The fog Vs The fog – la nebbia assassina

Le colpe dei padri espiate dai figli

In occasione della preparazione dei festeggiamenti per il centenario della cittadina di Antonio Bay, cominciano a verificarsi degli strani avvenimenti. Ben presto si scopre che all’interno della fitta nebbia che avvolge l’isola si nasconde un pericolo terrificante. La terribile sete di vendetta di alcuni lebbrosi, sfruttati dai padri fondatori della cittadina per costruire la propria ricchezza e la propria prosperità, sta per avere luogo.

Sicuramente non uno dei piccoli-grandi capolavori carpenteriani che rimaranno nella storia del cinema come dei cult indimenticabili, "Fog" del 1980 è però senza ombra di dubbio un efficiente esempio di horror che coinvolge e appassiona lo spettatore pur con scarsi mezzi, basandosi principalmente su un’ottima costruzione della suspance e su delle straordinarie atmosfere inquietanti e angoscianti, rese tali non solo dall’abile maestria registica di Carpenter, ma anche soprattutto dalla bellissima colonna sonora da lui stesso composta (come per quasi tutte le sue pellicole) e dalla funzionlissima e molto ben curata fotografia di Dean Cundey che incornicia alla perfezione le meravigliose e affascinanti locations in cui la pellicola è ambientata.

"The Fog" si apre con un interessante incipit in cui alcuni bambini sulla spiaggia ascoltano terrorizzati il racconto di un vecchio che sta parlando della storia della nascita di Antonio Bay e di come i padri fondatori riuscirono a costruirla e ad arricchirsi con l’inganno e la cupidigia. Ma questa non è l’unica sequenza degna di nota di "The Fog", visto che, anche per adeguarsi all’imperante moda degli anni ’80 di un cinema più gore e più orrorifico soprattutto dal punto di vista visivo, Carpenter si decise ad inserire dei momenti ad alto impatto adrenalinico come l’estenuante e pericolosissima lotta corpo a corpo tra Stevie (una delle protagoniste femminili, la conduttrice di una trasmissione radiofonica, nonché proprietaria del faro dal quale vedrà la nebbia avvicinarsi minacciosamente) e le creature assetate di vendetta che si nascondono nella nebbia (la sequenza più riuscita nella creazione del pathos è però quella in cui la città improvvisamente "impazzisce", con i cani che cominciano ad abbaiare insistentemente, i telefoni che squillano rumorosamente, gli allarmi delle auto che cominciano a suonare senza motivo e via dicendo). Indimenticabile la caratterizzazione quasi fumettistica data a questi personaggi "cattivi" (anche se in effetti altro pregio della pellicola è proprio quello di non dare giudizi circa la giustezza o meno di queste vendetta, tanto che Carpenter sembra non prendere le parti né di chi subisce la vendetta, né di chi la mette in atto), che appaiono completamente vestiti di nero con degli uncini coi quali attaccano e uccidono le sventurate vittime.

Sono molti i personaggi che compongono questa narrazione fantastica e dai sapori antichi (il veliero, il tesoro con monete d’oro, i lebbrosi, ecc…), a cominciare da una disinibita autostoppista (interpretata dalla Jamie Lee Curtis che aveva interpretato forse l’horror più straordinario della carriera registica di Carpenter, "Halloween"), passando per colui che la carica in auto, fino ad arrivare all’organizzatrice della festa cittadina, al figlio della speaker radiofonica e al parroco in preda ai rimorsi per quello che ha scoperto leggendo un diario nascosto tra le mura della sua chiesa da suo nonno, uno dei padri fondatori.

Al di là del valore puramente superficiale della pellicola, insito proprio nella semplicità del soggetto e nella capacità di intrattenimento, quello che più interessa in "The Fog" e la sua carica metaforica insita nel racconto di questo "peccato originale" le cui conseguenze ricadono sui figli, costretti a portare sulle spalle il peso delle terribili azioni dei propri padri, che hanno costruito la propria ricchezza e la propria prosperità abusando delle debolezze altrui. Ogni riferimento alla società americana è puramente casuale? Stando a quanto Carpenter ci racconta in questo horror avvolto nella nebbia, la risposta sembra quanto mai scontata.

Sangue chiama sangue

L’unica motivazione che molto spesso accompagna la creazione di remake, soprattutto orrorifici, è puramente economica. Raramente gli intenti che stanno alle spalle di queste operazioni commerciali sono nobili, come quello di riportare alla memoria pellicole ingiustamente dimenticate o poco conosciute. Non è questo il caso di "The Fog – la nebbia assassina", terribile rifacimento dell’horror di Carpenter, inspiegabilmente prodotto dal regista stesso e dalla prematuramente scomparsa Debra Hill.

Quello che accomuna le due pellicole, infatti, è solo il plot generale con il riferimento alla nebbia all’interno della quale si celano i paurosi personaggi in cerca di vendetta nei confronti della comunità di Antonio Bay che è potuta nascere, crescere e prosperare a loro spese (anche la caratterizzazione di questi "mostri" è del tutto stravolta, trattandosi in questo caso di personaggi orrendamente costruiti in computer grafica). Per il resto siamo di fronte ad una pellicola totalmente irrispettosa nei confronti della natura dell’originale, oltre che tutto sommato abbastanza piatta e incolore, nonché priva di qualsiasi momento di pathos, angoscia o di minimo interesse. Palesemente costruita in modo tale da attirare e accontentare un pubblico di teen-ager scaplitante per un numero eccessivo di morti o per qualche scena osè, "The Fog – la nebbia assassina", si può definire proprio per questi motivi un vero e proprio teen-horror, e nemmeno dei più riusciti.

Tutti i protagonisti (praticamente quasi gli stessi dell’originale) sono ringiovaniti all’inverosimile, tant’è che i due principali sono interpretati da due icone del mondo telefilmico, Tom Welling (il Clark Kent di "Smallville") e Maggie Grace (la Shannon Rutherford di "Lost"), che non riescono a risultare convincenti nelle loro interpretazioni, così come quasi tutti i loro comprimari. Molte sono le situazioni e gli eventi "rivisitati" in chiave patinata e giovanlistica: ad esempio se nell’originale all’inizio l’imbarcazione peschereccia che veniva attaccata dalla nebbia era formata da un equipaggio di esperti marinai di mezza età, in questo caso abbiamo due ragazzini in preda ai deliri dell’alcool e degli ormoni, accompagnati da due succinte ragazze che si esibiscono in balletti sfrenati e che ovviamente fanno una bruttissima fine.

Altro grande difetto di questa pellicola, sia rispetto all’originale, sia presa singolarmente senza fare confronti, è l’eccessivo didascalismo insito in molti dialoghi fin troppo stereotipati e ripetuti all’infinito per trasmettere il concetto (originariamene trasmesso quasi in sottotesto o suggerito velatamente), dei peccati dei padri che ricadono sui figli. Ecco che lo slogan principale del film diventa un "sangue chiama sangue", fin troppo spiattellato e abusato. Inspiegabile anche l’inserimento di un simbolo (la bilancia, come metafora della giustizia che pesa i peccati?) che compare in ogni angolo in cui si imbattono i vari protagonisti (alcuni dei quali solo abbozzati e presenti sullo schermo senza un minimo di logica e rigore, come ad esempio il prete che nell’originale aveva un ruolo primario).

