Classificone di fine stagione cinematografica 2010/2011 (1° parte)

Eccoci come di consueto alla fine della stagione cinematografica per l'immancabile classificone stavolta un po' sfoltito ("solo" 60 film dell'anno preso in esame visionati), ma comunque ricco di pellicole che vanno dal dimenticabile all'indimenticabile. Si parte, ovviamente come sempre, dal più basso in classifica per arrivare nei prossimi giorni alla fatidica top 5 che ha fatto mangiare la polvere a tutti gli altri partecipanti. Per ogni film, o quasi, troverete anche il link alla rispettiva recensione. Affilate le lame!

51) L'ultimo esorcismo

52) Gangor

53) Parto col folle

54) Con gli occhi dell'assassino

55) Nowhere boy

56) Innocenti bugie

57) Che bella giornata

58) Devil

59) Shelter

60) Skyline

L'ombra del testimone

REGIA: Alan Rudolph
CAST: Demi Moore, Bruce Willis, Harvey Keitel, Glenne Headly, John Pankow, Billie Neal
ANNO: 1991
 
Una donna viene interrogata da due investigatori circa l’omicidio del marito della migliore amica. Presto si scoprirà che anche suo marito è stato assassinato e così i due detective dovranno sbrogliare il bandolo della matassa e scoprire i colpevoli di entrambi i delitti.
 
Forse lo ricordiamo di più per lo strambo “La colazione dei campioni” di qualche anno dopo. Stiamo parlando del regista Alan Rudolph che in questo caso si mantiene più in anonimato e sforna una pellicola né carne né pesce che ha anche il demerito di essere a tratti molto noiosa, al di là del fatto di essere contrassegnata da elementi fastidiosi che ne limitano il gradimento, a partire da una colonna sonora più enfatica e ingombrante che mai, passando per un uso spropositato e fin troppo reiterato di retorici ed evitabili ralenti, non tralasciando inutili volteggi della macchina da presa all’interno dell’aula di interrogatorio decisamente fini a se stessi. La pellicola, infatti, gioca su due piani temporali differenti, quello del presente costituito dall’’interrogatorio, appunto, e quello del passato raccontato tramite dei lunghissimi flashback, giocando con il senso di claustrofobia che l’ambientazione dell’aula della stazione di polizia dovrebbe creare, non riuscendoci affatto, e con la spirale sempre più inarrestabile di errori commessi dalle due amiche nel loro passato recente. Si aggiunga il fatto che nonostante per tutto il tempo di questa stancante riproposizione di fatti, a tratti a dir poco banale, ci si aspetti l’arrivo di un qualsivoglia colpo di scena che risvegli l’attenzione e doni un senso alla pellicola, ciò non avviene, lasciando lo spettatore esterrefatto per la semplicità e la prevedibilità di un finale rivelatorio e a tratti stucchevole, nonché decisamente telefonato.
Un poliziesco senza alcun spessore che si limita a mostrare la parabola discendente di due donne contraddistinte al tempo stesso dal forze e debolezze e in qualche modo vittime di entrambi i mariti, seppur in maniera del tutto differente: si potrebbe descrivere così tutta l’essenza de “L’ombra del testimone”, dal titolo originale molto più indicato e ficcante “Mortal thoughts”. Nonostante il cast stellare, comunque, anche sotto questo punto di vista non possiamo godere di interpretazioni particolarmente brillanti o entusiasmanti. Spicca un Bruce Willis più antipatico e odioso che mai, accanto alla sempre bellissima, seppur ignobilmente pettinata Demi Moore. Il primo è la vittima, la seconda dovrebbe essere la testimone del delitto. Qualcosa nel suo racconto, però, non convincerà il detective Harvey Keitel, qui chiamato ad interpretare uno dei personaggi cinematografici più inutili e incolori della storia, riuscendo comunque a fare un lavoro più che decente, donandogli qualche espressione particolare e comunicativa.
Ciò che ci rimane è un giallo sbiadito dai contorni sbavati che non disturba eccessivamente, ma, colpa forse ancor più grave, non provoca alcun tipo di piacevole sensazione o minimo gradimento.

