Un gelido inverno

REGIA: Debra Granik
CAST: Jennifer Lawrence, John Hawkes, Kevin Breznahan, Dale Dickey, Lauren Sweester, Tate Taylor, Garrett Dillahunt, Sheryl Lee, Shelley Waggener
ANNO: 2011
 
Provincia del Missouri. La diciassettenne Ree, costretta a crescere da sola i fratellini piccoli, deve occuparsi della madre malata, ma soprattutto ritrovare il padre scomparso che ha ipotecato la loro casa e i terreni circostanti per pagarsi la cauzione e uscire dal carcere. Riuscire a seguire le tracce del genitore sarà veramente difficile, vista l’ostilità dei vicini e l’inesistenza delle istituzioni.
 
Un film che ha sorpreso molto a giudicare dai numerosi premi che si è portato a casa. Ha vinto il premio della critica al Sundance Film Festival del 2010, ha vinto quattro premi al Torino Film Festival del 2010, ha ricevuto 7 nomination agli Independent Spirit Awards del 2011 e, soprattutto, si è portato a casa quattro candidature agli Oscar 2011. Insomma, questo “Winter’s bone”, da noi tradotto in “Un gelido inverno”, sembra aver convinto proprio tutti.
A conti fatti non riesce difficile capire per quale motivo ha colpito così tanto la critica e non solo, visto che questo piccolo film indipendente, girato con un budget lontano dalle megaproduzioni hollywoodiane, riesce a coinvolgere emotivamente e, soprattutto, visivamente, tenendo desta l’attenzione dello spettatore sin dalle prime sequenze, fino ad arrivare ad un finale liberatorio e quasi necessario.
Perché riuscire a sopportare tutta la desolazione, il gelo e l’inaridimento dei rapporti interpersonali che si respirano all’interno di questa pellicola, sarà davvero difficile e farà nascere nello spettatore il bisogno di uno spiraglio di ottimismo, di speranza. Puntualmente questo arriverà non prima di aver mostrato tutto lo squallore di questa provincia americana dimenticata da tutti, all’interno della quale a regnare è l’omertà, la violenza, l’indifferenza e la sofferenza.
Il tutto è perfettamente raccontato, più che da ogni parola o azione dei protagonisti, dalla splendida ambientazione che, incentrata sui deprimenti boschi del Missouri, diventa elemento fondamentale e indispensabile della narrazione, riuscendo a comunicare tutta la tristezza e la disperazione dei personaggi che si muovono in essi. Fotografato splendidamente, il film trova i suoi punti di forza nelle atmosfere grigie, cupe e uggiose e nell’ottima interpretazione della giovane Jennifer Lawrence, nei panni di Ree, ragazzina cresciuta troppo in fretta, costretta a scontrarsi con la miseria del paesaggio circostante e con le incurie di chi dovrebbe occuparsi di determinate questioni, in primis gli adulti e le istituzioni.
Attraversando i boschi di cui sopra, e incappando in numerosi pericoli, rischiando la propria vita e la possibilità di continuare a tenere unita la sua famiglia, la ragazza si lancerà alla ricerca di un uomo di cui nessuno ha sentito o vuol sentire parlare. Un padre scomparso che mette la protagonista nelle condizioni di scontrarsi con vari personaggi, tutti dimostranti lo squallore e l’immoralità di un’umanità relegata ai margini.
Raccontato con ritmo lento e intenso, questo viaggio nei meandri della provincia isolata e abbandonata a sé stessa, mostrerà anche l’altro lato della medaglia, quello rappresentato proprio da Ree, costretta a sopportare numerose ferite fisiche e psicologiche e capace di mandare avanti una famiglia con grande abnegazione e sacrificio. Sono molte al riguardo le sequenze che tengono incollati gli occhi allo schermo, come quella in cui la ragazza insegna ai fratellini alcuni trucchi per la sopravvivenza (tra i quali l’utilizzo del fucile e lo scuoiamento degli scoiattoli) e quella, molto dura e impressionante, in cui viene punita per le sue indagini che mettono in pericolo la sicurezza di troppe persone implicate, direttamente o meno, nella scomparsa del padre.
Senza eccedere nei toni e nello stile, non scadendo mai né nella retorica, né ne patetismo, né nella spettacolarizzazione del dolore e del mistero, trattandosi di un thriller drammatico dalle tinte fosche, “Un gelido inverno” si fa apprezzare per il suo rigore e la sua asciuttezza, riuscendo comunque ad emozionare e a trasmettere una grande tensione e un forte senso di sfiducia nel genere umano, salvo poi farci ricredere non solo nel finale, solo apparentemente consolatorio, ma anche nell’evoluzione, non scontatamente e assolutamente positiva, di alcuni personaggi di contorno che, pur nella loro ambiguità, dimostrano uno sprazzo di umanità.