Incommentabile il finale per non rischiare di apparire più crudeli dei vendicatori, o peggio ancora dei padri fondatori di Antonio Bay. Certo è che l’affermazione finale: "Con gli anni tutto torna", non trova assolutamente riscontro con questo remake che arriva 26 anni dopo l’originale e non ne conserva neanche minimamente lo spirito.

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Il Mi$$ionario





REGIA: Roger Delattre

CAST: Jean-Marie Bigard, David Strajmayster, Thiam Aïssatou, Jean Dell, Michel Chesneau, Benjamin Feitelson, Jean-Gilles Barbier, Sidney Wernicke, Philippe Faure, François Siener, Lucie Lucas

ANNO: 2010

 

Mario, un criminale che è uscito dal carcere dopo sette anni, ha bisogno di nascondersi da due suoi vecchi complici che pretendono di dividere il bottino di una rapina di gioielli, motivo per il quale l’uomo è stato in prigione. Recandosi a chiedere aiuto a suo fratello prete, viene mandato in un villaggio travestito da parroco. Qui verrà scambiato per il nuovo parroco, piuttosto che per un seminarista come era stato previsto, a causa dell’inaspettata morte del parroco del paese.

 

Una commedia degli equivoci che però si basa su un tipo di comicità sin troppo semplice ed elementare, incentrata soprattutto sull’utilizzo di parolacce da parte del criminale vestito da prete e su una serie di espedienti fin troppo usurati come le ripetute testate che l’uomo riserva a chi non gli va a genio. Non sono da meno le situazioni paradossali che capitano al fratello prete costretto ad immischiarsi nel losco affare di Mario, visto che sarà proprio lui a doversi occupare della vendita dei gioielli indebitamente acquisiti dal fratello (con tanto di presenza di un macchiettistico quanto assurdo acquirente dall’occhio di vetro). Ecco che allora il prete si trasformerà in un uomo di mondo (in maniera a dir poco ridicola come se un uomo per il solo fatto di essere un prete non conosca le "insidie" di cui il mondo è pieno, arrivando a sniffare cocaina senza sapere ciò che sta facendo o ad utilizzare i soldi ricavati dalla vendita illegale in maniere sempre più ridicole e stereotipate) e l’uomo di mondo si trasformerà in un perfetto prete, in grado di alleviare le sofferenze dei suoi parrocchiani e di farsi benvolere addirittura dal monsignore, anche dopo la scoperta della sua reale identità. Una serie di situazioni e di personaggi di contorno caricaturizzati fino all’estremo (volutamente questo è ovvio, ma forse non nella migliore delle maniere) contribuiscono ad abbassare il livello di gradimento della pellicola. Anche perchè appare oltremodo inverosimile che, nonostante i comportamenti molto strani e atipici di Mario, nessuno si renda conto di trovarsi di fronte ad un falso prete (ecco che allora anche gli abitanti di questo piccolo paesotto vengono dipinti come degli stupidi e fin troppo semplici uomini dediti più che altro all’alcool e ad una vita noiosa e ripetitiva).

Come se non bastasse, nel finale viene introdotto un ulteriore filone narrativo incentrato sulle pene d’amore di due giovani ragazzi appartenenti a religioni diverse (islamico lui, ebrea lei) che non riescono a trovare il consenso dei genitori per potersi sposare e coronare il loro sogno di vita insieme. Ovviamente sarà Mario (emblema in questo caso della religione cattolica), con una serie di rocambolesche coincidenze, a rendere il tutto possibile, professando tra l’altro, in maniera a dir poco retorica e stucchevole, quanto non siano le religioni a costituire il valore di una persona e quanto sia sbagliato odiarsi a causa della diversità e delle diverse provenienze sociali, geografiche e, appunto, religiose. Un intermezzo che, oltre a stonare notevolmente col resto della narrazione e col clima scanzonato e volutamente superficiale dato fino ad allora alla pellicola, contribuisce a rendere il film ancora più banale e stereotipato di quanto già non era dal punto di vista puramente comico.

Non c’è mai una risata intelligente in "Il Mi$$ionario", nessun ombra di tentativo di far ridere e divertire con situazioni che si allontanino dalla faciloneria narrativa che contrassegna i prodotti "più bassi" del genere. Una sorta di "spirito di patata" che potrà conquistare gli appassionati dei cinepanettoni e simili (in molti momenti lo stampo comico è molto simile) o della risata facile e immediata, ma che lascerà sicuramente interdetti e delusi tutti gli altri.

 

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Wolfman





REGIA: Joe Johnston

CAST: Benicio Del Toro, Anthony Hopkins, Emily Blunt, Hugo Weaving

ANNO: 2010

 

Lawrence Talbot, attore di professione, torna dopo tanti anni a Londra nell’abitazione del padre con cui non è in buoni rapporti. Il motivo del ritorno è la scomparsa del fratello di cui ben presto si ritroverà il cadavere tremendamente mutilato, come divorato da una bestia feroce. Molto presto Lawrence, infatti, dovrà fare i conti col fenomeno della licantropia.

 

Una pellicola che poteva dare adito ad alte aspettative vista la partecipazione di grandi attori come Benicio Del Toro (impiegato anche nella produzione) ed Anthony Hopkins, senza tralasciare Hugo Weaving. Purtroppo però il tentativo di riproporre il tema dei licantropi al cinema (il film tra l’altro è anche il remake del grande “The Wolf man” del 1941), non risulta dei più apprezzabili a causa di una serie di scelte a dir poco discutibili.

Prima di tutto il colpo di scena che arriva verso il finale (uno dei pochi distanziamenti dall’originale tra l’altro) è intuibile sin dalla comparsa del personaggio che ne è protagonista e cioè il signor Talbott, interpretato in maniera fin troppo gigiona e sorniona dal pur sempre grande Hopkins. Ma al di là di questo, ciò che risulta ostico al completo gradimento di “Wolfman” è l’inserimento nella sceneggiatura di dialoghi fin troppo telefonati e stereotipati e di altrettante situazioni che lo affossano nella mediocrità, basti pensare a come viene gestita la storia d’amore che nasce tra l’uomo-lupo e la bella protagonista, senza contare il manicheismo con cui è tratteggiato il rapporto padre-figlio. Se ci aggiungiamo anche una serie di scelte estetiche non proprio adeguate ad un film che non voglia scadere nel, anzi oltre, il mainstream (come ad esempio i terribili flashback del protagonista in cui scopre una verità agghiacciante, ma scontatissima per lo spettatore), allora non si può che tristemente convenire sul parziale fallimento della pellicola.

