Elling





REGIA: Petter Næss

CAST: Per Christian Ellefsen, Sven Nordin, Marit Pia Jacobsen, Jørgen Langhelle, Per Christensen

ANNO: 2001

 

Elling e Kjell Bjarne dopo due anni in un istituto psichiatrico dove sono diventati amici inseparabili, vengono mandati dal sistema sanitario norvegese a vivere da soli in un appartamento al centro di Oslo. Dovranno dimostrare di saper badare a loro stessi e di potersi reinserire all’interno della società.

 

Una piccola sorpresa questo film norvegese che nel 2001 stupì molto il pubblico arrivando persino a meritarsi una nomination agli Oscar come miglior film straniero. La particolarità di “Elling”, dal nome del protagonista principale, sta nel fatto di trattare un tema molto importante e delicato come quello delle malattie mentali, in maniera fresca, ironica e addirittura spassosa e divertente. Non ci sono tentativi di patetismo, né nessuna traccia di retoricismi in questo leggero e al tempo stesso intenso ritratto di vita e amicizia, di passioni e dolori, di fobie e scelte coraggiose. Il tutto è dipinto con mano soave e con la consapevolezza di avere a che fare con un argomento di difficile trattazione, soprattutto se l’intento prefissatosi è quello di evitare luoghi comuni della serie che i “pazzi sono gli altri e non quelli ritenuti tali” o che “la pazzia è solo una diversità rispetto all’imperante convenzionalismo della società moderna”. Invece, ciò che sorprende e conquista lo spettatore è proprio il fatto che all’interno del film non ci sia nessun intento accusatorio nei confronti della società, né tantomeno il desiderio di impartire lezioni o diffondere messaggi. Ed è proprio questo che rende “Elling” un film totalmente fruibile con piacevolezza e soddisfazione, soprattutto perché ciascun spettatore è portato a dare la propria personale visione e interpretazione dei fatti narrati e delle caratteristiche uniche ed emblematiche dei due protagonisti. Uno, Elling, autodefinito “cocco di mamma”, ha vissuto perennemente in compagnia della madre, rimasta vedova nelle ultime due settimane di gravidanza, imbastendo con lei un rapporto quasi morboso, escludente qualsiasi altro contatto umano, motivo per il quale alla morte della donna, l’uomo si ritroverà completamente perso e assolutamente incapace di prendersi cura di sé stesso. Saranno i suoi pensieri ad accompagnarci durante la visione del film, durante il quale scopriremo che il non aver saputo assaporare la propria indipendenza e autosufficienza, oltre alla bellezza del mondo esterno, lo ha portato a soffrire di ansia e di capogiri, nemici che lo inseguono ovunque e che non gli permettono neanche di svolgere dei compiti apparentemente semplici e immediati come fare la spesa o rispondere al telefono. L’altro, Kjell Bjarne, omaccione fissato col cibo e col sesso che non ha mai avuto modo di sperimentare, continua a dare capocciate sul muro ogni volta che si trova in difficoltà e cerca di dimenticare il suo terribile rapporto con la madre ubriaca e il patrigno violento. Entrambi, insieme, ma anche separatamente (ed è proprio in questa sorta di ossimoro che risiede la parte più interessante e al tempo stesso emozionante della pellicola), riusciranno a trovare una strada personale per il reinserimento nel mondo. Il “cocco di mamma” troverà nella poesia e nella forza comunicativa delle parole la sua ragione di vita, mentre l’omaccione si accorgerà di poter essere utile a qualcun altro con il suo lavoro e con il suo buon cuore. Una scelta molto poetica e suggestiva, dunque, quella di far confluire il percorso di crescita formativa dei due protagonisti, in due elementi profondi e imprescindibili come l’arte e l’amore, che risultano così essere alla base di una vita piena e felice. Molto interessanti a riguardo i due personaggi di contorno: Reidun, l’inquilina dei protagonisti, che la notte di Natale viene ritrovata riversa sulle scale ubriaca e incinta e che poi instaurerà un rapporto sentimentale con Kjell Bjarne; e Alfons, l’uomo che farà amicizia con Elling in seguito ad un incontro casuale ad un seminario di poesia contemporanea, che riuscirà a far emergere la voglia di esprimersi di Elling, e che poi si scoprirà essere uno dei più grandi poeti a livello nazionale. Nel mezzo si pone Frank, l’assistente sociale che deve prendersi cura dei due, riuscendo ad insegnarli le attività basilari da svolgere quotidianamente per non essere più ritenuti dei “pazzi” e per non tornare a soggiornare nella casa di cura. E sono questi, sicuramente, i momenti più divertenti e spensierati di “Elling”, proprio perché ci mettono di fronte alle dolci e spassose stramberie dei due uomini (per Elling ad esempio è quasi impossibile parlare ad un apparecchio inanimato come il telefono senza tra l’altro poter avere l’opportunità di guardare in faccia il suo interlocutore, cosa che tra l’altro ci fa riflettere sul fatto che forse è quella la vera pazzia), che non vengono buonisticamente esorcizzate e negate come tali, ma anzi sottolineate e mostrate nella loro interezza. Ed è così che avremo modo di assistere all’ascesa di un poeta misterioso “dei crauti” (il protagonista per evitare di esporsi, cosa a cui non è evidentemente pronto, ma soprattutto cosa che non è necessariamente sintomo di felicità e realizzazione, infila le sue poesie all’interno delle confezioni di crauti nei supermercati), o al rocambolesco festeggiamento da parte di un uomo, la cui donna sta per avere il bambino di un altro.

Con la metafora dell’auto ormai quasi demolita e in disuso che poi riprende vita portando i protagonisti verso un momento di felicità e serenità assoluta, “Elling” ci accompagna spensieratamente e gradevolmente in questo viaggio verso la consapevolezza di sé stessi, e soprattutto della bellezza del mondo e delle passioni che lo mandano avanti.