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Il cigno nero

REGIA: Darren Aronofsky
CAST: Natalie Portman, Mila Kunis, Vincent Cassel, Winona Ryder, Barbara Hershey
ANNO: 2011
 
Nina è una giovane ballerina di danza classica, desiderosa di raggiungere la perfezione tecnica ed espressiva. Quando viene scelta dal suo insegnante per la parte della protagonista nella rappresentazione de “Il lago dei cigni”, qualcosa comincia ad insinuarsi nella sua mente. Sarà in grado di sopportare il ruolo del cigno nero, seducente, erotico e malvagio? Lo scoprirà passando attraverso rivolgimenti psicologici, allucinazioni e mutazioni fisiche.
 
Dopo lo straordinario risultato ottenuto con “The wrestler” il talentuoso regista Aronofsky torna al cinema con una pellicola altrettanto coinvolgente e stimolante, un film dove al centro della narrazione c’è un personaggio sofferente e comunicante una determinata volontà di raccontare i tormenti e i sacrifici che un artista deve e si trova a sopportare in determinati momenti della propria esistenza. Se il Randy l’Ariete di Mickey Rourke ci mostrava il patimento di un uomo ormai sul viale del tramonto, costretto a ricordare i suoi anni gloriosi da dietro un bancone di un supermercato e ridottosi ad una serie di esibizioni che sono solo l’ombra del suo grande lavoro del passato; la Nina di Natalie Portman è una donna all’inizio della sua carriera, vessata dall’ossessione di essere all’altezza e di raggiungere una perfezione artistica che la ripaghi di tutto il durissimo sforzo a cui si sottopone per raggiungere il suo obiettivo. Entrambi questi grandissimi personaggi, interpretati da due attori in stato di grazia che hanno regalato al cinema e agli spettatori due perfomance difficilmente dimenticabili, sono totalmente calati anima e corpo nel loro percorso di dolore, abnegazione e consapevolezza dei propri limiti e dell’annullamento di sé stessi che sono chiamati a compiere. Ecco che allora il sangue, le ferite, le cicatrici, assumono una valenza metaforica e comunicativa davvero portentosa, restituendo allo spettatore tutta la potenza e la consistenza del sacrificio compiuto da questi protagonisti.
Parlare di annullamento di sé stessi e sacrificio, soprattutto inerentemente a “Il cigno nero”, non è casuale, visto che il perno di tutta la narrazione è proprio l’ossessione di Nina nel voler raggiungere la perfezione, cosa che le riuscirà solo cercando con fatica e dedizione la forza necessaria ad autoeliminare ciò che di lei non è necessario al raggiungimento dell’obiettivo e a trovare ciò che invece è indispensabile. Il percorso, di certo non aiutato dai suoi disturbi alimentari, dalla sessuofobia che la caratterizza e dal difficile rapporto con la madre, la condurrà verso una spirale di visioni, tetre allucinazioni ed episodi di raccapricciante autolesionismo. Il corpo, ancora una volta, si fa veicolo delle trasformazioni e delle ossessioni della mente, così come succede nel cinema di Cronenberg, e si modifica seguendo i contorti meccanismi di un io stratificato e poi affannosamente e inconsapevolmente scisso.
Questa stratificazione dell’io è mostrata egregiamente tramite un abilissimo gioco di riflessi e di contrasti (gli specchi sono una parte essenziale e riuscitissima della messa in scena), ben rappresentati dagli altri personaggi femminili che fanno da contorno a Nina: la sensuale e attraente Lily (perfettamente incarnata da Mila Kunis), che scatena le  sue paure e le sue gelosie perché non riesce a far emergere il suo lato erotico e passionale; la madre (l’impressionante Barbara Hershey), che la opprime  con il peso delle sue insoddisfazioni e dei suoi insuccessi, costringendola a vivere ancora come una bambina da seguire e controllare; Beth (l’incisiva Winona Ryder), ex ballerina di punta ora da lei sostituita e per questo caduta nel baratro della depressione.
La scissione psicologica e apparentemente anche fisica viene magistralmente trasposta poi nella rappresentazione finale dell’opera di Tchaikovsky, che fa da perfetto sfondo metaforico e simbolico a tutta la narrazione di questo percorso artistico fatto di sangue e follia. Ancora una volta, dunque, Aronofky compie un’operazione metacinematografica, arricchendo la sua riflessione sul ruolo dell’artista con venature da thriller psicologico, perfettamente attraversato da un senso di immane inquietudine che si impossessa dello spettatore stringendolo in una morsa da cui è difficile liberarsi e impressionandolo con  e un’agghiacciante e suggestiva angoscia.
Non è un caso, ancora, che entrambi i film, “The wrestler” e “Il cigno nero” finiscano in maniera molto simile, mostrando un volo, dal ring di Ram al palco di Nina, che si conclude con la consapevolezza del proprio ruolo, ma soprattutto della necessità e dell’inevitabilità del percorso compiuto per arrivare ad effettuare quel “volo”. L’unico percorso possibile per far sì che l’artista possa dire di aver raggiunto la perfezione, così come dice la stessa Nina. Può ben dirlo anche Natalie Portman che è riuscita a fondere notevolmente le due anime della pellicola (il cigno nero e il cigno bianco) e può gridarlo a pieni polmoni anche Aronofsky che, ancora una volta, ci ha regalato una pellicola di un’impressionante e coinvolgente potenza emotiva, comunicativa, metaforica e visiva.
 