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Signori, il delitto è servito

REGIA: Jonathan Lynn
CAST: Tim Curry, Eileen Brennan, Madeline Kahn, Christopher Lloyd, Michael McKean, Lesley Ann Warren, Coleen Camp
ANNO: 1985
 
Sei persone vengono invitate in una villa del New England senza conoscere l’identità del loro ospite. A riceverli ci sarà un maggiordomo che rivelerà loro di essere tutti vittime di un ricattatore disonesto che gioca con le loro vite, così come con la sua. Presto si farà la conoscenza anche della cuoca e della cameriera e a far visita agli sfortunati avventori arriveranno anche degli altri personaggi, capitati sicuramente non a caso. I morti cominceranno ad affastellarsi e l’identità dell’assassino andrà ricercata tra gli abitanti della casa.
 
Sembrerebbe una cosa seria dalla lettura del plot, fatto sta che, così come era avvenuto quasi dieci anni prima con “Invito a cena con delitto”, di cui questo “Signori, il delitto è servito” è un ideale omaggio, il film in questione è una vera e propria divertita, divertente, irriverente e sarcastica, nonché a tratti demenziale, parodia del genere giallo-thriller e del famosissimo e indimenticabile romanzo di Agatha Christie, “10 piccoli indiani”. Sicuramente non possiede lo spirito comico e irrefrenabilmente trascinante del film di Robert Moore, molto più legato all’universo di riferimento con tante citazioni e riferimenti colti e meno colti, ma la pellicola di Jonathan Lynn si fa ampiamente apprezzare per la particolare composizione del cast, per le trovate comiche che di quando in quando si susseguono all’interno della narrazione e per lo spirito ilare che contrassegna questa sorta di caccia agli indizi e all’assassino ricalcata sul famosissimo gioco da tavola “Cluedo”, da cui anche il titolo originale del film “Clue”.
Indimenticabile il maggiordomo “spiritato” interpretato dall’ottimo Tim Curry che si muove ininterrottamente all’interno delle molte stanze della villa, cercando di spiegare gli antefatti, ma anche lo svolgimento dei fatti attuali, così come irresistibili sono le figure dei sei invitati tra le quali spiccano la donna avvenente, la vedova nera, lo psichiatra dalle “mani lunghe” (il mitico Christopher Lloyd), la moglie del senatore corrotto, l’impiegato governativo omosessuale e un colonnello un po’ troppo polipone. Si aggiungano la cameriera fin troppo avvenente e la cuoca a dir poco corpulenta e il quadro sarà completo. A scombussolare il già precario equilibrio creatosi tra i vari personaggi, presto scoperti nei loro segreti e nel loro essere ricattati, arriva un personaggio enigmatico che si spaccia per il loro ricattatore, risultando poi tutt’altro.
Sei i protagonisti principali, sei le armi a disposizione (tra cui un candelabro, una corda, una pistola e un pugnale), sempre più numerosi i morti. Chi sarà il colpevole? Quale sarà il suo movente? Riusciranno gli altri a scovarlo? Le risposte a queste domande che incuriosiscono ma al tempo stesso divertono enormemente lo spettatore, arriveranno in un finale multiplo in cui il maggiordomo espone i fatti in tre differenti versioni, in modo tale che spetta a noi scegliere quella che più gradiamo. Fatto sta che, in ognuna di esse, c’è sempre un elemento che, esperti o meno del genere, in qualche modo non avremmo potuto prevedere (a cominciare dall’identità di un insistente venditore di bibbie).
Addentrandoci nei meandri di questa grande villa (la scenografia è l’altra carta vincente di questa, come di molte pellicole dello stesso genere), riusciremo a svagarci con le stramberie e le gag dei vari protagonisti, ma al tempo stesso ad impegnarci in un’opera investigativa davvero deliziosa e coinvolgente.
Del resto, a descrivere pienamente le caratteristiche fondamentali del film ed i suoi migliori pregi ci pensa uno dei suoi slogan promozionali: “Omicidio, Follia, Mistero e Caos. Più divertente di quanto si possa immaginare”, caratteristiche del tutto confermate durante la visione di questo pazzo ed esilarante mosaico di indizi e sospetti, ma anche di sorrisi e sberleffi.

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Bronson

REGIA: Nicolas Winding Refn
CAST: Tom Hardy, Matt King, James Lance, Amanda Burton
ANNO: 2011
 
Il giovane Michael Peterson viene arrestato per una rapina agli uffici postali. Condannato a sette anni, ne sconterà molti di più a causa del suo desiderio di diventare famoso a tutti i costi. Per raggiungere questo risultato, infatti, l’uomo, che si fa chiamare Charles Bronson, si esibisce in atti di violenza estrema nei confronti dei secondini e dei suoi compagni, prolungando la sua permanenza in carcere e soprattutto vivendo per anni e anni in isolamento.
 
