Cosmopolis

REGIA: David Cronenberg
CAST: Robert Pattinson, Juliette Binoche, Paul Giamatti, Kevin Durand, Sarah Gordon, Matheiu Amalric
ANNO: 2012

 

Erick Parker, giovane miliardario re della finanza, attraversa tutta New York in limousine per andare dal barbiere. Passerà un’intera giornata ad elucubrare sulla sua situazione economica ed esistenziale, mentre in città scoppia una rivolta e la sua incolumità fisica viene messa a repentaglio dalle minacce di uno sconosciuto attentatore.

Presentato a Cannes e distribuito finalmente anche in sala, l’ultimo sorprendente e sfaccettato lavoro di Cronenberg lascia ad occhi spalancati o più che altro a mente aperta. Trattasi, infatti, di un film che coinvolge l’intelletto piuttosto che la vista, di una cervellotica ma intensissima e suggestiva riproposizione del romanzo di DeLillo datato 2003, ma ancora tristemente e profondamente attuale. Nonostante il regista ci abbia abituato ad un cinema più carnale e sanguigno (fatta esclusione del precedente “A dangareous method”, forse fin troppo calligrafico e di maniera), questa sua svolta intimistica non lascia indifferenti e anzi crea un consistente coinvolgimento grazie all’abilissima costruzione dei dialoghi e delle inquadrature. Dialoghi intrisi di fondamentali riflessioni e considerazioni sull’era moderna e sull’essere umano fagocitato dalla stessa, sulla materialità della vita e sull’ormai incessante e irrefrenabile scorrere del tempo, sul rapporto tra persona e materia, sul sistema economico e sul suo essere sempre più dipendente dalla cibernetica e dai calcoli infinitesimali. Dialoghi inframmezzati da deflagranti silenzi che costituiscono forse la parte più coinvolgente della pellicola. Il tutto espresso e raccontato tramite la significativa figura del giovane protagonista e della sua altrettanto emblematica limousine, simulacro dell’intera essenza della vita di quest’uomo forse per la prima volta in preda ai dubbi sulla sua esistenza e sulla realtà sociale, economica ed etica alla quale appartiene. Limousine che ovviamente finirà per perdere il suo aspetto iniziale, una volta che il viaggio di vera e propria formazione compiuto dal miliardario giungerà al termine. Cambiamento che rispecchia quello dello stesso ragazzo, in preda ad una crisi che è più che altro una presa di coscienza in grado di fargli comprendere la sua precedente cecità nei confronti dell’imprevedibile, dell’oscuro, dell’asimmetrico (di qui le ficcanti e molto comunicative metafore del suo taglio di capelli, del suo matrimonio senza sesso o della sua prostata, tutti, appunto, asimmetrici). Un vero e proprio viaggio verso gli inferi con tanto di incontri illuminanti che faranno precipitare il protagonista sempre più verso il baratro, per l’incapacità di sopportare il peso del fallimento e per la visione sempre più limpida delle proprie mancanze e delle proprie errate convinzioni di saper perfettamente prevedere il futuro, di poter risolvere qualsiasi questione con un click o con un ordine ai suoi dipendenti. L’opera, quindi, è quasi totalmente ambientata in questo micromondo (la limousine supertecnologica e megaconfrotevole) che sembra non risentire al suo interno della rivoluzione che avviene fuori (la rivolta può essere vista come una vera e propria apocalisse raccontata per ellissi), ma che pian piano sembrerà imprigionare il ragazzo in una spirale senza via d’uscita. La claustrofobia, infatti, è l’altro elemento caratterizzante l’opera, paradossalmente anche quando usciamo dall’auto per vedere come Erik se la cava nel mondo, non riuscendo però a stabilire un contatto con la moglie sposata da poco per convenienza, desiderando di provare forti emozioni facendosi colpire dal teaser della guardia del corpo col quale è andato a letto, sorridendo ad una tavola calda all’assalto di due rivoluzionari “armati” di topi.

“Si muore ogni giorno, si muore anche nel week-end”, continua a ripetere il ragazzo per giustificare le visite mediche giornaliere che avvengono anch’esse all’interno dell’auto dove praticamente vive la sua vita, facendo sesso con una bella donna, discutendo con i suoi dipendenti, portando a termine le sue funzioni fisiologiche. Affermazione che dimostra il sempre più instabile equilibrio di Erik che cerca di trovare un punto fermo nel maledetto taglio di capelli, l’unica cosa che si impunterà di fare all’esterno, ma che lascerà, ancora una volta, asimmetrica e incompleta, così come il bellissimo finale (con un Paul Giamatti imperdibile), che ci lascia in sospeso al pari della stessa esistenza di Erik, e di rimando dell’umanità intera.

