L'ospite inatteso





REGIA: Thomas McCarty

CAST: Richard Jenkins, Haaz Sleiman, Danai Jekesai Gurira, Hiam Abbass, Marian Seldes

ANNO: 2008

 

TRAMA:

 

Walter Vale, un professore universitario che da anni propina lo stesso programma agli studenti del suo unico corso, suo malgrado deve andare a New York per presentare in un convengo un saggio che nemmeno ha scritto, ma solo firmato. Nel suo appartamento, abbandonato dopo la morte della moglie, troverà una giovane coppia di immigrati, che presto diventeranno suoi amici.

 

  


ANALISI PERSONALE

 

Uno di quei film indipendenti tanto cari al Sundance film festival di Robert Redford e che col tempo stanno diventando quasi prodotti etichettati e omologati. Colonna sonora particolare e graziosa, attori non molto conosciuti ma sempre valenti, ritmi e atmosfere rarefatte e una qualche importante morale di fondo. Questi sono di solito gli ingredienti che compongono questo genere di pellicole e L’ospite inatteso non fa eccezione. Questo non vuol dire che sia un film da evitare o da biasimare, ma perlomeno offre lo spunto per una riflessione su un filone cinematografico che sta diventando un vero e proprio genere a sé stante. La morale di fondo di questa pellicola è l’invito alla tolleranza e all’integrazione razziale, oltre che la non poco velata accusa alla politica di controllo sugli immigrati degli Stati Uniti post 11 settembre. Inutile soprassedere su un’altra riflessione metacinematografica che riguarda quel fatidico giorno: da allora il mondo dell’arte, del cinema soprattutto appunto, non ha potuto fare a meno di essere influenzato da quell’evento che a sua volta ha influenzato il nostro mondo, le nostre vite. Ed è così che il simbolo per eccellenza degli Stati Uniti, diventa anche simbolo e metafora di questo film: la Statua della Libertà e Ellie Island, dapprima visti come rappresentazione della libertà e del sogno americano (oltre che come luogo nel quale si passava per divenire a tutti gli effetti cittadini del nuovo mondo), ora costituiscono l’emblema di tutto l’opposto: il luogo dove si viene schedati come immigrati e poi rispediti nel proprio paese. La descrizione del luogo di detenzione del giovane Tarek (il ragazzo che il protagonista di questa pellicola troverà nel suo appartamento insieme alla sua ragazza), non fa altro che comunicarci una realtà desolante ma molto vivida che è poi l’inasprimento nei confronti degli stranieri, quella xenofobia che tanto cozza con gli ideali democratici del paese che si professa come il più liberale e aperto del mondo. Ma le paure e il terrore per nuovi attacchi terroristici fanno si che anche il più innocente e buono degli stranieri possa ricevere un trattamento così crudele, come quello che riceve il ragazzo e di rimando la sua famiglia che è costretta ad assistere inerme al suo arresto in un edificio di detenzione del Queens. Ma sostanzialmente quello che conta realmente nella pellicola non è l’arresto di Tarek, giovane siriano che per sbarcare il lunario suona il djembe in alcuni locali e nei parchi, non è la disperazione della sua fidanzata, bellissima africana che invece confeziona e vende gioielli di stoffa confrontandosi ogni giorno con l’ignoranza e la falsa accondiscendenza dei suoi clienti, ma la parabola ascendente di un uomo che ormai viveva per inerzia, senza appassionarsi a nulla e che riesce a riaccendere la scintilla della sua esistenza proprio grazie all’incontro con questi due “clandestini” (non solo negli Stati Uniti, ma anche nel suo appartamento), e soprattutto con la madre di lui, la quale oltre a riaccendere la sua vita, riesce molto probabilmente a riaccendere il suo cuore, fermatosi dopo la morte della moglie.

Sta forse nella metafora un po’ troppo semplicistica e banale della musica l’intoppo della pellicola: se l’apatia e la noia della vita di Walter, prima dell’incontro con gli altri protagonisti della pellicola, era segnata dal lento incedere delle note di un pianoforte (lo stesso che si ostinava ad imparare a suonare solo in ricordo della moglie che lo faceva di professione, piuttosto che per piacere e per passione), dopo la conoscenza di un nuovo mondo che l’ha finalmente scosso e riportato ad interessarsi a qualcosa e qualcuno, è segnata dall’incessante e travolgente battito dei tamburi. A conti fatti, L’ospite inatteso (evitando lungaggini e ridondanze di troppo che purtroppo inficiano il totale apprezzamento della pellicola), risulta essere comunque un film allo stesso tempo dolce e amaro che termina senza uno sperato lieto fine, proprio a dimostrare la tangibilità e la plausibilità degli “orrori” narrati precedentemente.

 

VOTO: 6

 


CITAZIONE DEL GIORNO

 

Dai amico il mondo è pieno di imbecilli. Nessuno sa lavorarseli meglio di te. Riusciresti a vendere il buco del culo di un topo come fede nuziale! (da "Strange days")

 


LOCANDINA

 

L'età barbarica





REGIA: Denys Arcand

CAST: Marc Labrèche, Diane Kruger, Silvie Léonard, Emma de Caunes

ANNO: 2007

 

TRAMA:

 

Jean-Marc, impiegato dell’ufficio dei reclami, trova una via di fuga alla sua vita piatta e grigia in una serie di continue visioni nelle quali viene attorniato da bellissime donne che gli si offrono o che si interessano alla sua carriera di scrittore o di divo televisivo. Questo è il suo modo di reagire alla società circostante sempre più caduta nelle tenebre dell’inconsistenza dei rapporti umani sostituiti dalla corsa alla carriera, dall’utilizzo smodato della tecnologia, dalla ripetitività dei gesti quotidiani sia nell’ambito lavorativo che in quello famigliare.

