Strafumati





REGIA: David Gordon Green

CAST: Seth Rogen, James Franco, Rosie Perez, Gary Cole, Danny R. McBride, Amber Heard

ANNO: 2008

 

TRAMA:

 

Un impiegato del tribunale, Dale, e uno spacciatore sopra le righe, Saul, si ritrovano coinvolti loro malgrado in una lunga fuga, perché il primo, mentre fumava una particolarissima canna, ha assistito ad un omicidio perpetrato da una poliziotta corrotta e dal più grande spacciatore della città.

 

 


ANALISI PERSONALE

 

“L’erba rende tutto più buono, il cibo, il sesso, persino un film di merda”, dice Dale, uno dei due protagonisti all’inizio della pellicola. Cosa vuol dire questo, che Strafumati (titolo originale ben più indicato, Pineapple Express), senza l’espediente della marijuana, che è la vera e propria protagonista del film, sarebbe in realtà un “film di merda”? A conti fatti non si può dire che l’assunto sia del tutto sbagliato, dato che gran parte della riuscita della pellicola va soprattutto ai dialoghi allucinati e allucinanti che si svolgono tra i due protagonisti, coaudivati da un co-protagonista veramente esilarante, dopo che hanno assaporato le qualità “sballanti” della Pineapple Express, tipologia rara e pregiata di erba. La fortunata e ormai famosissima premiata ditta Apatow (qui produttore)-Rogen (qui attore protagonista e co-sceneggiatore), continua a sfornare pellicole dal forte sapore ironico e divertente, attraversate da una certa vena demenziale che riesce a contraddistinguere i loro film dalle solite commedie convenzionali. Quello che più stupisce di questa coppia e dei loro progetti è il fatto di riuscire a mescolare diversi generi, senza dare l’impressione di aver creato un pastrocchio. Certo, i loro film non sono assolutamente dei capolavori o delle pellicole dalla pregevole fattura, ma tutto sommato riescono in quello che molto probabilmente è il loro intento principale: far ridere di gusto senza vergognarsi di farlo perché si sta assistendo a delle immani stupidaggini. Per carità, quelle che vengono mostrate in questo film (e in tutti gli altri appartenenti al filone), in realtà sono per la maggior parte delle vere e proprie stupidaggini, ma sono confezionate in modo che non risultino completamente tali. Le risate di Pineapple Express, sono per la maggior parte risate intelligenti che ci mettono a confronto con le nostre conoscenze cinematografiche, dato che gli spunti e le ispirazioni ad altre pellicole non mancano sicuramente. Il primo che ci viene in mente, è sicuramente Tarantino (e con questo non si vuole assolutamente asserire che il genio del regista di capolavori quali Pulp fiction o Le iene sia qui eguagliato), che viene citato, omaggiato, o se vogliamo intelligentemente e furbescamente scopiazzato, in più di una sequenza.


Come non pensare a Pulp Fiction nell’esilarante e spassosissima scena dell’inseguimento in cui Saul riesce a salvare Dave, caduto “vittima” di una poliziotta corpulenta, impiastricciando il parabrezza  della sua auto di servizio con un frullato rossastro? E come non ricordarsi de Le iene nella scena finale in cui i tre strampalati protagonisti di questa avventura a base di marijuana si riuniscono in una tavola calda chiacchierando di argomenti completamente non-sense? Apprezzabili anche tutte le interpretazioni, a partire da quella di un’inedito James Franco nel ruolo di Saul, lo spacciatore un po’ imbambolato ma dal cuore d’oro, che si affeziona incredibilmente al suo cliente di fiducia. La sua è una prova davvero insolita, ma del tutto convincente, un misto di auto-ironia e comicità svitata che ne arricchisce la carriera d’attore, costellata da ruoli completamente diversi da questo. Ad aggiungersi alle qualità positive di questa divertente pellicola, sono da citare anche l’ottima colonna sonora e il deliziosissimo incipit in bianco e nero con un fantastico Bill Hader in preda “ai fumi dell’oppio”. Ma qualcosa che non funziona in Pineapple Express c’è. Prima di tutto la sua eccessiva durata, che con il passare dei minuti rende l’avventura rocambolesca un po’ noiosa e ripetitiva. Ed è così che ad un primo tempo scoppiettante e promettente, si aggiunge un secondo tempo, sicuramente non disprezzabile, ma meno interessante e a tratti monotono, fino ad arrivare ad un pre-finale eccessivamente pirotecnico che vuole richiamare alla mente quel genere action-comico, senza però riuscirci in pieno.

Tralasciando le inutili polemiche circa l’eccessività delle scene e delle battute a sfondo sessuale (la fibbia di una cintura sarà la protagonista di una di queste) e di quelle incentrate sulla droga, Pineapple express può essere considerato a tutti gli effetti un film sufficientemente apprezzabile e decisamente godibile.

 

VOTO: 6,5

 

 


CITAZIONE DEL GIORNO

 

Se ci fossimo solo noi, beh, sarebbe uno spreco di spazio. (Theodore Arroway in "Contact", 1997)

 


LOCANDINA

 

La felicità porta fortuna





REGIA: Mike Leigh

CAST: Sally Hawkins, Alexis Zegerman, Eddie Marsan, Andrea Riseborough, Samuel Roukin

ANNO: 2008

 

TRAMA:

 

Poppy, una stramba maestra elementare, prende la vita con un sorriso perennemente stampato sul volto. Il suo ottimismo e la sua gioia di vivere a volte sono contagiosi, a volte pericolosi. Lo dimostrano tutti i personaggi che le ruotano intorno, dalla migliore amica che ne prende il meglio e lo fa anche suo, fino all’istruttore di guida che ne fraintende il modo di essere e ne trae delle conclusioni sbagliate.

