Top 20 serial tv 2009/2010

Insieme alla stagione cinematografica si è conclusa anche la stagione delle serie televisive americane che ormai impazzano sia per quantità che per qualità. Dopo la cerimonia degli Emmy che ha visto troneggiare "Mad men" e "Modern family", vi propongo la mia personale top 20 delle serie da me visionate nel corso dell’anno. Trattasi di una semplice top 20 perchè 20 è proprio il numero preciso di serial tv da me visionati.

1) Lost (6° stagione)

2) Breaking bad (3° stagione)

3) Mad men (3° stagione)

4) Dexter (4° stagione)

5) Fringe (2° stagione)

6) Damages (3° stagione)

7) Chuck (3° stagione)

8) True Blood (2° stagione)

9) Bored to death (1° stagione)

10) Californication (3° stagione)

11) The big bang theory (3° stagione)

12) Accidentally on purpose (1° stagione)

13) How I met your mother (5° stagione)

14) How to make it in America (1° stagione)
 
15) V (1° stagione)

16) Harper’s island (1° stagione)

17) Scrubs (9° stagione)

18) Nip/tuck (7° stagione)

19) Flash forward (1° stagione)

20) Heroes (4° stagione)

Saga dei Pirati dei Caraibi – Ai confini del mondo

UN JACK SPARROW ALL’ENNESIMA POTENZA


La compagnia delle Indie Orientali ha deciso di sterminare tutti i pirati esistenti sulla piazza. I pirati rimasti allora decidono di difendersi riunendo i Nove Pirati della Fratellanza. Tra questi però c’è Jack Sparrow, intrappolato ancora una volta a causa di una sorta di maledizione. Elizabeth e Barbossa decidono allora di andare a recuperarlo per riformare il gruppo della Fratellanza, mentre l’intento primario di Will Turner stavolta, è quello di liberare suo padre dalla prigionia da Davy Jones.

Se già con un solo Jack Sparrow ci siamo divertiti a più non posso, sorridendo e sogghignando alla vista delle sue movenze e delle sue fissazioni (le donne, il rum, la Perla Nera, l’essere chiamato capitano, e non solo), figuriamoci con un Jack Sparrow moltiplicato come quello che osserviamo all’inizio di questo terzo e non ultimo capitolo della saga.

Confinato a bordo di una falsa Perla Nera, il pirata è circondato da una serie di suoi cloni, delle vere e proprie allucinazioni che amplificano ed esaltano tutte le sue qualità comiche e non solo. Questa volta, addirittura, avremo una vera e propria dimostrazione di quello che fino ad ora era stato solo un sospetto accennato: il pirata ha davvero un alito cattivo, come dimostra il fatto che attraverso di esso riesce a far cadere Will Turner da una nave! Il tutto arricchito dalla presenza di nuovi entusiasmanti personaggi, come gli altri pirati della Fratellanza, tra cui un crudele Sao Feng, anch’egli creditore in qualche modo nei confronti di Sparrow (ma quanti debiti ha quest’uomo!?), un pirata francese, una donna giapponese e molti altri. Ma il migliore in assoluto (senza tralasciare i soliti Gibbs, Pintel, Ragetti e company, oltre che gli immancabili animaletti) è sicuramente il grande Keith Richards che appare in un succosissimo cameo nel ruolo niente poco di meno che del padre di Jack Sparrow, che si porta addirittura dietro un "feticcio" della moglie defunta. Ma anche i padri di Will ed Elizabeth assumeranno dei ruoli cruciali all’interno della narrazione.

