ne diverrà attore feticcio, spesso presente in altre pellicole dell’autore come: I misteri del convento (1996), Ritorno a casa (2001) e Un film parlato (2003).
Antonioni, Campion, ancora Frears, Wallace, ma soprattutto Raoul Ruiz ne confermano la maestria nella recitazione di ruoli ambigui, suadenti e contraddittori, spesso venati da sottile perfidia, mentre sempre incatenato al teatro dirigerà la piecé inglese "Hysteria" nel 1999. Spike Jonze gli dedica la strana trama del film Essere John Malkovich, ambigua storia di un uomo che scopre una porta dalla quale si può accedere per diventare l’attore e, da sempre appassionato di storie anomale, lo si ritrova in uno dei suoi ruoli più belli dopo quelli del visconte libertino, sbruffone e cinico Valmont de Le relazioni pericolose, quelle del regista in L’ombra del vampiro (2000) di E. Elias Merhige, nonché nel film diretto da Mike Figgis Hotel (2001). Passa anche alla regia cinematografica dirigendo il grande Javier Bardem e la nostra Laura Morante in Danza di sangue (2002), mentre si farà dirigere dalla nostra Liliana Cavani per Il gioco di Ripley (2002).
Continua ad alternare teatro e cinema, senza lasciarsi sfuggire qualche piccola e simpatica digressione come il corto prodotto dalla Pirelli The Call (2006) diretto da Antoine Fuqua, dove interpreta un esorcista contro il demone Naomi Campbell. Molto attratto dal fantasy, soprattutto in ruoli malvagi, lo si ritrova nel cast di Eragon (2006) e del Beowulf (2007) diretto da Robert Zemeckis.
Talmente naturale nella sua recitazione da sembrare violento (forse perché porta un po’ della sua esperienza personale nei suoi personaggi), John Malkovich è un attore che sa bene cosa sia il processo di trasformazione che investe un interprete nel momento in cui passa da un ruolo all’altro e lo mette in scena con impressionante verità, sia nel volto che nel corpo. Sceglie la settima arte come linfa vitale e con il suo sguardo che vaga obliquo tra vissuto e immaginario e fra drammi umani, costruisce qualcosa di stravagante, irriverente, imprevedibile, tragico che si inserisce nella pelle dei suoi ruoli abbandonati, traditi e respinti. Ecco come si rimane colpiti al cuore da John Malkovich.
Non bello, quasi calvo, dall’aria scostante e antipatica ma con uno sguardo intenso e magnetico, esercita una certa attrazione sul pubblico femminile. Carismatico, il suo modo d’essere istrionico lo avvicina a Jack Nicholson, con una solida preparazione di base e dotato di un’intelligenza mimetica che lo rende capace di trovare ed esprimere le più sottili sfumature psicologiche , Malkovich ha tra i suoi meriti anche quello di aver fin qui saputo evitare progetti o produzioni scadenti. Può senza dubbio essere considerato uno dei migliori attori in circolazione.

 

FILMOGRAFIA


Last days

REGIA: Gus Van Sant
CAST: Michael Pitt, Asia Argento, Lukas Haas, Scott Green, Nicole Vicious, Kim Gordon
ANNO: 2005

TRAMA:

Gli ultimi giorni di vita di Blake, musicista ormai fallito, scorrono lenti e monotoni in una villa di campagna contrassegnata dal grigiore e dallo squallore. Blake è ormai estraniato da tutto e da tutti, sembra ormai ascoltare solo la sua voce e la sua musica e sembra parlare ormai solo con se stesso.
La vicenda di Blake è molto simile a quella del leader dei Nirvana, Kurt Cobain…