Nulla contro il mainstream, per carità, ma pur soprassedendo alla scarsa raffinatezza dell’impianto formale di “Wolfman”, non si riesce nemmeno a intrattenersi leggermente e “spensieratamente” con la visione del film, proprio perché per certi versi risulta anche ridondante e addirittura noioso. Senza considerare che non riesce nemmeno nell’intento primario che un buon horror, o film di genere, dovrebbe assolvere e cioè quello di suscitare angoscia e inquietudine nello spettatore. Tutto appare, invece, molto piatto e privo di tensione, tant’è che anche le scene d’azione che dovrebbero in qualche modo attirare l’attenzione dello spettatore, se non proprio fomentarlo, risultano addirittura sgradevoli o fastidiose a causa dell’invasiva ed eccessiva colonna sonora che ne sottolinea insistentemente il susseguirsi. Anche l’utilizzo del sonoro è fonte di disturbo, visto che ci si affida, per impressionare lo spettatore più sprovveduto e meno smaliziato, a scoppi improvvisi di rumori ad ogni minimo apparire di una figura dall’ombra o espedienti del genere. E se anche il sottotesto nascosto tra le righe di questa narrazione “fantastica” è alquanto interessante (seppur non originale ovviamente), il tutto viene rovinato da un estremo didascalismo nel rimarcare il concetto, fino ad arrivare ad un finale in cui viene praticamente suggerito a chiare lettere allo spettatore che non sempre è così facile individuare il labile confine tra l’uomo e la bestia e che non è dato a noi di giudicare la natura (malevola, benevola o ambivalente) altrui. Un finale che sullo sfondo della solita luna piena (mostrata a piè sospinto come se non fosse abbastanza chiaro il meccanismo di trasformazione da uomo in bestia feroce), lascia lo spettatore allibito per la mancanza di fiducia nei suoi confronti, come se da solo non sarebbe potuto arrivare alla medesima lampante soluzione.

 

VOTO:

 

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Old Boy





REGIA: Park Chan-Wook

CAST: Choi Min-Sik, Yu-Ji Tae, Kang Hye-Jeong

ANNO: 2003

 

Oh Dae-su è un padre e un marito un po’ turbolento che si diverte ad ubriacarsi di quando in quando. Un giorno viene rapito e inspiegabilmente tenuto prigioniero per 15 anni. Quando verrà liberato il suo unico intento sarà quello di vendicarsi di chi gli ha fatto del male, ma soprattutto di scoprirne i motivi.

 

Il plot è dei più usurati: l’uomo in cerca di vendetta. In realtà però la grandezza di “Old boy” sta nel rendere questo soggetto quanto mai interessante e pregno di spunti di riflessione. Oltre al fatto che si tratta di un film molto particolare anche dal punto di vista registico ed estetico. Straordinario ad esempio l’utilizzo della colonna sonora che si sposa perfettamente con le bellissime immagini mostrate sullo schermo. La disperazione e la solitudine del protagonista prendono vita proprio grazie alle note che affluiscono melanconiche e poetiche, per poi diventare frenetiche e adrenaliniche quando la forza interiore di Oh Dae-su diventa anche esteriore. Interessante anche l’utilizzo del mezzo registico da parte di Parl Chan-Wook che ci regala dei momenti di alto cinema come nello split-screen in cui ci viene mostrata l’assuefazione del protagonista alla tv (dovuta a 15 anni di esposizione quasi ininterrotta), con sullo schermo il suo volto quasi ipnotizzato (e il concetto di ipnosi mediatica poi si fonderà con una sorta di ipnosi salvifica, intesa come cancellazione di alcuni ricordi), e accanto ad esso una tv che trasmette tutto ciò che è avvenuto nella storia coreana, e non solo, di quasi un ventennio. Irresistibile anche la lunga carrellata orizzontale in cui Oh Dae-su riesce a stendere 30 uomini nel corridoio del palazzo nel quale è stato tenuto prigioniero, ritrovato in seguito alle sue indagini circa l’identità di colui o di coloro che gli hanno fatto questo grandissimo torto. Alla fine però scopriremo che anche lui non è esente da colpe, in una sorta di circolo vizioso in cui il colpevole diventa vittima e viceversa. La straordinaria forza comunicativa ed emotiva di “Old boy”, risiede anche nella potenza di alcune immagini come ad esempio quella delle formiche, simbolo dell’incapacità di Oh Dae-su di amalgamarsi alla società, che il protagonista immagina uscire dal proprio corpo (un’enorme formica poi verrà immaginata seduta in metropolitana dalla protagonista femminile), o come il ricordo di un avvenimento cruciale rivissuto quasi completamente in soggettiva dal protagonista. Pur non svelandolo in tutte le sue contorte e allucinanti implicazioni, il finale è l’altra grandissima carta vincente del film, che tra l’altro si poggia anche sull’ottimo utilizzo degli spazi scenografici da parte del regista (a cominciare dal “tugurio” nel quale Oh Dae-su viene imprigionato, fino ad arrivare all’attico ultralussuoso del suo “carnefice”). E’ anche nel rapporto quasi simbiotico tra la vittima e il carnefice che risiede il fascino estremo di “Old boy”, visto che la vittima non può sfogare completamente la sua vendetta contro il suo carnefice, perché uccidendolo non potrà mai giungere a ciò che probabilmente gli sta più a cuore: la conoscenza e la verità circa il terribile avvenimento che ha segnato la sua vita; e il carnefice vive solo ed esclusivamente per vedere soffrire la sua vittima e per infliggerle quante più pene possibili, soprattutto psichiche. Ecco che allora è la forza della parola che assume un carattere preponderante nella narrazione di questo delirio di vendette personali (sia per l’uno che per l’altro), più che la stessa forza fisica, anch’essa però mostrata in più di un’occasione senza però scadere nel “pornografico”. Impressionanti, in maniera positiva, sono le scene in cui Oh Dae-su in preda alla rabbia più estrema si trasforma in un uomo estremamente violento come quando estrae i denti di un suo “aguzzino” con una pinza, o quando si aggira per la città armato di un martello in cerca di colpevoli da punire. Ma il tutto viene magistralmente stemperato da un’ironia di fondo che ben si amalgama col carattere prevalentemente tragico, drammatico e “nero” della vicenda narrata (esemplare al riguardo la scena in cui il protagonista si reca dalla parrucchiera per darsi una sistemata, ma anche per raccogliere delle informazioni utili).

“Se ridi il mondo riderà con te, se piangi piangerai da solo”, questa è la massima che più volte verrà ripetuta all’interno del film, e in effetti le lacrime saranno l’altra componente principale di “Old boy”, le lacrime di Oh Dae-su quando scoprirà il terribile segreto che si cela dietro la sua terrificante esperienza (facendo avverare in questo modo il più grande sogno del suo antagonista e cioè quello di vederlo umiliato completamente nel corpo e nello spirito), le lacrime della giovane donna che si è innamorata di lui prendendosene cura quando più ne aveva bisogno e persino le lacrime di un personaggio “di passaggio” ma sicuramente importante: un uomo che sta per suicidarsi gettandosi da un palazzo e che casualmente viene salvato proprio da Oh Dae-su appena liberato dopo 15 anni. “Sebbene io sappia di essere peggio di una bestia, non ho anch’io il diritto di vivere?”, queste le parole che l’uomo rivolgerà al protagonista, che poi in un finale decisamente toccante e al tempo stesso “gelido” egli stesso riutilizzerà descrivendo la sua condizione. E anche in questo caso le lacrime, seppur extra-diegeticamente, si porranno al centro della pellicola. Questa volta però, saranno quelle dello spettatore.