Ispirato ad un personaggio realmente esistente, il criminale più pericoloso d’Inghilterra, questo “Bronson” non cede ai cliché e alla staticità dei biopic e anzi si distingue per la sua dinamicità e originalità registica e narrativa e si fa apprezzare per i rimandi rispettosi e doverosi al capolavoro di Kubrick, “Arancia meccanica”, di cui sono riprese le riflessioni inevitabili sul tema della violenza, l’utilizzo degli spazi e la caratterizzazione del protagonista soprattutto in riferimento al particolare rapporto con i genitori. Valore aggiunto della pellicola, vera e propria punta di diamante della stessa, è l’impressionante e straordinaria interpretazione del protagonista Tom Hardy, che si è dato anima e corpo a questo ruolo, restituendoci una gamma di espressioni corporee e facciali di non poco conto e colpendo particolarmente lo spettatore grazie alla sua capacità interpretativa in grado di restituire tutta la follia e l’alienazione di questo particolarissimo personaggio. Inframmezzata da una perfetta colonna sonora, anch’essa idealmente ispirata ad “Arancia meccanica” con l’utilizzo della musica classica ad accompagnamento dei momenti di più efferata violenza, la pellicola è caratterizzata da un perfetto mix di primi piani dell’uomo violento e fuori di testa, di carrellate orizzontali e piani sequenza che mostrano la desolazione dei posti da lui abitati nel corso degli anni, di giri vertiginosi che accompagnano le passeggiate furenti e inarrestabili dell’uomo all’interno delle celle in cui sconta le sue pene di detenzione e di particolari inquadrature che ne riprendono la profondità “osservandole” da inusuali angolazioni.
Soffre, questo bisogna dirlo, di una battuta d’arresto nella parte centrale, ma tutto sommato “Bronson” risulta un’ottima pellicola di intrattenimento e anche di profonda riflessione su una società in cui la rincorsa al successo supera ogni altro valore, e mai come nel periodo in cui viviamo questo genere di considerazioni potrebbe risultare più pregnante e interessante. Raccontato dallo stesso protagonista che si rivolge ad un pubblico ideale, indossando maschere e trucchi di scena e riuscendo, nella sua testa, ad esibirsi in modo da ottenere fama e successo, “Bronson” lascia a bocca aperta per l’assurdità della storia narrata, soprattutto considerando che è ispirata ad eventi reali, e intrattiene con un impianto stilistico e formale molto accattivante ed originale che, unito, alla narrazione per niente lineare o scontata, ci restituisce tutto il senso di quest’incredibile “avventura”, evitando accuratamente qualsiasi tipo di banalità o di elementi di spiccata retorica.
Di poche parole, tranne quando si trova sul palco da lui ideato nella sua testa, questo criminale incallito, impressiona e lascia di stucco, ma in qualche modo, paradossalmente, riesce a farci sorridere considerando la motivazione alla base della sua violenza, sicuramente da ricercare più in profondità. Di prigione in prigione, passando anche per un ospedale psichiatrico, Bronson riuscirà in qualche modo a raggiungere la fama desiderata, rendendo decisamente tangibile e concreta la famosa massima wildiana: “Bene o male, purché se ne parli”.


 
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Invito a cena con delitto

REGIA: Robert Moore
CAST: Truman Capote, Alec Guinness, Nancy Walker, Peter Sellers, Richard Narita, David Niven, Maggie Smith, James Coco, James Cromwell, Peter Falk, Eileen Brennan, Elsa Lanchester, Estelle Winwood
ANNO: 1976
 
Cinque grandi e famosi investigatori vengono invitati da un milionario nel suo castello lussuoso. L’uomo vuole sfidarli a risolvere un delitto impossibile, offrendo in premio un milione di dollari. I cinque, ognuno accompagnato da un’altra persona, si ritroveranno a navigare in alto mare, fino a quando non crederanno di aver raggiunto la soluzione dell’enigma. Ma in realtà l’ospite misterioso e tenebroso avrà la meglio su tutti loro.
 