 

 

Pubblicato sul n. 25 di Rapporto Confidenziale

 

 

Rapporto Confidenziale – numero 25



Rapporto Confidenziale
rivista digitale di cultura cinematografica
numero25 – maggio 2010

 

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Editoriale di Alessio Galbiati

«Suite à des problèmes de type grec, je ne pourrai être votre obligé à Cannes. Avec le festival, j’irai jusqu’à la mort, mais je ne ferai pas un pas de plus. Amicalement.»
- Jean-Luc Godard

Con queste enigmatiche parole già leggendarie, scritte a mano su di un biglietto, JLG ha evitato d’essere presente a Cannes, ha evitato di trovarsi in una conferenza stampa gremita, ha evitato di vendere il proprio film come fosse un prodotto. Il cinema è qualcosa di differente, è anima, è vita. In quel passo che separa dalla morte, Godard si ritaglia la sola libertà possibile in quest’epoca di capitalismo (disperatamente) imperante: non esserne complici. Non andare a Cannes e fare uscire il proprio ultimo film sul web, oltrepassando il mercato, la distribuzione ed il marketing. “Film socialisme” fa il punto della situazione sull’Europa, tira somme che tutto sommato in molti condividiamo. La rivoluzione è la sola via d’uscita possibile, ce ne accorgeremo ben presto. Trattasi di utopia, il vero dramma incomincerebbe un attimo dopo, ma ciò non toglie che da quella strettoia della storia siamo chiamati a transitare. Socialismo o barbarie, si diceva un tempo, al momento pare siano in molti a spingere per la seconda ipotesi.

In questo numero: Benoît Delépine e Gustave Kervern, Jesus Franco, Giampiero Piazza, Eleonora Campanella e Serena Gramizzi, Orson Welles, James Whale, Petter Næss, Wes Anderson e Spike Jonze, Roman Polanski, Johnnie To, Michael Cuesta, Werner Herzog.

Buona visione.

 

SOMMARIO | numero25 – maggio 2010

04 >>> COVER25 | Alessia Leporati
05 >>> EDITORIALE | Alessio Galbiati
06 >>> UN TOCCO DI LEGGEREZZA IN UN MONDO DI MAMMUTH | Emeric Sallon
08 >>> SINNER (DIARIO DI UNA NINFOMANE) | Michael Den Boer
10 >>> LILIWOOD E LE TELECAMERE 3D | Marco Riciputi
12 >>> CONVERSAZIONE CON ELEONORA CAMPANELLA E SERENA GRAMIZZI | Alessio Galbiati
18 >>> L’INFINITO. SUL CINEMA DI ORSON WELLES | Toni D’Angela
28 >>> L’UOMO INVISIBILE. TRA FANTASCIENZA E CRITICA SOCIALE | Roberto Rippa
31 >>> ELLING. UNA PICCOLA SORPRESA DALLA NORVEGIA | Alessandra Cavisi
32 >>> L’IMPORTANZA DI ESSERE SELVAGGI. ANDERSON & JONZE | Matteo Contin
36 >>> THE GHOST WRITER | Roberto Rippa
37 >>> IL CUOCO, IL BOSS, I KILLERS E LA VENDETTA | Alessandra Cavisi
38 >>> L.I.E. – SPERO SIATE PRONTI AD AFFRONTARE I PROBLEMI SERI | Scott Telek
40 >>> WERNER HERZOG: UNO SGUARDO SUL MONDO DELL’UOMO | Enrico Saba
50 >>> THE ONE-LINE REVIEW | Iain Stott
52 >>> CINETECA

 

 

 

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Prince of Persia: Le sabbie del tempo


REGIA: Mike Newell

CAST: Gake Gyllenhaal, Gemma Arterton, Ben Kingsley, Alfred Molina

ANNO: 2010

 

Dastan, bambino orfano che si destreggia tra le strade di Babilonia, viene adottato per il suo coraggio e la sua forza dal re Sharaman, divenendo il terzo principe di Persia. Una volta cresciuto, aiuterà i suoi fratelli ad attaccare una città limitrofa governata dalla principessa Talina, sulla scorta del consiglio dello zio Nizam. Subito dopo verrà accusato dell’omicidio del padre e sarà costretto a fuggire accompagnato dalla principessa che più di ogni altra cosa sembra essere interessata a proteggere un pugnale molto particolare.

 

Un film che ha un determinato target, questo “Prince of Persia: Le sabbie del tempo”, proprio perché è indirizzato principalmente, non solo ai cultori del leggendario videogioco dal quale è tratto, ma anche, e soprattutto, a chi è appassionato di cinema di intrattenimento, d’avventura, di fantasia, di azione. Inutile appesantire il giudizio con lamentele sulla vacuità del contenuto e dell’impianto formale, se sin dal principio questo genere di cinema è pensato proprio per avere come unisco scopo quello di accompagnare ludicamente, e mai termine fu più indicato, la visione di uno spettatore che non vuole impegnarsi approfonditamente nelle elucubrazioni metaforiche o nella ricerca e nell’assaporamento di un’autorialità che, tutto sommato, risulterebbe anche fuori posto. L’imperativo categorico dell’accostamento critico a questo genere di pellicole è proprio, appunto, l’annullamento di questo tipo di accostamento. L’unico approccio che eviterà la delusione totale, è quello volto alla ricerca del divertimento e del fomento in seguito alle rocambolesche avventure dei vari protagonisti. E in questo, bisogna dirlo, “Prince of Persia: Le sabbie del tempo”, è un film molto riuscito perché riesce a legare leggermente e spassosamente tutti i vari ingredienti tipici del genere, oltre che a fondere sufficientemente (escludendo qualche caduta eccessiva nel melodrammatico o nello stucchevole) i vari registri narrativi, partendo dal fantastico-avventuroso, appunto, senza tralasciare l’ironico e l’auto-ironico, toccando anche il drammatico e il sentimentale.