 

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La morte corre sul fiume





REGIA: Charles Laughton

CAST: Robert Mitchum, Shelley Winters, Lilian Gish, James Gleason, Evelyn Varden, Peter Graves, Billy Chaplin, Sally Jane Bruce

ANNO: 1955

 

Due bambini assistono all’arresto del padre per rapina e omicidio. Prima di andare via però l’uomo affida loro diecimila dollari strappandogli la solenne promessa di non rivelare mai a nessuno la loro ubicazione. In carcere il sedicente reverendo Powell, assassino di giovani e indifese vedove, si ritrova in cella con l’uomo che parlando nel sonno gli rivela l’identità dei suoi famigliari. Il reverendo si reca nel suo paese e corrompe la vedova del carcerato condannato a morte…

 

Grandissimo capolavoro di regia e fotografia, ma non solo, “La morte corre sul fiume”, unica regia dell’attore Charles Laughton, è un noir dalle venature oniriche che affascina enormemente lo spettatore grazie alle straordinarie atmosfere create con un magistrale utilizzo delle luci e delle ombre, come da tipica tradizione espressionista tedesca, e con una serie di soluzioni registiche molto particolari (tutta la sequenza della fuga sul fiume è un inusitato spettacolo visivo e comunicativo). Ecco che allora la storia dai tratti fiabeschi (una fiaba paurosa, ma pur sempre una fiaba) dei due bambini che scappano inseguiti dal minaccioso assassino, assume contorni allucinanti grazie all’inserimento nell’occhio della camera di alcuni animali che osservano inermi l’incedere della barchetta sulla quale i bambini percorrono il fiume o all’insistere con inquadrature fisse sulla minaccia a cui essi sono esposti, come nella meravigliosa scena in cui i due dormono rifugiati in un fienile con la luna sullo sfondo che cambia posizione al passar delle ore e con l’arrivo inaspettato del reverendo a bordo di un cavallo che entra in scena proprio attraverso la visuale della finestra da cui i bambini osservano la strada antistante il campo di grano. Sono tantissimi i momenti di alto cinema di “La morte corre sul fiume”, come la scoperta del cadavere della madre sul fondo del mare da parte dello “zio” Ben che si fa suggestionare dalla terribile visione. La donna è ripresa in una sorta di sguardo fisso (proprio prima di morire per mano del terrificante e apparentemente lindo e benevolo reverendo, era arrivata alla comprensione dei reali motivi che stavano alle spalle del loro matrimonio), con la gola sgozzata e con i capelli biondi sciolti e fluttuanti come alghe (anche questa una sorta di omaggio al cinema espressionista tedesco). Ecco che il noir, la fiaba e l’onirico si tingono anche di venature leggermente orrorifiche insite soprattutto nella figura diabolica del reverendo-assassino (esplicita e perfetta rappresentazione del male assoluto), che agisce in preda a convulsioni mistiche tramite le quali sembra giustificare tutte le sue terribili azioni (straordinaria la scena del suo arrivo in città in cui va ad assistere ad uno spettacolo di varietà e di fronte all’esibizione di una ballerina mette la mano in tasca impugnando violentemente il suo coltello, quasi una sorta di metafora di un’erezione repressa). Grazie anche alla monumentale interpretazione di Robert Mitchum, la figura di quest’uomo assume dei contorni ambigui e inquietanti che trovano il loro culmine nel momento in cui l’uomo rimane solo con i bambini in casa e da fuori al giardino comincia a chiamarli con fare mellifluo e ammiccante. Ecco che allora il suo spacciarsi per un reverendo, così come il suo predicare la differenza sostanziale tra concetti come odio e amore (parole che porta emblematicamente tatuate sulle nocche delle sue dita), si trasformano in un’occasione per ragionare sulla portata a volte mistificatoria delle convinzioni religiose inculcate ai fedeli e ai ferventi religiosi che hanno delle menti facilmente plasmabili e malleabili. La trappola tesa dal reverendo, allora, fatta di prediche e insegnamenti religiosi, cattura non solo la mamma dei bambini che addirittura lo sposa (per poi scoprire di non avere il diritto di consumare il suo matrimonio perché il corpo della donna è specificatamente stato creato solo per la riproduzione e non per il semplice piacere terreno), ma anche di molti componenti della comunità in cui il reverendo si stabilisce con l’unico intento di recuperare il ghiotto bottino di diecimila dollari.

Ma il regista non intende fare un’apologia contro la religione e i suoi valori, così come dimostra l’entrata in scena di un altro personaggio, la signora presso la quale i bambini trovano rifugio che si occupa di altri bambini soli e bisognosi e che insegna loro i valori positivi della religione, affidandosi ad essi per lenire il dolore della perdita di un figlio. La contrapposizione tra questo personaggio, interpretato dalla diva del cinema muto Lilian Gish e il reverendo, è proprio la contrapposizione tra i due diversi modi di approcciare la religione (oltre che un’occasione per Laughton di esprimere la sua proverbiale misoginia, visto che per voce di questa simpatica vecchietta spesso rimarca la stupidità del gentil sesso).

“La morte corre sul fiume” è sostanzialmente uno sguardo che si affaccia sul male. Uno sguardo talmente vivido pur nella sua natura “simbolica” che non può fare a meno di impressionare lo spettatore. Ma è anche lo sguardo innocente e indifeso dei bambini, gli stessi che però, come ci viene ripetuto più volte, soprattutto verso il finale, è in grado di sopportare molti più pesi di quello degli adulti. Uno sguardo incontaminato che affacciandosi appunto sul male ne rimane estraneo, ma pur sempre consapevole.

 

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La terra silenziosa

Scienza o deliri di onnipotenza?

Lo scenziato Zac Hobson si risveglia scoprendo di essere rimasto completamente solo sulla faccia della Terra. Ad un’iniziale euforia dovuta al pieno controllo di tutto ciò che lo circonda, subentra una sorta di depressione insinta nella consapevolezza della sua estrema solitudine. Ben presto però, due personaggi arriveranno a fargli compagnia.

Quasi sempre i più grandi film post-apocalittici sono tratti da racconti o romanzi di importanti scrittori di fantascienza. "La Terra silenziosa" non fa eccezione, visto che è tratto dall’omonimo romanzo fantascientifico di Craig Harrison. Il plot, e la maniera in cui esso si dipana, è dei più classici: tutti gli esseri umani presenti sulla faccia della Terra sono scomparsi, solo uno si risveglia "magicamente" scoprendo la desolante e irreversibile realtà. In questo caso si tratta di uno scenziato, dipendente della Delenko Corporation, che stava lavorando con un collega ad un pericoloso esperimento, chiamato "Flashlight", che implicava "l’utilizzo" del Sole. Di qui la consapevolezza di essere quasi sicuramente l’artefice e il complice del terribile disastro abbattutosi sul nostro pianeta, cosa che farà precipitare il protagonista ancora di più verso l’orlo della pazzia e della depressione. Di fondo, tra l’altro, potrebbe anche intravedersi una sottile critica dello scrittore, e di rimando del regista Geoff Murphy, alla scienza che spesso si mantiene in bilico tra etica e spietata rincorsa ad un’estrema conoscenza, che non sempre è sinonimo di crescita.