Narrazione in cui le battaglie e le lotte saranno moltiplicate, così come le "personalità" di Sparrow e in cui, forse per la prima volta, i tre protagonisti principali soprattutto percorrono una strada di crescita e di formazione. E forse per la prima volta si dimostrano e ci dimostrano il valore dell’amicizia e del sacrificio, ognuno di loro rinunciando a parte dei propri sogni e obiettivi per aiutare l’altro nel raggiungimento del proprio, per poi arrivare a quello comune che riguarda non solo il salvarsi la pellaccia, ma anche l’eliminare i piratoni cattivi. Il tutto sempre coadiuvati dai fedeli aiutanti visti nel corso dei tre capitoli e guidati dall’immancabile bussola di Sparrow che punta sempre verso ciò che si desidera maggiormente (inutile rimarcare il fatto che quasi sempre quando a maneggiarla è Sparrow, la bussola punta su casse di rum, su donne succinte o su "elementi" di questo genere). Una volta liberato il pirata mattacchione dalla sua prigione da Davy Jones, i tre riusciranno a collaborare nonostante le avversità e a trionfare sul "male", questa volta rappresentato anche da una possente dea, Calipso, che si ergerà al di sopra delle parti e deciderà gli esiti dell’enorme scontro tra le varie parti in causa. E se per Jack Sparrow il desiderio più grande era finalmente quello di tornare a navigare come comandante della Perla Nera, e quello di Will ed Elizabeth è quello di poter vivere insieme la loro storia d’amore, non tutti riusciranno ad esaudire pienamente i propri desideri, anche se qualche soddisfazione riusciranno a levarsela.

La soddisfazione è anche quella dello spettatore, appagato da uno spettacolo cinematografico non impegnativo e nemmeno impegnato, ma del tutto confacente agli obiettivi per i quali è stato ideato e progettato: intrattenere nel migliore dei modi lo spettatore con uno spettacolo visivo e narrativo di alto livello. Ecco perché, nonostante qualche clichè di troppo e qualche lungaggine, la saga dei "Pirati dei Caraibi", può essere considerata a tutti gli effetti una imperdibile esperienza per chi dal cinema cerca anche l’occasione per evadere dalla realtà e per tuffarsi in mondi fantastici e mirabolanti.

Pubblicato su www.supergacinema.it

Link introduzione

La maledizione della prima luna

La maledizione del forziere fantasma

La morte dietro il cancello


REGIA: Roy Ward Baker

CAST: Peter Cushing, Britt Ekland, Herbert Lom, Patrick Magee, Barry Morse, Barbara Parkins, Charlotte Rampling, Robert Powell, Sylvia Syms, Richard Todd

ANNO: 1972

 

Il giovane dottor Martin si reca in un manicomio per sostenere un colloquio ed essere assunto come psichiatra. Una volta arrivato, il dottor Rutherford lo sottoporrà ad una specie di test: dovrà avere un colloquio con alcuni dei pazienti al piano di sopra e scoprire quale di essi è il dottor Starr, direttore del manicomio improvvisamente impazzito.

 

Un horror non convenzionale questo “La morte dietro il cancello”, titolo originale “Asylum”, suddiviso in quattro succosi episodi che ben raccontano i meandri contorti e a tratti terrificanti della psiche umana, nonché, altro lato della medaglia, la cattiva condotta di medici e addetti ai “lavori” nel cercare di comprendere, risolvere o arginare la “pazzia”. Come da tradizione “manicomiale” che si rispetti, ovviamente, si scoprirà che la vera pazzia è quella insita nell’intento di alienare e sconfinare il diverso, l’incomprensibile, ciò che va oltre l’ordinario e il consuetudinario.

Ecco che allora tramite il test a cui è sottoposto il dottore protagonista veniamo trascinati in quattro racconti in cui a farla da padrone è l’atmosfera tetra e macabra, nella proposizione di un tipo di horror psicologico, piuttosto che effettistico.

Il dottore si relazionerà con quattro pazienti diversi, due uomini e due donne, e ognuno di loro racconterà il motivo per il quale è stato rinchiuso in manicomio, ricordando la straordinarietà dei fatti accaduti non tralasciando i particolari più inquietanti e terrificanti. Sono quattro dunque gli episodi della pellicola, in puro stile Amicus, la casa di produzione che negli anni ’60 e ’70 sfornò una serie di pellicole di questo genere, anche se in numero inferiore rispetto alla casa di produzione rivale, la Hammer.