 

 


ANALISI PERSONALE

 

Un film che si basa su un vistosissimo ossimoro questo Happy go lucky, tremendamente tradotto in La felicità porta fortuna. Ci si riferisce al fatto di trovarci di fronte ad una pellicola decisamente solare ambientata nel posto forse meno solare per eccellenza e cioè la triste e grigia Londra, contrassegnata dal freddo del clima, ma anche dell’atmosfera e delle personalità dei suoi abitanti. La solarità di questa pellicola, seppur sostanzialmente solo apparente, è impersonata dalla sua strepitosa e sfavillante protagonista, una Sally Hawkins da premio Oscar, che ci regala una delle interpretazioni migliori di questa nuova stagione cinematografica. Il suo personaggio, Poppy, oltre ad essere molto esuberante nel modo di pettinarsi e di vestirsi, con un abbigliamento e un aspetto esteriore molto kitsch, è soprattutto straordinaria e fuori dal comune per il suo modo di comportarsi e di raffrontarsi alla vita e a tutte le sue difficoltà. Tutti noi sappiamo che non esiste una vita priva di problemi e di questioni da affrontare, anche la vita di Poppy sicuramente non è esente da questo genere di preoccupazioni. La differenza tra lei e la maggior parte delle persone (molte delle quali ci vengono mostrate nella pellicola tramite una serie di personaggi veramente interessantissimi), è che la trentenne single e indipendente, riesce a fare della filosofia del “bicchiere mezzo pieno” uno stile di vita. Nonostante un personaggio che sorride sempre, anche di fronte alle avversità, possa sembrare a tratti stupido e quasi fuori di testa, in realtà Poppy ha i piedi ben saldi per terra come dimostrano le varie situazioni che tenta di risolvere nel corso della pellicola, come la questione del bambino violento, la discussione con la sorella più “oculata” o l’incontro con un uomo interessante che però non fa la prima mossa. Ma il personaggio più emblematico di questo film, l’istruttore di guida, arriva a dimostrarci che non tutto nella vita può essere risolto con un sorriso, e quindi persino la sempre allegra Poppy, si vede costretta ad abbandonare l’impresa di rendere tutti felici, così come le rimprovera la migliore amica nella passeggiata in barchetta finale. Diventare adulti sembra una cosa facile, ma le personalità diverse e contrastanti di questa pellicola ci dimostrano che non c’è un unico modo per farlo. Tutti i protagonisti di Happy go lucky costituiscono un lampante contraltare alla personalità fuori dal coro di Poppy, ognuno di loro, a partire da entrambe le sue sorelle, dai colleghi, dall’istruttore di guida (è questa una delle interpretazioni più convincenti e divertenti al tempo stesso), dal commesso di un negozio di libri e via di questo passo, servono a mostrare in maniera lampante il contrasto col modo di affrontare la vita di Poppy e quello di chi si comporta in maniera forzata e convenzionale. Ad inizio pellicola, la maestria fuori dal comune entra in una libreria e si allontana quasi inorridita da un libro che consiglia di “ritornare alla realtà”, per tuffarsi a capofitto in libri fantastici e fiabeschi. Se apparentemente questo può far pensare che la donna in questione sia una che infantilmente e puerilmente si allontana dai problemi della vita reale per nascondersi in un mondo di fantasia, il proseguo della pellicola ci dimostra tutto il contrario, e cioè che è possibile essere “grandi” e responsabili anche senza avere il musone. Un personaggio molto particolare, e forse unico, quello interpretato da Sally Hawkins, un personaggio che facilmente può attirare le antipatie di un certo tipo di pubblico, ma che altrettanto facilmente, grazie soprattutto all’equilibrio e alla maestria dell’attrice che lo interpreta, riesce a conquistare totalmente e a travolgere lo spettatore nel suo turbine di “caos e felicità”. Ma attenzione, perché Happy go lucky è sì un film molto divertente e delizioso (simpaticissima la sequenza delle lezioni di flamenco e delle stesse lezioni di guida con le scaramucce tra Poppy e l’istruttore), ma è anche, e forse soprattutto, un film che ci fa ampiamente riflettere sulla società occidentale odierna, sempre in corsa verso qualcosa e sempre insoddisfatta  di sé stessa, chiusa a riccio in un pessimismo perenne che sicuramente non porta verso alcuna soluzione. Certamente neppure l’ottimismo di Poppy fa miracoli, ma almeno lei nel frattempo evita di autocrogiolarsi nella sofferenza e si diverte come una matta.

 

VOTO: 8

 

 


CITAZIONE DEL GIORNO

 

Oggi ricomincio la corsa idiota. Mi alzo alle cinque di mattina, mi lavo, mi faccio la barba, salgo sull’autobus, chiudo gli occhi, e tutto l’orrore della mia vita presente mi assale. (da "Brucio nel vento")

  


LOCANDINA

 

Racconto di Natale





REGIA: Arnaud Desplechin

CAST: Catherine Deneuve, Jean-Paul Roussillon, Mathieu Almaric, Emile Berling, Anne Consigny, Chiara Mastroianni, Emmanuelle Devos,

ANNO: 2008

 

TRAMA:

 

I componenti di una famiglia cristiana un po’ disfunzionale si riuniscono per Natale a seguito della malattia di Junon, la matriarca, che ha bisogno di un trapianto di midollo per continuare a sperare di poter vivere. A turno tutti i componenti faranno il test per accertarsi di essere compatibili o meno, ma solo uno, il più impensabile, sarà colui che la salverà.

 

 


ANALISI PERSONALE

 

A Natale tutto è possibile? Persino che una famiglia spezzata ritrovi un minimo di equilibrio, o che una donna gravemente malata riesca a guarire, o che un amore tenuto nascosto per anni venga a galla? In effetti, questo è quello che vediamo succedere in questa pellicola, questi sono gli avvenimenti che compongono il racconto di cui parla il titolo stesso del film. A vederla così, sembrerebbe un film dai sapori dolciastri e melensi che vengono distribuiti appositamente nel periodo natalizio per invogliare i più svogliati a recarsi nelle sale. In realtà, Racconto di Natale, è tutt’altro, proprio perché a stupire e affascinare è lo stile del racconto, l’originalità con cui molte situazioni vengono lasciate in sospeso, e molte altre vengono risolte nella maniera meno melensa possibile. In Racconto di Natale ogni tipo di stucchevolezza è bandita per lasciare spazio alla durezza della realtà, alla scorza quasi infrangibile dei rapporti umani spezzati da eventi passati, alla fatalità del caso che si “ritorce” contro coloro che non hanno saputo o voluto amare. E’ questo il caso di Junon, (una coriacea e altezzosa Catherine Deneuve) che trent’anni prima aveva messo al mondo un figlio, Henri (il sempre ottimo Mathieu Almaric), per cercare di salvare il suo primogenito, Joseph, colto da una terribile malattia. Il midollo del piccolo Henri, non era però compatibile con quello del piccolo Joseph, che quindi morì all’età di sei anni, lasciando Junon e il suo devotissimo marito Abel, a crescere Henri, e la neo-primogenita Elizabeth. L’arrivo di un quarto bambino, Ivan, fece presto dimenticare il dramma caduto sulla famiglia. Questo piccolo racconto, il primo dei tanti che si affastellano durante la pellicola, viene mostrato e narrato allo spettatore a mò di teatrino con le ombre cinesi che rappresentano ciascun componente della famiglia. Il racconto, apparentemente ininfluente ai fini dell’impasto generale che costituisce la storia generale, è in realtà l’importantissimo fulcro di essa. Proprio perché dalla morte di Joseph, vero motivo scatenante di tutti i problemi avvenuti in seguito, i componenti della famiglia Vuillard cambieranno in maniera sostanziale. Henri non riceverà l’amore che da bambino meritava, crescendo in una sorta di negazione da parte dei suoi cari e divenendo l’elemento più instabile di essi. Junon si dedicherà anima e corpo a suo marito, amato più dei suoi figli, e Elizabeth comincerà con gli anni a riversare tutto il suo odio verso quel fratello scapestrato e portatore di guai.