Tutta la prima parte del film è costruita sui toni ambigui e affascinanti che accompagnano non solo la figura dello scenziato (interpretato da Bruno Lawrence), ma anche il territorio circostante in cui egli si trova a vivere come unico e incontrastato "padrone". Ecco che allora se inizialmente si diverte a sostare in abitazioni sempre più lussuose e a sgraffignare quanti più beni possibili dai vari negozi sparsi per la città, subito dopo si ritrova a parlare con sé stesso (da qui lo sdoppiamento della sua figura ben reso nella sequenza in cui gioca a biliardo assumendo di volta in volta i panni di un diverso giocatore), a cedere man mano a dei pericolosi e allucinanti deliri di onnipotenza, fino a quando non arriva addirittura a credere di essere Dio, o il Presidente, come nella scena in cui dal balcone di un grande appartamento si rivolge ad una folla di manichini, alcuni dei quali raffiguranti dei personaggi molto noti come Hitler, la regina Elisabetta o Papa Giovanni Paolo II (questa è indubbiamente la sequenza più ironica e delirante al tempo stesso dell’intera pellicola).

Questa è senza ombra di dubbio la parte più riuscita della pellicola che perde leggermente di mordente con l’entrata in scena di due personaggi che portano con sé alcuni dei difetti che inficiano il completo gradimento de "La Terra silenziosa", che comunque, tutto sommato rimane un film più che apprezzabile. Proprio quando sta per cedere totalmente alla sua depressione e ai suoi deliri di onnipotenza, infatti, lo scenziato si scontra casualmente con una giovane donna anch’essa sopravvissuta all’immane catastrofe. I due, finalmente ristorati soprattutto psichicamente grazie all’apporto l’uno dell’altra, continueranno imperterriti a cercare altre forme di vita sul loro pianeta. Va da sé che ovviamente cederanno ai loro impulsi sessuali, finendo per innamorarsi (di qui la prevedibilità e la banalità di alcune situazioni narrate in questa parte centrale della pellicola). Ma qualcuno spezzerà questo idillio, visto che i due non saranno gli unici ad essere sopravvissuti. L’incontro con un maori un po’ scontroso romperà tutti gli equilibri faticosamente creati, dato che la ragazza si troverà in bilico tra i due, e i due uomini intavoleranno una sorta di sfida per la presa del potere non solo sulla donna, ma sulla Terra intera, che è rimasta ovviamente in mano loro. Quando tutto sembrerà essersi sistemato, però, i tre capiranno la vera natura di ciò che gli è accaduto e cercheranno una soluzione estrema, messa in atto dallo scenziato e concludentesi in maniera a dir poco ambigua e "aperta", in un finale dai sapori quasi angoscianti che lascerà lo spettatore da un lato perplesso sulle reali dinamiche di quanto accaduto, ma dall’altro perfettamente in grado di giungere da solo ad una conclusione, data la natura ambivalente del finale che lascia spazio a varie interpretazioni (soprattutto circa le intenzioni, benevole o meno, dello scenziato).

Così come succede a Zac che si ritrova senza parole di fronte al registratore sul quale era solito porre tutte le sue impressioni (prima e dopo l’incidente), anche lo spettatore si ritrova a bocca aperta e senza parole di fronte ad uno scenario apparentemente simile a quello col quale si apre la pellicola, ma ad un’osservazione più minuziosa, decisamente differente. Del resto, lo slogan sulla locandina è abbastanza esplicativo della natura e del "cuore" di questo film: "The creations of our mind should be a blessing, not a curse to mankind". Albert Einstein aveva centrato appieno il punto cruciale del confine tra etica e scienza, e il regista de "La Terra silenziosa", ha colto in pieno la palla al balzo per utilizzare questa citazione e per raccontare utilizzando pochi fronzoli (gli effetti speciali ad esempio sono ridotti al minimo, utilizzati in un paio di scene in cui attraverso dei flash altamente luminosi i protagonisti vivono delle esperienze quasi extra-sensoriali, oltre che altamente illuminanti), fin dove può giungere l’utilizzo estremo della scienza e, soprattutto, quanto può essere nociva, se utilizzata in maniera scriteriata ed esagerata, la conoscenza scientifica talmente "onnipotente" da giungere a risultati quali la completa, o quasi, estinzione umana.

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Buffalo '66





REGIA: Vincent Gallo

CAST: Vincent Gallo, Christina Ricci, Ben Gazzara, Anjelica Huston, Mickey Rourke, Rosanna Arquette, Jan-Michael Vincent

ANNO: 1998

 

Billy Brown esce di prigione con l’intento di togliere la vita all’ex giocatore dei Buffalo Bills che truccando una partita su cui lui aveva scommesso, l’aveva costretto ad autoaccusarsi di un crimine non commesso perché impossibilitato a pagare la cifra che doveva all’allibratore.

 

Un film veramente molto particolare questo primo parto registico del grandissimo Vincent Gallo, attore ed autore davvero talentuoso e unico nel panorama cinematografico odierno. Allontanandosi anche con fare polemico dagli stilemi hollywoodiani, Gallo costruisce un film che fa dell’indipendentismo formale e tematico il suo stendardo. Traendo spunto da molte delle sue vicende personali, soprattutto quelle famigliari, Gallo si concentra sul ritratto di questo straordinario personaggio, da lui stesso magistralmente interpretato, che attraverso le sue nevrosi, la sua incapacità a comunicare con le persone che ama, oltre ad amare in primis (perché in realtà mai veramente amato), ci offre un percorso formativo di forte presa emotiva e intellettiva che permette allo spettatore di intrattenersi piacevolmente non solo con l’evoluzione del personaggio e della storia che lo vede come protagonista, ma anche con lo stile con la quale questi due aspetti prendono vita sullo schermo.

Ecco che allora i vari split-screen, che quasi sempre partono proprio dal viso del ragazzo come dei piccoli quadratini sullo schermo per poi diventare sempre più grandi e mostrarci i ricordi più o meno dolorosi oltre che l’immaginazione di Billy, costituiscono il tratto distintivo di questa pellicola, arricchita anche da un’ottima regia che scruta perfettamente non solo i personaggi ma anche gli asfissianti e stretti ambienti che li circondano. Di notevole interesse anche la colonna sonora composta e ideata dallo stesso Gallo, che tra l’altro si è occupato anche della sceneggiatura. Un lavoro quasi interamente poggiante sulle sue mani che offre un’impareggiabile opportunità di saziarsi di buon cinema senza assistere a facili espedienti narrativi o abusati orpelli stilistici, estetici e formali. Seguendo le orme di quest’uomo che si ritrova ad affrontare tutti i rapporti irrisolti della sua vita, facciamo la conoscenza di una serie di personaggi molto suggestivi oltre che emblematici, a partire dai due strambi e quasi deprecabili genitori (interpretati dai bravissimi e adeguatissimi Ben Gazzara e Anjelica Huston), che accolgono il figlio dopo cinque anni di assenza come se niente fosse, continuando ad ignorarlo e addirittura incolpandolo inconsciamente di un avvenimento assurdo come il fatto di essere nato proprio il giorno in cui i Buffalo hanno vinto una partita dopo anni e anni di sconfitte. Completano il quadro l’amico “tonto” ma di buon cuore e seriamente affezionato a lui e una giovane ragazza incontrata per caso che scombussolerà tutti i suoi già precari e labili equilibri (una burrosa e dolce Christina Ricci), conducendolo inconsapevolmente a fare i conti con la sua esistenza e con l’inesistenza all’interno di essa di veri e genuini rapporti interpersonali.