ANALISI PERSONALE

Ho deciso di vedere Last days, attirata dal nome, per me altisonante, di Gus Van Sant, di cui ho visto quasi tutto e di cui mi sono letteralmente innamorata. Di certo non mi sarei mai sognata di guardare un film sugli ultimi giorni di Kurt Cobain, se non ci fosse stato questo elemento. E dico ciò, proprio perché i Nirvana non mi hanno mai colpito particolarmente, né tantomeno il loro leader o la sua tragica fine.
Forse sarà stato questo a non farmi entrare la pellicola nel cuore o nelle viscere o forse sarà stato il fatto che magari il tutto poteva essere fatto in maniera più incisiva, meno documentaristica e a tratti noiosa. Infatti, per la maggior parte del film vediamo Blake (un sempre ottimo Michael Pitt) girovagare tra fiumi, cascate, stanze fatiscenti e parlare, anzi bisbigliare biascicando con se stesso e la sua chitarra, senza altra compagnia che di alcuni coinquilini a dir poco “sordi” e “ciechi”. Ovviamente l’intensità delle scene e il modo quasi ossessivo in cui Blake viene seguito dalla telecamera e quindi dall’occhio del regista, nonché dello spettatore, concorrono a rendere il livello del film di certo non del tutto negativo.

Il tutto comincia in un religioso silenzio accompagnato da immagini di una natura favolosa e si capisce subito, pur non sapendolo, che il ragazzo mingherlino che fa la pipì nel lago, altri non è che Kurt Cobain (“riprodotto” più che fedelmente). La lentezza dei gesti, la sporcizia dei vestiti, il biascicamento delle parole, mostrano il disfacimento fisico e mentale di un uomo ormai caduto nel baratro dell’insanità mentale, nonché dell’estrema e letale solitudine. Solitudine che viene molto ben delineata, nonostante il protagonista abiti con altri ragazzi o riceva visite di persone tra cui alcuni agenti delle pagine gialle, o persino da un investigatore privato mandato lì sicuramente da sua madre. Blake, sostanzialmente non è solo. Ha una madre, ha una figlia, ha dei colleghi. Ma la sua testa è ormai in un’altra dimensione, bruciata dal successo, dall’alcool, dalla droga, dalla vita. L’abilità del regista sta nel non mostrare nessuno di questi particolari, ma di farli intuire e uscir fuori esclusivamente mostrando una persona, i suoi gesti quotidiani, il suo modo di “sopravvivere”.


Michael Pitt dà, insomma, ottima prova di sé, interpretando in modo letteralmente perfetto un personaggio a dir poco complesso. Gli attori attorno a sé fanno da contorno, quasi non si nota la loro presenza, tanto è grande l’imponenza del personaggio raccontato in questo film. A fare da sfondo poi, a cotale presenza quasi “ingombrante”, abbiamo di sicuro una bellissima ambientazione che mostra la dualità delle cose affiancando una casa a dir poco fatiscente, squallida quasi orrorifica, ad un paesaggio idilliaco fatto di laghi, cascate e alberi bellissimi e verdissimi.
Last days però è tutto qui. Non c’è storia, non c’è passione, non c’è sentimento. C’è solo la fotografia (a dir poco perfetta) di un uomo ormai al limite della sopportazione (sopportazione della vita, delle sue gioie e dei suoi dolori, ma anche di qualsiasi altra parte di essa, pure la più semplice, come cucinare qualcosa o parlare con qualcuno). Non si riesce, insomma, ad oltrepassare il limite della noia che in alcuni punti rende stagnante il proseguimento della pellicola.

Last days è l’ultima parte di una sorta di trilogia preceduta da Gerry e da Elephant, quest’ultimo di gran lunga superiore su tutti i fronti a questo ritratto degli ultimi giorni di vita di un uomo ormai “finito”.
Di sicuro si tratta di un film di qualità (come ogni lavoro firmato Gus Van Sant) che di certo non fa storcere il naso o rimanere particolarmente delusi, ma molto probabilmente, anzi sicuramente si poteva fare di più.

Consigliato a tutti i fan dei Nirvana e di Kurt Cobain, ma soprattutto, consigliato ai fan di Gus Van Sant, perché la sua mano e il suo tocco sono riconoscibilissimi.