 



Sarà una sua durissima decisione (quella che si maschera, al posto della morte di Joseph, come il vero fulcro di questo racconto di Natale) che sconvolgerà ulteriormente il già sconvolto equilibrio familiare: in seguito ad un’altra delle “marachelle” di suo fratello Henri, si offrirà di tirarlo fuori dai guai a patto di bandirlo per sempre dalla famiglia. Ma il suddetto destino tornerà a reclamare “giustizia” e costringerà, a causa della malattia che colpisce Junon (la stessa per la quale Henri non era riuscito a “salvare” Joseph), tutti i Vuillard a riunirsi per le feste. A completare il quadro non proprio roseo, una serie di personaggi costruiti in maniera magistrale: il figlio di Elizabeth, Paul, colpito nel profondo da questa situazione instabile, e per questo affetto da alcuni problemi psichici; la neo-fidanzata di Henri, che si diverte ad osservare le stramberie della famiglia Vuillard; la moglie di Ivan, Sylvia, innamorata di tutti e amata da tutti; il cugino Simone, che ha rinunciato a Sylvia quando era giovane per “lasciarla” al più timido e fragile Ivan. Tutti loro hanno qualcosa da raccontare, tutti loro sono legati da un pesantissimo filo fatto di amore-odio. Sono questi due fortissimi sentimenti i veri protagonisti di Racconto di Natale, due facce della stessa medaglia che non possono esistere singolarmente, ma che vanno sempre a fondersi e a volte a confondersi. Altra dote apprezzabile di questo film natalizio, che di natalizio non ha assolutamente nulla, è il citazionismo quasi sfacciato con il quale si richiamano alla mente i grandi film della Nouvelle Vague (oltre al più recente I Tenenbaum che però aveva uno stile narrativo completamente diverso): montaggio molto poco lineare, attori che si rivolgono direttamente alla telecamera e quindi allo spettatore, primissimi piani che incorniciano i volti e le loro espressioni, lettere lette di fronte alla telecamera, suddivisione in capitoli che scandiscono eventi importanti e giornate che passano, iridi che si stringono sui volti dei protagonisti uniti dai legami familiari, ma xseparati dalle circostanze della vita, e via di questo passo. In Racconto di Natale, che può definirsi una vera e propria “commedia drammatica”, si ride di gusto in più di un’occasione, proprio perché le situazioni altamente drammatiche vengono affrontate con un’ironia e un garbo non indifferenti, ma non mancano nemmeno i momenti altamente emozionanti, come il finale molto toccante in cui Elizabeth chiede a suo padre: “Perché sono sempre triste? Cosa mi manca?”, e questi gli risponde: “Tuo fratello”.

 

VOTO: 8/8,5


  


CITAZIONE DEL GIORNO

 

Nella mia famiglia corre una vena di follia. Anzi, più che correre, galoppa. (Mortimer Brewster (Cary Grant) in "Arsenico e Vecchi Merletti")


LOCANDINA

 

Rapporto confidenziale numero dieci

    

RAPPORTO CONFIDENZIALE – NUMERODIECI (DICEMBRE 2008)

è finalmente online il nuovo numero di RC… quello del primo compleanno!!!

GRATUITA, LIBERA E INDIPENDENTE!!!
free download. ALTA QUALITA’ 7.9mb | BASSA QUALITA’ 3.0mb | ANTEPRIMA

EDITORIALE di Roberto Rippa

Numerodieci. In realtà dodicesima uscita per Rapporto confidenziale, compreso il numerozero e il numero speciale dedicato allo scorso Festival internazionale del film di Locarno. In dodici mesi.
Senza farla troppo lunga, questo è il nostro primo compleanno.
In queste occasioni, uno vorrebbe non ritrovarsi a scrivere cose che pronuncerebbe un o una qualsiasi nuovo/a cantante R&B ritirando un Grammy (avete presente i: "Ringrazio Dio per il dono della voce"? Ecco, appunto) o una Miss Italia appena eletta, ma evidentemente non si scappa, sono le celebrazioni – per quanto non troppo insistite da queste parti – a chiamare la banalità. E quindi, malgrado la dose massiccia di Herschell Gordon Lewis assunta prima di mettermi davanti allo schermo…

…modalità commozione ON

Era il novembre dello scorso anno quando Alessio ed io ci trovammo a parlare per la prima volta di quello che sarebbe poi diventato Rapporto confidenziale..
Sembrava un’idea aleatoria, su cui comunque ponderare e discutere lungamente, ma, appena due settimane dopo, in dicembre appunto, il numerozero era già disponibile. Da allora ne abbiamo pubblicati dodici. Tutti, più o meno, come li avremmo voluti (con la necessaria evoluzione tra i primi e questo) e tutti sempre liberi, indipendenti e gratuiti come avevamo deciso inizialmente.
Molte cose sono cambiate in quest’anno: alcuni collaboratori sono passati fugacemente, altri si sono aggiunti e hanno scelto di restare, la mira è stata aggiustata più volte e ancora non è finita.
Già, perché Rapporto confidenziale è un progetto sempre in corsa: finito un numero si lavora già a quello seguente, e spesso non è esattamente una passeggiata di salute.
Le ambizioni sono molte, le stesse iniziali, quella di proporre la rivista che vorremmo leggere se non la facessimo noi, una rivista che tratta senza barriere del cinema che ci piace, con la massima libertà di scelta sui temi da pubblicare, innanzitutto. Ma se ne aggiungono altre: quella di diffondere più e meglio la rivista e quella di promuovere sempre di più la collaborazione tra chi scrive, per citarne due. Non solo, ci sono progetti che riguardano anche l’uscire dalle pagine della rivista – come abbiamo già fatto lo scorso mese, con la presentazione in anteprima del bellissimo Sisifo con Daniele Coluccini, Matteo Botrugno e Andrea Esposito – ma di questo parleremo presto.