 


ANALISI PERSONALE

 

Terzo capitolo di quella che è una vera e propria trilogia cominciata negli anni ottanta con Il declino dell’impero americano e proseguita con il fortunato Le invasioni barbariche, L’età barbarica (titolo originale L’age des ténèbres che restituisce maggiormente il significato della pellicola), è un film non del tutto riuscito soprattutto a causa di un’eccessiva ridondanza nella proposizione delle fantasie sessuali e non del suo protagonista e nelle lungaggini in cui incappa in fase narrativa con situazioni fin troppo ripetute e sottolineate. Altro ostacolo che la pellicola incontra al raggiungimento di un certo risultato tendente alla compiutezza e al totale soddisfacimento da parte del pubblico è una sorta di mancanza di linearità e di compattezza tra gli stili narrativi adottati. Ed è così che il sarcasmo e l’ironia che aleggiano nelle visioni fantasiose di Jean-Marc, non vanno a compenetrarsi perfettamente con le situazioni più serie e se vogliamo moralistiche che invece fanno parte della sua vita reale. Perché il moralismo verso una determinata maniera di affrontare la vita, verso la società canadese (ma se vogliamo occidentale) che sta scivolando sempre più nelle tenebre che danno il titolo alla pellicola, è il vero e proprio fulcro de L’età barbarica. Il regista sembra condannare una serie di comportamenti e di attitudini divenuti ormai imperanti nel nostro mondo: dall’utilizzo eccessivo e quasi parossistico del cellulare, fino alle regole ferree ma ridicole dei datori di lavoro (divertente la riunione durante la quale i termini come “negro” e “nano” vengono messi al bando), per giungere al disfacimento dei rapporti interpersonali, a partire da quelli primari e cioè quelli famigliari. La moglie del protagonista è tutta tesa verso la propria affermazione personale e la propria carriera, incurante dei problemi di suo marito e persino dei problemi di salute di sua suocera (la morte di questo personaggio è un momento fondamentale della pellicola), del tutto indifferente all’aspetto sessuale e sentimentale del suo matrimonio;


e le sue figlie che si nutrono di psicofarmaci e cibi surgelati, vivono con un’auricolare perennemente inserito nelle loro orecchie. Ecco allora giustificati i continui viaggi mentali del protagonista che per lavoro è costretto ad ascoltare i problemi altrui: decisamente significativi i siparietti della gente che si reca nel suo ufficio reclami per narrare storie incredibili e quasi ridicole (spicca su tutti l’uomo colpito da un semaforo caduto sulle sue gambe, che invece di essere risarcito del danno di aver perso gli arti inferiori, è costretto a pagare al comune i danni per la rottura del semaforo). Tralasciando i difetti di cui sopra, tutto sommato però si può rimanere piacevolmente colpiti da una serie di trovate che si fanno apprezzare anche perché dotate di quel pizzico di ironia beffarda che fa da contraltare al vero e proprio dramma esistenziale che riguarda Jean-Marc, ma non solo. Ed è così che tra le sue tante visioni ne arriva qualcuna che ci fa sorridere più delle altre, come la piatta e noiosa riunione lavorativa durante la quale il triste impiegato immagina di salire sul tavolo e di decapitare con una spada il suo interlocutore, così come avveniva in Kill Bill; o come il siparietto medievale che colpisce soprattutto per il riferimento alla “barbarie” che in realtà attraversa ancora la società cosiddetta moderna. Jean-Marc, dopo aver conosciuto una donna ad uno di quei speed dating, si ritrova a dover combattere per  lei affrontando un cavaliere medievale dotato di armatura e di lancia scintillante. Anche il modo in cui va a finire quest’incredibilmente ma reale avventura del protagonista, che supera addirittura la fantasia dei suoi viaggi mentali, dà modo di riflettere sull’effettiva natura di una società che trova differenti modi per esprimere se stessa e tutte le sue contraddizioni. Uno di questi modi è quello che alla fine decide di adottare lo stesso Jean-Marc, abbandonando tutte la facilità e le illusorietà delle sue visioni e cominciando a prendere della realtà quello che gli appare più vero e genuino.

 

VOTO: 7/7,5

 

 


CITAZIONE DEL GIORNO

 

"Signora Murder, come sta?". "Ogni respiro e’ una vittoria!". (Elaine Stritch in "Romance & Cigarettes")

 


LOCANDINA

 

Colpo d'occhio





REGIA: Sergio Rubini

CAST: Sergio Rubini, Riccardo Scamarcio, Vittoria Puccini, Paola Barale

ANNO: 2008

 

TRAMA:

 

La relazione sentimentale tra il famoso critico d’arte Lulli e la sua allieva Gloria, viene spezzata dall’entrata in scena di un affascinante artista, Adrien. Lui e Gloria cominciano una paradisiaca storia d’amore, solo che il “fantasma” di Lulli continuerà ad aleggiare nelle loro vite.


  




ANALISI PERSONALE

 