 

Regia: 7
Recitazione: 7
Sceneggiatura: 6,5
Fotografia: 6
Colonna sonora: 6
Ambientazione: 7
Voto finale: 6,5



 


CITAZIONE DEL GIORNO

Io sono niente: senza vita, senza anima, odiato e temuto. Sono morto per tutta l’umanità. Ascoltatemi: io sono il mostro che gli uomini che respirano bramerebbero uccidere. Io sono Dracula. (Gary Oldman in "Dracula di Bram Stoker")

 


LOCANDINA


Questa terra è mia

REGIA: Jean Renoir

CAST: Charles Laughton; Maureen O’Hara; George Sanders; Walter Slezak; Kent Smith; Una O’Connor; Philip Merivale; George Coulouris
ANNO:  1943

TRAMA:

Albert Lory è un maestro di scuola timido e impacciato, segretamente innamorato della collega Louise Martin, a sua volta fidanzata con Georges Lambert. Il villaggio francese in cui vivono è occupato dai nazisti e il fratello di Louise è un rivoluzionario mentre il suo fidanzato un collaborazionista. Quando Albert viene catturato perché ingiustamente accusato dell’omicidio di Georges, sua madre farà di tutto pur di liberarlo…



ANALISI PERSONALE

Mi sono accostata a questa pellicola, a me prima del tutto sconosciuta, richiamata dall’altisonante nome di un grande regista quale Jean Renoir. Devo dire che inizialmente credevo di trovarmi davanti ad una commedia brillante, molto simpatica e accattivante, ma col passare dei minuti mi rendevo conto che questo è si un film a tratti allegro e divertente, ma è di sicuro prima di tutto un film sulla guerra e sugli orrori che essa portava, porta e sempre porterà con sé. In particolar modo questo film si concentra sulle censure che qualsiasi occupazione può esercitare, da quelle sui libri, a quelle sugli stili di vita o sui pensieri addirittura.

Albert è un uomo, ormai adulto, ma forse non cresciuto, magari a causa di una madre padrona a dir poco morbosa ed eccessiva nei suoi atteggiamenti protettivi verso il figlio. Albert è un uomo impacciato, che fa il maestro da anni e poi torna subito a casa, che non ha molti amici (a parte la mamma) e che non riesce ad esprimere i suoi sentimenti alla bellissima collega Louise, nonché vicina di casa con cui ogni giorno si reca a scuola per svolgere il proprio lavoro.
Vivere sotto l’occupazione nazista non è facile, ben presto la loro presenza comincia a farsi sentire pesantemente. Viene obbligato ai maestri di strappare pagine di libri considerate “pericolose”, di insegnare ai bambini determinate cose, di comportarsi secondo un determinato regime. Inizialmente, anche se con riluttanza Albert e Louise si attengono alle “direttive”, ma il direttore della scuola non riesce a sottostare a determinati ordini e alla fine viene arrestato e fucilato davanti agli occhi del povero Albert, anche lui arrestato (ingiustamente) con l’accusa di omicidio.
Ma andiamo con ordine. Ad uccidere Georges, il fidanzato collaborazionista di Louise non è stato affatto Albert, si tratta, invece, di suicidio. Suicidio dettato dal fatto che è stato proprio Georges a fare arrestare il fratello di Louise che poi viene giustiziato per via della sua resistenza al regime. Gorges, innamorato di Louise non riesce a vivere con il rimorso per averle fatto una cosa del genere e si toglie la vita proprio mentre Albert sta andando da lui per parlargli. In realtà Albert era stato già precedentemente arrestato perché sospettato di un attentato che in realtà era stato messo in atto proprio dal fratello di Louise e sua madre pur di farlo uscire di prigione si era rivolta al sindaco, ad alte cariche del paese ed infine a Georges che pur di fare un piacere al sindaco e di collaborare aveva fatto il nome del povero cognato.
Insomma, una serie di intrecci che però si snodano alla fine con una svolta decisamente importante. Albert dopo aver assistito alla fucilazione del direttore della sua scuola nonché suo punto di riferimento che ammira, ha una trasformazione a dir poco inaspettata. In tribunale riesce a dire tutto quello che magari non è riuscito a dire in tutta la sua vita. Riesce ad esprimere il suo amore per Louise, a denunciare le brutture del regime e delle censure, a dire tutta la verità sugli intrallazzi delle alte cariche del paese; si trasforma insomma in un uomo coraggioso, sicuro di sé, impavido, sprezzante del pericolo ed eroico. Preferisce morire da eroe, piuttosto che vivere da vigliacco, anche perché sa che se non verrà giustiziato per omicidio verrà comunque fatto fuori dal regime una volta uscito di prigione. Ma la cosa non lo tocca, ha deciso di smettere di essere un coniglio e di diventare un leone per far sì che la donna amata sia fiera di lui e che sua madre capisca che non è più un bambino, ma soprattutto, che qualsiasi tipo di oppressione e dittatura è sbagliato e nocivo per chiunque, anche per chi vi si adegua.
Alla fine Albert verrà giudicato innocente e tornerà ad insegnare nella sua vecchia scuola insieme a Louise. Ma farà un ulteriore scelta coraggiosa: leggerà e farà leggere ai suoi alunni tutte quelle pagine che erano state “bandite” dalle scuole, cercando di insegnare ai bambini il valore delle idee e la libertà di pensiero. Per il regime questo sarà troppo e davanti agli occhi spaesati dei suoi alunni e a quelli tristi della bella Louise verrà portato via, non prima di averle dato un bacio appassionato.