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Episodes e Don’t trust the b—- in apartment 23: autoironia e metatelevisione

Ormai quella dei serial tv americani non è più solo una tendenza, dal momento che se ne producono e mandano in onda in numero quasi spropositato. La serialità, insomma, sembra essere una buona strada per esprimersi più compiutamente e per avere maggiore visibilità. E se di prodotti scadenti e commerciali è pieno il palinsesto statunitense, ciò non toglie che negli ultimi anni si è registrato un fenomeno rincuorante, oltre che foriero di parecchi spunti di riflessione sui mezzi comunicativi. Parliamo del carattere estremamente cinematografico di molte produzioni televisive e dell’alto livello qualitativo e formale delle stesse.

Generalmente sono le reti via cavo a dare maggiori soddisfazioni in questo senso, la HBO su tutte, anche se non sono mancate e non mancano cadute di stile, e fermo restando il fatto che anche su altre reti abbiamo avuto e abbiamo ancora modo di assistere alla messa in onda di ottimi prodotti. Quando parliamo di qualità, però, pensiamo subito a serie drammatiche o di genere, senza considerare, invece, un’importante e significativa fetta delle opere televisive. Parliamo delle cosiddette sitcom, tutte in qualche modo eredi e debitrici del mitico e indimenticabile “Friends”.

Alcune di esse sono ormai delle certezze, nonostante il calo dovuto dopo anni di programmazione. Pensiamo a “The big bang theory” o “How I met your mother”. Altre sono ormai concluse ma hanno lasciato un segno indelebile, come ad esempio “Scrubs”, “My name is Earl” e “Arrested development”. Altre ancora pur essendo recenti hanno conquistato il favore di pubblico e critica, si pensi a “Raising hope” e “New girl”.

Le due sitcom che prenderemo in considerazione, però, hanno un particolare in comune e cioè in qualche modo sono incentrate sull’autoironia e la grande capacità di prendersi in giro di due attori che si esibiscono nella parte di se stessi e giocano con le loro manie, i loro tic, i loro difetti. Stiamo parlando di “Episodes”, da poco ripartito in America con la sua seconda stagione, e “Don’t trust the b—- in apartment 23” che invece sta arrivando al termine della sua prima stagione.

Nel primo telefilm, incentrato sulle peripezie e le perplessità di una coppia di autori e sceneggiatori di una sitcom inglese chiamati a lavorare sul remake americano, il vero mattatore è l’indimenticabile Matt LeBlanc, l’irresistibile Joey di “Friends”, che interpreta se stesso e che si ritrova dopo anni ad avere un ruolo da protagonista, dovendo combattere coi suoi limiti di uomo e di attore. Nella seconda sitcom, avente come protagoniste due ragazze diametralmente opposte che si ritrovano a convivere a New York, la vera sorpresa è il sorprendente James Van Der Beek, anch’egli nei panni di un se stesso un po’ dimenticato da tutti, che però fa il possibile per risalire la cresta dell’onda, partecipando a programmi come “Dancing with the stars”, fornendo la sua immagine per pubblicità di dubbio gusto e dando lezioni di recitazione nelle quali finisce immancabilmente a parlare di “Dawson’s creek”, telefilm che l’ha visto protagonista per sei stagioni, al termine del quale però non ha più lavorato seriamente.

Se “Episodes”, trasmesso dalla Showtime, recitato ottimamente e accompagnato da una perfetta colonna sonora, è contrassegnato da un’ironia più sottile e mirata, volta ovviamente a sorridere ma anche a riflettere sul mezzo televisione e sul fenomeno della serialità; “Don’t trust the b—- in apartment 23”, mandato in onda dalla ABC, risulta più immediato e trascinante, portando comunque ad una serie di considerazioni similari, anche se più scoperte e immediate, tramite le avventure tragicomiche del protagonista maschile. Entrambi i telefilm, comunque, pur essendo di nicchia, dimostrano come sia possibile riuscire a far ridere con intelligenza e acume, lasciando spazio anche ai contenuti.