Ormai diventato un cult movie, “Invito a cena con delitto” è un’imperdibile e insostituibile parodia dei più famosi gialli con cui appassionati e non abbiano mai avuto a che fare. Ispirato senza ombra di dubbio al capolavoro di Agatha Christie, “Dieci Piccoli Indiani”, il film richiama l’attenzione soprattutto degli attenti conoscitori del genere letterario e cinematografico di riferimento, tant’è che proprio questi ultimi saranno i più soddisfatti della visione di questa serie di gag esilaranti condite con elementi caratteristici del filone di appartenenza. Irresistibili dialoghi e battute al limite del demenziale, tra le quali spiccano i motti dell’investigatore cinese interpretato dal mitico Peter Sellers, caratterizzano questo puzzle ironico e sarcastico che diverte e prende di mira i tanti scrittori di storie gialle che spesso giocano con i propri lettori e il più delle volte imbrogliano anche, così come dimostra il brillante finale in cui l’ospite dice di essersi voluto vendicare proprio di loro. Grande punto di forza di questo film, in cui la scenografia è importantissima e molto ben costruita, è il cast di ottimi attori che compongono la lista di invitati all’evento macabro. A cominciare dal già citato Sellers, non si possono tralasciare l’autoironico Peter Falk, nel ruolo del detective Sam Diamante, in riferimento a Sam Spade e Richard Diamond, senza tralasciare gli omaggi al più coriaceo e affascinante Humphrey Bogart; Maggie Smith, nel ruolo di Nora Charleston, moglie di Dick Charleston (interpretato da David Niven), con chiare allusioni a Nick e Nora Charles; Alec Guinness nel ruolo dello spassosissimo maggiordomo cieco che insieme alla cuoca sordomuta regalerà i momenti più esilaranti del film; un giovanissimo James Cromwell nel ruolo del segretario dell’investigatore belga Milo Perrier (disegnato ovviamente ispirandosi all’immenso Hercule Poirot) ed Elsa Lanchester nel ruolo di Jessica Marbles, chiaro omaggio a Miss Marple. Tra l’omaggio e la derisione, insomma, lo spettatore sarà allietato da una più che apprezzabile presentazione di tutti i personaggi in viaggio verso il castello, dai vari marchingegni studiati dall’ospite per spaventarli (un finto temporale all’esterno, teste di animali appese alle pareti dalle quali l’ospite si nasconde per osservare di nascosto gli invitati, un campanello che squilla a suon di urla femminili, un gong per la cena con i lamenti di un uomo e via di questo passo) e dalla serie di rivolgimenti e rivelazioni circa l’identità non solo dell’assassino, ma anche della vittima stessa. Si aggiunga la presenza, la sua unica al cinema, del grandissimo Truman Capote in un ruolo al tempo stesso ridicolo e irrisorio per avere un quadro completo delle chicche presenti in questa pellicola.
“Invito a cena con delitto”, insomma, non può mancare nelle visioni non solo degli appassionati del genere parodico, ma soprattutto dei grandi lettori e spettatori di storie di delitti e investigazioni. Un film che nonostante i suoi 35 anni non ha perso il suo smalto e la sua carica dirompente capace di coinvolgere e appassionare gli spettatori di allora, così come quelli di ora. Un’opera senza età, unica nel suo genere, che, insieme all’altro grande film “Frankenstein Junior”, ha sicuramente ispirato le molte parodie odierne che prendono di mira vari generi cinematografici ben consolidati. Questi, insomma, sono tutti i motivi che rendono la pellicola in questione un film delizioso e godibile in tutto e per tutto.
 

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Top 20 serial tv 2010/2011

La stagione televisiva è ormai giunta al termine, e anzi sono ricominciate già alcune serie tv che aspettavamo con ansia. In attesa della fine imminente della stagione cinematografica, non ci resta altro che procedere con la classifica dei telefilm andati in onda nel 2010/2011.

