True Blood

True blood: sesso o non sesso? Questo è il dilemma…

True Blood

Sembrerebbe che per Alan Ball, l’autore del serial, Charlene Harris, la scrittrice dei romanzi, e i vari attori protagonisti, non si tratti affatto di un dilemma, dal momento che in ogni episodio, o quasi, del telefilm giunto alla sua quinta stagione non manca mai una scena di nudo integrale o di sesso, più o meno spinto.

Il dilemma, però, è dello spettatore che si domanda se queste scene siano sempre giustificate o utili al proseguimento della trama o interessanti per l’introspezione dei vari personaggi. Come dicevano gli antichi, e i vampiri più anziani lo sapranno benissimo, “in medio stat virtus”. Con questo vogliamo affermare che molto spesso le scene in questione hanno arricchito notevolmente la serie anche di contenuti e tante altre volte, invece, sono state inserite per attirare più spettatori, per creare uno stupore maggiore, per far parlare di sé, per allinearsi alla media dei telefilm della HBO, da sempre incentrata su sesso e violenza come due caratteri predominanti anche se non singoli.

True blood2Basti pensare alla scorsa stagione, la quarta, in cui è scoppiata l’irrefrenabile passione tra Sookie (la sempre più svampita Anna Paquin) e il vampiro Eric (l’insostituibile e apprezzabilissimo Alexander Skarsgard). Sesso ovunque, sotto la doccia, nel letto della stanzetta immacolata di Sookie, in scenari da favola, avvinghiamenti, sospiri, baci, abbracci, ma anche molta sensualità e ardore. Saranno stati contenti i fan della coppia, in contrasto con quelli che tifano per la fatina e il tenebroso Bill (Stephen Moyer, nella vita reale consorte della Paquin), un po’ meno coloro che avrebbero voluto vedere più avanzamenti della trama e più sostanza narrativa.

Ma il sesso, ovviamente, è stato elemento preponderante dall’inizio del telefilm, sin dalla prima stagione, anche perché i vampiri sono metafora di molte questioni in “True Blood”, tra le quali, appunto, la libertà sessuale che li contraddistingue, in contrapposizione all’ipocrita puritanesimo americano di provincia ben rappresentato da vari personaggi di contorno. Come scordarsi le strabilianti performance del tenerissimo Jason (ormai più idiota che mai), sensuale fratello di Sookie che non riesce a resistere a nessuna donna?

true blood3Ma nel corso delle stagioni sono stati molti i personaggi ad esibirsi in sequenze piccanti e molto spinte, come la giovane Jessica (la bellissima Deborah Ann Woll), dapprima innamoratissima del timido e vergine Hoyt, poi catturata dal sex appeal di Jason; o Sam che non ha perso tempo dietro a Sookie, di cui era inizialmente innamorato, per voltare pagina con numerose ragazze, tra le quali persino l’amica di sempre Tara (ormai sempre più lagnosa e insostenibile). Non possiamo, inoltre, non citare il licantropo Alcide e la sua fidanzata Debbie, che più di una volta si sono esibiti in “performance” di alto livello.

Potremmo fare un elenco davvero corposo, dal momento che, lo ripetiamo, il sesso è l’elemento preponderante del telefilm, insieme all’ironia e alla fantasia. Attenendoci alla quinta stagione, da poco cominciata e giunta al suo quinto episodio, possiamo dire che addirittura lo sceriffo Andy Bellfleur si è dato “alla pazza gioia” con una strega che lavora nel locale di Sam e poi anche con una fatina decisamente irresistibile.  Abbiamo anche il reverendo Newlin, trasformato in vampiro e finalmente libero di esprimere la sua natura di omosessuale e il suo amore indirizzato, ovviamente, verso Jason.

True blood_4Ma il personaggio che meglio esprime la sessualità intrigante, sfrenata e suadente dei vampiri è la storica Salomè (l’italianissima Valentina Cervi) che con il suo ancheggiare sinuoso, il suo sguardo penetrante, il suo corpo esposto con eleganza e ardore, ha conquistato non solo Roman, il capo dell’autorità dei vampiri con cui Eric e Bill devono fare i conti, ma anche l’attenzione dei due vampiri, che di certo avranno notato il suo fascino ammaliante. Del resto dopo che Sookie ha piantato entrambi in asso, dovranno pur rifarsi gli occhi con una bellezza decisamente più interessante! Ma la fatina non si arrende e infatti si butta tra le braccia del fisicato Alcide, lasciando i due di stucco.