Emblematiche a riguardo, oltre che singolarmente e straordinariamente girate e montate, due sequenze come quella a tavola coi genitori di Billy (la ragazza infatti deve fingere di essere la moglie del protagonista, perché questi ha sempre mentito circa la sua permanenza in carcere, facendo credere loro di avere un ottimo lavoro e una bella famiglia) e quella nella stanza d’albergo in cui il ragazzo prova timore e quasi “repulsione” a qualsiasi forma di contatto umano (in questo caso della ragazza che palesemente si è innamorata di lui), che sia uno sguardo, una carezza, un bacio, una tenera stretta di mano. A concludere questo percorso che, pur in maniera molto originale e apprezzabile, non fa altro che comunicare l’importanza dei sentimenti, in primis dell’amore per vivere appieno una vita felice e tranquilla, arriva la geniale sequenza all’interno del locale di spogliarelliste gestito dall’ex-giocatore dei Buffalo Bills, colui che per Billy è metafora del fallimento della sua vita (una sequenza che toglie letteralmente il fiato).

Impreziosito anche da camei di classe come quelli di Mickey Rourke (nel ruolo dell’allibratore) e Rosanna Arquette (in quello di una ex-compagna di scuola di Billy di cui lui è sempre stato innamorato mai ricambiato, anzi deriso), “Buffalo ‘66” rimane impresso perché riesce ad emozionare e a coinvolgere pur nella sua rigorosa e fiera posizione di allontanamento dagli stilemi del genere drammatico-biografico (che indubbiamente è composto da rappresentanti degni e in alcuni casi degnissimi di nota), dimostrazione apprezzabilissima del talento naturale e geniale del giovane cineasta Vincent Gallo.

Ecco che allora, grazie al suo stile inusuale e raro, può permettersi di concludere la pellicola con un happy-ending sancito da un idillico, semplice, emozionante e romantico fotogramma, dove tutti i succitati aggettivi sono utilizzati nella loro accezione positiva.

 


Paranormal activity





REGIA: Oren Peli

CAST: Katie Featherston, Micah Sloat

ANNO: 2010

 

Katie e Micah non riescono più a dormire perché una strana presenza disturba il loro sonno. Micah così decide di filmare ogni attimo della loro vita in modo da poter osservare le attività paranormali che hanno luogo di notte nella loro abitazione. Ben presto si scopre che “l’entità” perseguita Katie e che non è affatto disposta a lasciarla in pace…

 

Sempre più spesso ci ritroviamo a parlare di alcuni film prendendo come metro di paragone uno degli horror più sconvolgenti e importanti dell’”ultimo periodo”. Trattasi di “The Blair Withc Project”, che ebbe la fortuna di essere uno dei primi film incentrati sull’utilizzo della camera a mano e sul concetto della rappresentazione del “vero” (non dimentichiamoci però che il nostro Cannibal Holocaust è venuto molti anni prima). Altrettanto frequentemente, però, ci si ritrova a constatare che, o questo genere di espediente ormai non ha più nulla da dire (rispetto a quello che è già stato detto con ulteriori pellicole del genere molto riuscite come “Cloverfield”, “Rec” e “Diary of the dead”), oppure se ce l’ha lo fa in maniera sbagliata, poco accattivante o in alcuni casi, come questo, addirittura fastidiosa e noiosa.

Ecco che allora tutto l’hype pubblicitario che si è creato intorno alla pellicola (per nulla paragonabile a quello che ha accompagnato le pellicole succitate), alla fine si è risolto in un nulla di fatto, dimostrandosi alla fine dei conti nella sua vera natura mistificatoria e illusoria. Viene da chiedersi a fine visione come sia possibile che Spielberg abbia definito “Paranormal Activity” come uno dei film più terrificanti e paurosi che abbia mai visto, ma soprattutto viene da interrogarsi sulla verdicità o meno di questa affermazione. Prendendola per buona comunque, le spiegazioni plausibili sono solo due: o Spielberg ha visto pochissimi film horror in vita sua, oppure è fin troppo facilmente impressionabile.

Il tema delle “possessioni” e delle strane presenze all’interno delle abitazioni (da qui la dicitura “casa infestata”), da sempre ha un suo fascino e una certa dose di inquietudine che trasmette anche allo spettatore. Il fatto di rendere questo genere di narrazione in forma di “mockumentary”, in modo tale da creare una totale immedesimazione dello spettatore nelle vicende narrate, quasi come se fossero vere e realmente accadute, al di là del fatto che ormai non si tratti più di un’idea originale, poteva comunque offrire dei risvolti interessanti. Fatto sta che, purtroppo, ciò non accade, visto che tutto quello che succede in “Paranormal activity”, non fa altro che sfiancare e annoiare lo spettatore fino ad arrivare ad un finale che sicuramente può essere shockante, ma che da solo non basta a salvare l’insalvabile (una cosa simile è accaduta recentemente con “Il quarto tipo”). Lo spettatore allora sarà costretto a sorbirsi tutte le inutilissime chiacchiere tra i due fidanzati (interpretati da due attori sconosciuti che però hanno il gravoso compito di impersonare dei personaggi a dir poco odiosi e in alcuni casi eccessivamente petulanti o “stupidi” nelle azioni che compiono e nelle decisioni che intraprendono), inframmezzate di quando in quando da una porta che sbatte, da un rumore improvviso (che tanto improvviso non risulta visto che ci si aspetta sempre che debba succedere qualcosa e dunque si osserva la pellicola con gli occhi e le orecchie “preparati” a qualsiasi avvenimento), da un’orma che non dovrebbe esserci, da un lenzuolo che si sposta e via di questo passo. E anche se la “finta veridicità” (si perdoni l’ossimoro) della vicenda è ben resa dalla totale assenza della colonna sonora (se non diegeticamente) e dalla voluta amatorialità di regia, montaggio e recitazione, questi sono gli unici motivi di apprezzamento della pellicola, facilmente raggiungibili da chiunque decida di girare una pellicola di questo genere. Tant’è che, cosa sicuramente apprezzabile sotto molti punti di vista, il budget utilizzato dal regista per la lavorazione del film (girato all’interno della sua stessa abitazione e ispirato a vicende che l’hanno toccato personalmente), si assesta intorno ai 15.000 dollari. Onore al merito, dunque, soprattutto perché (grazie soprattutto all’hype pubblicitario di cui sopra) in poco tempo “Paranormal activity” è riuscito a guadagnare migliaia e migliaia di dollari, oltrepassando anche i confini americani e arrivando così anche nelle nostre sale.