Sarebbe lungo elencare i motivi di enorme soddisfazione di questi ultimi dodici mesi, ne cito quindi solo alcuni: la presenza di molti fedeli collaboratori, i festival cinematografici che ci hanno accreditati riconoscendo il progetto, il Volcano Film Festival che ci ha scelti come referenti per la stampa, la tesi universitaria scritta sulla rivista da Raffaele Marco della Monica…
Ultimo, non per importanza, quello di essere entrati in contatto con tante persone interessanti, e non mi riferisco solo a coloro che scrivono per la rivista.
Un ringraziamento particolare però va ad Alessio, il cui entusiasmo (nonché l’impressionante capacità di non staccarsi dal computer anche per 48 ore di seguito quando la data prevista per la pubblicazione va rispettata contro ogni logica), quello che ci permette da un anno di uscire ogni mese con numeri talvolta dalle dimensioni titaniche e dall’aspetto grafico sempre più curato, è stato e rimane fondamentale per questa rivista.

modalità commozione OFF

Talvolta noi peniamo parecchio per rispettare l’uscita mensile, toccava a noi, questa volta, infliggere una pena a voi. Ecco quindi lo speciale su L’uomo lupo contro la camorra.

A gennaio e buona lettura.

SOMMARIO DEL NUMERO 10
04 La copertina. ilcanediPavlov!
05 Editoriale di Roberto Rippa
06 LO SCHERMO NEGATO. White Dog. Il film scomparso di Samuel Fuller di Roberto Rippa
08 Samuel Michael Fuller di Roberto Rippa
10 Il viaggio di McCarthy nella fu Land of Opportunity di Emanuele Palomba
12 Oltre il grottesco. Appunti sul cinema breve di Flavia Mastrella e Antonio Rezza di Ivan Talarico
14 Chat con Eugenio Cappuccio sul cinema digitale e altre utopie tipo fare un figlio di Roberto Bernabò
16 SPECIALE. La croce dalle sette pietre
Lingua di Celluloide. Satana e Camorra cineparole di Ugo Perri 17
L’uomo lupo contro Gomorra. La croce dalle sette pietre di Marco Antonio Andolfi tra mito e realtà di Roberto Rippa 18
Le 6 sequenze chiave de "La croce dalle sette pietre" di Roberto Rippa 20
Riassumendo MarcoAntonio Andolfi. Intervista a Marco Antonio Andolfi di Luca Ruocco 21
Riecco Aborym. Eddy Endolf è tornato: Il tormento senza fine di un innocente dagli occhi verdi di Luca Ruocco 23
Discutendo con Marco Antonio Andolfi [Eddy Endolf] dell’importanza di avere uno pseudonimo e delle molteplici forme del demonio di Luca Ruocco 23
26 Antonio Martino. Lo Stalker Riflessivo di Alessio Galbiati
Antonio Martino. bio-filografia 34
36 La morte risale a ieri sera. I milanesi ammazzano al sabato di Francesco Moriconi
37 Jean-Claude Van Damme di Alessandra Cavisi
38 The Brood di Samuele Lanzarotti
39 Stefano Simone di Roberto Rippa
Tredici domande a Stefano Simone di Roberto Rippa 41
42 cinemautonome
43 indice filmografico
46 arretrati

Non pensarci





REGIA: Gianni Zanasi

CAST: Valerio Mastrandrea, Anita Caprioli, Giuseppe Battiston, Caterina Murino, Paolo Briguglia
ANNO: 2007

 

TRAMA:

 

Stefano, in un momento di crisi privata e lavorativa, decide di lasciare Roma dove si è trasferito inseguendo il sogno di diventare un famoso chitarrista nella speranza di incidere un disco e di tornare a casa dai suoi, per trovare un po’ di pace e di conforto. Ad aspettarlo, invece, una serie di guai ben più gravi dei suoi.

 

  

 



ANALISI PERSONALE

 