1)Boardwalk empire (1° stagione)

2)Mad men (4° stagione)

3)Fringe (3° stagione)

4)The big C (1° stagione)

5)Raising hope (1° stagione)

6)Shameless (1° stagione)

7)Rubicon (1° stagione)

8)Bored to death (2° stagione)

9)The killing (1° stagione)

10)Dexter (5° stagione)

11)How I met your mother (6° stagione)

12)The big bang theory (4° stagione)

13)Episodes (1° stagione)

14)The walking dead (1° stagione)

15)Californication (4° stagione)

16)Mr Sunshine (1° stagione)

17)True blood (3° stagione)

18)Chuck (4° stagione)

19)Running wilde (1° stagione)

20)V (1° stagione)
 

L'uccello dalle piume di cristallo

REGIA: Dario Argento
CAST: Tony Musante, Enrico Maria Salerno, Suzy Kendall, Umberto Raho, Eva Renzi, Mario Adorf, Reggie Nalder
ANNO: 1970
 
Sam Dalmas, scrittore americano, si trova a Roma per riacquistare po’ di calma e serenità. Una notte, passeggiando da solo, scorge all’’interno di una galleria d’arte qualcosa di agghiacciante. Un uomo sta aggredendo una donna con un pugnale. Sam cerca in tutti i modi di entrare, ma rimane bloccato in una doppia porta di vetro, mentre osserva la donna agonizzante che si avvicina a lui, dopo essere stata ferita dallo sconosciuto che è fuggito da una porta laterale. Ad indagare arriva un ispettore che subito gli si mette alle calcagna per costringerlo a ricordare perfettamente ciò che ha visto. I due, insieme, cercheranno allora di pervenire alla soluzione del mistero, anche perché l’assassino continua a colpire…
 
Prima pellicola per l’allora trentenne Dario Argento, autore anche del soggetto e della sceneggiatura, che veniva già da una forte esperienza nel campo, avendo collaborato con Bernardo Bertolucci per il soggetto del capolavoro “C’era una volta in America” di Sergio Leone, “L’uccello dalle piume di cristallo” è un’avvincente giallo-thriller con venature horror. Precedentemente Argento aveva scritto copioni di molti b-movie, ma il vero e proprio debutto cinematografico è dovuto proprio a questa pellicola, che ha dato il via alla carriera del regista specializzato in film di genere e ispirato sicuramente dal grande maestro Alfred Hitchcock di cui in qualche modo riprende lo stile e, soprattutto, il modo di giostrare le due componenti essenziali di questo tipo di pellicole: il cosiddetto whodunit, cioè il dubbio sull’identità dell’assassino lasciato in sospeso fino alla fine del film, e l’immancabile suspense. Anche Mario Bava, sicuramente, ha influenzato il giovane Argento, come dimostrano le atmosfere di questo film, accompagnate da un bellissimo gioco di luci e di ombre e da una focalizzazione sui particolari più inquietanti come le mani dell’assassino o le lame da lui accuratamente scelte per far fuori la vittima di turno. Siamo in presenza, infatti, del classico serial killer con tanto di impermeabile scuro, guanti neri di pelle, lame affilatissime, passo lento e inesorabile e volto sempre coperto dal cappello. Una figura entrata ovviamente nell’immaginario collettivo che Argento fa camminare tra le strade di Roma all’inseguimento di giovani donne uccise brutalmente, tant’è che l’altro valore aggiunto della pellicola, ovviamente per gli appassionati del genere, è proprio l’insistenza, prima quasi inedita, sulla particolare efferatezza dei crimini commessi.
Primo capitolo della nota trilogia degli animali, completata da “Il gatto a nove code” e “Quattro mosche di velluto grigio”, “L’uccello dalle piume di cristallo”, oltre ad essere un ottimo esordio alla regia, è anche un consistente esempio di cinema di genere, arricchito non solo dalle atmosfere coinvolgenti, risultato ottenuto con l’ausilio dell’ottima fotografia di Vittorio Storaro, ma anche dalle inquietanti e indicatissime note di Ennio Morricone, elementi che sicuramente hanno contribuito al successo che il film ebbe anche fuori d’Italia, tralasciando una prima fase in cui ebbe una gelida accoglienza.
Già con questa sua opera prima, siamo in presenza, comunque, di tutte le ossessioni cinematografiche di Dario Argento, poi riproposte ciclicamente all’interno delle sue pellicole successive, sempre contraddistinte da un senso di angoscia e dalla presenza del perturbante, reso cinematograficamente grazie ad un abile gioco di primi piani e di soggettive, tra le quali, al di là di quelle che riguardano l’assassino, rimane impressa quella della caduta dalla finestra di un personaggio chiave all’interno della narrazione.
Chi sarà allora il terribile assassino che si ispira ad un quadro macabro per l’esecuzione dei suoi delitti? Sam, lo scrittore (interpretato da un giovane Tony Musante) e Morosini, il commissario (il grande Enrico Maria Salerno), cercheranno di unire le loro menti per stanare il colpevole, rintracciabile tra le varie pedine che si avvicendano sulla scacchiera di questo mistero intricato e intrigante. La soluzione arriverà grazie al suono registrato del verso di un particolare uccello, da cui il titolo di questo notevole e affascinante giallo italiano.