Si parte con “Frozen Fear” in cui un uomo, per poter vivere finalmente libero la sua storia d’amore con l’amante, decide di ammazzare la moglie-arpia utilizzando un’ascia e poi riponendola, diligentemente tagliata a pezzi, in un congelatore, precedentemente posizionato in cantina. Quando ritorna al piano di sopra, in attesa della sua amante, qualcosa di molto strano e pauroso accade: la testa di sua moglie, in vita dedita alle pratiche voodoo, ancora incartata e legata con lo spago, rotola sul pavimento spaventandolo a morte. L’uomo si reca vicino al congelatore per controllare la situazione ed è in questo momento che viene letteralmente assalito dai pezzi del corpo di sua moglie che lo ammazza riponendolo nel congelatore riservato a lei. Quando l’amante arriva, ovviamente, troverà una bella sorpresa ad aspettarla…E’ proprio lei, infatti, la prima paziente visitata dal dottor Martin nel manicomio.

Terminato questo primo episodio, lontanamente affine ad alcuni echi risalenti alle tematiche e alle atmosfere dei racconti e dei romanzi di Edgar Allan Poe, si prosegue con il secondo paziente che introduce anche il secondo episodio. Trattasi “The Weird tailor” in cui il protagonista è Bruno, un sarto in cattive condizioni economiche, col padrone di casa alle calcagna per la riscossione dell’affitto, che riceve la visita di uno strano cliente, il signor Smith (interpretato dal grande Peter Cushing, noto al grande pubblico per le sue mitiche interpretazioni, a partire da Abrham Van Helsing, passando per Sherlock Holmes, arrivando al barone Victor Frankenstein). Costui pretende che il sarto gli confezioni un vestito solo durante le ore notturne, da mezzanotte alle cinque di mattina. Con la stoffa da lui portata, che si illumina di strani colori, il sarto dovrà attenersi a tutte le istruzioni dategli dall’uomo. Alla fine si scoprirà che si tratta di una sorta di rito magico, atto all’ottenimento di qualcosa di davvero sconvolgente. Il sarto finirà per compiere un’azione avventata non giustificabile dall’asserzione della verità, visto che è talmente impensabile da non poter essere creduta da nessuno.

Proseguendo nella sua visita il dottor Martin si imbatte in Barbara (interpretata dalla bellissima Charlotte Rampling), una ragazza con problemi di dipendenza dalle droghe che è stata accusata dell’omicidio del fratello, con cui non era in buoni rapporti a causa dell’eccessiva apprensione dell’uomo nei suoi confronti, nonostante continui ad asserire che a compiere il misfatto sia stata la sua migliore amica Lucy (interpretata da Britt Ekland, una delle più sensuali bond-girl). Alla fine di questo episodio intitolato “Lucy comes sto stay” si scoprirà qualcosa di davvero inimmaginabile circa l’identità di questa Lucy.

Per concludere il dottore farà la conoscenza di un collega, Byron, finito in osservazione perché totalmente fissato con alcune delle sue creazioni, dei piccoli robot con i volti delle persone che conosce, tra cui quello di se stesso. Il dottore è convinto che con l’imposizione del pensiero e con un’estrema volontà quasi telepatica, può far agire gli strani pupazzi come se fossero guidati dalla mente di coloro che rappresentano. Ed è proprio quello con il suo volto che ci riserverà una terrificante sorpresa verso il finale di questo episodio intitolato “Mannequins of horror”.

Cioè che il dottor Martin trova terrificante però non sono le storie dell’orrore raccontate dai quattro pazienti, ma il modo in cui essi sono relegati a convivere con esse senza possibilità alcuna di liberarsene, di parlarne con qualcuno, di superarle. Insomma i metodi curativi di questo manicomio non incontrano affatto le simpatie del dottore protagonista, che alla fine rifiuta l’offerta di lavoro, oltre a scoprire l’impensabile identità del dottor Starr. Identità che, con un pizzico di furbizia, attenzione e audacia interpretativa, poteva essere scoperta anche dallo spettatore più esperto e più smaliziato.

Alla fine, allora, poco importa se le storie narrate dai quattro pazienti sono realmente accadute o sono frutto delle loro turbe psichiche e mentali, ciò che conta è che sono proprio queste turbe, giustificate o meno, a spaventare, quando in realtà la paura proviene da dove meno ce lo aspetteremmo, dalle “autorità” che si assumono la responsabilità di prendersi cura degli sconvolgimenti della mente, la parte più forte e più fragile al tempo stesso dell’essere umano.