Quello che appare chiaro, insomma, è che sesso e vampiri sono due cose inseparabili, insieme alla libertà, all’uguaglianza e alla presenza di caratteri forti e passionali. Un mondo che invece di farci paura ci affascina enormemente, segno questo che la Harris e Ball hanno svolto bene questa parte del loro lavoro.

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Take Shelter

REGIA: Jeff Nichols
CAST: Michael Shannon, Jessica Chastain
ANNO: 2012

Curtis, Samantha e la loro figlioletta Hannah, formano una delle classiche famiglie di periferia americane. Lui è un operaio, oltre che un padre e un marito amorevole, ma comincia ad avere qualche squilibrio mentale dal momento in cui viene assalito da incubi di un minaccioso uragano. Decide, così, di costruire un rifugio nel quale ripararsi dalle sue paure e dall’imminente catastrofe che lo terrorizza nei suoi sogni.

Molto di più, o se vogliamo molto di meno, di un classico disaster-movie, “Take shelter” è un film intimassimo, misurato e molto potente dal punto di vista visivo ed emotivo. Di più perché non si limita a mostrare effetti speciali a piè sospinto o folle urlanti in cerca di salvezza, di meno perché si tratta di una storia particolare che rimanda all’universale, di un equilibrato viaggio all’interno della mente umana, ma anche di una realtà periferica e confinata. Un “Melancholia” in miniatura, forse con meno simbolismi, ma con parecchie metafore rappresentate dalla minaccia che assilla il protagonista che può essere vista come un male di vivere ormai comune alla periferia americana, ma non solo; così come il mutismo della figlia può essere visto come l’incapacità di ribellarsi a questo stato di fatto, di poter esprimere il proprio dolore e la propria indignazione.

Inutile dire che lo stesso rifugio faticosamente costruito dal protagonista può essere visto come l’ultimo baluardo per nascondersi dalla “minaccia” di una umanità ormai lasciata a sé stessa, ingabbiata però in un’oscurità da cui diventa sempre più difficile uscire.

Sono molte le sequenze che entrano a viva forza nella pelle dello spettatore, come tutte quelle in cui il protagonista (un sempre più immenso Micheal Shannon che dà vita ad un altro indimenticabile personaggio, come quelli che ha interpretato in “Revolutionary Road”, “My son my son, what have ye done” o nel telefilm “Boardwalk empire”) confessa i suoi deliri ad una psicoterapeuta e dopo a sua moglie, ma soprattutto come un finale deflagrante, inaspettato e decisamente ambiguo che però con una forza inusitata ci restituisce uno sguardo pessimistico che ci lascia con un senso di tristezza non indifferente, ma anche con una grandissima emozione.

Lo stato di inquietudine perennemente sostenuto anche grazie ad una splendida fotografia è in grado di mantenere sempre alta la tensione e sempre desta l’attenzione dello spettatore che non potrà rimanere indifferente agli incubi sempre più angoscianti di Curtis, così come all’apprensione dell’amorevole moglie (la delicata e incisiva Jessica Chastain che riesce a rivitalizzare anche un ruolo apparentemente “spento”).

Dove finisce l’allarmismo e dove comincia la follia? Sembra essere questo il quesito che aleggia nell’aria, un’aria sempre più grigia e cupa, così come il cielo che si staglia all’orizzonte nei sogni di un uomo che con preveggenza, lungimiranza o totale paranoia vede arrivare da lontano ciò che ormai non può più essere ignorato.

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Il miracolo

Il miracolo dell’empatia

Diretto dal talentuoso Edoardo Winspeare, originario e amante della nostra meravigliosa terra pugliese, Il miracolo segna un nuovo modo di vedere il cinema dell’autore, che sembra per un attimo abbandonare il Salento e il dialetto stretto, per trasferirsi a Taranto lasciando spazio ad una storia più universale.