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Dark shadows

REGIA: Tim Burton
CAST: Johnny Depp, Michelle Pfeiffer, Eva Green, Helena Bonham Carter, Chloe Moretz, Jonny Lee Miller, Jackie Earle Haley, Christopher Lee, Alice Cooper, Bella Heathcote
ANNO: 2012

 

Barnabas Collins, inglese trapiantato in America in seguito al desiderio dei ricchi genitori di espandere i loro affari ittici oltreoceano, crescendo si ritrova a subire il fascino dell’ammaliante Angelique, appartenente alla servitù. Quando però si innamora della delicata Josette, la serva morbosamente attratta da lui fa ricorso ai suoi poteri di strega malefica spingendo la ragazza al suicidio e trasformando l’uomo in un vampiro, rinchiudendolo in una bara sottoterra. Dopo quasi duecento anni, nel 1972, casualmente Barnabas viene liberato e si ritrova ad avere a che fare con un mondo completamente diverso e con degli antenati che non se la passano benissimo.

Difficilmente gli appassionati del gotico e visionario Tim Burton potevano ricevere una delusione ancora più cocente di quella ricevuta anni addietro con “Il pianeta delle scimmie” e un paio d’anni fa con “Alice in wonderland”, punti sicuramente non proprio rosei della carriera del regista. Forse è per questo che si può essere più indulgenti con “Dark shadows”, pur non trattandosi di un film completamente soddisfacente e pur, soprattutto, non raggiungendo neanche lontanamente le più alte vette della poetica e dell’estetica burtoniana. Sostanzialmente le cose che funzionano sono indubbiamente in numero minore rispetto a quelle che lasciano a desiderare, fermo restando il fatto che stiamo parlando comunque di un’opera piacevole e sufficientemente apprezzabile, eliminando qualsiasi pretesa o aspettativa inerentemente alla paternità della stessa. Insomma quando un autore semina bene, raccogliendo consensi grazie alla sua firma originale e profonda, così come ha fatto Burton con le sue pellicole, difficilmente poi si riesce ad essere clementi o accondiscendenti con opere che totalmente, come le prime due citate, o in parte, come quella in questione, si discostano dall’idea di cinema portata avanti dal regista.

Sembra quasi, infatti, che Burton abbia deciso di intraprendere la strada del mainstream forzato, non riuscendo più a far emergere la sua vena folle, ma decisamente intensa e non convenzionale. Certo, i freaks ci sono sempre, ma sono dei freaks “istituzionalizzati”, resi presentabili e socialmente accettabili, per accontentare un pubblico più numeroso e meno pronto ad accettare l’anima veramente, e non soltanto superficialmente come in questi casi, dark degli stessi. Così come l’atmosfera gotica, riproposta per l’ennesima volta come marchio di fabbrica, ma edulcorata e non coadiuvata dalla solidità di una sceneggiatura in grado di darle forza e significato.
Con “Dark Shadows”, infatti, possiamo godere di un’ironia di fondo a tratti deliziosa, anche se a volte leggermente scontata o già vista, e di un cast di tutto rispetto su cui spiccano le fantastiche donne (con una Michelle Pfeiffer in grandissimo spolvero, una Eva Green più ipnotica che mai e una sempre più sorprendente Chloe Moretz), così come di un’ottima fotografia e un perfetto utilizzo dell’ambientazione (la quasi totalità del film si svolge all’interno di un castello fatiscente, metafora ovviamente dei rapporti familiari e interpersonali che si appassiscono all’interno dello stesso per poi, ovviamente, ritrovare linfa vitale grazie all’entrata in scena del freak per eccellenza, l’immancabile, ma ormai ripetitivo Johnny Depp).

C’è, però, un po’ di confusione e di disomogeneità nella sceneggiatura che non riesce a calibrare e misurare le varie anime dell’opera, non trovando un giusto equilibrio tra la componente drammatica e quella ironica, ponendo confusamente in sequenza gag comiche e scene tragiche, condendo il tutto con una vena sentimentale che mal si sposa con il carattere più dark e di genere che accompagna la narrazione. Un mix precedentemente ben orchestrato da Burton che stavolta non è riuscito a graffiare profondamente da un lato e ad emozionare potentemente dall’altro, così come in passato.