Una cosa, comunque, è certa: al contrario di quanto è scritto sulla locandina (“Nightmares are guaranteed” e cioè “Gli incubi sono garantiti), inversamente da quanto il regista si era prefissato, “Paranormal activity” è una pellicola che paradossalmente, a causa della ridondanza di alcune situazioni oltre che dell’esistenza di altre in cui non accade praticamente nulla di minimamente interessante, concilia il sonno.

 

VOTO:

 


Non aprite quella porta (1978) VS Non aprite quella porta (2003)

L’horror dalle venature western

Un gruppo di amici decide di andare a visitare il cimitero di una cittadina del Texas, per controllare se la tomba del nonno di due di loro è stata deturpata dalle azioni di un pazzo che vi ha costruito delle sculture demoniache. Prima di poter ritornare a casa devono fermarsi per fare benzina e non trovandola, decidono di aspettare che il benzinaio si rifornisca perlustrando la zona. Quello che scopriranno sarà per loro fatale.
Un horror indipendente che riesce nell’intento di raggelare e immobilizzare lo spettatore facendolo rimanere a bocca aperta, pur senza troppi mezzi a disposizione. Un cast di attori semi-sconosciuti dà vita ad una storia che è impregnata di terrore e di orrore. Sia le vittime (soprattutto una, Sally, che verso il finale con le sue ininterrotta urla entra nelle nostre teste martellandole e coinvolgendole oltremodo), sia i carnefici (tra cui Leatherface divenuto col tempo uno dei personaggi orrorifici più famosi cinematograficamente parlando ma non solo), contribuiscono a  farci immedesimare, i primi, e a terrorizzarci oltremodo, i secondi. La spensieratezza e l’allegria di questo gruppo costituito da due ragazze e tre ragazzi (uno dei quali su una sedia a rotelle), fanno presagire sin dall’inizio il peggio, anche perché prima che il film cominci una didascalia ci mette al corrente del fatto che stiamo per assistere ad uno dei massacri più famosi della storia. La prima avvisaglia arriva con uno strambo e inquietante autostoppista, ma questo sarà solo il primo dei personaggi orribili che farà la comparsa sullo schermo, perché col proseguo della pellicola e con l’avvicinarsi dei ragazzi ad una casa dell’orrore, faremo la conoscenza di un uomo col volto ricoperto da una maschera di pelle umana che si diverte a macellare persone piuttosto che animali. La metafora del mattatoio ci introduce ovviamente alla vera e propria mattanza protagonista di questa pellicola. L’appartamento esteriormente lindo e sicuro, all’interno nasconde una realtà raccapricciante. Ad uno ad uno tutti i protagonisti della pellicola andranno incontro ad una morte atroce, solo uno di loro riuscirà a salvarsi un po’ rocambolescamente, un po’ grazie all’aiuto salvifico e miracoloso di un’altra persona (scelta sicuramente non casuale quella di affidare ad un uomo di colore il ruolo di "eroe").
Quello che più colpisce, oltre alle efferatezze compiute sui giovani protagonisti, è il rapporto che si instaura tra coloro che queste efferatezze le compiono: una famiglia più disfunzionale che mai a partire dal nonno che ha le sembianze di una mummia e che si diverte ad assistere inerme a tutto lo scempio che si compie davanti ai suoi occhi, passando per il padre carnivoro dalle "mani pulite", fino ad arrivare ai due figli (l’autostoppista e Leatherface) che paradossalmente vengono rimbrottati e maltrattati dai primi due. Le donne sono ovviamente bandite da questo quadretto familiare (seguendo quasi una logica western, considerando anche che la causa della tragedia è la mancanza di "petrolio") che si riunisce a tavola per cena e che segue i dettami delle famiglie da bene. La colonna sonora, prettamente incentrata sulle note della musica country che accompagna i giovani protagonisti, è anche costituita dai rumori incessanti della motosega di Leatherface, ormai famosissima, e dalle urla agghiaccianti dei ragazzi. La paura e il terrore arrivano in sordina e poi esplodono in un crescendo che sembra non avere fine, come dimostrano i ripetuti inseguimenti nei campi tra l’uomo armato di motosega e la ragazza indifesa (che riescono anche grazie all’espediente della camera a mano a trascinare lo spettatore in una spirale di angoscia non indifferente). Hooper riesce anche a creare un gioco perverso nel quale lo spettatore viene ingabbiato in una sorta di voyeurismo per cui aumentano i primissimi piani sui volti delle vittime. Attenzione però perché non sempre i diversi sono dei mostri, a volte si rivelano addirittura salvifici o persino innocui.
Il western scompare lasciando spazio allo slasher
L’unico dei tanti remake che non soccombe letteralmente sotto il peso del cult originale è forse il "Non aprite quella porta" targato Marcus Nispel del 2003, prodotto tra l’altro dallo stesso Tobe Hooper e dal regista "fracassone" Michael Bay. Certo le venature fascinosamente e ambiguamente western dell’originale scompaiono del tutto (per esempio all’interno della famiglia dei cannibali possiamo scorgere donne e bambini), lasciando spazio ad un dilagare di momenti altamente gore con sangue sparso ovunque, torture al limite del sopportabile (soprattutto per gli spettatori più impressionabili) e uccisioni a suon di motosega da tipica tradizione che si rispetti. Tutti elementi che sicuramente faranno leccare i baffi agli appassionati e che soprattutto sanciscono ampiamente la nuova tendenza orrorifica degli anni 2000, tutta tesa al mostrare piuttosto che lasciare intuire e suggerire così come avveniva in passato, e come avveniva appunto nel "Non aprite quella porta" originale. Trattasi di due differenti maniere di accostarsi ad  una narrazione horror, e spetta al gusto dello spettatore e alle sue preferenze decidere se apprezzare più o meno l’una o l’altra o se apprezzarle o disprezzarle entrambe.
Con le inevitabili e non necessariamente deprecabili differenze questo remake si fa apprezzare anche perché strizza l’occhio ironicamente al genere slasher, con tanto di protagonista bellissima vestita con maglietta bianca tirata fin sull’ombelico che andrà poi immancabilmente a bagnarsi divenendo quasi trasparente, e con tutti gli altri, ovviamente di aspetto da copertina, che cadranno come mosche a seconda di quanto sono antipatici o colpevoli di qualche malefatta (egoismi e utilizzo di marjuana in primis). Ovviamente, e questo forse è il punto più debole e meno ironico della pellicola, l’unico di loro che si salverà sarà quello esente da colpe e peccati, come se il mitico Leatherface fosse consapevole delle malefatte di ognuno.
E se nell’originale la causa della sosta era la mancanza di benzina per proseguire il viaggio in pulmino, qui ci troviamo di fronte all’uccisione improvvisa di un’autostoppista all’interno del furgoncino dei cinque ragazzi (personaggio che troviamo all’inizio in sostituzione dello strambo autostoppista caricato dai personaggi del film degli anni ’70). Ecco che allora Nispel si lascia andare a tecniche registiche fin troppo "videoclippare", data la sua carriera precedente, e si concede inquadrature attraverso il foro del cranio della ragazza e altri espedienti del genere (come l’incipit e il finale sui titoli di coda chiaramente e furbescamente ispirato allo stile di "The Blair Witch Project"). Alla semplicità e se vogliamo la voluta rozzezza, simbolo di indipendenza, della prima pellicola, fa riscontro allora una più studiata composizione dell’opera (anche se bisogna notare il fatto che i costumi e le acconciature non sono propriamente fedeli allo spirito degli anni ’70, ma piuttosto coincidenti con le mode degli ultimi anni).
Ma tutto sommato, anche grazie alla presenza del succitato Leatherface, ormai icona del cinema di genere, il film si fa seguire con molto piacere, anche perché girato abbastanza piacevolmente e fotografato in maniera cupa e "sporca" a rimarcare la desolazione circostante che trionfa all’interno delle abitazioni di questi inquietanti personaggi, di chiara ispirazione lynchiana, completamente immersi nel loro mondo e inconsapevoli dell’orrore che rappresentano. Uno di essi, addirittura, è lo sceriffo del paese, dunque colui che dovrebbe detenere l’ordine e la giustizia del posto, figuriamoci allora in quale luogo sono capitati gli sfortunati protagonisti.