Della serie che “I pirati dei Caraibi”, prodotto sempre da Bruckheimer, ha fatto scuola. Insomma, Gyllenhaal non ha l’appeal e lo spirito istrionico e spassoso di Johnny Depp (anche se bisogna dire che gran parte del merito della riuscita di Jack Sparrow sta proprio nella natura stessa del personaggio, oltre che nel talento irresistibile dell’attore), ma tutto sommato riesce ad incarnare il dualismo strafalcione/coraggioso del suo personaggio. Altro pregio di “Prince of Persia” (al di là di una certa ridondanza nella riproposizione di alcune situazioni movimentate e tralasciando un pre-finale eccessivamente esagerato e fracassone), è l’alternanza del ritmo ben orchestrata che ci catapulta da situazioni estremamente adrenaliniche come i vari assalti, i combattimenti a suon di spade e pugnali (senza scoppi, spari, pistolettate o fucilate varie), gli inseguimenti, ad altre di raccordo che si fanno guardare con molta soddisfazione. Nell’ultimo caso ci si riferisce alle varie schermaglie amorose con la bellissima principessa interpretata da Gemma Arterton, ispirate lontanamente alla cara vecchia sophisticated comedy (peccato che poi si tenti di romanzare eccessivamente il tutto), passando per l’incontro con un irresistibile sceicco interpretato da Alfred Molina ossessionato dal pagamento delle tasse e organizzatore di corse clandestine di struzzi (con relative sequenze davvero esilaranti), fino ad arrivare al quasi “orroristico” incontro con un sicario sfigurato e la sua cricca di “assassini”, sempre accompagnato da terribili e temibili serpenti. Se a questo ci aggiungiamo un volutamente macchiettistico Ben Kingsley nel ruolo di un possente villain, che tenta di distruggere l’amore fraterno tra i tre principi di Persia, oltre che di impossessarsi del regno, possiamo renderci facilmente conto della natura fantasiosa, genuina e schietta della pellicola.

Poco importa, allora, se si cerca di caricare la semplicità contenutistica di cui sopra con alcuni sottotesti sicuramente evitabili (Ben Kingsley progetta e consiglia l’attacco alla città della principessa perché a sua detta nasconde delle armi per attaccarli, chiaro riferimento ad un ben più moderno e attuale conflitto), se di contro abbiamo la possibilità di avventurarci tra i deserti, i palazzi e le strade della Persia (in realtà il film è stato girato in Marocco) e di assistere alle spericolate azioni del protagonista quasi come se fossimo noi stessi a guidarlo con un joystick (di qui l’utilizzo sfrenato delle zoomate, dei fast-forward, delle riprese iperfrenetiche).

Non si tratta ovviamente di una grande pellicola, ma di un piccolo film (escludendo ovviamente i mezzi tecnici del quale si avvale), che fa della semplicità, ma al tempo stesso della magia e della fantasia la sua scoperta e dichiarata carta vincente.

 

VOTO:

 


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Aiuto Vampiro





REGIA: Paul Weitz

CAST: John C. Reilly, Ken Watanabe, Willem Dafoe, Salma Hayek, Chris Massoglia, Josh Hutcherson, Jessica Carlson, Michael Cerveris, Ray Stevenson, Patrick Fugit, Orlando Jones

ANNO: 2010

 

Darren e Steve sono due amici dai caratteri completamente opposti. Il primo è pacato e ligio al dovere, il secondo è ribelle e scapestrato. Insieme si recano allo show di alcuni freaks accorsi in città. A causa del furto di un ragno molto particolare da parte di Darren, Steve viene ferito gravemente. L’unico modo che il ragazzo ha per salvare la vita del suo migliore amico è farsi trasformare in un mezzo-vampiro dal proprietario del ragno. Quello che non sa, è che sta per diventare il protagonista di una lotta interna tra vampiri buoni e vampiri cattivi.

 

Nella “Twilight” era, che ha segnato indelebilmente il modo di fare cinema per adolescenti, ci voleva davvero molto coraggio per proporre una pellicola per teen-ager, ma non solo, con protagonisti dei vampiri, oltre a tutti gli altri deliziosissimi freaks presenti nella storia. Il motivo di apprezzamento maggiore di “Aiuto Vampiro”, film che sfocia in diversi generi narrativi partendo dall’horror, andando al fantasy, passando addirittura per il comico e il parodistico, è la quasi totale noncuranza del regista e dello sceneggiatore per le beghe amorose e sentimentali dei protagonisti. Per carità, un timido accenno all’innamoramento del giovane mezzo-vampiro per una ragazza-scimmia è comunque presente, ma fortunatamente non occupa, in maniera ingombrante e irritante, tutto lo spazio.

“Aiuto Vampiro”, allora, può fare gola anche a chi non è più un ragazzino, seppur si tratti di una storia fantastica e se vogliamo quasi “infantile” di lotte tra mezzi-vampiri e vampiri, aiutati da ragazzi-serpenti, donne-barbute veggenti, giganti e nani-testoni, e “mostri” di altro genere. Ma quello che rende godibile e apprezzabile la pellicola,  è una serie di elementi che giocano sicuramente a suo favore, a partire dagli ottimi effetti speciali soprattutto inerentemente alle straordinarie e irresistibili esibizioni dei freaks, passando per un ottima dosatura e calibratura dei suddetti registri narrativi, arrivando all’assemblaggio di un cast da capogiro, con attori pienamente in parte. Primo su tutti un grandissimo John C. Reilly nel ruolo di un ironico e soprattutto auto-ironico vampiro stanco della sua eterna “giovinezza” e ancora sofferente per essere stato scaricato dall’amata fidanzata centinaia di anni addietro. A contornarlo, con degli irresistibili camei, un parterre di attori  che fanno la differenza, costituendo un valore aggiunto alla pellicola. Ecco che allora troveremo piacevoli le apparizioni di Willem Dafoe, Salma Hayek, Ken Watanabe e il volutamente eccessivo e mefistofelico Michael Cerveris (per i fan del serial “Fringe”, il mitico Osservatore September).

Certo, non mancheranno le scontatezze metaforiche solitamente presenti nei film per ragazzi che vogliono lasciare anche qualche insegnamento. Della serie che “non sempre i mostri sono quelli che reputiamo tali”, con tanto di freak il cui unico sogno, come un tipico adolescente della sua età, è quello di suonare la musica rock, piuttosto che esibirsi nel circo degli orrori. Ma queste scontatezze narrative e comunicative sono stemperate da momenti altamente divertenti e originali come l’esilarante discussione del protagonista con i suoi genitori che gli prospettano una vita felice e produttiva all’insegna del college, del lavoro e della famiglia, con annesse future discussioni uguali e identiche a quella in questione.