Ciò non toglie che ci si può tranquillamente divertire con il grazioso cameo di Alice Cooper nei panni di un sé stesso scambiato per una donna dal vampiro spaesato e con quello del grande Christopher Lee nei panni di un pescatore, così come si possono apprezzare le scelte dei brani che arricchiscono la colonna sonora di Danny Elfman. Si può concludere, quindi, con la constatazione che “Dark shadows” è un Burton a metà, ma pur sempre un Burton. In attesa di “Frankenweekie” che sembra donarci più speranze in questo senso, non possiamo gridare al miracolo, ma nemmeno maledire un’opera che possiede comunque una sua decenza.

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Venerdì 13 Parte IV – Capitolo finale

Il quarto capitolo è tutto fuorché l’ultimo

Apparentemente morto dopo l’ennesima strage, il serial killer Jason Voorhees torna a seminare il terrore, prendendo di mira i soliti ragazzi in vacanza, ma non solo…

Comincia con il classico racconto attorno al fuoco. Il racconto, ovviamente, è quello della leggenda di Jason e il luogo è sempre Crystal Lake, luogo di campeggio e di vacanza, momenti quindi apparentemente leggeri e scanzonati, ma sui quali incombe l’ombra del terribile Venerdì 13. Tramite un breve riassunto dei precedenti capitoli, in grado di immergerci totalmente nella natura horror e “splatterosa” della serie, possiamo cominciare questa nuova avventura che vede ovviamente come protagonisti i soliti ragazzi tutto sesso e divertimento, le classiche vittime insomma di ogni serial killer horrorifico che si rispetti.

Non facciamoci ovviamente deviare dal titolo perché questo quarto capitolo della saga non è affatto l’ultimo, dal momento che, fiutato il successo al botteghino, i produttori hanno deciso di continuare su questa strada creando un franchise cinematografico di non poco conto. Oltre al ritorno del grande Tom Savini, creatore per eccellenza di effetti speciali e trucchi horror, possiamo comunque apprezzare lo spirito e la natura poco seriosa di quest’opera che ha avuto anche il merito di lanciare alcuni attori all’epoca poco noti come Crispin Glover e Corey Feldman. Senza considerare l’ottima fotografia che ci immerge perfettamente nell’atmosfera inquietante dell’opera. Non manca, ovviamente, l’ironia nella caratterizzazione anche stereotipata dei personaggi (basti pensare che il ragazzo più intraprendente e spaccone rimarrà “a bocca asciutta”, mentre quello che viene canzonato come “fotti-fiacco” fa centro con una bella ragazza). Decisamente coinvolgente anche l’incipit in cui due infermieri in preda agli ormoni vengono ammazzati brutalmente da un redivivo Jason che armato di sega, e appena “risorto” dall’obitorio, ricomincia il suo folle percorso di sangue e morte.

Venuto dopo “Venerdì 13 – Weekend di terrore”, e in grado di portarsi a casa ben 33 millioni di dollari a fronte dei due spesi per la produzione, “Venerdì 13 Parte IV – Capitolo finale” non è sicuramente un film concettualmente o teoricamente interessante, ma può essere considerato indubbiamente un deliziosissimo divertissement horrorifico con una serie di sequenze decisamente ispirate, come quella succitata del risveglio di Jason all’obitorio; quella che richiama lontanamente la celeberrima scena della doccia in “Psycho”, con la povera vittima sommersa dal sangue; o quelle che vedono protagonista il piccolo Tommy, in grado poi nel finale di far fronte al mostruoso e irrefrenabile Jason, e per questo entrato di diritto tra i personaggi “mitici” della serie.

Piccole note di curiosità: Savini accettò di occuparsi nuovamente degli effetti speciali di “Venerdì 13 Parte IV – Capitolo finale” solo per uccidere definitivamente il personaggio di Jason; l’attore chiamato ad interpretare il serial killer con l’immancabile maschera da hockey, Ted White, decise di non rivolgere mai la parola a nessun altro interprete, con l’intento di incutere negli attori il giusto timore nei suoi confronti, cosa che gli riuscì anche abbastanza bene.

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I CARDIOPHOBIA entrano nella “scuderia” di I Think

I CARDIOPHOBIA entrano nella “scuderia” di I Think

Da oggi l’Ufficio Stampa I Think si occuperà della band Cardiophobia, gruppo di quattro musicisti riminesi con uno stile unico ispirato all’alternative rock britannico e al miglior cantautorato italiano, con testi e sonorità particolari e intensi.