Quando un tema scolastico non era proprio dei migliori ma celava una certa volontà di distanziarsi dalla massa, i professori erano soliti dire “non è il massimo, però almeno ti sei impegnato”. Questo è la prima impressione che Colpo d’occhio suscita nello spettatore più “esperto” che alla fine non può fare a meno di notare i vistosi difetti che caratterizzano la pellicola, ma perlomeno rimane soddisfatto dalla volontà e dall’impegno di distinguersi dal calderone ormai insostenibile che è diventato il cinema nostrano. Colpo d’occhio non è una commedia smargiassa alla cinepanettone e company, non è un drammone familiare, non è una commedia giovanilistica e adolescenziale. Colpo d’occhio, pur non essendo un film di pregevole fattura, si eleva al di sopra di questo mucchio indistinto e insopportabile di pellicole e tenta di offrire un percorso diverso ad un cinema che ormai sta battendo le medesime strade da troppo tempo. Pur essendo una sfida vinta solo a metà, si tratta pur sempre di una sfida, e anche solo per questo va apprezzato lo sforzo. Sergio Rubini, che ci ha abituati ad una carriera altalenante costellata da ottimi film inframmezzati da qualche piccolo inciampo, questa volta cerca di fare le cose in grande e di quando in quando si inceppa in meccanismi dai quali purtroppo è difficile liberarsi, pur volendolo e provandoci. Ed ecco comparire nel cast il tenebroso Riccardo Scamarcio (altro esponente dei suddetti filoni cinematografici, che però, va detto, sta tentando anch’egli una nuova strada da battere) e la “Elisa di Rivombrosa” Vittoria Puccini (che stenta ad uscire dal personaggio da lei interpretato in tv). Entrambi gli attori, incastrati in due personaggi che avevano un alto potenziale ma che sono rimasti inespressi, impostano il loro modo di recitare in maniera eccessiva, contribuendo ad aumentare il grottesco, già presente di per sé all’interno della pellicola. La loro recitazione sopra le righe è uno dei tanti piccoli-grandi difetti che inficiano il percorso innovativo di questa pellicola, rendendola a conti fatti inferiore a quello che avrebbe potuto essere, se solo si fossero evitate certe scelte e fatte di altre. L’unico grande personaggio-attore che ci è dato modo di osservare e di godere è, come quasi sempre accade nei suoi film, il regista stesso che si esibisce in una buonissima interpretazione, dando vita ad un personaggio sfaccettato e davvero molto interessante, che però viene messo troppo in ombra dalle beghe amorose e drammatiche che caratterizzano i due effettivi protagonisti. Lulli, il critico d’arte interpretato da Rubini, è un misto di sentimenti e di emozioni che vanno dal più positivo (l’amore smisurato per la sua Gloria e per l’arte) al più negativo (il senso estremo di possesso per la sua donna e l’ambizione sfrenata nel suo lavoro che lo porta a sfruttare il talento di molti artisti). Il rapporto tra artista e critico, che si fa via via sempre più serrato e quasi simbiotico (ad essere molto più appassionante, piuttosto che  la vicenda amorosa tra Gloria e Adrian è, invece, l’attaccamento e il sentimento quasi morboso che viene ad instaurarsi tra Lulli, il critico, e Adrien, l’artista) e il ruolo effettivo che l’arte ha in confronto ad esso è il tema principale di Colpo d’occhio, che purtroppo poi si perde strada facendo incentrandosi su scelte narrative e stilistiche di sicuro non molto apprezzabili: una certa stucchevolezza di fondo che caratterizza gran parte dei dialoghi e delle situazioni che si creano tra i due giovani amanti; una virata sul giallo-thriller che però si risolve nella più prevedibile e scontata delle maniere; la comparsa quasi ossessiva di una collana e l’utilizzo al limite del ridicolo di una pistola facente parte di un’opera d’arte. Altra caratteristica di Colpo d’occhio, e di rimando della linea registica assunta da Sergio Rubini per questo film, è una sorta di ambizione sfrenata che si esplica con una serie di citazioni e rimandi cinematografici non indifferenti, a partire dal titolo che richiama l’ultima grande fatica del genio Kubrick, fino ad arrivare ad alcune sequenze che si rifanno a grandissimi registi quali de Palma (lampante il rimando a Vestito per uccidere nella sequenza dell’inseguimento all’interno del museo), passando per Hitchcock, senza tralasciare Woody Allen. Resta solo da decidere se essere indulgenti verso questo atteggiamento ambizioso e apprezzare questo desiderio di “eccellere” e di sopraelevarsi rispetto alla moltitudine di film fin troppo uguali a sé stessi, o se assumere una posizione punitiva per il presunto rispetto mancato a cotali registi. Vista la situazione in cui versa gran parte della produzione cinematografica nostrana (e si sottolinei il fatto che non si tenta di fare una sterile e inutile generalizzazione, ma solo fotografare una lampante verità che di quando in quando viene smentita da pellicole e registi più che dignitosi), chiudere un occhio (sia permesso il gioco di parole col titolo del film) verso Rubini e verso questa sua pellicola imperfetta, risulta essere la soluzione migliore, perlomeno per ripagare i rischi che il regista si è assunto puntando sull’audiacia e sulla temerarietà.

 

VOTO: 6

 



CITAZIONE DEL GIORNO

 

C’è qualcosa di scientifico nei tuoi ritardi. Certi risultati si ottengono solo applicandosi intensamente. (Kristin Scott e Hugh Grant testimoni di nozze in perenne ritardo in "Quattro matrimoni e un funerale")

 


LOCANDINA

 

Rapporto confidenziale numero undici

GRATUITA, LIBERA E INDIPENDENTE!!!


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EDITORIALE di Alessio Galbiati


Grautito, libero e indipendente. Questo è Rapporto Confidenziale.


Anche questo mese di fronte ai vostri occhi, voglioso di incuriosirvi.


Buona lettura.

SOMMARIO DEL NUMERO 11

04 La copertina. ilcanediPavlov!

05 Editoriale di Alessio Galbiati

06 Nella mia pelle di Samuele Lanzarotti

08 Western contemporaneo ovvero il cowboy che perse la strada

di casa di Costanza Baldini

11 SPECIALE. NUOVO CINEMA RUMENO

Noul cinema romanesc. La nuova generazione di registi rumeni racconta la Romania post Ceauşescu di Roberto Rippa 12

4 luni, 3 saptamâni si 2 zile di Roberto Rippa 14

A fost sau n-a fost? di Sergio Citterio 15

Cum mi-am petrecut sfarsitul lumii di Roberto Rippa 16

Moartea domnului Lăzărescu di Roberto Rippa 17

La Romania vista dall’Italia di Alessio Galbiati 18

Mar Nero di Sergio Citterio 19

Pa-ra-da di Roberto Rippa 19

Il resto della notte di Alessio Galbiati 20

Cover Boy. L’ultima rivoluzione di Alessio Galbiati 21

Gara de Nord_copii pe strada di Alessio Galbiati 22

24 Baghead di Alessandra Cavisi

25 STORIA E DISCORSO – ARTICOLO N.3. L’evento dinamico – l’innesco della storia – le innovazione delle strutture non lineari di Roberto Bernabò

27 Love is the Devil di Samuele Lanzarotti

28 I tre volti della paura di Francesco Moriconi

30 CINEMUNA. IL VERO NELL’ASSURDO. Nessuna verità | No Man di Ciro Monacella

31 What Ever Happened to Baby Jane? di Alessandra Cavisi

32 Riflessi sulla pelle di Sanuele Lanzarotti

34 Il cinema sperimentale di InharmoniCity di Alessio Galbiati

37 cinemautonome

39

Indice filmografico

41

Arretrati

L'infernale Quinlan





REGIA: Orson Welles

CAST: Orson Welles, Charlton Heston, Janet Leigh, Akim Tamiroff

ANNO: 1958

 

TRAMA:

 

Mike Vargas, poliziotto messicano che si occupa di narcotrafficanti, è in viaggio di nozze con sua moglie Susie. Insieme stanno per attraversare il confine, quando all’improvviso si presenta un difficile caso da risolvere: un uomo d’affari e la sua amante sono morti in seguito ad una bomba piazzata sotto la loro auto. Ad indagare arriva anche il capitano Quinlan, che adotta metodi poco ortodossi per risolvere i suoi casi…

 