Trattandosi della trasposizione dei primi tre capitoli della saga scritta da Darren Shan, nome anche del protagonista, la pellicola ha sicuramente un carattere introduttivo con il tipico finale aperto, ormai sempre più marchio di fabbrica di un determinato cinema. Una sorta di pilot televisivo che serve a constatare l’effettivo gradimento del pubblico in modo tale da decidere se continuare o meno con la produzione dei successivi capitoli. Con la speranza che ciò avvenga, in modo tale da poter rivedere all’azione questi personaggi molto attraenti, anche se “mostruosi”, non resta altro che esprimere il pieno soddisfacimento che una pellicola di questo genere, discostandosi dalla moda imperante che travolge i rappresentanti della stessa categoria, è riuscita a trasmettere allo spettatore, nonostante i pregiudizi a cui immancabilmente andava incontro. Attenzione ai titoli di testa: sono davvero imperdibili.

 

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Adam





REGIA: Max Mayer

CAST: Rose Byrne, High Dancy, Amy Irving, Peter Gallagher

ANNO: 2010

Adam, ragazzo affetto dalla sindrome di Asperger, fa la conoscenza di Beth, scrittrice di libri per bambini e maestra d’asilo. I due, vicini di casa, ben presto instaureranno un particolare rapporto che si svilupperà in maniera insolita.

Ormai il cinema “indie” è più prolifico che mai. In una stessa stagione cinematografica ci capita di imbatterci in più prototipi del genere. Questo “Adam” potrebbe essere inserito di diritto nella categoria, visto che le caratteristiche principali della stessa sono ben presenti all’interno dell’impianto formale, stilistico e narrativo della pellicola. Una semplice storia d’amore, di quelle come se ne vedono molti sugli schermi. Un ragazzo e una ragazza, simili a molti altri loro coetanei, che si ritrovano vicini di casa, cominciano a frequentarsi, si uniscono, poi si dividono in seguito ad alcuni ostacoli e inconvenienti, poi magari si riuniscono o si dividono definitivamente. Il canovaccio, insomma, è quello classico del tipico film sentimentale. Quello che rende diverso “Adam” è proprio la “diversità” che si traduce piuttosto in unicità dei due protagonisti, soprattutto quello maschile. Il ventinovenne, infatti, a causa della sindrome di Asperger da cui è affetto, non riesce a comprendere nei loro meccanismi più semplici e banali, le regole del comune vivere sociale, delle interazioni interpersonali, dei comportamenti accettati dalla società. E’ proprio in questa sua singolarità che sta la principale forza della pellicola (oltre che nelle interpretazioni perfette e coinvolgenti, mai ruffiane, dei due giovani protagonisti Hugh Dancy e Rose Byrne), anche grazie al fatto che un tema alquanto spinoso e di difficile trattazione come quello della malattia, viene esposto e proposto in maniera alquanto delicata e anche deliziosamente ironica. Ecco che allora risulta piacevole e godibile il racconto di questa speciale diversità, con tutti gli assurdi comportamenti di Adam, che vanno dal modo di muoversi, al modo di esprimersi dicendo tutto quello che gli passa per la mente, senza saper calcolare il momento in cui stare zitto o le impressioni e sensazioni da tacere, perché ritenute comunemente sconvenienti, noiose, fastidiose. Anche Beth, la protagonista femminile, reca con sé delle caratteristiche poco comuni, a cominciare dal suo grande sogno che è quello di riuscire a fare solo ed esclusivamente la scrittrice di libri per bambini, sua passione sin da quando era anche lei bambina (il film parte proprio con una bellissima citazione de “Il piccolo principe”, per voce della stessa protagonista).

E’ dunque interessante seguire la nascita, lo sviluppo e l’evolversi del rapporto tra questi due particolari protagonisti, ognuno oppresso dalle proprie problematiche (Adam è rimasto solo dopo la morte del padre e in più ha perso il lavoro, Beth, appena uscita da una relazione dolorosa, è rimasta emotivamente coinvolta dalle problematiche legali che si sono abbattute sull’adorato padre), ognuno in cerca di qualcuno che renda più leggera, facile, in una parola vivibile, la propria vita. Il tutto mostrato con un equilibrio e una soavità non indifferente, almeno fino ad un certo punto. Perché quello che poi abbassa il livello di gradimento della pellicola è l’indugiare, da un certo momento in poi, fin troppo pesantemente e drammaticamente sui risvolti negativi della storia d’amore e delle singole problematiche dei due componenti la coppia. Ecco che allora tutti gli elementi fino ad allora tenuti nel suddetto equilibrio si enfatizzano eccessivamente a partire dalla colonna sonora, fino a toccare la regia stessa e la sceneggiatura. Una piccola sbavatura che comunque non rovina il livello complessivo della pellicola, in grado di emozionare (soprattutto per la sensibilità con la quale si comunica il tema principale della malattia che non è un ostacolo alla realizzazione personale e sentimentale di chi ne è colto), per tutta la sua durata, fino ad arrivare ad un finale molto poetico e toccante.

 

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Robin Hood





REGIA: Ridley Scott

CAST: Russel Crowe, Cate Blanchett, Mark Strong, William Hurt, Kevin Durand, Scott Grimes, Matthew Macfadyen, Eileen Atkins, Danny Huston, Max von Sydow, Mark Addy, Oscar Isaac

ANNO: 2010

 

Inghilterra, XII secolo. Un coraggioso arciere si reca a Notthingam dopo la morte del re Riccardo Cuor di Leone. Il motivo della sua visita al villaggio vessato dalle tasse del re e dalla tirannia dello sceriffo, è la volontà di esaudire l’ultimo desiderio di un soldato che gli ha chiesto di riportare la sua spada a suo padre. Una volta arrivato nel villaggio, l’arciere assumerà l’identità del defunto soldato, divenendo agli occhi di tutti il marito della coriacea e testarda Marion, e combattendo per i diritti degli abitanti, fino ad essere dichiarato un fuorilegge.