 

 


 

Splice





REGIA: Vincenzo Natali

CAST: Adrien Brody, Sarah Polley, Delphine Chaneac

ANNO: 2010

 

Elsa e Clive, coppia nella vita e anche nel lavoro, sono due scienziati di grande successo che stanno studiando il modo di estrarre proteine da un animale ibrido. Ad un certo punto, però, decidono di travalicare i limiti consentiti alla scienza combinando DNA umano e animale e dando vita ad una creatura dapprima docile e ubbidiente, poi sempre più pericolosa.

 

Dopo il cult “The cube” e un altro paio di film di scarso successo, Vincenzo Natali ci riprova con questo fanta-horror dalle venature etico-morali insite nel tema portante dell’”onnipotenza” assunta dai due protagonisti nella creazione della vita, compito che dovrebbe spettare a qualcun “altro”. Un interessante riflessione dei limiti da porre o non porre alla scienza e al progresso, che viene ben comunicata da un inizio davvero promettente, con soluzioni registiche molto particolari (come le soggettive degli ibridi creati dai due scienziati che osservano i loro creatori) e con un’ambientazione ben valorizzata dalla bella fotografia di Tetsuo Nagata che gioca abilmente con le luci e le ombre, restituendoci l’ambivalenza del tema trattato.

E se all’inizio veniamo del tutto catturati da questo nuovo essere creato dagli scienziati che cresce alla velocità della luce e sembra imparare allo stesso ritmo, ben presto, una volta cambiata ambientazione dal laboratorio genetico al casolare di campagna della protagonista femminile, cambia anche il ritmo e il contenuto della pellicola. Alla sfrenata ambizione scientifica che stava alla base della creazione subentrano delle motivazioni personali a dir poco ridicole e insensate che affossano la pellicola sotto una pesante patina di cliché e banalità narrative, insite anche nell’evoluzione del rapporto tra i due scienziati e la loro creatura. Ecco che allora il film si appesantisce di una serie di soluzioni visive e narrative che sfiorano il ridicolo involontario, oltre a rovinare quanto di buono stava alla base dell’idea principale. Non si pensa più, insomma, ai limiti della scienza e all’ambivalenza di essi di cui sopra, ma si pone l’accento sulle questioni famigliari e amorose dei due, in un susseguirsi di assurdità che hanno dell’incredibile se comparate alla prima parte della pellicola. E se in mano ad un regista come Cronenberg, maestro nel racconto delle mutazioni genetiche, della contaminazione della carne, della sessualità “malata” (espedienti che scalfiscono la superficie horror scavando metaforicamente all’interno di essa), soluzioni come le scene di sesso con la creatura avrebbero assunto una valenza ben diversa; all’interno di “Splice” risultano a dir poco sconfortanti e deludenti, oltre che risibilmente contestualizzate. Adrien Brody e Sarah Polley fanno del loro meglio per non soccombere sotto il peso della sceneggiatura quasi imbarazzante che contraddistingue la seconda parte della pellicola, ma la qualità recitativa e formale della stessa non possono bastare a salvarla da una svolta narrativa così negativa. Con un minimo di equilibrio e di misura, insomma, proseguendo sui binari che caratterizzano la prima parte del film, avremmo potuto avere un ottimo film di genere, apprezzabile sotto tutti i punti di vista. Quello che ci rimane, invece, è una specie di ibrido che non riesce ad amalgamare le sue due nature, così come succede all’interno dello stesso film alla creatura “mostruosa” (anche se che man mano viene caratterizzata da elementi che la rendono sempre più sensuale), contenente nel suo DNA caratteristiche umane e animali. Un ibrido diegetico, dunque, che nel finale rivelerà non poche sorprese (alcune delle quali decisamente allucinanti, nel senso dispregiativo del termine); e un ibrido extra-diegetico che, invece, di sorprese ne rivela ben poche come dimostra il pre-finale sfiancante e prevedibile e il finale aperto, scontato e poco ispirato.