ANALISI PERSONALE

 

Un piano sequenza iniziale che ormai è storia. Un piano sequenza iniziale che non fu capito e apprezzato dai produttori all’epoca, intenti a rendere fruibile alla massa la pellicola, piuttosto che a diffondere l’arte e la sua grandiosità. Un piano sequenza che quindi fu deturpato della sua reale natura e accompagnato da fastidiosi titoli di testa che ne offuscarono l’enorme grandezza. Un piano sequenza che lascia a bocca aperta non solo perché lampante dimostrazione dell’enorme talento registico di Welles, ma anche e forse soprattutto per la forza visiva che esso possiede, per l’estrema capacità narrativa e comunicativa di cui il regista era dotato. Ma non solo: un montaggio alternato che rappresentava uno degli elementi che contribuivano a rendere la pellicola un vero e proprio capolavoro, che fu sostituito da uno più lineare, ma anche molto più banale. Orson Welles era avvezzo a questo genere di usurpazioni, dato che anche con L’orgoglio degli Amberson aveva visto tutto il suo lavoro andare in fumo, a causa di produzioni che stravolgevano il montaggio delle sue pellicole, tagliuzzando scene qua e là e inserendone di nuove girate da altri registi non all’altezza del suo genio. Fortunatamente nel corso degli anni c’è stato qualcuno che si è preoccupato di recuperare il lavoro originale e di restituirlo a quegli spettatori che non si accontentano, stiamo parlando di Nanni Moretti e della sua Sacher. Ed è così che anche Touch of evil (banalmente tradotto in Italia come L’infernale Quinlan), è riuscito a rientrare nella sua prima pelle e ad arrivare a noi così come il mitico Welles l’aveva girato. Dobbiamo anche all’ostinazione del grandissimo Charlton Heston se il regista oltre a comparire nei panni del comandante Quinlan, si trovò dietro la macchina da presa a coglierne ogni minimo particolare. L’attore si disse disposto a partecipare al progetto solo se alla regia ci fosse stato il grandissimo Welles, e i produttori pur di non perdere l’appeal e l’attrattiva di un personaggio di tal fatta, decise di accondiscendere ai suoi voleri. Il risultato è stato lo straordinario ritratto di un uomo dalla particolare e sfaccettata fattura fisica, morale, psicologica e mentale, inserito in un contesto di profonde riflessioni sulla dicotomia tra bene e male, ambientato nel luogo forse più atto a questo genere di considerazioni: il confine tra gli Stati Uniti e il Messico. Ed è così che una comune storia di trafficanti di droga e poliziotti corrotti si trasforma in un importantissimo tassello della storia del cinema, con una serie di tematiche di non poco conto, come il razzismo o il rapporto tra etica e giustizia.

 

Il comandante Quinlan è una persona viscida in tutti i suoi aspetti: non solo ha un’apparenza fisica quasi spaventevole (trascina il suo pesante corpo su una gamba di legno che sembra suggerirgli di volta in volta la risoluzione dei casi, in seguito ad una sorta di preveggenza e di intuito innato), ma è anche prepotente, poco incline al dialogo, decisamente arrogante. Il fatto che sicuramente abbia piazzato delle prove false per risolvere il caso accusando un uomo che potrebbe essere innocente solo perché è messicano, anche se del tutto convinto della sua colpevolezza in base alle percezioni che lo contraddistinguono, contribuisce a farci comprendere il suo modo di porsi in confronto alla legge: egli si ritiene al di sopra di essa e per questo agisce come se fosse il detentore assoluto dei metodi che la legge offre ai suoi tutori per farsi rispettare. Questa volta però sul suo cammino troverà un solerte e onesto funzionario di polizia, il truccatissimo Charlton Heston nel ruolo di Mike Vargas, che deciderà di risolvere il caso in maniera lineare e soprattutto di indagare sulla condotta di Quinlan anche nei suoi casi precedenti. La lotta tra i due (il bene e il male, che però non sono così definiti come sembra, come ci dimostra il meraviglioso finale) è il fulcro di questa pellicola che ci fa sognare e rabbrividire con alcune sequenze di pregevole fattura. Il succitato pianosequenza iniziale non è l’unico momento di alto cinema presente in questa pellicola: indimenticabili rimangono anche la sequenza dell’omicidio di Joe Grandi (trafficante della zona che tenta in tutti i modi di ostacolare Vargas che ha arrestato suo fratello a Città del Messico, fino ad arrivare a rapire sua moglie e metterla al centro di un complotto ordito anche con la connivenza di Quinlan), con un Orson Welles spiritato e un Akim Tamiroff in stato di grazia, che poi finisce riverso sul letto con gli occhi spalancati; e il meraviglioso finale che tra sparatorie e accidentali “tuffi in acqua”, in seguito ad una rivelazione, mette a soqquadro tutto quanto visto fino ad allora, facendo riflettere sulla natura “fascista” di Quinlan e sulla sua condotta. Altro grande personaggio della pellicola è Tana, la tenutaria di un bordello interpretata da una bruna e “sfatta” Marlene Dietrich che forse con le sue ultime parole ci restituisce tutto il significato di questa pellicola e del suo protagonista assoluto: Era uno sporco poliziotto, ma a suo modo era anche un grand’uomo”.

 

VOTO: 10

 


CITAZIONE DEL GIORNO

 

"Mi rispettano tutti perché io ho carattere". "Anch’io ho carattere". "No, tu hai un caratteraccio, non vuol dire che tu abbia carattere!" (The Wolf and Raquele in "Pulp Fiction")

 


LOCANDINA

 

Sulla strada





AUTORE: Jack Kerouak

ANNO: 1957

 

TRAMA:

 

Sal Paradise racconta i sette anni più incredibili della sua vita, passati accanto al migliore amico Dean Moriarty a viaggiare per gli Stati Uniti fino ad arrivare persino a Città del Messico. Nel mezzo, amicizie trovate e poi perse, amori consumati alla velocità della luce, sorprese e delusioni, fino a giungere alla consapevolezza che è impossibile concludere il viaggio…

 


ANALISI PERSONALE

 