 

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Skyline

REGIA: Colin Strause, Greg Strause
CAST: Eric Balfour, Scottie Thompson, Brittany Daniel, David Zayas, Donald Faison, Crystal Reed, Neil Hopkins
ANNO: 2011
 
Jarrod e Terry sono amici da tanti anni anche se le loro strade si sono divise. Il primo riceve un invito dal secondo a raggiungerlo nel suo sontuoso appartamento di Los Angeles per questioni di lavoro. Accompagnato dalla fidanzata Elaine si troverà coinvolto nel lusso sfrenato nel quale vive l’amico con la viziata fidanzata Candice. All’improvviso, però, verranno sconvolti dall’arrivo di presenze aliene che con fasci di luce molto forti attireranno a sé le persone che volgono lo sguardo verso di essi e cercheranno di distruggere tutto e tutti.
 
E’ veramente difficile riuscire a trovare qualcosa di salvabile o di lontanamente accettabile in questa scarsissima pellicola che si avvale di apprezzabili effetti speciali, dovuti ai due registi che hanno fatto carriera nel campo, ma lascia in disparte la cura di tutti gli altri elementi che rendono una pellicola degna di questo nome. Prendete uno dei protagonisti di “Dexter”, il co-protaginista di “Scrubs”, uno dei personaggi minori di “Lost” e qualche altro volto televisivo e avrete il cast al completo del film, che risulta essere piuttosto un pilot mal riuscito, che una pellicola per il grande schermo. Alle interpretazioni mediocri e svogliate dei protagonisti, si aggiunge anche una regia anonima e inconsistente, ma soprattutto una sceneggiatura elementare e banalissima, costituita non solo da dialoghi improbabili e insopportabili, ma soprattutto da evoluzioni della storia prevedibili e per nulla coinvolgenti e da una caratterizzazione inesistente delle psicologie dei personaggi, assolutamente anonimi, quando non sono stupidi.
Pescando a piene mani da altri esponenti del genere, senza riuscire però a raggiungere il livello di nessuno di essi, questo film di fantascienza è del tutto manchevole di un qualsiasi sottotesto, di qualsivoglia riflessione fanta-politica, sociale, o di qualunque altro tipo. Di contro non si può neanche godere di un film volutamente semplice e leggero, magari autoironico e dunque ponderatamente privo degli elementi succitati, proprio perché “Skyline” si prende terribilmente sul serio, a partire da una pomposa e fastidiosissima colonna sonora e dalle “epopee” sentimentali dei vari protagonisti con tanto di gravidanze e tradimenti. Insomma, nonostante la consistenza dei protagonisti, ragazze sempre vestite e ragazzi quasi sempre ubriachi, non siamo di fronte ad un sano e divertente slasher.
Se i momenti in cui i mostruosi alieni spaccano e distruggono tutto sono i migliori del film, da soli non bastano a cancellare la terribile sensazione che accompagna lo spettatore durante tutto il resto della pellicola che, tra l’altro, si conclude con uno dei finali più involontariamente comici e ridicoli mai visti nell’ultimo periodo che, unito a tutti gli aspetti negativi che lo contrassegnano, riusciranno facilmente a far guadagnare a “Skyline” l’inevitabile bassissima posizione tra i film più deludenti dell’anno.