A chi sostiene che il cinema nostrano sia ormai morto e sepolto e soprattutto incapace di sopraelevarsi da una media poco confortante, se non fossero bastati i possenti esempi de Il divo e di Gomorra (che ovviamente da soli non possono sicuramente risollevare le sorti di un meccanismo che ha comunque bisogno di essere oleato), arrivano film come questo, graziosi e leggeri che portano con sé oltre ad una intelligentissima ironia anche un bel po’ di riflessioni per nulla retoriche o compiacenti, come solitamente avviene con la commedia all’italiana degli ultimi anni. Un film come Non pensarci che fa del suo indipendentismo una bandiera da esibire con fierezza e orgoglio, soprattutto alla luce degli ottimi risultati ottenuti, non solo dal punto di vista della qualità, ma proprio parlando di numeri e cifre in fatto di spettatori e di incassi. Merito della riuscita della pellicola va soprattutto, questo va detto, al suo protagonista, quel Valerio Mastrandrea che molto probabilmente è uno dei migliori attori che il nostro paese può vantare in questo momento di fermento cinematografico che sembra voler aprirsi ad una ripresa che ha avuto inizio proprio con i due capolavori succitati. Quel Valerio Mastrandrea qui chiamato ad interpretare un personaggio che suscita la simpatia, ma soprattutto l’empatia, dello spettatore proprio perché genuinamente costruito con semplicità, non sempre segno di scarsità. Proprio lui, Stefano, il 35enne chitarrista trasferitosi a Roma alla ricerca della gloria e della fama, che si trova ad affrontare un periodo di stanca dal punto di vista lavorativo, oltre che di cupezza per quanto riguarda il suo rapporto sentimentale (anche questi aspetti di per sé “drammatici” vengono affrontati con un’adorabile ironia resa soprattutto, oltre che attraverso i dialoghi freschi e divertenti, anche tramite le espressioni facciali del sempre più stupito Stefano), si ritroverà a dover affrontare i problemi della propria famiglia, dimenticandosi quindi di quelli che affliggono sé stesso in primis. La famiglia è al centro di questa pellicola, con tutti i suoi meccanismi non sempre facilmente comprensibili e gestibili. Un argomento che da anni è ormai il protagonista assoluto della maggior parte delle pellicole italiane, con risultati non sempre apprezzabili, il più delle volte disastrosi. La particolarità di questo film, invece, sta tutta nel fatto di celare una certa originalità, in situazioni che di originale non hanno assolutamente nulla: tradimenti nascosti, crisi sentimentali, litigi familiari e via di questo passo. Dov’è allora la novità? La novità sta nella maniera con cui questi piccoli grandi drammi vengono raccontati, tralasciando ogni tipo di patetismo o di luogo comune e soffermandosi invece sul lato beffardo e fatale della vita. Così Stefano che torna a casa per ricevere un po’ di sollievo, anche se in realtà non vuole assolutamente ammetterlo, si ritrova invece a dover dare sollievo: ad un fratello in crisi matrimoniale oltre che finanziaria, con l’azienda di famiglia che sta andando a rotoli; ad una sorella che ha abbandonato l’università per dedicarsi alla sua passione per i delfini; ad una madre in crisi “mistica” a causa di un avvenimento passato che continua a opprimerla; ad un padre uscito da un pericoloso infarto e per questo tenuto all’oscuro di tutti i problemi. Ma se ci si pone di fronte agli ostacoli con il giusto spirito, senza lasciarsi andare a comportamenti di autocommiserazione, allora tutto può risolversi anche con un semplice sorriso, o magari una scazzottata tra fratelli o una notte passata seduti su un prato a parlare, al contrario di chi invece, finisce a seguire consigli “sbagliati”.  Molto ben delineati tutti i protagonisti di questa pellicola, anche quelli apparentemente secondari e meno importanti, come il giovane e depresso Matrix, amico di Stefano, che lascerà il suo migliore amico a domandarsi cosa farà d’ora in poi senza di lui. Tra le sequenze più divertenti e contemporaneamente più amare ci sono sicuramente quella nella quale Stefano si reca a casa del suo vecchio amico per suonare il pianoforte in occasione del compleanno della madre e quella nella quale Stefano e sua madre hanno un intenso faccia a faccia nello sgabuzzino di una palestra dove si riuniscono degli “invasati” alla ricerca della concentrazione e dell’attenzione. Una serie di situazioni che vanno dall’impossibile all’incredibile si susseguono nel breve periodo ce Stefano trascorre a Rimini, periodo nel quale al posto di calma e serenità, troverà tumulti e conflitti, che serviranno però a farlo tornare a Roma più determinato e più deciso ad assaporare ogni piccola soddisfazione che la vita ci pone davanti, come dimostra il bellissimo finale del chitarrista che si lancia entusiasticamente sul suo pubblico.

 

VOTO: 7,5

 

 


CITAZIONE DEL GIORNO

 

E se ogni cosa fosse un’illusione e nulla esistesse? In questo caso io sicuramente avrei pagato troppo il mio tappeto. (Woody Allen in "Without Feathers")




LOCANDINA

 

Il signore del male





REGIA: John Carpenter

CAST: Donald Pleasence, Jameson Parker, Victor Wong, Lisa Blount, Dennis Dun, Susan Blanchard, Ann Marie Howard, Ann Yen,

ANNO: 1987

 

TRAMA:

 

Un prete e un gruppo di scienziati indagano su un cilindro contenente uno strano liquido verde, conservato da secoli nella cantina di una chiesa di Los Angeles e tenuto segreto da un gruppo di ecclesiastici chiamato La setta del sonno. Ben presto quel liquido si rivelerà essere una forza malvagia e sovrumana che sta tentando in tutti i modi di fuoriuscire impossessandosi di un corpo tramite il quale poter esercitare il male.

 

 


ANALISI PERSONALE

 

Che John Carpenter sia un abilissimo artigiano della macchina da presa è cosa ormai nota, che sia decisamente esperto nel “manipolare” il materiale orrorifico e nel renderlo interessante e originale rispetto ai suoi concorrenti, sembrerebbe alquanto scontato ripeterlo, ma è cosa indiscutibilmente ovvia, soprattutto a seguito di visioni altamente “illuminanti” al riguardo. Se già con Halloween, quasi 10 anni prima, aveva dato ampia prova del suo smisurato talento nel gestire un genere di per sé difficilmente gestibile, con Il signore del male ce ne da una sonora e potente conferma. Merito della riuscita di questa pellicola, oltre alla vigorosa e rigorosa regia che si accompagna con una splendida fotografia, va anche al talento musicale del regista, che ha portato alla composizione di questa e di molte altre colonne sonore che arricchiscono notevolmente le già di per sé succosissime pellicole del cineasta visionario, ma al tempo stesso molto pratico. Il connubio tra musica e regia portato avanti magistralmente dal regista, si arricchisce in questo caso della partecipazione del noto musicista Alice Cooper che non solo ha collaborato alla “stesura” della colonna sonora, ma si è prestato anche ad interpretare una sorta di zombi famelico che si aggira per le strade confinanti con la chiesa dall’aspetto per nulla rassicurante (e già questo dovrebbe costituire una prova dell’immenso talento del regista che è riuscito a ricreare un luogo “pauroso” che trasmette terrore e tensione, all’interno di quella che per antonomasia è sempre stata considerata, la dimora del bene, della pace più assoluta, la casa di Dio e dei suoi fedeli). Il film è, infatti, quasi completamente girato all’interno di questa chiesa di Los Angeles, dove un prete mostrato all’inizio della pellicola, muore custodendo gelosamente tra le sue mani una grossa chiave. A prendere il suo posto arriva un nuovo sacerdote che ben presto viene a conoscenza della setta alla quale apparteneva quel prete, e molti altri, e non sapendo “che pesci pigliare”, si rivolge ad un notissimo studioso di fisica, avvezzo alle tematiche “soprannaturali”. Costui, seguito da un gruppo di studenti interessati all’argomento, si reca all’interno della chiesa per studiare più da vicino lo strano “fenomeno” e cioè il cilindro dal liquido verde e viscoso che “alberga” all’interno delle catacombe.