Divenuto ormai manifesto della corrente letteraria chiamata beat generation, Sulla strada ha trovato finalmente, a distanza di anni dalla sua uscita, i consensi che meritava sin da allora. Un romanzo che penetra nelle viscere e difficilmente ne esce, rimanendo impresso per sempre nelle menti e nei cuori di coloro che hanno avuto la fortuna di accostarvisi. Una storia che racconta ripetutamente una serie di viaggi a bordo di auto scalcinate verso la libertà, verso l’affermazione della propria personalità, verso la vera felicità che è quella che si trova solamente lontani dalle convenzioni sociali e dal perbenismo imperante. Una fuga dalla società di quegli anni, che in parte continua a persistere, estremamente borghese e tradizionale, dove il massimo obiettivo da raggiungere era quello di trovare un buon lavoro e di stabilirsi comodamente in un unico posto. Quella narrata in Sulla strada, invece, è una vita nomade, decisamente opposta a quella richiesta da una società opprimente e “disindividuante”, una vita ricca di avventure, di sesso, di droga, di alcool, ma anche di amicizie, di sentimenti autentici seppur fuggevoli, di musica, di letteratura. Non riesce difficile calarsi completamente nei racconti di Sal Paradise, che altri non è se non lo scrittore stesso, e nel suo rapporto a tratti morboso con il “pazzoide” Dean Moriarty (identificato come Neal Cassidy, migliore amico dello scrittore), rapporto che costituisce lo scheletro portante di questo meraviglioso affresco delle strade americane, dei locali malfamati, degli appartamenti fatiscenti abitati da personaggi straordinari e fuori dal comune. In molti di essi è nascosta una persona realmente esistita (Burroughs, Ginsberg e molti altri) e realmente entrata in contatto con il grande Kerouak, grazie al quale un determinato modo di esprimere le emozioni è riuscito ad arrivare fino a noi. Il suo stile è quasi frammentato, privo della solita linearità a cui una certa letteratura ci ha abituato, uno stile talmente profondo e coinvolgente, da risultare persino difficile da descrivere. Quando si legge Sulla strada bisogna dimenticare qualsiasi tipo di pretesa riguardante la correttezza di punteggiatura o persino di grammatica e abbandonarsi al flusso continuo e inarrestabile di pensieri e sensazioni che arrivano dritto al punto: emozionare e addirittura commuovere (come nello strabiliante e toccante finale) il lettore sensibile a determinate tematiche come l’alienazione da una società che non accetta il diverso, l’impossibilità di adattarsi ad uno stile di vita visto come una vera e propria morte, l’affannosa ricerca di un posto nel mondo dove poter respirare a pieni polmoni e dove poter esprimere la propria vera natura. La natura di Sal è tendenzialmente protesa all’adattamento e alla sistemazione in una fissa dimora, come dimostrano i periodi di tempo in cui cerca di trovare un lavoro, comincia una relazione fissa, torna a casa da sua zia e via dicendo, ma sono gli incontri, a volte fortuiti a volte no, con lo scapestrato Dean che lo scombussolano e lo portano a seguire l’altra medaglia della sua natura: quella protesa verso l’indipendenza da ciascun tipo di legame sociale e convenzionale, quella estrosa e creativa, quella che lo porta ad assumere sostanze stupefacenti per completare il suo romanzo. Il viaggio, inteso come unico elemento atto a spezzare la noia e la monotonia di una vita già programmata in ogni minimo particolare, è l’altro tema principale di questo romanzo che risulta essere pieno di vita vissuta (incontri con donne che poi vengono abbandonate, serate in locali ad ascoltare musica jazz, chiacchiere tra amici su ogni argomento possibile ed immaginabile, matrimoni e conseguenti divorzi con figli abbandonati sulla via),  e che riesce ad essere suggestivo ed estremamente coinvolgente, ponendo anche una serie di interrogativi di un certo peso. E’ davvero quello perpetuato da Dean, e di conseguenza da Sal e da tutti i loro amici un po’ fuori di testa, il giusto e l’unico modo per affrontare una realtà circostante che ci risulta essere ostica e poco comprensiva? Molto probabilmente no, ma sicuramente è il modo che una certa generazione, la beat generation appunto, e nel caso specifico Dean prima di tutto, (egoista e scostante) e Sal, di conseguenza, (generoso e fedele) hanno scelto, riuscendovi o meno, ma vivendo a modo loro.

 

VOTO: 10


CITAZIONE DEL GIORNO

 

Definire è limitare. (Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray)

 



COPERTINA

Appaloosa

REGIA: Ed Harris
CAST: Ed Harris, Viggo Mortensen, Jeremy Irons, Reneè Zellweger
ANNO: 2009

TRAMA:

Nella cittadina di Appaloosa, New Mexico, un criminale e la sua banda stanno seminando il caos. Alcuni cittadini decidono di chiedere l’aiuto di due dei più famosi pistoleri del paese, Virgil Cole e Everett Hitch. I due accettano a patto di essere eletti sceriffi e di decidere qualsiasi legge che riguardi il paese. Nel bel mezzo della “caccia al ladro”, fa la sua comparsa una donna che sconvolgerà tutti i piani.

  