 

Per chi si aspettava un ennesimo racconto delle gesta eroiche e rocambolesche del leggendario Robin Hood, questa ultima fatica cinematografica di Ridley Scott potrebbe risultare una delusione. Trattasi, infatti, di una sorta di prequel che narra la genesi e i retroscena della nascita di questa leggenda. Un modo originale e inedito di approcciarsi a questa figura che più volte è stata riproposta sullo schermo, visto che si discosta narrativamente e anche visivamente da tutte le pellicole precedenti incentrate sul mitico eroe.

Fatto sta che, al di là dell’idea apprezzabile di rendersi  unici discostandosi dalla solita riproposizione del personaggio, non ci si può comunque ritenere pienamente soddisfatti della riuscita e della messa in pratica di questa idea. Perché quello che non funziona in “Robin Hood”, al di là della scontata e prevedibile altissima qualità tecnica del film (con straordinarie scenografie, costumi e ambientazioni, che risultano forse uno dei pochi motivi di apprezzamento), è l’esagerazione tipica di ogni blockbuster studiato a tavolino che si rispetti.

Le americanate, insomma, si sprecano. Così come gli eccessi narrativi, recitativi e formali con una colonna sonora fin troppo pomposa e pressante e con un’attenzione quasi morbosa ed esagerata ai momento drammatici o epici (da qui l’utilizzo estremo di ralenti, zoomate sui volti dei protagonisti nei momenti topici, flashback melodrammatici, ripetuti e fastidiosi didascalismi registici, musicali e non solo). L’esagerazione, quindi, è la marca distintiva di “Robin Hood”. Esagerazione che tocca vari elementi della pellicola a cominciare dalle interpretazioni, tralasciando quelle sempre ottime e impeccabili dei premi Oscar Russel Crowe e Cate Blanchett, con personaggi di contorno sempre sopra le righe e a tratti fin troppo caricaturizzati. Senza considerare i dialoghi, che il più delle volte, in una rincorsa all’enfasi e al consenso a tutti i costi di un pubblico poco maturo, rendono quasi parodistici determinati momenti emblematici della narrazione, sottolineati fino all’estremo con tutti i mezzi comunicativi possibili. Altro elemento di “fastidio” è la rincorsa alla risata facile con l’utilizzo di un’ironia spicciola che accompagna soprattutto i seguaci di Robin Hood. E se in qualche frangente la risata nasce spontanea lasciando soddisfatto lo spettatore, in altri l’effetto comico affannosamente ricercato risulta totalmente fuori posto, sia in quanto a contestualizzazione narrativa, sia perché affidato ai personaggi sbagliati.

Ma qualcosa di interessante ed entusiasmante in “Robin Hood” è possibile ravvisarlo, soprattutto in campo registico, con un’attenzione davvero molto particolare alle numerose scene di battaglie, con il coinvolgimento attivo dello spettatore grazie ad un abile utilizzo alternato delle panoramiche, delle carrellate, delle scene girate a mano che scrutano da vicino le mosse dei guerrieri, gli schizzi di sangue, le corse dei cavalli, i percorsi fulminei delle frecce, i duelli con le spade. E anche per quanto attiene alla sceneggiatura, tralasciando una certa ridondanza, la cattiva gestione dei dialoghi e la costruzione dei personaggi secondari, si può comunque godere del racconto di una storia appassionante e incalzante con strategie di guerra, tradimenti, alleanze o false alleanze e via di seguito.

Non è il massimo (e Scott e Crowe di “Massimo” se ne intendono), ma neanche il minimo insomma. E’ un film che va preso ed accettato per quello che è, senza nessuna pretesa. Una pellicola d’avventura come molte altre ce ne sono state e ce ne saranno, che non si distingue particolarmente e che, molto probabilmente, non verrà ricordata a lungo. Sono lontani, quindi, i tempi de “Il Gladiatore”, che pur non essendo un capolavoro, è riuscito nell’intento di lasciare il segno. Inutile rimarcare, inoltre, che sono ancora più lontani i tempi di “Blade runner” che oltre ad aver lasciato il segno è anche un capolavoro.

 

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Speciale Ivan Zuccon – 3° parte





COLOUR FROM THE DARK

 

Pietro e Lucia vivono in un casolare di campagna con la sorella di lei, Alice, affetta da turbe psichiche. Un giorno dal pozzo presso cui si procurano l’acqua si scatena una strana potenza che si impossessa prima di Lucia e poi anche degli altri abitanti della casa, scatenando l’inferno.

 

Nonostante le avversità a cui è andato incontro il regista per riuscire a portare a termine la lavorazione di questa pellicola, si può facilmente e naturalmente asserire, a fine visione, che si tratta di un film decisamente interessante oltre che di ottima fattura sotto molti punti di vista. Un horror che ci fa ricordare nostalgicamente, e forse anche rabbiosamente dato che non è più presente nel nostro panorama cinematografico, quel grande cinema di genere degli anni passati contrassegnato dalle geniali e indimenticabili pellicole di registi cult come Lucio Fulci, Mario Bava e company. La dimostrazione lampante del fatto che il nostro cinema ormai non accetti più pellicole così particolari e indispensabili per gli appassionati del genere, ma decisamente apprezzabili per la loro alta qualità anche per chi ama la settima arte in generale, sta proprio nel desolante e triste “esilio” cinematografico a cui è stato costretto Ivan Zuccon, regista dal talento indiscutibile e dalle idee originali, che non mancano però di omaggiare registi e film di una certa stagione aurea dell’horror italiano e non.