Va da sé che l’enorme sala nella quale è conservato il cilindro è di per sé molto inquietante, adornata con un numero imprecisato di candele e immersa nel buio spettrale dei bassifondi e nella freddezza disarmante dei cunicoli sotterranei. Serietà e professionalità, dunque, non saranno le uniche caratteristiche di cui dovranno avvalersi i protagonisti, dato che dopo un’iniziale cinismo nel credere alla natura soprannaturale degli eventi che si susseguono all’interno del laboratorio allestito appositamente per le ricerche, si renderanno ben conto di doversi avvalere di un coraggio inusitato per poter affrontare l’incredibile realtà dei fatti. Il liquido verde, che altri non è se non Satana “in persona” che tenta in tutti i modi di fuoriuscire dalla sua gabbia e di impossessarsi di un corpo adeguato per poter svolgere i propri “compiti”, straborderà dall’alto del cilindro, fino a quando non provocherà delle stranissime visioni premonotive in chiunque cominci ad addormentarsi. All’ingresso della chiesa, un’ombra non ben identificata comunicherà con l’addormentato di turno, rendendo noti alcuni particolari di terrificante portata. Questo il contenuto delle visioni che si “impossesseranno” dei protagonisti, alcuni dei quali andranno incontro ad una terribile morte per mano del liquido stesso o dei suoi “seguaci”. Tra zombi che assalgono nel buio della notte, vermi che si albergano all’interno di corpi ormai morti e posseduti che si muovono paurosamente all’interno dei corridoi dell’edificio portando lo sconcerto tra gli altri sopravvissuti, la millenaria “lotta” tra scienza e fede, trova qui un altro capitolo che si aggiunge a questa storia infinita che non ha mai visto, e forse non vedrà mai, nessun vinto e nessun vincitore. Qui le due entità si fondono inizialmente con scopi diversi, ma col succedersi dei sinistri e incredibili avvenimenti, per tentare di combattere un nemico comune. Il finale che sembra portarci verso una, seppur complicata, risoluzione del “caso”, ci rilancia nel dubbio e nell’incertezza più totale, con un semplice espediente (come può essere una mano che non tocca uno specchio) che inscrive tutto in un alone mistificatorio e ingannevole.

 

VOTO: 8,5/9

 



CITAZIONE DEL GIORNO

 

Esiste una vita prima della morte? (O’Rourke in "Una preghiera per morire")

 


LOCANDINA

 

Saw V





REGIA: David Hackl

CAST: Tobin Bell, Scott Patterson, Julie Benz, Costas Mandylor

ANNO: 2008

 

TRAMA:

 

L’enigmista, per mano del suo seguace Hoffman, detective della polizia, continua a portare avanti la sua opera contro coloro che non sanno apprezzare giustamente il dono della vita o contro coloro i quali ne hanno fatto un cattivo uso. Sulle tracce del detective, l’agente Strahm che piano piano si avvicinerà alla verità e ad un terribilissimo epilogo.

 

  


ANALISI PERSONALE

 

Come già visto nel precedente capitolo della saga, il malefico enigmista è capace di protrarre le sue macchinose e perverse azioni anche dopo la sua morte. Questa volta a fare da “portavoce” dei sagaci e al contempo paurosissimi motti di Jigsaw registrati su cassettine, arriva addirittura un detective della polizia, come del resto il pasticiosissimo finale del quarto episodio ci aveva mostrato. L’unica nota di merito di questo quinto passo avanti verso il baratro più totale, è proprio quella di dipanare la complicata matassa portata avanti fino ad ora e di restituire un minimo di linearità nel racconto e di coerenza nei contorti piani dell’enigmista e di coloro che nel corso del tempo si sono posti al suo servizio. Certo non mancano le questioni lasciate volutamente irrisolte per poter costruire sempre più labili e inutili trame su cui innestare i prossimi capitoli, però almeno tutto quello visto fino ad ora ci risulta, se non proprio più digeribile, perlomeno più chiaro. Che cosa ci sarà all’interno di quella scatola nera lasciata in eredità da Jigsaw a sua moglie? Si aprono le scommesse che portano addirittura a pensare che nel prossimo capitolo sarà proprio la bella bionda a vestire i panni del terrificante clown dalla voce profonda e cavernosa. E’ sempre Tobin Bell (nonostante la dipartita del personaggio da lui interpretato) il protagonista numero uno di queste storie orrorifiche con uno sfondo più moralistico che mai. Se nei precedenti capitoli avevamo scoperto il motivo che aveva portato l’enigmista a comportarsi in una maniera così spietata e avevamo intuito a che genere di persone si rivolgevano le sue “attenzioni”, con questo quinto episodio siamo posti di fronte all’ennesimo gruppo di persone apparentemente sconosciute l’una all’altra, rinchiuse in una stanza e intrappolate in qualche mefistofelico e geniale marchingegno dal quale ci si può salvare solo a costo di ingenti e difficilissimi sacrifici. In questo caso i malcapitati appaiono essere in qualche modo tutti collegati tra loro e soprattutto tutti colpevoli, direttamente o meno, della morte di otto persone (ormai il telefilm Dexter sta mietendo vittime su vittime nel mondo cinematografico, in questo caso poi ha in comune con Saw persino una protagonista, Julie Benz, la bionda fidanzatina del serial killer dei serial killer che qui assume il ruolo di una bruna imprenditrice che risulta essere la più furba, scaltra e coraggiosa del gruppo). Ma le disavventure di questi insulsi e piattissimi personaggi, la cui sorte non interessa minimamente lo spettatore, vengono inframmezzate da un’altrettanto inutile caccia tra guardie e ladri, o per meglio dire solo tra guardie che si contendono la reale o la falsificata risoluzione del caso Jigsaw. Hoffman cerca di far ricadere la colpa sull’innocente Strahm e quest’ultimo invece, lotta con tutte le sue forze per far venire a galla la verità da lui scoperta magicamente solo in seguito ad una visita sui famosi luoghi dei delitti (si parte dal primo capitolo per poi rivisitare quasi tutti i luoghi visti nel corso della saga). Senza trovare nessuna prova o nessun segno evidente del coinvolgimento di Hoffman, Strahm, parlando tra se e sé, durante le sue indagini perviene prodigiosamente alla risoluzione del caso, dopo essere stato egli stesso imprigionato in una delle macchine “assassine” dell’enigmista, riuscendo a salvarsi solo grazie ad un atto di estrema intelligenza oltre che di coraggio.