 

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LA BAND:

 

Gruppo nato nel 2003 nella provincia di Rimini, i Cardiophobia inizialmente avevano deciso di chiamarsi “Standard Studio”, autopromuovendo il loro primo lavoro datato 2004. Conosciutisi sui banchi di scuola i quattro musicisti hanno cominciato ad esibirsi sia sui più importanti palchi dell’Emilia Romagna, sia all’interno di concorsi per band emergenti di tutta Italia.

Il loro stile alternative rock è particolarmente apprezzato e riconosciuto anche grazie alle loro liriche degne della tradizione cantautorale del passato, frammista a sonorità che raccolgono l’esperienza del rock alternativo italiano, ma anche britannico.

Nel 2009 arrivano secondi al Sanremo Rock Festival con il demo Vol.1.

Nel 2010 cominciano a lavorare al proprio album di debutto intitolato Cardiophobia e caratterizzato da una maturità sonora e compositiva scaturita da un’ansia profonda e costante, grazie alla quale prendono vita dei testi pungenti e tendenti a rappresentare uno status generazionale.

L’album è uscito il 1 Maggio 2011 in tutti i digital stores e l’11 Giugno 2011 in distribuzione fisica sotto l’etichetta indipendente Settembre Records.

La band ha recentemente partecipato alle selezioni finali del concorso Jack On Tour (tra i 16 finalisti scelti direttamente dagli Afterhours) con un live a Catania lo scorso 23 settembre in apertura ai Linea 77. I Cardiophobia sono stati inoltre selezionati per il Riverock Festival, prestigioso evento in cui hanno aperto, l’11 Gennaio 2012, il concerto di Roberto Dell’Era feat Rodrigo D’Erasmo (Afterhours).

I CARDIOPHOBIA sono :

Eugenio Giovanardi ‘84 (chitarra)

Lorenzo Amati ‘84 (batteria)

Andrea Bartolini ‘84 (basso)

Giulio Zannini ‘84 (voce e chitarra)

CARDIOPHOBIA: ancora disponibile l’incredibile album d’esordio della band riminese

 

L’arte migliore è quella in cui la mano, la testa e il cuore di un uomo procedono in accordo.

John Ruskin

Si può sicuramente andare con la mente ai Cardiophobia, gruppo rock alternativo di Rimini, dopo aver letto questo aforisma dello scrittore e critico d’arte inglese. Riferendoci in questo caso alla musica, non possiamo che confermare l’importanza delle emozioni e della qualità quando ci approcciamo all’ascolto di un album.

La musica di questi quattro ragazzi (Eugenio Giovanardi/chitarra e cori, Lorenzo Amati/batteria, Andrea Bartolini/basso, Giulio Zannini/voce e chitarra), è una musica che al tempo stesso possiede un forte impatto emozionale e immediato, ma anche una profondità nei testi e negli argomenti tale da far immergere il fruitore in un ascolto che implica l’utilizzo sia della propria testa che del proprio cuore, appunto.

Esemplare per quanto andiamo dicendo è il loro ultimo lavoro, Cardiophobia, in grado di esprimere tutta l’ansia e il disequilibrio emotivo dal quale scaturisce un insieme di brani che si fanno ascoltare in un colpo solo, coinvolgendoci su tutti i fronti e stimolando la nostra immaginazione e il nostro intelletto.

La lavorazione dell’opera è cominciata nel 2010, ma l’album ha visto la luce il 1 Maggio 2011 in formato digitale e l’11 Giugno dello stesso anno in formato fisico sotto l’etichetta indipendente Settembre Records.

Indipendente com’è lo stile di questo gruppo che nel 2009 si è classificato secondo al Sanremo Rock Festival con il demo Vol. 1 e che l’anno dopo è arrivato finalista a Il Rock è tratto. Senza considerare le importanti tappe nella carriera del gruppo che nel 2011 ha raggiunto la finale  dell’Indie Rocket Festival, aprendo il concerto di Giorgio Canali, e la finale del M.E.I. SUPERSOUND.

Sempre nello stesso anno sono stati scelti dagli Afterhours per il Jack Daniel’s tour e hanno aperto anche il concerto dei Linea 77 ai Mercati Generali di Catania. La loro ascesa, però, non sembra volersi arginare, dal momento che nel 2012 hanno raggiunto anche la finale del Riverock Festival, aprendo il concerto di Roberto Dellera & Rodrigo D’Erasmo all’Urban di Perugia e comparendo con il loro brano, Niente di speciale, in apertura della Riverock Compilation.