In questo caso per esempio non si possono non notare le citazioni “friedkiniane” che si riferiscono alla sua pellicola più famosa, “L’esorcista”, visto che Lucia (interpretata da una bravissima e bellissima Debbie Rochon, icona di un certo cinema horror) viene letteralmente impossessata da una sorta di demone, venuto fuori dal pozzo, che la spinge e costringe a compiere gesti sempre più efferati e terribili. Ma le conseguenze della fuoriuscita del maligno dalle profondità apparentemente tranquille e rassicuranti del pozzo che solitamente è fonte di sostentamento per la famiglia, non si fermano qui, visto che dapprima sembra donare speranza alla povera famiglia vessata anche dai disagi della guerra (la pellicola è ambientata durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale, mostrandoci l’orrore della stessa forse ben più terrificante di quello che colpisce la famiglia di contadini) e poi la fa precipitare nella disperazione e nell’orrore più assoluti. Pietro, il capofamiglia (interpretato da un valente Michael Segal, attore feticcio del regista), rimane davvero sorpreso quando il suo ginocchio riprende a funzionare o quando la sua adoratissima cognata, Alice (interpretata da un’agghiacciante e incisiva Marisya Kay), dopo anni di mutismo riprende a parlare o, meglio ancora, quando il suo orto comincia a dare frutti inaspettati dalle dimensioni e dai colori davvero invitanti. Molto presto però, il delirio si impossesserà di sua moglie Lucia a cominciare da un appetito sessuale fin troppo estremo, fino a giungere ad atti di autolesionismo come quando si infilza un grande coltello nella mano. Ma non finisce qui, perché quando Pietro si accorge che sua moglie ha qualcosa dentro di sé, decide di rinchiuderla nel granaio all’interno del quale la donna è costretta a combattere, soccombendo, contro la potenza che si è annidata dentro di lei. A nulla varranno le visite della sorella adorata o del prete che terminerà la sua opera di esorcismo con un crocifisso conficcato nell’occhio.

Proseguendo il racconto della “follia” di Lucia che arriva a fare da contraltare al turbamento psichico di Alice che non si separa mai dalla sua bambola di pezza Rosina, attraverso la quale comunica col mondo esterno (a tal proposito davvero inquietante e ben riuscito l’incipit con la ragazza che si aggira con la sua bambola tra il pozzo e la sua stanza), Ivan Zuccon e conseguentemente lo sceneggiatore Ivo Gazzarrini (collaboratore storico del regista), “Colour from the dark” (ispirato a “The colour ouf of space”, di Lovercraft, autore a cui Zuccon è molto affezionato) si fa apprezzare notevolmente anche per la componente prettamente orrorifica che lo contrassegna, con momenti di alto impatto visivo ed emotivo e con un’altissima resa scenica, grazie anche agli effetti speciali curati da Massimo Storari, l’efficacissimo trucco di Fiona Walsh (davvero riuscitissimi a tal proposito i contrasti tra la natura dapprima rigogliosa e poi sempre più fatiscente, l’amenità della casa di Pietro poi scombussolata dai crocifissi sciolti sul muro e dalle pareti sempre più ricoperte da strane poltiglie e l’aspetto fisico e caratteriale di Lucia, dapprima donna bellissima e dolcissima, poi vero e proprio “mostro” dalle orribili fattezze e comportamenti) e la bellissima fotografia che diviene sempre più cupa man mano che l’orrore si riversa sulle vite dei protagonisti.

Link alla 1° parte

 

Link alla 2° parte

Lady Vendetta





REGIA: Park Chan-wook

CAST: Lee Yeong-ae, Choi-min Sik, Lee Seung-Shin, Go Su-hee, Kim Byeong-ok, Kim Bu-seon, Nam II-woo, Kim Shi-hoo

ANNO: 2005

 

Guem-ja ha passato 13 anni in prigione per il rapimento e l’omicidio di un bambino. Una volta uscita il suo unico scopo sarà quello di vendicarsi di un professore, reale colpevole del delitto, che ha fatto in modo di far ricadere le colpe su di lei.

 

Si conclude la cosiddetta trilogia della vendetta di Park Chan-wook che trova il suo apice nel meraviglioso e inarrivabile “Oldboy”, ma che con questo terzo capitolo continua a stupire e a meravigliare lo spettatore. Sin dai bellissimi titoli di testa che ci presentano il volto di una donna con un ombretto rosso sangue, simbolo ovviamente della sua sete di vendetta, veniamo subito immessi nella tematica principale del film.

Questa volta il proverbiale “piatto da servire freddo” viene servito appunto da una donna, perché a detta del regista si voleva porre l’attenzione sul senso di redenzione che spesso accompagna questo tipo di sentimento. La regia, come sempre molto particolare, anche se forse meno postmoderna che nel precedente capitolo, ci consegna uno spaccato della particolarissima protagonista, dapprima ermetico e indecifrabile, poi via via sempre più vivido e comprensibile. Molto intenso è il ritratto della protagonista che ci viene presentata nella sua doppia faccia di brava ragazza angelica (“l’angelo” è infatti il suo soprannome in carcere), che si comporta teneramente e generosamente con tutte le sue amiche in galera e poi si trasforma, invece, in una spietata donna con tacchi a spillo e impermeabile che di giorno lavora in una pasticceria e di notte si aggira per le strade tessendo la tela che imprigionerà il professore malefico (interpretato dall’”oldboy” del capitolo precedente). Un cambiamento che spiazza e colpisce potentemente lo spettatore, impressionato anche dall’estrema bravura interpretativa di Lee Yeong-ae e che trova la sua ragion d’essere proprio nel fatto che in realtà non si tratta di un vero e proprio, tra l’altro repentino, cambiamento, bensì della coesistenza delle due facce all’interno della stessa persona. Quella buona e genuina, già esistente nella ragazza viene poi esasperata ed esagerata proprio per mascherare quella cattiva, stimolata proprio dall’ingiustizia di cui è vittima e alimentata con gli anni dall’odio e dal famelico bisogno di vendetta.