Ho amato molto questa pellicola, forse per il sapore antico che porta con sé, per la storia davvero intensa e ricca di significati e spunti di riflessione che molto spesso non fuoriescono quando si tratta di film di guerra (in cui si mettono in risalto altri aspetti più che quelli della censura della libertà di pensiero), o per la bella colonna sonora semplice ma perfettamente calata in ogni singola scena, o per la sceneggiatura pulita, allegra ma sempre ricca di significato, soprattutto nella lunga arringa di Albert al processo che è davvero da brividi per quanto sia così fortemente vera. Non sono da meno neanche le prove degli attori, tutti (almeno per me) sconosciuti ma davvero consoni ai propri ruoli, soprattutto Charles Laughton nel ruolo di Albert, il personaggio perno del film.

 
Consiglio la visione di questo film a chiunque pensi che la guerra è uno schifo.

 

Regia: 8,5
Sceneggiatura: 8,5
Recitazione: 8
Fotografia: 8
Colonna sonora: 8
Ambientazione: 8,5
Voto finale: 8,5

 


CITAZIONE DEL GIORNO

A un mondo ideale privo di compromessi! (dal film "Pallottole su Broadway")

 


LOCANDINA


L'arte del sogno

REGIA: Michel Gondry
CAST: Gael Garcia Bernal, Charlotte Gainsbourg, Alain Chabat, Miou-Miou
ANNO: 2006

TRAMA:

Stephane è un giovane ragazzo che non riesce a scindere la sua vita tra il sogno e la realtà. Dopo la morte del padre, si trasferisce dal Messico a Parigi per fare compagnia a sua madre. Qui troverà lavoro in un’impresa di calendari proporzionali e farà amicizia con Stephanie la sua vicina di casa. L’amore non tarderà a nascere, ma Stephane lo vivrà quasi completamente in sogno, senza riuscire a capire se quella sia la realtà o meno.



ANALISI PERSONALE

Dopo aver visto quel mezzo capolavoro che è Eternal sunshine of the spotless mind, non potevo di certo lasciarmi sfuggire il nuovo film di quel genio visionario di Michel Gondry che con i suoi film è riuscito a farmi sognare e a far “lavorare” la mia immaginazione.