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A boy and his dog

L’apocalisse nel deserto

Nel 2024, dopo la Quarta Guerra Mondiale che ha decimato la popolazione, un ragazzo, Vic, ed un cane telepatico in grado di comunicare con lui, Blood,  si aggirano nel deserto alla ricerca di cibo e donne per soddisfare i rispettivi bisogni primari, fino a quando non fanno la conoscenza di Quilla Jone, una ragazza che viene da Topeka, città sotterranea molto particolare. A causa sua i due si divideranno perché il ragazzo cadrà vittima degli abitanti di Topeka alla ricerca di sperma fertile in grado di fecondare le donne della città. Alla fine Vic dovrà scegliere tra la ragazza ed il cane.

Uno dei più grandi b-movie sci-fi post-apocalittici, "A boy and his dog", poco conosciuto se non dai veri e propri cultori del genere, è un film molto particolare che mescola elementi horror, western e fantascientifici in una sorta di frullato dal sapore delizioso. Tratto dall’omonimo racconto di Harlan Ellison (notoriamente contario alle trasposizioni cinematografiche che si discostavano anche di una sola virgola dal suo lavoro, tant’è che il regista L.Q. Jones aveva paura di una sua cattiva reazione visti i suoi stravolgimenti, cosa che non è avvenuta per la qualità del film), la pellicola ci racconta un futuro desolante sconvolto da due ulteriori guerre mondiali, in aggiunta a quelle realmente accadute. Una data come il 2025, anno in cui è ambientato il film, a noi non fa più senso o scalpore, ma nel 1975 immaginare la terra in un futuro così lontano doveva sicuramente far scatenare l’immaginazione in diverse maniere, così come avviene in questo caso in cui siamo messi di fronte a cani mutati geneticamente in grado di comunicare telepaticamente con gli umani, strani robot-androidi con fattezze umane e forza fisica non indifferente, creature mutanti che vivono nel deserto. Il paradosso, ovviamente, sta nel fatto che a terrorizzare maggiormente sono gli umani sopravvissuti, fautori di una sorta di ripopolamento globale alquanto scriteriato, oltre che detentori di un potere autoassegnatosi.

E’ su questo scenario che si muovono i due protagonisti: Vic, (interpretato da un giovanissimo Don Johnson che poi avrebbe trovato la fama grazie al serial tv "Miami Vice"), sun ragazzo sopravvissuto alla Quarta Guerra Mondiale (avvenuta nel 2007, combattuta ad armi nucelari e durata solo quattro giorni al termine dei quali gran parte dell’umanità è stata spazzata via), nella quale ha perso entrambi i genitori, crescendo quindi privo di insegnamenti morali ed etici; e il suo fidatissimo compagno di viaggio, Blood, un intelligentissimo cane in grado di fiutare il pericolo e soprattutto la presenza di esseri viventi di sesso femminile (ogni volta che il suo olfatto comincia a lavorare parte una musichetta elettronica che sottolinea l’avvenimento), contraddistinto da una sorta di misantropia nei confronti di tutti gli esseri umani nettamente inferiori a lui. I due sono alla continua ricerca di beni di prima necessità: cibo (soprattutto pop-corn) per il cane e donne per il ragazzo nel pieno della sua carica sessuale. La particolarità di questo rapporto sta nel fatto che possiamo ravvisare quasi immediatamente una sorta di legame padre-figlio, dove il padre è rappresentato dal furbo, saggio, intelligentissimo, e agile cane (colui che in realtà ci sembra più umano di tutti), e il figlio dallo scapestrato, distratto e superficiale ragazzo bisognoso della guida del cane più di ogni altra cosa. I due insieme, tra una scaramuccia e l’altra (uno vuole prima di tutto le donne, l’altro pretende di mangiare prima di far lavorare l’olfatto), andranno alla ricerca di una sorta di terra promessa (altro topos del filone cinematografico post-apocalittico), dal cane chiamata "Over the hill". Non mancano riferimenti alla politica (impersonata dai consiglieri e dai loro metodi a dir poco "dittatoriali") e al denaro che perde di significato e di valore (tant’è che Vic per comprare i pop-corn e guardare un film porno baratta altri beni di prima necessità).

Ad aggiungersi ai due protagonisti arriva la bella Quilla Jone (interpretata da Susanne Benton), prigioniera dei mutanti, salvata da Vic, ma doppiogiochista in quanto figlia del leader dei consiglieri di Topeka, invasati abitanti di questa città sotterranea, truccati come dei mimi e conciati da "contadini" degli anni ’50 alla ricerca di uomini da sfruttare per il loro sperma fertile e poi eliminare senza pietà. A Vic sembra un sogno, quando gli dicono che è stato catturato per ingravidare tutte le donne di Topeka, tant’è che arriva persino a dimenticarsi di aver lasciato il suo amico a quattro zampe in superficie in sua attesa. Ben presto però scopre che il metodo di fecondazione non è quello usuale, visto che viene legato ad un lettino e attaccato ad una sorta di macchinario che gli succhia via letteralmente lo sperma. Per fortuna però Quilla Jone, seppur per motivi puramente egoistici, decide di liberarlo per farsi aiutare nella conquista del consiglio di Topeka, con cui si trova in netto disaccordo. I due riusciranno a scappare e a tornare in superficie, ma il povero Blood, precedentemente ferito in uno scontro contro un cane mutante, avrà bisogno di cure e di cibo per sopravvivere, mentre Quilla pretende di scappare al più presto per non farsi raggiungere dai consiglieri. Vic sarà dunque posto di fronte ad un dilemma, ma la scelta non sarà poi così difficile e tutti noi possiamo immaginare quale sia. Quello che non possiamo assolutamente immaginare, però, è come questa scelta si esplica effettivamente in un finale decisamente spiazzante, beffardo, sicuramente ironico e provocatorio e se vogliamo leggermente misogino, della serie: "Meglio un cane che una donna", soprattutto se il cane in questione è molto meglio di qualsiasi essere umano apparso nella pellicola.

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