Ancora una volta, Park Chan-woo mescola sapientemente l’ironia, la poesia (la colonna sonora è sempre straordinaria nella sua totale “discordanza” con il tono prevalentemente nero della pellicola), il pulp e l’estrema violenza come dimostra il  pre-finale nel quale il professore andrà incontro ad una morte crudele e spietata, così come quella che egli ha inflitto ad una serie di poveri e innocenti bambini. L’innocenza, contrapposta alla “corruzione” dei protagonisti è l’altro tema presente all’interno di questa trilogia. Laddove in “Oldboy” avevamo il personaggio della giovane ragazza che si prende cura e si innamora del protagonista, qui abbiamo una bambina (la figlia della protagonista data in adozione ad una coppia straniera), che si ritroverà ad essere spettatrice della vendetta di sua madre, senza comprenderne fino in fondo la reale natura. Questa sorta di “disfunzionale” rapporto madre-figlia intriso di sangue e vendetta ci rimanda al capolavoro tarantiniano “Kill Bill”, dove Uma Thurman si ritrova ad agire spinta dagli stessi sentimenti di Lee Yeong-ae. Non è un caso che si parli di Tarantino, visto che per questa trilogia Park Chan-woo sembra essersi ispirato proprio alla vena pulp e postmoderna del regista americano, tant’è che quest’ultimo si è dichiarato fortemente entusiasta del cinema del collega coreano. Un interscambio di entusiasmi quindi, che non può che diventare di rimando entusiasmo triplicato per lo spettatore, posto di fronte ad una gustosa occasione di assistere a dell’ottimo cinema che non solo cattura per via delle straordinarie immagini incorniciate da colori fortissimi (la fotografia è l’altro punto di forza della pellicola), ma emoziona e coinvolge per ciò che queste immagini comunicano ed esprimono.

E se all’inizio allo spettatore sembra di perdersi per strada tra i vari flashback che ci mostrano la vita all’interno della prigione della ragazza, con la fitta rete di conoscenze utili che si  è creata (tutte le compagne in seguito si riveleranno indispensabili alla realizzazione del suo piano di vendetta), man mano il filo della matassa si dipanerà fino a giungere, anzi, ad una seconda parte forse un po’ troppo lineare e statica (contrassegnata tra l’altro da una sere di splendide inquadrature fisse e da molte altre calcolate quasi geometricamente nella loro perfezione) che culmina in un pre-finale quasi shockante (oltre che portatore di un dilemma etico di non poco conto, sulla giustezza o meno di una punizione “esemplare” nei confronti di un terribile assassino di bambini) e ad un finale molto intenso e poetico che abbandona il rosso del sangue e della vendetta per immergersi completamente in un bianco-neve della tanto anelata e finalmente raggiunta redenzione.

 


 

Vendicami





REGIA: Johnnie To

CAST: Johnny Hallyday, Sylvie Testud, Anthony Wong, Lam Ka Tung, Lam Suet, Simon Yam, Maggie Siu

ANNO: 2010

 

Una donna assiste all’omicidio del marito e dei suoi due figli per mano di tre killer. Suo padre, Costello, arriva a Macao dalla Francia con un solo obiettivo: vendicarsi del torto subito dalla figlia. Per farlo si avvarrà dell’aiuto di altri tre sicari che in qualche modo si ritroveranno personalmente coinvolti.

 

Se con “The Mission”, ma non solo, eravamo di fronte ad influenze western e ad un gruppo di “magnifici cinque” di sturgesiana memoria, con “Vendicami” il gruppo si riduce a quattro, composto dai tre killer cinesi e dal cuoco francese in cerca di vendetta. E’ questo, infatti, uno dei più grandi pregi del cinema di To, quello di riuscire a contaminare deliziosamente e perfettamente il genere a lui più caro, l’action, con molte altre influenze che partono dal western (da qui la citazione a “I magnifici sette”) con il riferimento alle amicizie virili, agli eroismi, ai sentimenti di onore e rispetto che si instaurano tra i vari protagonisti delle sue pellicole. Non manca nemmeno una certa dose di humour che accompagna le vicende nere che li vedono coinvolti, dapprima quasi sempre per denaro, poi per i sentimenti suddetti o come in questo caso anche per un forte senso di vendetta. Ad aggiungersi arriva anche un possente approfondimento delle umanità e delle personalità dei suoi personaggi, così come avviene in questo “Vendicami” che trova la sua forza nel richiamo di tutte le caratteristiche succitate e nella consueta e strabiliante capacità di To di piegare il mezzo cinematografico ad ogni suo volere. Ecco che allora nel suo cinema ci ritroviamo di fronte a sequenze che rimarranno indimenticabili (come la sparatoria “immobile” di “The Mission”, rimanendo su questo esempio), proprio perché contrassegnate da una messa in scena e da una serie di elementi formali, che vanno dalla fotografia alla colonna sonora, davvero straordinari. Non è esente da questa descrizione positiva, la sua ultima fatica, che si concentra principalmente proprio sul sentimento di vendetta, tanto caro al cinema hongkonghese e a quello di To ovviamente, impersonato da un Johnny Hallyday davvero perfetto nella sua apparente impassibilità e nella sua espressione di ghiaccio che sembra non sciogliersi mai. Imperdibili anche le interpretazioni degli attori feticcio, Anthony Wong, Lam Ka Tung e Lam Suet, qui nel ruolo di tre killer non privi di sentimenti. Rimbomba per lungo tempo nella mente dello spettatore più sensibile alla parte meditativa, oltre che a quella movimentata e violenta della pellicola, la domanda che il protagonista rivolge ai suoi tre nuovi amici: “Cos’è la vendetta?”. Attraverso l’espediente della perdita della memoria (che rimanda, seppur molto lontanamente, al “Memento” nolaniano, con tanto di polaroid e appunti per ricordarsi l’identità degli amici oltre che dei nemici), To intavola una profonda riflessione sul tema, accompagnata ovviamente ad una spettacolarità visiva non indifferente.