Stephane arriva a Parigi, un po’ spaesato, un po’ triste per la morte del padre. Ma non si perde d’animo e comincia a sistemare il suo appartamento. Mentre esce per recarsi nell’ufficio in cui sua madre gli ha trovato lavoro si “scontra” con degli operai che stanno portando un pianoforte nell’appartamento di fronte al suo. Il ragazzo cerca di aiutarli, ma peggiora la situazione facendo precipitare il pianoforte per le scale e ferendosi alla mano. Allora la sua dirimpettaia (inconsapevole di esserlo) lo invita in casa per curargli la ferita. Qui fa la conoscenza di Stephanie (Charlotte Gainsbourg) e la sua amica Zoè. Le ragazze si rendono subito conto di interloquire con una sorta di timido imbranato e si prendono gioco di lui. Stephane però comincia a nutrire interesse per la sbarazzina Zoè. Pian piano i rapporti con le due ragazze si stringeranno fino a diventare quasi amichevoli, anche se Stephane non riuscirà a confessare di essere il dirimpettaio nonché figlio della padrona di casa.
Le cose sul fronte lavorativo non vanno affatto meglio. Il ragazzo, che credeva e sperava di poter usufruire della sua creatività ed estrema fantasia sul lavoro, si ritrova a dover appicciare lettere su poster pubblicitari e calendari vari. Mostra al suo direttore alcuni dei suoi lavori, dei quadri particolari con soggetti che riguardano vari disastri e calamità, tanto che Stephane chiama l’insieme dei suoi lavori “Disastrologia”. Inizialmente il ragazzo verrà quasi deriso, ma poi incontrerà il favore di colleghi e superiori. Colleghi a dir poco esilaranti, strampalati e simpaticissimi, primo tra tutti Guy (Alain Chabat) che suole rivolgersi agli altri due “operai” chiamandoli pederasti, lesbiche, gay o quant’altro. Sarà forse Guy che riuscirà a smuovere Stephane dal suo mondo onirico e a convincerlo di essersi innamorato non di Zoe, ma bensì della vicina Stephanie.
Questo amore verrà vissuto tra sogno e realtà, in una rivisitazione del sentimento per antonomasia, davvero dolce, delicata, raffinata e a tratti davvero divertente. E’, infatti, davvero esilarante vedere Stephane muoversi all’interno dalla sua dimensione onirica in cui per esempio sta preparando gli ingredienti fondamentali per costruire un sogno o sta guardando i propri genitori attraverso delle finestrelle nella sua camera imbottita di portauova, o sta dichiarando a Stephanie il suo amore.

Alla fine per Stephane le cose sembreranno non mettersi proprio per il verso giusto. Il lavoro non lo soddisfa e con Stephanie non riesce ad esprimersi (in più la sorprende in atteggiamenti non proprio platonici con un uomo nella pista da ballo di una festa). La sua reazione sarà istintiva ma Stephanie non la prenderà bene, anche perché è convinta che Stephane sia ancora interessato a Zoè e aspetta da tempo una dichiarazione del ragazzo che tarda ad arrivare. Insomma, i due non si incontrano, se non nei sogni del giovane fantasioso e quindi alla fine Stephane decide di ritornare in Messico, la sua vera casa. Prima di partire però, sua madre quasi lo “costringe” a salutare la vicina e qui forse Stephane, a modo suo in una maniera del tutto rocambolesca, riesce a far capire a Stephanie di essere follemente innamorato di lei.

Raramente al cinema si vedono pellicole di questo genere, incentrate sull’amore, così originali e innovative, ma soprattutto delicati ed eleganti. In questo caso veniamo posti di fronte a mari di cellophane, nuvole di cotone, pupazzi meccanici, macchine che fanno viaggiare nel tempo, trasmettitori di pensiero, insomma un mondo colorato e fantasioso che è una gioia per gli occhi e una consolazione per il cuore. E come al solito il protagonista assoluto dei film di Gondry è l’intero universo onirico che contrassegna una persona e che lo rende poi quello che è nella realtà. Infatti, il protagonista di questo film, Stephane (Gael Garcia Bernal), è un giovane timido e introverso, molto inesperto nelle questioni amorose che vive molto intensamente i suoi sogni, ed in questi sogni possiamo già comprendere la personalità varia e colorata del ragazzo. Come per Eternal sunshine of the spotless mind, anche in L’arte del sogno veniamo posti di fronte ad una scenografia quasi artigianale, ma paradossalemente stupefacente ed interessante in ogni singolo aspetto. Per non parlare della sceneggiatura semplice e priva di fronzoli ma diretta al punto della questione e una colonna sonora molto sognante e delicata, perfettamente adeguata al soggetto. La recitazione è molto pulita e per niente manierata o calcata (cosa che sarebbe parsa quasi automatica in questo particolare tipo si film) e riesce a farti immedesimare nel giovane “impedito”.

Insomma, L’arte del sogno pur non raggiungendo i livelli altisonanti di Eternal sunshine of the spotless mind, riesce a farti vivere 105 minuti da “sogno”.

 

“La distrazione è un’ostruzione alla costruzione”.

 

Regia: 8,5
Recitazione: 8
Sceneggiatura: 8
Colonna sonora: 7,5
Fotografia: 8
Ambientazione: 8,5
Voto finale: 8

 


CITAZIONE DEL GIORNO

 Chiunque salvi una vita salva il mondo intero. (da "Schindler’s list")



LOCANDINA