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Cinebloggers connection – E' l'ora di AmosGitai

Questo mese vorrei proporre la candidatura di un valido cineblogger per entrare a far parte della nostra connection. Trattasi di AmosGitai che con il suo Cinema e viaggi, ci regala numerosissime recensioni di film recenti e non, molto complete ed esaustive, oltre a quiz, sondaggi, classifiche e post dedicati ad altri temi molto interessanti come l'arte, la letteratura o consigli per i viaggi.
Vi invito tutti a dare un'occhiata al blog e ad appoggiare, se vi va, la sua candidatura in modo tale da avere un ulteriore valido esponente, un'indispensabile voce in più, che andrà ad arricchire numericamente e qualitativamente il nostro gruppo.

Yattaman – Il film

REGIA: Takashi Miike
CAST: Sho Sakurai, Saki Fukuda, Chiaki Takahashi, Kyoko Fukada, Kendo Kobayashi, Katsuhisa Namase, Junpei Takiguchi, Anri Okamoto
ANNO: 2011
 
Il duo Yattaman, composto da Yatta 1 e Yatta 2, due fidanzatini garanti della giustizia e dell’ordine, è chiamato ad aiutare una giovane donzella alla ricerca del padre scomparso e ad impedire che i quattro pezzi sparsi della pietra Drokostone vengano assemblati dal dio dei ladri che potrebbe farne un uso malvagio. Ad osteggiare loro e i fidati Robbie Robbie e Yattacan c’è il trio Drombo con a capo la sensuale Miss Dronio.
 
Un film sorprendente e molto particolare che non può sicuramente lasciare indifferenti, questo singolare parto del regista Miike che si lascia andare alla nostalgia per l’anime a cui si ispira, il famosissimo “Yattaman” e si lancia in una costruzione di una messa in scena al limite del kitsch, coloratissima, molto pop e a tratti volutamente caotica e ultramoderna. Per i grandi appassionati del cartone animato da noi arrivato negli anni ’80, il film risulterà irresistibile e delizioso, proprio perché non solo contiene numerosi riferimenti ad esso e ne rimane quasi totalmente fedele (i robottini della settimana, l’osso “rivitalizzante”, i bellissimi costumi, le armi e via dicendo), ma è anche attraversato da una travolgente ironia demenziale e quasi surreale che è ripresa anch’essa dal cartone animato in questione.
Nonostante sembra quasi di trovarci di fronte ad episodi diversi non amalgamati perfettamente tra loro, in una sorta di narrazione non proprio coesa e precisa, oltre che a tratti ridondante e pedante per certi passaggi (il tutto dovuto anche forse all’eccessiva durata del film), “Yattaman” riesce a conquistare per la sua forza visiva, per il suo carattere stralunato, per il delizioso modo in cui sono caratterizzati e tratteggiati i protagonisti, a partire dai “cattivi” della situazione, i mitici componenti del trio Drombo, con una splendida Miss Dronio e due imperdibili Boyakki e Tonzula. E’ nei momenti a loro dedicati che il film decolla, anche grazie alle perfette interpretazioni degli attori chiamati ad impersonarli, inanellando una serie di sequenze dall’indubbio sapore cartoonesco, con tanto di balletti e canzoncine, siparietti e gag comiche, botti ed esplosioni scaturenti dalla stupidità dei tre. Quando ci soffermiamo sui due Yattaman e sulla loro “combriccola”, invece, il ritmo e anche l’entusiasmo scemano, forse perché di contro non si hanno le stesse soddisfazioni inerenti la capacità attoriale degli interpreti o la forza espressiva delle scene che li vedono come protagonisti.
Uno stile esagerato e iper-fantasioso sicuramente non per tutti, che si unisce anche ad una narrazione folle, a tratti assurda e paradossale che ben ricorda e omaggia il modello di partenza, salvo eccessi che stonano nonostante il contesto di per sé esagerato (si pensi all’amplesso tra Yattacan e Robot Vergine) contrappesati da altri momenti altrettanto grotteschi, ma molto più bilanciati come i sogni ad occhi aperti dei tre componenti del trio Drombo, davvero imperdibili ed entusiasmanti. Questi sono gli aspetti preponderanti di una pellicola inconsueta e bizzarra come “Yattaman”.
L’entusiasmo, ovviamente, sarà maggiormente di quelli che hanno adorato l’anime nella loro infanzia e adolescenza e di quelli che ammirano lo stile inusuale e unico del regista che ha deciso di portarlo al cinema. La perplessità e magari anche l’insoddisfazione, invece, saranno a carico di tutti gli altri.