ANALISI PERSONALE

Un film girato e interpretato dal grande Ed Harris, accanto ad attori del calibro di Viggo Mortensen, in primis, e di Reneè Zellweger e Jeremy Irons, già sulla carta fa pensare di trovarsi di fronte a qualcosa di altamente apprezzabile. Se ci aggiungiamo che si tratta di un vero e proprio omaggio alla tradizione western con punte di modernità davvero deliziose e gradevoli e con un’imperante e contagiosissima ironia, allora non possiamo che essere certi del risultato. “Appaloosa” non è un vero e proprio western convenzionale, proprio perchè contaminato da alcuni divertentissimi aspetti che lo rendono diverso da quasi tutte le altre pellicole del genere. L’aspetto decisamente più interessante sono proprio i particolarissimi personaggi che si muovono sullo sfondo di queste terre immense e desolate, inseguendo e scappando, in un continuo e movimentato cambio di prospettive. Quello che più colpisce è proprio il personaggio interpretato dal “mostruoso” Mortensen, un ex-sceriffo che segue fedelmente e lealmente il suo amico e collega e che lo aiuta a tirarsi fuori dai guai o dalle situazioni imbarazzanti. La sua camminata decisa e il suo sguardo fermo e al tempo stesso compassato, lo rendono davvero unico e singolare, senza contare il fatto che ci regala un finale molto poetico ed evocativo. L’aspetto più interessante della pellicola, al di là di alcune sequenze girate con mano esperta  (soprattutto quelle degli inseguimenti e delle sparatorie ad alto grado di coinvolgimento emotivo e visivo), è il rapporto molto particolare che intercorre tra i due personaggi maschili, uniti da un’amicizia virile che però ha delle punte di tenerezza incredibili. Lo “spietato” Virgil si muove solo accompagnato dal suo fidato amico ed è contrassegnato da una caratteristica al tempo stesso molto ironica e significativa: molto spesso gli sfuggono i vocaboli che vorrebbe utilizzare per interagire con gli altri e allora si rivolge a Everett perchè glieli suggerisca. Oltre ad essere molto divertente, questo espediente è sicuramente metafora del legame molto intenso che lega i due, del fatto che l’uno ha bisogno dell’altro in base alla famosa legge della compensazione. Everett ha bisogno che Virgil lo tenga sempre scattante e pronto all’azione, Virgil ha bisogno di Everett per confrontarsi con gli altri e per tornare coi piedi per terra quando viene colto da improvvisi scatti d’ira o quando non si rende conto della reale natura delle persone con cui entra in contatto. Nonostante la diversa visione della propria “missione” (Everett lo fa più per soldi che per un senso di giustizia che non riesce a sentire, Virgil sente forte il peso della sua posizione di tutore della legge) tra i due intercorre un’intesa molto palpabile (intesa che lo spettatore recepisce anche dalla recitazione dei due attori che sembrano essersi divertiti da matti a trasporre sullo schermo la loro amicizia), cosa non facile da ottenere visto che uno dei due è anche il regista della pellicola, quindi in un modo o nell’altro “costretto” ad avere un’impostazione diversa del proprio modo di lavorare. Esilarante anche il personaggio femminile (altro elemento di modernità oltre all’ironia che percorre le vicende di “sangue”), intrerpretato da una deliziosa anche se un po’ troppo caricaturizzata Reneè Zellweger, una donna che si arrabbatta come può (sostanzialmente civettando con più uomini possibili) per sopravvivere e riuscire a cavarsela dopo essersi ritrovata completamente sola “nel mezzo del nulla”). Funziona un po’ meno, anche se intepretato ottimamente dal grande Jeremy Irons, il personaggio del brigante Randall Bragg, all’inizio mostrato come spietato e quasi invicibile, poi divenuto via via pedina in balia degli eventi.Tra sparatorie che scoppiano improvvise sorprendendo lo spettatore che ne rimane quasi paralizzato e momenti di grande spassosità e di intelligente e sofisticata ironia ricca di brillanti battute, la pellicola riesce nell’intento di far appassionare lo spettatore a storie ambientante nel caro vecchio far west e soprattutto di farlo sognare con la visione di paesaggi idilliaci e molto rarefatti (gli stessi che incantano un ghepardo in cima ad una montagna) che fanno da sfondo a vicende di sceriffi e briganti, ma prima di tutto ad una grandissima e bellissima amicizia, sentimento per il quale si compiono anche i gesti più impensabili, come succede alla fine di questo meraviglioso film.

VOTO: 8




CITAZIONE DEL GIORNO

Ogni domenica puoi vincere o perdere. La questione e’: sei capace di fare entrambe le cose da uomo?". (Al Pacino (Tony D’Amato in "Ogni maledetta domenica")
 


LOCANDINA

Sette anime





REGIA: Gabriele Muccino

CAST: Will Smith, Rosario Dawson, Woody Harrelson, Barry Pepper, Michael Ealy
ANNO: 2009

 

TRAMA:

 

Ben Thomas, così dice di chiamarsi, si aggira nelle vite di alcune persone per scoprire se sono meritevoli o meno del suo aiuto. Spacciandosi per un agente del fisco, cerca di salvare la vita a sette persone per espiare una sua grande colpa e un suo enorme dolore. 

 

  


ANALISI PERSONALE

 

Nascono le polemiche sulla paternità di questa pellicola. Qualcuno asserisce che le si dà contro solo perché il regista è il tanto bistrattato Gabriele Muccino, caprio espiatorio di una certa critica decisamente insoddisfatta del cinema nostrano, e che quindi non si è oggettivi nella valutazione di un film solo perché non si riesce a digerire il regista. In realtà, escludendo polemiche, più o meno fondate, e dibattiti che riguardino chiunque abbia partecipato alla lavorazione di questo film, il problema vero e proprio è che Sette anime, indipendentemente da Muccino e da chiunque altro, è davvero un film indigeribile. E i motivi sono veramente tanti. Persino il solitamente apprezzabile e valente Will Smith, costituisce uno di questi motivi. Forse per colpa del regista che l’ha diretto, forse per tendenze proprie, la sua recitazione risulta oltremodo forzata, oltre che esageratamente drammatica, anzi melodrammatica. Ovviamente i problemi e i pensieri che affliggono il personaggio che interpreta in questa pellicola non sono di poco conto, ma dover assistere ad una serie infinita e sfiancante di primi piani con espressioni di sofferenza e con lacrime che sgorgano come cascate in piena, non è davvero il massimo. Un’atmosfera tristissima attraversa la totalità della pellicola che è basata su un unico avvenimento avvenuto nel passato del protagonista, reso palese da una serie di flashback fin troppo ripetitivi ed esplicativi. Ad inizio film veniamo catapultati nell’indeterminatezza, con il protagonista che telefona al 911 per denunciare un atto di suicidio e subito dopo afferma di essere egli stesso la vittima. Questo è l’unico momento degno di nota e di attenzione della pellicola, perché lo spettatore si incuriosisce e comincia a chiedersi come sia possibile una cosa del genere e per quale motivo l’uomo voglia togliersi la vita. Cinque minuti dopo vediamo l’uomo solcare le onde dell’oceano e affermare che se Dio ci ha messo sette giorni per creare il mondo, lui ha impiegato solo sette secondi per distruggere il suo. Cominciamo già ad avere il sentore di una pellicola oltremodo ruffiana, oltre che decisamente ed esageratamente strappalacrime, e il dubbio comincia a diventare certezza man mano che si prosegue con una serie infinita di guai che affliggono non solo il protagonista, ma anche altre persone che lui decide di aiutare a tutti i costi.