Ma se nei precedenti capitoli ci si sollazzava con le scene a più alto impatto gore, con una serie di macchinari davvero molto interessanti che riuscivano ad impressionare e a conquistare gli amanti del genere, cosa che riusciva a fare da, seppur minimo, contraltare alla scarsità di contenuti e di basi solide dei soggetti e delle sceneggiature (ad esclusione del primo, l’unico vero Enigmista degno di nota); in questo caso non ci si può consolare nemmeno con questo genere di “leccornie”. Perché in realtà Saw V non può essere considerato nemmeno un vero e proprio film horror, dato che si concentra per la quasi totalità della sua durata sulla lotta tra i due protagonisti maschili contrassegnati da un’irritante quanto evidentissimo manicheismo (tra l’altro recitati davvero superficialmente e macchiettisticamente), piuttosto che sulle torture eseguite sui cinque malcapitati di turno, che si riducono ad una o due sequenze dal bassissimo tasso adrenalinico. 

Cosa rimane da sperare allora a proposito di questa fortunatissima ma calante saga? Che forse nelle mani di una donna (come supposto dall’eredità lasciata da Jigsaw alla moglie), solitamente essere più maligno e perverso del corrispondente maschile, ci sia una ripresa almeno per quanto ritiene la componente splatter di questa epopea?

 

VOTO: 3,5

 

  


CITAZIONE DEL GIORNO

 

Quello stronzo vede più figa di una tazza del cesso… (da "Strade perdute")

  


LOCANDINA

 

Nessuna verità


REGIA: Ridley Scott

CAST: Leonardo di Caprio, Russel Crowe, Mark Strong

ANNO: 2008

 

TRAMA:

 

Ed Hoffman e Roger Ferris sono due agenti della CIA che stanno tentando di stanare il leader di una cellula terroristica di Al Quaeda. Il primo agisce dall’America armato di cellulare e auricolare, il secondo è mandato sul campo con le armi per combattere i nemici e difendersi da essi. Ad aiutarli, l’agente Hani, capo dei servizi segreti in Giordania. Ognuno adotta metodi differenti per pervenire al risultato e ognuno è caratterizzato da contrastanti punti di vista riguardo il modo più adeguato per combattere il terrorismo.

 



ANALISI PERSONALE

 

“In questo schifo, nessuno è innocente Ferris”, viene ripetuto due volte al più giovane protagonista di questa pellicola. Che la guerra sia uno schifo è cosa, ahinoi, arcinota, che tutti abbiano delle colpe è cosa più che altro scontata. In questa affermazione e in molte altre che si susseguono nel corso della pellicola d’azione ambientata in Medio Oriente, sta forse il più grande difetto di Nessuna verità. Quella sorta di didascalismo che ci conduce per mano verso alcune scontatezze di non poco conto e soprattutto all’interno di meccanismi fin troppo “faciloni” e in alcuni casi addirittura “telefonati” (come ad esempio l’improbabilissima storia d’amore del protagonista con un’infermiera che lo condurrà persino, a seguito di due soli incontri fuggevolissimi, a sacrificare sé stesso e la sua missione), rende il film ostico a chi, giustamente, pretende una certa coerenza di fondo, oltre che una massiccia dose di serietà quando si trattano argomenti così scottanti e più reali che mai. Ecco che appare persino ridicolo che il capo della cellula terroristica si mostri così facilmente al suo nemico o venga allo scoperto solo perché c’è qualche “concorrente” di troppo, così come appare poco credibile che l’agente Ferris passi incolume attraverso alcune situazioni pericolosissime. Ennesimo film sull’Iraq che ormai ha sostituito il Vietnam nel genere cinematografico di impronta bellica, Nessuna verità non apporta assolutamente nulla di innovativo o di originale, ma non per questo non riesce ad intrattenere per tutta la sua durata. Dopo il bellissimo, intricatissimo, complicatissimo e interessantissimo Syriana e lo straordinario e originalissimo Redacetd, Ridley Scott svolge bene il suo compito e ci regala un’ottima regia con discrete scene d’azione, supportata da un interessantissimo montaggio che ci porta dall’America al Medio Oriente e viceversa, senza farci mai perdere per strada. Un montaggio funzionale anche sotto un altro punto di vista, quello di mostrare le differenze lampanti tra i due protagonisti, quella dicotomia che da un po’ di tempo il regista sta raccontando con le sue pellicole, la ormai cinematograficamente abusata “separazione invisibile” tra bene e male (American gangster docet). Ed Hoffman (un Russel Crowe più imbolsito che mai, ma perfettamente calato nella parte) dirige il suo aiutante sul campo come se fosse una marionetta, impartendo i suoi ordini nel mentre si occupa dei suoi figli o del suo cane, comodamente seduto nel suo appartamento; Roger Ferris (il sempre ottimo di Caprio, che però rischia di rimanere intrappolato nel personaggio dall’aspetto duro ma dal cuore d’oro), deve invece svolgere il cosiddetto lavoro sporco, mettendo a rischio la propria vita e quella dei suoi collaboratori.