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Parto col folle

REGIA: Todd Phillips
CAST: Robert Downey Jr., Zach Galifianakis, Juliette Lewis, Michelle Monaghan, Jamie Foxx
ANNO: 2011
 
Peter è un architetto che non vede l’ora di tornare a Los Angeles per assistere alla nascita del suo primo figlio. Ethan è un aspirante attore combina guai che gira con le ceneri del padre conservate in un barattolo di caffè. Il loro incontro sarà esplosivo e i due, causa alcuni inconvenienti, saranno costretti a viaggiare insieme in auto e a superare una serie di mirabolanti peripezie.
 
Prendete il fascino e l’irresistibile fare ammiccante di Robert Downey Jr. Prendete la faccia buffa e simpaticissima di Zach Galifianakis. Metteteli insieme in un auto per un lungo viaggio on the road, aggiungeteci una serie di sfighe inenarrabili e avrete il contenuto di questa pellicola. Peccato però che gli elementi entusiasmanti di “Parto col folle” (orribile traduzione italiana di “Due date”) finiscono proprio qui visto che il regista Todd Phillips non è riuscito affatto a raggiungere gli stessi risultati della sua precedente pellicola, “Una notte da leoni”, caratterizzata da una straordinaria comicità e da un miscela esplosiva di gag, battute, situazioni assurde, personaggi e demenzialità non indifferente.  Pur essendoci in “Parto col folle” alcuni istanti che strappano sonore risate (soprattutto quello in cui arriva il momento di separarsi dalle ceneri con una battuta di Galifianakis davvero allucinante), per il resto siamo accompagnati da un senso dell’ironia alquanto spicciolo, da gag banali, semplicistiche e triviali (riguardano soprattutto il cagnolino che Galifianakis si porta dietro e l’utilizzo di droghe leggere) e da uno scarso approfondimento delle psicologie dei personaggi (laddove in “Una notte da leoni, pur nella demenzialità, avevamo comunque una sorta di riflessione di fondo su una certa generazione di uomini-bambini).
Se ci aggiungiamo che in questo caso Downey Jr non è così affascinante e irresistibile come sempre e che Galifianakis calca un po’ la mano e gigioneggia alla grande, allora non possiamo che pervenire alla conclusione del fatto che “Parto col folle” non è proprio un film riuscitissimo e fa rimpiangere il suo esilarante e scoppiettante predecessore. Non salvano la baracca, che comunque si mantiene  a galla senza scadere totalmente nell’insoddisfacente, nemmeno le guest star chiamate ad interpretare alcuni camei, a partire da Juliette Lewis nel ruolo di una spacciatrice di marijuana (anche se il siparietto dei suoi bambini che “attaccano” Downey Jr è alquanto simpatico); passando per Jamie Foxx nel ruolo del migliore amico dell’architetto, nonché ex-fidanzato di sua moglie; arrivando a Michelle Monaghan nei panni della moglie incinta che attende l’arrivo del marito. Nessuna di queste interpretazioni fa entusiasmare o si distingue per qualsiasi motivo, così come nessuno di questi personaggi risulta riuscito o indispensabile alla diegesi del racconto, tanto da passare quasi inosservati e far pensare che anche in loro assenza il film non ne avrebbe perso, né tantomeno guadagnato ovviamente.
Calcando tutti i cliché tipici di ogni road movie che si rispetti, senza rielaborarli o rivisitarli in alcun modo, Todd Phillips ci racconta di questo viaggio in auto scadenzato da avventure al limite dell’inverosimile (incidenti, inseguimenti con le guardie di frontiera, masturbazioni canine, lotte corpo a corpo con un diversamente abile), con l’intento di rappresentare un’amicizia maschile, calcando quindi anche i topoi del buddy movie, che all’inizio sembra impossibile, data l’estrema diversità dei due protagonisti, ma poi diventa realtà grazie alle esperienze vissute che uniscono e cementano un forte legame.  
Niente di nuovo o di particolarmente originale, quindi, ma una semplice commedia leggera e sempliciotta, ottima per una serata spensierata, ma soprattutto per uno spettatore senza troppe pretese di una comicità intelligente o perlomeno in qualche modo originale. Ci si diverte a tratti, si raggiunge il finale senza troppi intoppi, si sorride a qualche battuta. Questo si ottiene da “Parto col folle” e il livello di apprezzamento, dunque, dipende da quanto si è disposti ad accontentarsi. Per tutti gli altri, magari, sarebbe consigliabile una visione o revisione di quel gioiellino comico che è “Una notte da leoni”, lodevole esponente del genere che fa ben sperare sul talento di Phillips e su una vicinanza delle sue prossime pellicole a questo film, piuttosto che alla sua ultima opera.