In questa pellicola non c’è personaggio che non versi lacrime, chiunque fa la sua comparsa davanti alla camera, dà ampio sfoggio di doti esageratamente drammatiche, a partire dal fratello del protagonista, fino ad arrivare al suo migliore amico (il bravo Barry Pepper) e ad alcune delle sette fortunate persone che ha deciso di aiutare: una ragazza malata di cuore (la bellissima Rosario Dawson di cui è impossibile non innamorarsi, tant’è che succede anche nel film); un uomo cieco che non conosce alcuna gioia nella vita; un’anziana signora maltrattata dal gestore dell’ospedale dove è ricoverata; una donna vittima degli abusi del suo compagno e via di questo passo. L’unico espediente che poteva tenere desto l’interesse dello spettatore era la natura dell’avvenimento che spinge il protagonista a decidere di togliersi la vita e ad aiutare così disperatamente altre sette persone; ma il grande problema è che lo si intuisce quasi immediatamente, rovinando anche il gusto della sorpresa o di un qualsivoglia colpo di scena. Ed è così che lo spettatore è costretto a sopportare inerme la serie infinita di tragedie e disgrazie che si susseguono senza sosta, per riuscire a capire dove in realtà il regista voleva andare a parare. Il vero e proprio finale è intuibile sin da quando un oggetto particolare fa la sua comparsa sullo schermo, richiamando alla mente un’altra pellicola melodrammatica, John Q., ma se la mancanza d’originalità e la prevedibilità non sempre sono danni insormontabili, il voler calcare la mano sulle corde emotive dello spettatore per “costringerlo” a commuoversi a tutti i costi, è un espediente che risulta irritante, oltre che decisamente sfiancante. Come superare, dunque, la delusione per questa pellicola a dir poco insopportabile? Pur rischiando di risultare frivoli e triviali, l’unica magra consolazione per gli spettatori è la visione estatica di due bellissimi e sensualissimi attori. Le donne potranno crogiolarsi nella visione dei muscoli di Will Smith e gli uomini potranno perdersi negli occhi da cerbiatta di Rosario Dawson. Quello che rimane alla fine è un semplice e salvifico insegnamento: mai utilizzare il cellulare mentre si sta guidando. 

 

VOTO: 3

 


CITAZIONE DEL GIORNO

 

"Credo che mi piacciano di più i film!". "Di cosa?". "Della vita reale!". (da "Non bussare alla mia porta")

  


LOCANDINA

 

Yes man


REGIA: Peyton Reed

CAST: Jim Carrey, Zooey Deschanel, Bradley Cooper, John Michael Higgins, Rhys Darby

ANNO: 2009

 

TRAMA:

 

Carl Allen è un uomo che dopo il divorzio dalla moglie ha cominciato a condurre una vita apatica, tutta lavoro e divano di casa. Abituato a dire di no a qualunque richiesta di chiunque gli si avvicini, un giorno incontra per caso un suo ex collega che lo invita ad uno dei seminari di Terrence Bundley, dove si professa la religione del si. In questo modo Carl comincerà a dire di si a qualunque domanda o richiesta…

 

 


 

ANALISI PERSONALE

 

Che Jim Carrey sia un ottimo attore professionista è cosa ormai nota, e ne abbiamo avuto le prove dopo averlo visto in ruoli decisamente impegnati e totalmente opposti a quelli che di solito lo vedono occupato ad esibirsi in una serie di smorfie e di sorrisi a cinquanta denti. Per carità, anche la vena comica dell’attore è del tutto apprezzabile, solo che a volte viene sfruttata in maniera poco adeguata, messa al servizio di pellicole che non hanno nulla di originale, nessun guizzo degno di nota, nessuna particolarità che ce le fa apprezzare. È questo il caso di Yes man, blanda commediola sul senso della vita e sui rapporti interpersonali che affronta in maniera superficiale e a tratti banale il significato e l’importanza delle esperienze concrete, del contatto con l’altro, del bisogno di affetto e di amore nelle nostre vite. Ed è così che il protagonista di questa pellicola (recitato sempre ottimamente da Jim Carrey) si ritrova a cambiare totalmente il suo modo di comportarsi a seguito di un incontro casuale (a chi è venuto in mente Bugiardo bugiardo dove l’attore da mentitore cronico si trasforma in imperturbabile assertore della verità assoluta, non si preoccupi perché il paragone viene più che spontaneo). All’inizio lo vediamo rifiutare gli inviti del suo migliore amico, a dire sempre di no ad un ragazzo che lo invita ad ascoltare la sua band in un locale, a tutti i clienti della sua banca che si recano per chiedere dei prestiti e via di questo passo. Pian piano scopriamo che questo suo modo negativo di affrontare la vita e il rapporto con gli altri, deriva da una separazione inattesa e non voluta con la sua bella moglie, ormai felicemente fidanzata. Al di là della scontatezza che accompagna le ragioni di fondo della caratteristica di Carl (lui è un no-man, come verrà apostrofato poi dai partecipanti al seminario), a deludere sono anche molte delle trovate e degli escamotage utilizzati per strappare la risata: ripetute cadute e scivoloni, riferimenti sessuali con donne di una certa età, corse in moto con il didietro all’aria e via di questo passo. Tutto quello che non vorremmo mai vedere in una commedia brillante e intelligentemente divertente è qui invece mostrato a piè sospinto. Se ci aggiungiamo la solita e banalissima storia d’amore che si fermerà davanti a degli ostacoli, ma poi riuscirà a trionfare su tutto, allora il calderone di ingredienti poco piacevoli è davvero completo. Tutto sommato però, Yes man non si fa disprezzare totalmente, perché ad accompagnare questi elementi non molto gradevoli, si aggiungeranno alcuni personaggi, alcune situazioni e alcune battute davvero molto divertenti e godibili. A partire dal collega di Carl, Norman, un nerd fuori di testa appassionato di Harry Potter e organizzatore di feste a tema (la scena in cui apre la porta del suo appartamento vestito da guerriero spartano urlando “Questa è Spartaaaa”, è davvero esilarante), fino ad arrivare ad alcuni clienti della banca di Carl che si impelagano in attività a dir poco fuori dal comune, come la signora che si cimenta nella preparazione di torte che raffigurano personaggi famosi, scambiati ogni volta per qualcun altro, fino ad arrivare alla stessa protagonista femminile (la deliziosa e carinissima Zooey Deschanel) che suona in una band un po’ suo generis e ogni mattina con un gruppo di svitati, si diletta in corse all’aperto durante le quali scattare fotografie in movimento (molto divertente la sequenza in cui Carl, appena conosciutala, si reca a fare “jogging fotografico” dopo una notte brava a base di Red Bull). Insomma, quando non si è occupati ad irritarsi per la semplicità (e ci riferiamo a questo termine donandogli un’asserzione negativa), di molti passaggi e messaggi trasmessi; con Yes man qualche risata è possibile farsela, se si abbandonano i pregiudizi verso determinati tipi di pellicole. Ma questo è l’unico, minuscolo, pregio del film, che per il resto si abbandona a facili insegnamenti del tipo “cogli l’attimo e goditi ogni momento della tua vita finchè sei in tempo”. Interessante, seppur estremamente superficiale e incompleto, il riferimento alla pratica del microcredito (quando Carl comincia a dire di si a tutto e tutti, concederà una serie incredibile di piccoli prestiti riuscendo nel difficile risultato di vedere tutti i soldi rientrare in banca con i relativi interessi), che poteva costituire un elemento importante e originale di una pellicola che invece si abbandona ai soliti cliché di genere.