Entrambi combattono per la stessa “fazione”, ma lo fanno in maniera completamente diversa: il primo ha ormai una visione cinica della vita e della morte, due facce della stessa medaglia che vanno a confondersi e a sovrapporsi quando si è in guerra, e quindi ritiene che molte “marionette” da lui guidate siano spendibili e sacrificabili per il raggiungimento dell’obiettivo; il secondo è un idealista che combatte per sconfiggere i “cattivi”, ma che crede ancora in un codice etico da seguire e da difendere. A distanziarli anche il punto di vista sul Medio Oriente e su ciò che vi accade: quello di Ed è un punto di vista dall’alto (i satelliti aerei che praticamente monitorano tutto il territorio sono un’invenzione geniale); quello di Roger è un punto di vista dall’interno e quindi molto più ravvicinato. Entrambi sono essenziali per la comprensione dei meccanismi della guerra, perché il primo serve a non farsi coinvolgere eccessivamente e il secondo serve ad entrare nel vivo delle situazioni. A fare da contraltare tra i due, arriva il personaggio meglio riuscito di questo film, il capo dei servizi segreti giordani (il bravissimo Mark Strong), che sembra essere il più originale e meglio caratterizzato di tutti. Tra spie e controspie che muoiono una dopo l’altra a causa dei fondamentalisti, ma non solo, si arriva alla fatidica e immancabile scena di tortura (George Clooney ne sa qualcosa), seguita dal solito salvataggio in extremis che mette in luce la crudeltà non solo di coloro che hanno torturato, ma soprattutto di coloro che hanno “orchestrato” dall’alto (e si tenga presente questo particolare) la tortura. Le pecche di questo film, dunque, sono tutte nella sceneggiatura a tratti un po’ prevedibile e a tratti anche irritante soprattutto nella messa in scena del gioco delle parti. Per il resto, Nessuna verità è un prodotto sicuramente commerciale e molto più accessibile rispetto alle pellicole succitate, che affronta l’argomento di per sé molto macchinoso, in maniera più comprensibile e lineare. Certo, lo scotto da pagare per raggiungere questo facile risultato è quello di indurre ad una visione passiva, rispetto alle altre pellicole che invece invogliavano al ragionamento, oltre che di impantanarsi in  soluzioni fin troppo semplicistiche, però tutto sommato non ci si annoia mai e si rimane sufficientemente soddisfatti perlomeno dalla qualità tecnica del film, piuttosto che da quella ideologica e narrativa.

 

VOTO: 6

 

  


CITAZIONE DEL GIORNO

 

C’è chi fa parte del problema, chi della soluzione e chi del paesaggio. (Robert De Niro in "Ronin")

  


LOCANDINA

 

Rapporto confidenziale numero nove






«Quello che più mi piace del cinema è l’ampiezza del pubblico. È inimmaginabile, veramente. E siccome non si riesce a immaginare il proprio pubblico, si prova un meraviglioso senso di libertà. A teatro non si può ignorare il tipo di pubblico a cui ci si rivolge: e ogni volta cambio il tono e la dizione. Nel cinema non occorre, non è neppure possibile. Il che vuol dire che si possono fare i film senza pensare al pubblico, se non altro perché il pubblico è inimmaginabilmente vasto e differenziato. Che benedizione! Sì, faccio i film per me» [Orson Welles al Sunday Times del 3.2.1963]

Essenzialmente Rapporto Confidenziale è per noi quello che il cinema è stato per Orson Welles: la possibilità di fare in libertà quel che si vorrebbe. Uno strumento per confrontarci con un pubblico del quale non conosciamo nulla ma col quale entriamo in relazione per esprimere con sempre maggior convinzione le nostre istanze cinèfile, inevitabilmente velleitarie. Si corre sempre il rischio di parlare al vento quando si sceglie di parlare di cinema, quell’immagine in movimento che sempre ci sfugge e trascende, che oltrepassa la dimensione spazio-temporale entro la quale siamo costretti. Il cinema è quello dell’esordinte Omar Pesenti (pag.37) e quello dei maestri Jodorowsky (La montagna sacra, pag.26), José Mojica Marins (pag.6), Louis Malle (Le feu follet, pag.29) ed Ermanno Olmi (Il mestiere delle armi, p.36); ma è anche lo scanzonato intrattenimento dei Clerks (pag.28) e l’oscena morbosità delle teen-ager italiche (Un gioco da ragazze, pag.35); il cinema è la sua negazione perché Niente è come sembra (pag.25), ma lo puoi anche trovare nello sguardo spietato d’un Tomas Milian d’annata (pag.10); il cinema è quel qualcosa che prova a raccontarti un pezzo di realtà (Giorni e nuvole; pag.41) e quello che cerca la strada per poterti raccontare un qualche pezzo di realtà (cinemautonome, pag. 42); il cinema a volte è un festival che si svolge nella capitale (Te lo meriti Alberto Sordi!, pag.32), altre volte è un cortometraggio che venerdì 21 novembre presenteremo in anteprima a Lugano (Sisifo, pag.30), ed altre volte ancora è un film che puoi vedere pagando un biglietto (The orphanage, pag.12). E poi ci sono i casi in cui il cinema non è nemmeno cinema, ma una serie di immagini che narrano un’assenza (In Absentia, pag.14).

Anche questo mese avete fra le mani, sicuramente di fronte agli occhi, Rapporto Confidenziale, uno strumento utile alla comprensione dell’incomprensibilità dell’immagine in movimento.

Buona lettura.


SOMMARIO DEL NUMERO 9

04 La copertina. Corinne Chaufour

05 Editoriale di Alessio Galbiati

06 José Mojica Marins di Samuele Lanzarotti

10 Django Kill… Se sei vivo spara a cura di Francesco Moriconi

12 The orphanage di Alessandra Cavisi

14 In Absentia di Maurizio Giuseppucci

25 Niente è come sembra di Alessio Galbiati

26 La montagna sacra di Samuele Lanzarotti

28 A volte ritornano… Clerks 2 di Alessio Galbiati

29 Fuoco fatuo di Samuele Lanzarotti

30 RC presenta. Sisifo

32 Te lo meriti Alberto Sordi! Report del II Festival Internazionale del Film di Roma a cura di Emanuele Palomba

con le recensioni dei film: Cliente, Let it rain, Il passato è una terra straniera, Rembrandt’s J’accuse, 8, L’uomo che ama 33

35 Il fascino morboso della borghesia di Mario Trifuoggi

36 Sottrazione d’epica: ‘Il mestiere delle armi’ di Ciro Monacella

37 Di chi è ora la citta? a cura di Roberto Rippa

10 domande a Omar Pesenti, filmaker 38

41 Giorni e nuvole di Alessio Galbiati

42 cinemautonome di malastrada.film

44 indice filmografico


GRATUITA’, LIBERA e INDIPENDENTE !!!


free download

ALTA QUALITA’ 7.0mb

http://confidenziale.wordpress.com/files/2008/11/rapportoconfidenziale_numero9_high.pdf

BASSA QUALITA’ 3.0mb

http://confidenziale.wordpress.com/files/2008/11/rapportoconfidenziale_numero9_low.pdf

ANTEPRIMA

http://issuu.com/rapportoconfidenziale/docs/rapportoconfidenziale_numero9?mode=embed&documentId=081118130748-540ca21ec8a9458f8c4c51aeabea57ad&layout=grey