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Rabbit hole

REGIA: John Cameron Mitchell
CAST: Nicole Kidman, Aaron Eckhart, Sandra Oh, Dianne Wiest
ANNO: 2011

Un uomo e una donna fanno di tutto per superare il dolore causato dalla perdita del proprio figlio, reagendo in maniere molto differenti e incontrando sollievo e conforto in posti e persone diverse, fino a quando non giungeranno ad una sorta di resa finale: il dolore non può essere superato. Bisogna conviverci giorno dopo giorno.

Il dolore per la perdita di un figlio è forse uno dei più grandi che si possano provare. Come raccontare un simile argomento senza scadere nel banale e nel già visto? Ci avrà pensato il regista John Cameron Micthell quando ha deciso di trasporre cinematograficamente la pièce teatrale di David Linsday-Abaire, premio Pulitzer che si è occupato anche della sceneggiatura del film.
Di pellicole che trattano questo tema ne abbiamo viste sicuramente tante (basti ricordare il recente “Reservation road” che però era molto più piatto e monodimensionale), fatto sta che in qualche modo “Rabbit Hole” riesce a farsi apprezzare grazie all’asciuttezza del racconto che non scade mai nel melodramma eccessivo e che non si lascia andare affatto a retoricismi, portando con sé, anzi, molti momenti di gradita e necessaria ironia (la sequenza in cui una famiglia si reca a visitare la casa che i protagonisti hanno deciso di mettere in vendita è assolutamente irresistibile, così come i personaggi della sorella e della mamma di Nicole Kidman, quest’ultima interpretata dalla grande Dianne Wiest).
Altro momento di originalità e coinvolgimento emotivo per lo spettatore è la significativa e toccante relazione che si viene a instaurare tra la madre affranta e il ragazzo che ha accidentalmente investito il suo bambino, relazione che alla fine si risolve in un dialogo alquanto illuminante circa gli intenti del regista. Il ragazzo, parlando del fumetto che ha scritto e disegnato (nel quale parla di universi paralleli e di possibilità di essere felici in almeno qualcuno di essi, elemento molto toccante della narrazione), dice alla donna che non c’è bisogno di un’interpretazione: è solo una storia.
E anche “Rabbit hole” è solo una storia, che non possiede particolari sottotesti e si fa apprezzare per la sua forza comunicativa. Interpretato ottimamente da una perfetta Kidman (anche produttrice) e da un intenso Aaron Eckhart, ci lascia con il magone in gola in un groviglio di emozioni oneste e assolutamente non ruffiane.

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Mammuth

REGIA: Gustave de Kervern, Benoit Delépine
CAST: Jerard Depardieu, Yolande Moreau, Isabelle Adjani
ANNO: 2010
 
Serge, dopo tanti anni di lavoro, può finalmente andare in pensione. Qualcosa però lo ostacola: nella documentazione necessaria mancano alcune buste paghe. E’ costretto così a salire a bordo della sua moto Mammuth, dalla quale ha preso il soprannome, e ripercorrere a ritroso tutte le tappe lavorative della sua vita, per riuscire a ricostruire il puzzle e correre verso la libertà.
 