 

VOTO:


 


Pubblicato su www.livecity.it

 

Saga dei Pirati dei caraibi – La maledizione del forziere fantasma

ANCHE I MOSTRI HANNO UN CUORE


Ad un passo dal matrimonio Will Turner ed Elizabeth Swann vengono arrestati per gli atti di pirateria precedentemente commessi e costretti ad andare alla ricerca del forziere che racchiude il cuore di Davy Jones, terribile capitano del vascello "Olandese volante", con cui terrorizza i mari e i porti. Ad aiutarli arriverà come al solito Jack Sparrow che per riacquistare il possesso della Perla Nera aveva venduto l’anima al "mostro". La sua unica via di scampo è quella di trafiggere il cuore di Jones racchiuso all’interno del forziere.

Sempre più movimentata e piacevolmente caciarona, la saga de "I Pirati dei Caraibi", continua a dimostrarsi ancora fresca e piacevolissima, anche arrivata al suo secondo episodio. Questa volta avremo a che fare con numerosissime altre avventure, come quella di Jack Sparrow in un villaggio di cannibali che l’hanno scambiato per un dio fattosi carne (e che quindi vogliono eliminare il suo involucro fisico per ridargli la sua essenza divina), fino ad un’irresistibile lotta a tre (Sparrow, Farrell e il commodoro Norrington) a bordo di una ruota di mulino che continua a rotolare velocemente su un’isola fino ad arrivare in mare.

Ancora una volta, il perno del film è sicuramente Jack Sparrow che come sempre fa degli ingressi trionfali: se la prima volta l’avevamo visto "atterrare" da una nave colma d’acqua, stavolta lo vediamo navigare a bordo di una bara. Non mancheranno i soliti personaggi irresistibili, compreso uno che non ci saremmo mai aspettati, che fa la sua comparsa proprio sul finale sbalordendo lo spettatore e persino gli stessi attori del film, a cui non era stata rivelata l’identità di questo personaggio misterioso. Rifacendosi sempre al classico piratesco di Stevenson "L’isola del tesoro", Verbinski stavolta ci racconta di un’altra maledizione, quella che ha colpito il capitano Davy Jones (un Bill Nighy irriconoscibile nei panni di una sorta di polipo gigante), costretto a navigare in mare aperto ininterrottamente a poter mettere piede sulla terraferma solo una volta ogni dieci anni. Per raggiungere il suo cuore e trafiggerlo, i nostri eroi ne combineranno di tutti i colori, ognuno ovviamente sempre per il proprio tornaconto (stavolta addirittura l’innamoratissimo Will Turner non sarà spinto solo ed esclusivamente dall’amore per la sua bella). Come sempre ci saranno i soliti siparietti spassosi e comici, come quando si fa riferimento alle mitiche tartarughe marine o agli altri animali protagonisti delle varie avventure.

Inutile rimarcare che i momenti migliori e più divertenti sono quelli in cui Sparrow fa ampio sfoggio delle sue stramberie o delle sue battute ad effetto (quella che ritorna più frequentemente rimarca il suo "tifare" apertamente per il commodoro Norrington nella conquista del cuore di Elizabeth), senza contare le numerose scene in cui viene ripetutamente schiaffeggiato da qualche amante sedotta e abbandonata. Ma ai momenti più distensivi, fanno da contraltare numerose scene d’azione, come gli attacchi della piovra gigante alla Perla Nera e alle altre imbarcazioni che si uniscono per sconfiggere l’Olandese volante. Alla fine, solo grazie ad un furbo e calcolato, nonché leggermente crudele, stratagemma ideato da Elizabeth, i nostri riusciranno a salvarsi, non senza però sacrificare la vita di Jack Sparrow, lasciato in pasto a Davy Jones che reclama il suo credito nei confronti del pirata: 100 anni di totale prigionia a bordo della sua nave.

Il povero Jack Sparrow, qui per la prima volta senza cappello (lo ritroveremo nel terzo capitolo però, come vero e proprio segno distintivo del pirata, così come fu la frusta per Indiana Jones), si ritroverà allora completamente inghiottito. Ma niente paura, perché tutti gli altri si riuniranno per andare a salvarlo ai confini del mondo!

Pubblicato su www.supergacinema.it

Link introduzione

Link La maledizione della prima luna