 

VOTO: 5

 



CITAZIONE DEL GIORNO

 

Quelli che si limitano saggiamente a cio’ che pare loro possibile non avanzeranno mai di un passo. (Carlo Cecchi in "Morte di un matematico napoletano")

 


LOCANDINA

Un matrimonio all'inglese


REGIA: Stephan Elliott

CAST: Jessica Biel, Colin Firth, Kristin Scott Thomas, Ben Barnes
ANNO: 2009

 

TRAMA:

 

Il giovane e altolocato John, inglese di famiglia, si innamora della bellissima ed elegante Larita, americana doc. Quando arriva il momento di presentarla ai suoi, ne succedono di tutti i colori.

 



 

ANALISI PERSONALE

 

Una commedia davvero molto divertente, oltre che frizzante e decisamente deliziosa, questo Easy virtue (tradotto inspiegabilmente in Un matrimonio all’inglese), tratto da una piece teatrale di Noel Coward, da cui ad inizio carriera, persino il grandissimo Hitchcock aveva tratto una pellicola. Il maestro, dopo anni, disconobbe questo suo lavoro tacciandolo come uno tra i più indecenti; Stephan Elliot può esserne sicuramente fiero, dato che è riuscito a giostrare abilmente i tempi comici e a creare un affiatamento tra i componenti del cast non indifferente. Il punto di forza di questa pellicola è, infatti, oltre alla serie di battute ironiche e molto intelligenti, l’ottima interpretazione dei protagonisti, soprattutto le due donne che vengono messe a confronto: l’americanissima Jessica Biel che dimostra un talento di comica e una conoscenza dei tempi della commedia non indifferente e l’inglesissima Kristin Scott Thomas, perennemente crucciata in una sorta di ostracismo contro il diverso e il moderno. Il giovane Ben Barnes, nei panni dell’innamorato, e il più anziano (ma non abbastanza) Colin Firth nei panni del padre affascinato, soccombono di fronte alla “statura” di queste due figure femminili che attirano tutte le attenzioni del pubblico. L’unico personaggio maschile, seppur secondario, che riesce a conquistare totalmente le simpatie dello spettatore è sicuramente il maggiordomo, osservatore sornione e soddisfatto delle novità in casa Witthaker e aiutante provetto della povera Larita che in più di un’occasione si ritrova davvero con l’acqua fino alla gola (divertentissime le disavventure col cagnolino di famiglia). Una famiglia apparentemente molto convenzionale quella dei Witthaker, che vive in una bellissima villa immersa dal verde e si diletta con cacce alla volpe ed eventi di beneficenza. In realtà proseguendo con il viaggio all’interno della loro casa, verranno a galla numerose “falle” che li renderanno più umani e anche più piacevoli ai nostri occhi. La giovane ed emancipata Larita faticherà a trovare la giusta collocazione nella sua nuova famiglia che, al di là del papà tornato dalla guerra più libero dalle convenzioni, non riesce ad accettarla per i suoi gusti un po’ fuori dal comune:


adora andare in motocicletta, ama l’arte di Picasso, si è già sposata un’altra volta e dietro il suo primo matrimonio aleggia un inconfessabile segreto, che verrà svelato, saggiamente, solo verso la fine del film. Il rapporto fidanzata-suocera ha sicuramente un ruolo fondamentale in questa elegante commedia inglese, ma a scalciare prepotentemente arriva anche la netta contrapposizione tra inglesità e americanità, tra attaccamento ai valori antichi e desueti di eleganza, raffinatezza e virtù (da cui il titolo della pellicola) e disinvoltura e sicurezza nell’accostarsi alla modernità più assoluta, vista dalla suocera e dalle cognate come vera e propria volgarità (divertentissimo il can can a cui parteciperanno sia Larita che sua cognata). Molto interessanti anche tutti i personaggi di contorno e molto ben costruita l’ambientazione che si arricchisce anche di una serie di aspetti tecnici di pregevole fattura, a partire dagli elegantissimi e adeguatissimi costumi, fino ad arrivare al trucco e al parrucco. Ma qualcosa in Easy virtue non va, soprattutto quando si comincia ad intuire il sopravanzare di una certa “intesa” tra Larita e suo suocero, espediente che porta la pellicola verso alcuni momenti di prevedibilità inaudita, oltre che di ostentazione eccessiva della rivalità tra la suocera e la nuora (la scena del lungo tango tra Jessica Biel e Colin Firth è del tutto fuori luogo). Inoltre, anche se volutamente, si sofferma un po’ troppo sui luoghi comuni che accompagnano la generale visione del mondo inglese e del mondo americano, lasciando che a vincere sia solo uno dei due, senza magari riuscire a trovare un compromesso. Ma, difettucci a parte, possiamo considerare Easy virtue una brillante commedia che riesce nel suo piccolo a far riflettere su un momento molto importante per la vita di un genitore: quello in cui il proprio figlio abbandona per sempre il nido “natale” per andare via con un partner, che nazionalità e personalità a parte, in un modo o nell’altro verrà sempre visto come un nemico giurato, colui che sottrae ad un genitore il suo bene più immenso. 

 

VOTO: 7

 

  


CITAZIONE DEL GIORNO

 

Il Diavolo: "Mentre il paradiso è chiuso, l’inferno è sempre aperto… sono aperto anche a Natale".  (Da "L’ultima profezia", 1997)  




LOCANDINA