Un film molto intenso e coinvolgente, senza essere patetico o drammatico, né tantomeno retorico o ruffiano, questa seconda fatica del duo che nel 2008 ha sfornato quel film sorprendente che è stato “Louis-Michel”. Per certi versi anche “Mammuth” risulta un film sorprendente, perché riesce a trasmettere tutto il senso di solitudine, incomprensione, sconfitta e malinconia di un personaggio molto particolare, raccontandolo tramite una sorta di road-movie “commemorativo” e saltando l’ostacolo della banalità e della prevedibilità. Così come avveniva nel grandissimo “The Wrestler”, anche il protagonista di questo film (fisicamente in qualche modo somigliante a quello interpretato magnificamente da Mickey Rourke nel film di Aronofsky), si ritrova a non avere più una dimensione al di fuori del proprio lavoro. Anche a livello registico, per certi versi, è possibile comparare le due pellicole, perché spesso si fa ricorso alle riprese che catturano le spalle del protagonista e le sue camminate solitarie alla ricerca di un equilibrio impossibile da trovare dopo anni di intensa attività. Mammuth, così lo chiamano tutti per via della sua moto, è un uomo che non sa correlarsi col mondo esterno, un uomo che ha sempre e solo lavorato (vedremo poi che la sua ossessione per il lavoro deriva dal desiderio di dimenticare un tragico evento della sua giovinezza) e che quindi non riesce bene a muoversi nella scacchiera del “mondo”. E’ così che lo vediamo impacciato quando al supermercato si ritrova un uomo svenuto davanti ai piedi, o incapace di riconoscere una prostituta e una ladra che sta palesemente tentando di fregarlo.
Durante il suo viaggio a bordo della moto che l’ha sempre accompagnato negli anni, Mammuth ci porta a conoscere una realtà sociale e lavorativa non proprio rosea, tendente ad una sorta di analisi scevra da qualsiasi polemica, di un paese ormai in preda al lavoro in nero, alle aziende che falliscono, ai soprusi lavorativi e non. Nel mezzo qualche episodio che sfiora il surreale, come il rapporto con la stramba nipote ritrovata dopo vent’anni, l’incontro al limite del grottesco con il cugino (con tanto di nostalgico ricordo dei tempi andati nei quali la masturbazione era una pratica entusiasmante), la disavventura della moglie rimasta a casa ad aspettarlo che tenta di punire una persona di cui non conosce nome e collocazione.
Il viaggio di Mammuth, contrassegnato anche da ripetute visioni di una donna che cerca di spronarlo a trovare il suo posto nel mondo e soprattutto a far sentire la propria presenza come valida e indispensabile, è anche un viaggio nel percorso umano di quest’uomo che senza lavoro non è niente, ma che tappa dopo tappa, delusione dopo delusione, ricordo dopo ricordo, riesce a conciliarsi col suo presente, piuttosto che rincorrere (inutilmente come vedremo) il suo passato.
Particolarmente efficace dal punto di vista emotivo e comunicativo, infatti, risulta il finale nel quale l’uomo, di ritorno dal suo percorso a ritroso nella sua vita lavorativa e non, giunge al punto di ritorno (sua moglie e la sua casa) con una serenità e una consapevolezza che prima non aveva mai raggiunto.
Tutto questo è “Mammuth”, un film che esprime un grande senso di libertà, trasmesso soprattutto dalle lunghe corse in moto di Jerard Depardieu (davvero perfetto in questa interpretazione) e anche la sensazione che forse la consistenza di un uomo, il suo valore e la sua dimensione sono date non tanto da ciò che fa o che ha fatto, ma in primis da ciò che è e che è stato.

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Il grande Lebowski

REGIA: Joel Coen
CAST: Jeff Bridges, John Goodman, Steve Buscemi, Julianne Moore, John Turturro, Philip Seymour Hoffman, Ben Gazzara, David Huddleston, Peter Stormare, Sam Elliot
ANNO: 1998
 
Dude, così si fa chiamare da tutti, è un appassionato di bowling, oltre che un pigro cronico e un disoccupato “organizzato”. Di rientro da una partita si ritrova dei brutti ceffi in casa che gli rovinano il tappeto nuovo e pretendono da lui la restituzione di un debito contratto da sua moglie. Ma Dude non è sposato, infatti è stato scambiato per un milionario, suo omonimo, che presto gli chiederà di aiutarlo a ritrovare la moglie rapita.
 