Ciascun brano di quest’opera complessa e intelligente e al tempo stesso intensa e trascinante, con un ritmo mai calante e una capacità di attrattiva non indifferente, è indubbiamente degno di nota.

Non è un caso, quindi, che la band risulti tra le sei finaliste, su 127 partecipanti, del concorso Musica Da Bere 2012, giunto alla sua terza edizione e avente tra i suoi partecipanti artisti come Intercity, Iosonouncane, Brunori SAS, Nada e non solo.

Del resto lo stesso John Ruskin diceva:

Il mondo non può diventare tutto un’officina… come si andrà imparando l’arte della vita, si troverà alla fine che tutte le cose belle sono anche necessarie“.

E a noi sembra proprio che i Cardiophobia siano decisamente necessari.

 

Dicono del disco:

I Cardiophobia producono un album omonimo dai contenuti punk, tra nichilismo e sfiducia nei rapporti umani, e dalle sonorità oscillanti tra leggerezze pop e ruvidità sporche di rock. Le influenze non privano la band di una personalità prorompente, che emerge fin dalla prima traccia dell’album, il cui ritornello non lascia scampo, aggrappandosi all’ascoltatore in modo deciso.

Si attraversano momenti retrò, con il groove del singolo “Come quando piove”. La titletrack ha l’energia struggente di “Muscle Museum” dei Muse, con cui condivide anche qualche lieve somiglianza nell’arrangiamento. Un pugno nello stomaco. Un gran bel disco

-Rockit-

Questo lavoro d’esordio risulta già abbastanza maturo, interessante e furbo al punto giusto. Freschezza e luminosità amalgamano le tracce, dando un senso unico e, se vogliamo, originale all’intero disco

-Rockerilla-

Tutti i brani hanno qualcosa di veramente accattivante: intuizioni, intensità, struggenza, complessità degli arrangiamenti. Puzzano di quell’odore che ti colpisce le narici, tipico della fine dell’adolescenza: la maturità

-Jam Yourself-

Una nota di valore particolare va assegnata alla composizione delle liriche che, nella tradizione cantautorale dei maestri già menzionati sopra, riesce a staccarsi dal cordone ombelicale per produrre testi ombrosi, vera perla del disco

-Extra! Music Magazine-

Un sano pop per Come Quando Piove, un’ipnotica lirica, uno di quei brani che vorresti non finisse mai, come una droga per l’udito. E quando pensi tutto sia finito ecco che riparte più potente di prima creando sorpresa

-Mescalina-

Cardiophobia, soprattutto nella prima metà convince nella sua semplicità, nel suo rock sincero cantato in italiano, parla di paure e rimpianti, di sentimenti e emozioni  come in Niente di Speciale e Settembre (come pretende anche il nome del disco e del gruppo), ma anche dell’ebbrezza e consolazione del vino in Come Quando Piove, e degli errori inevitabili e perseveranti in 2:57 a. m.”

- Rock Shock-

Gli strumenti si amalgamano e sembrano costruire un edificio che ha il suo fascino in qualcosa che potrebbe crollare da un momento all’altro e che invece non lo fa. Mai

-Musica Rovinata-

“La suddetta attenzione permette ai Cardiophobia di riuscire, talvolta, a star fuori dall’immensa massa di colleghi accatastati stretti in un etichetta che molto spesso è sottotitolata già sentito

-Shiver Webzine-

 

SUL WEB

-Come Quando Piove (video ufficiale) –> http://www.youtube.com/watch?v=yRiSi0OnhQA

-Caro V. torno da te (clip promozionale)       –>  http://youtu.be/l5tUfhoHzLE                                               

-Jack On Tour – Catania (23/09/2011)     –> http://youtu.be/jwwvFt_SNtg                                                   

- Sammaurock live (10/08/2011)         –>     http://youtu.be/tBKEUZjRjhI

 

LINK UTILI:

SITO                           –>  http://www.cardiophobia.it

UFFICIO STAMPA  — > http://www.ithinkmagazine.it/

Ascolta Cardiophobia dell’omonimo gruppo su http://www.jamyourself.com/index.php?option=com_muscol&view=album&id=287