“Vendicami” è, infatti, un film dove si suonano i campanelli con le canne delle pistole, dove bisogna stare attenti a guardare negli occhielli delle porte, perché si rischia di essere trivellati da decine e decine di pallottole. Un film dove le sparatorie, sempre girate magistralmente e in maniera molto originale, avvengono in luoghi molto particolari, come ad esempio nel bosco piovoso o in una discarica piena di grosse balle di giornali, usate come scudi protettivi dalle due parti avverse, nello scontro fatale e decisivo. Un film dove le sequenze sono girate sempre con la stessa cifra stilistica, che si avvale di ralenti, piani-sequenza e stacchi di montaggio davvero molto intensi e significativi nel comunicare tutta la forza narrativa e metaforica della violenza che si mette in scena (straordinaria come sempre la capacità del regista di girare scene notturne, questa volta con una luna che fa capolino per poi scomparire e ricomparire tra i rami degli alberi). “Vendicami” è anche un film che omaggia palesemente il cinema di genere francese, a partire da Melville, tant’è che il protagonista si chiama Costello e avrebbe dovuto essere interpretato da Alain Delon nel ruolo di quest’uomo dall’oscuro passato che via via diviene sempre più chiaro a discapito del presente e del futuro sempre più minacciato dai pericoli incombenti oltre che dalla memoria instabile. Passa in secondo piano, allora, ai fini del gradimento della pellicola, il fatto che ci si trovi davanti ad un canovaccio non così imprevedibile, dallo svolgimento e dai risvolti alquanto conosciuti dagli appassionati del cinema di To e del genere in toto. Ma ciò che conta è proprio la maniera di usufruire di un meccanismo ormai conosciuto e più volte ripetuto, per creare una pellicola che fa del suo valore formale, stilistico, emotivo e comunicativo, la sua più grande forza. Una forza scaturente in maniera lampante durante la visione di “Vendicami” che riesce a conquistare ampiamente lo spettatore sia a livello basilare con l’azione, sia a livello più profondo con la qualità inconfondibile che lo contrassegna.  E alla fine non tutti riusciranno a trovare risposta alla domanda emblematica di cui sopra: né gli spettatori, né lo stesso protagonista che ne ha dimenticato il significato e il valore.

 

VOTO

 

 

Iron Man 2





REGIA: Jon Favreau

CAST: Robert Downey Jr, Mickey Rourke, Sam Rockwell, Don Cheadle, Gwyneth Paltrow, Scarlett Johansson, Jon Favreau, Samuel L. Jackson, Clark Gregg

ANNO: 2010

 

Torna Tony Stark, il mulitimilionario sfacciato e affascinante che stavolta dovrà vedersela con un nemico in cerca di vendetta e con un concorrente alquanto sleale. Aiutato dalla sempre fidata segretaria e da una misteriosa collaboratrice, Stark, riuscirà ovviamente a combattere per dimostrare la sua forza e la sua unicità.

 

Diciamolo, le aspettative erano forse fin troppo alte. Dopo lo scoppiettante, freschissimo e ritmato primo capitolo delle avventure di questo simpaticissimo e sensuale supereroe, eravamo tutti pronti ad un altro film coi botti, considerando soprattutto il fatto che ormai le “presentazioni” erano state fatte. Se, appunto, nel precedente film incentrato sulle avventure dell’uomo di “ferro” eravamo stati più indulgenti per il freno a mano tirato sull’azione, proprio perché si trattava di una vera e propria introduzione; la scarsità della stessa presente in questo nuovo capitolo lascia un po’ interdetti e delusi. Certo non mancano le sequenze super-movimentate, ma sono sinceramente troppo poche, e il più delle volte risolte fin troppo velocemente e semplicisticamente, soprattutto quella preponderante e decisiva, oltre che anelata sin dall’inizio, dell’ultima scontro decisivo tra i due antagonisti. Ecco che allora, grazie soprattutto al fascino e all’estro recitativo strabordante di Robert Downey Jr. e all’ipnotismo quasi inquietante di Mickey Rourke, la sequenza che attira maggiormente l’attenzione e fomenta per la sua estrema qualità adrenalinica, è quella ambientata in un autodromo dove i due se le danno di santa ragione a suon di armi speciali e fantastiche. Decisamente coinvolgente anche la baruffa che si crea tra Stark e il suo migliore amico Rhodey qui interpretato da un ottimo Don Cheadle in sostituzione di Terrence Howard, l’unico del cast originale a non ricomparire. Altrettanto entusiasmante l’entrata in azione di Scarlett Johansson nel ruolo di una componente dello S.H.I.E.L.D. capeggiato da un sornione Samuel L. Jackson, che viene troppo poco sfruttato sia come personaggio in sé per sé, sia come filone narrativo che si porta dietro (insomma il colpo di scena finale dello scorso film lo vedeva protagonista assoluto, mentre qui passa assolutamente in secondo piano). A diminuire l’apprezzamento totale, inoltre, contribuisce una certa discontinuità del ritmo, con momenti deliziosamente fracassoni e rumorosi seguiti da altri fin troppi banalmente riflessivi e telefonati come l’approfondimento del rapporto di Stark con il padre, ma non solo.

Fatto sta che, spogliandolo di tutte le altissime aspettative che gli si rivolgevano oltre che di eccessive pretese, “Iron Man 2” risulta perfetto in quello che è sicuramente il suo intento primario: intrattenere piacevolmente e leggermente il pubblico appassionato di film superomistici, con un insieme di caratteristiche tra l’altro molto apprezzabili: a partire dai dialoghi frizzanti e sarcastici (anche se non sempre all’altezza del capitolo precedente), fino ad arrivare ad una scoppiettante e fragorosa colonna sonora che parte dagli AC/DC passando per i Queen e i Daft Punk. Imperdibili poi tutte le interpretazioni dei vari comprimari, ognuno impegnato in un ruoli che vanno dal delizioso come la Pepper della Paltrow, al gigionesco come l’Hammer di Rockwell. Ma è ovviamente lui, l’Iron Man di Downey Jr. a riempire lo schermo e conquistare i consensi dello spettatore, proprio perché raramente c’è una sorta di sovrapposizione tra qualità caratteriali e personali di un attore e del personaggio che è chiamato ad interpretare (in questo caso la prorompente simpatia, il naturale charme e in un certo senso una buona dose di autocompiacimento).

Tra una pomposa presentazione della sua armatura all’Expo da lui organizzato e un festeggiamento strampalato del suo compleanno, anche stavolta Iron Man non mancherà di salvare la baracca, difendendosi da un nemico alquanto vendicativo e da un concorrente in affari che vuole rompere il monopolio di Stark nel mondo delle armature uniche come la sua. Il tutto ovviamente solo grazie ai saggi consigli della segretaria e all’apporto decisivo del migliore amico. Rimane alquanto oscuro il finale post-titoli di coda che mette sicuramente molta curiosità sul sicuro terzo capitolo di questa che molto probabilmente diventerà una delle più indimenticabili saghe cinematografiche dedicate ad un supereroe.

 

VOTO:

 


 

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