Un film che si può definire con una sola parola: cult. “Il grande Lebowski”, infatti, non può non essere tra i film preferiti in assoluto di cinefili e appassionati di cinema in generale. Il suo statuto di film mitico se l’è guadagnato a piene mani, grazie alla dimensione grottesca, surreale, irresistibile e assurda che spesso accompagna le pellicole dei geniali fratelli Coen e che, in questo caso particolare, risulta davvero straordinaria, oltre che perfettamente mixata con i vari elementi di stile, forma e contenuto che rendono il film, non solo superficialmente godibile, ma anche decisamente importante dal punto di vista cinematografico. E’ impossibile, allora, resistere alla variegata galleria di mitici personaggi che compongono questo puzzle intricato e folle. A partire dal fantastico protagonista, Dude (in italiano stranamente tradotto con Drugo) sempre in shorts e camicie larghe, o in accappatoio, alla continua ricerca di un white russian da sorseggiare, di una canna da fumare o di un trip da ingurgitare. Lui è l’inarrivabile Jeff Bridges che qui dà vita ad uno dei suoi personaggi migliori, nonché ad uno dei più rappresentativi di un certo tipo di cinema indipendente e lontano dai canoni tradizionali e convenzionali. Ad accompagnarlo c’è l’incredibile Walter, veterano del Vietnam, convinto che con una pistola e con la prepotenza si trovi la risposta a tutto (un’imperdibile e straripante John Goodman) e il silenzioso e timido Donny (il perfetto Steve Buscemi).
Tutti e tre passano il loro tempo a giocare a bowling, l’unico sport che gli permette di chiacchierare infinitamente su qualsiasi argomento e, a volte, di correlarsi con strani tipi, come il viscido Jesus, pederasta strafottente (un fantastico John Turturro). All’improvviso, però, a causa dello scambio di persona in cui incappa Dude, i tre si ritrovano in una spirale di rapimenti, ricatti, riscatti, minacce e ritorsioni, da far girare la testa. A partire dalla figura del ricco miliardario che si rivolge a qualcuno per risolvere i suoi affari sporchi, infatti, si nota una sorta di riferimento al grande capolavoro letterario di Philip Marlowe, “Il grande sonno”, romanzo pieno di intrighi, rivolgimenti e cambiamenti di prospettive. Tutto ciò avviene anche ne “Il grande Lebowski”, con la differenza che a contornare il caos degli avvenimenti, c’è anche il caos dei personaggi, dei generi cinematografici mescolati in maniera abilissima (come solo i Coen sanno fare) e delle situazioni collaterali. Ecco che fanno la loro comparsa sullo schermo la figlia del miliardario, pittrice in movimento fissata con la vagina e con il desiderio di diventare madre (una splendida Julianne Moore), un produttore di film porno del tutto deciso a riavere i suoi soldi (un Ben Gazzara più sornione che mai), un cow-boy che ci racconta la storia e che tenta di districare il filo della matassa (un enigmatico Sam Elliot) e un trio di nazisti-nichilisti più allucinante che mai.
Parlare di allucinazioni, tra l’altro, non è affatto casuale, visto che all’interno della narrazione sono inseriti anche dei travolgenti inserti onirici col protagonista che vola sul tappeto tanto agognato o che si ritrova nel bel mezzo di un musical sul bowling. Il tappeto, vero e proprio deus ex machina della narrazione, verrà più volte posto al centro dei deliri del protagonista e dei suoi compari, tanto da diventare vero e proprio leitmotiv della pellicola (del resto “dava un tono all’ambiente”, come ripete infinitamente Dude), che si distingue anche per questa attenzione maniacale e a tratti paradossale per determinati oggetti (non solo il tappeto, ma anche il succitato white russian, un’automobile scalcinata, una valigetta piena di mutande sporche, un dito mozzato con l’unghia dipinta di verde, una musicassetta dei Creedence).
Accompagnato da un’eccezionale colonna sonora (i Creedence appunto, ma soprattutto Bob Dylan) e costellato di grandi attori (da non dimenticare anche Philip Seymour Hoffman nel ruolo del servizievole segretario di Big Lebowski), “Il grande Lebowski” è uno dei film più profondamente coeniani, con uno stile sicuramente inconfondibile, ma soprattutto un’anima sovversiva, trascinante, intelligentemente ironica e, soprattutto, deliziosamente folle.

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