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Benvenuti a Zombieland

REGIA: Ruben Fleischer
CAST: Jesse Eisenberg, Woody Harrelson, Emma Stone, Abigail Breslin, Amber Heard, Bill Murray
ANNO: 2009
 
Un ragazzo un po’ nerd e un po’ impacciato si ritrova a dover sopravvivere in un America post-apocalittica dominata dagli zombie. Lungo il cammino di ritorno a casa, alla ricerca della sua famiglia, si imbatte in un uomo alla disperata ricerca di merendine e con lo spiccato gusto per le uccisioni delle creature fameliche. I due faranno la conoscenza di una ragazza determinata e della sua sorellina, le quali hanno come meta un luna-park all’interno del quale pensano non ci siano zombie.
 
Non è un caso che “Benvenuti a Zombieland”, opera prima del giovane Ruben Fleischer, sia stato un enorme successo sia di critica che di pubblico. Dopo tanto tempo da “Shaun of the dead”, infatti, abbiamo avuto modo di assaporare una commedia “a tema” che trova il suo punto di forza, non solo nell’alto grado di divertimento offerto allo spettatore, ma soprattutto nell’originalità del racconto, nella composizione del cast e, in primis, nella presenza di citazioni e riferimenti cinematografici e culturali che abbracciano il tema o il filone preso in esame. Ancora una volta abbiamo a che fare con gli zombie, così come avveniva, appunto, nella pellicola del geniale Edgar Wright, e ancora una volta siamo in presenza di una sorta di parodia del genere, anche se non mancano momenti più riflessivi, di formazione per ciascun personaggio.
Le avventure di questi anti-eroi che camminano in un’America totalmente sovvertita e per certi versi derisa, sono raccontate con uno stile sicuramente accattivante e coinvolgente (anche visivamente parlando con le regole che il protagonista si è imposto, le quali vengono più volte riproposte  graficamente sullo schermo ogniqualvolta si dimostrano utili), e con un sapore irriverente e al tempo stesso delicato.
Grande valore aggiunto del film è la bellissima colonna sonora che incornicia alla perfezione i momenti più ritmati e movimentati e anche quelli più statici e di raccordo. Esemplare al riguardo è l’ incipit che precede i titoli di testa e che già di per sé costituisce un piccolo saggio della natura della pellicola. Un incipit che può costituire già di per sé un brillante e squisito cortometraggio e che, invece, anticipa un’entusiasmante avventura  diretta con maniera sicura e decisa e scritta con grande intelligenza e ironia, soprattutto per quanto concerne i due personaggi maschili, tra cui spicca un grandioso Woody Harrelson nei panni di un pistolero un po’ sui generis che sarà difficile da dimenticare. Non è da meno il più giovane Jesse Eisenberg, già alle prese con un luna-park in “Adventureland” e diventato conosciutissimo per “The social network”, qui chiamato ad impersonare uno dei tipici nerd che sempre più spesso ci capita di vedere al cinema e nelle serie televisive. A fare da contraltare abbiamo la grinta e al tempo stesso la dolcezza di due ottime attrici come Emma Stone e la piccola, non più piccolissima come in “Little Miss Sunshine”, Abigail Breslin. Ma su tutti svetta senza ombra di dubbio il mitico Bill Murray che appare in un cameo nel ruolo di sé stesso, truccato da zombie per sfuggire ai morsi delle terribili creature e rintanato nella sua megalussuosa villa hollywoodiana, all’interno della quale possiede anche un piccolo cinema dove i nostri si dilettano con la visione di “Ghostbusters”.
Quello che emerge, alla fine, al di là del divertimento assicurato che offre la pellicola, è che non bisogna permettere a niente o a nessuno, anche se si tratta di zombie che hanno infestato il paese come in questo caso specifico, di limitare il potere dei propri desideri, della propria personalità, e soprattutto dell’importanza dei rapporti interpersonali. Perché da soli, come imparano i quattro protagonisti del film, non si arriva da nessuna parte.

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