Il titolo dell’opera è emblematico perché si riferisce letteralmente ad un preciso atto compiuto dal piccolo protagonista, il quale ricoverato in ospedale dopo un grave incidente tocca un uomo praticamente in fin di vita e questi torna a respirare regolarmente. Ma in realtà si sta parlando ovviamente di tutt’altro.

Il piccolo crederà appunto di avere dei poteri di guarigione, tanto che un suo amichetto gli chiederà di toccare il suo povero nonno malato di cancro per farlo stare meglio, e la stessa cosa farà anche sua madre, la quale si metterà in contatto con un giornalista locale per diffondere la notizia, arrivando persino al Tg2. Il padre, invece, più cinico e scontroso, dovrà vedersela con dei sempre più pressanti problemi economici, dei quali non vuole fare parola in famiglia.

L’attenzione si sposta poi su Cinzia, colei che ha causato l’incidente al bambino che passeggiava in bici, investendolo con l’auto del fidanzato. La ragazza, sempre scontrosa e ribelle, deve sopportare il peso dell’abbandono di sua madre, che ritorna illudendola di volersi prendere cura di lei, per poi riabbandonarla tornando col suo compagno che vive al nord.

Qual è però il vero miracolo che racconta Winspeare? Dal momento che non è possibile guarire i malati se non con la medicina, non si può risanare un matrimonio ormai spezzato, così come non si può forzare un sentimento materno che non esiste, l’unico miracolo possibile, insomma, è quello della comprensione e dell’empatia, la stessa che viene a crearsi proprio tra Tonio, il bambino, e Cinzia, in un’amicizia raccontata con delicatezza nell’arco dell’intero film e suggellata da un finale decisamente esplicativo ed emozionante.

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I migliori momenti della storia del cinema – Apocalypse now

Apocalypse now

Categoria: Musica

Apocalypse now (titolo originale: Apocalypse now)

Paese: USA / Anno: 1979  / Durata: 153 min / Colore: colore / Regia: Francis Ford Coppola

Parlare di musica in relazione alla settima arte è fondamentale, dal momento che spesso sono le note delle colonne sonore a dare maggiore pregnanza e ampiezza ad alcune sequenze, facendole rimanere impresse nella mente dello spettatore e caratterizzandole enormemente in maniera indelebile e inconfondibile. La musica, in collaborazione ovviamente con i movimenti della macchina da presa, col montaggio e la fotografia, oltre che con la recitazione degli attori, ha il compito di sottolineare compiutamente gli stati d’animo di un protagonista, il significato di una battuta o di un avvenimento particolare, l’anima stessa del film e della storia in esso raccontata. Tutto questo succede perfettamente in una delle sequenze più citate e ricordate di sempre, appartenente ad un capolavoro indiscusso e imperdibile. Parliamo dell’intro di “Apocalypse now” di Francis Ford Coppola, accompagnato dalle coinvolgenti e indimenticabili note di “The End” dei Doors, canzone che poi tornerà ciclicamente anche nel finale.

“La stanza si fa sempre più piccola: più guardo la pareti più mi si stringono intorno”, dice il protagonista interpretato da Charlie Sheen, all’interno del film che comincia proprio con un suo incubo delirante, così come il testo e le note della canzone, in cui immagina, ricorda o anticipa un bombardamento di alcuni elicotteri nella giungla di Saigon. Iniziare con una canzone intitolata “The End”, è proprio il modo di Coppola di dirci che stiamo appunto assistendo all’inizio della “fine”, la fine di una società, di un’umanità ormai perduta. Ma la scelta del brano risulta oltremodo indicata anche per molti altri motivi, come ad esempio il suo carattere decisamente psichedelico che ben si sposa con l’atmosfera onirica e visionaria che caratterizza la sequenza e l’incubo del capitano Willard. Ma le rispondenze risiedono anche all’interno del testo, nel quale si parla di serpenti striscianti e di fiumi da attraversare, ma soprattutto di un figlio che vuole uccidere suo padre, ruoli che metaforicamente possiamo attribuire a Willard stesso nei panni del “figlio” che ha la missione di uccidere il “padre”, il colonello Kurtz, attraversando la giungla e le paludi (il fiume) e strisciando per non farsi vedere, proprio come un serpente.

A creare un legame ancora più potente ci pensa il carattere ipnotizzante posseduto sia dalla canzone dei Doors sia dalla sequenza in cui si sovrappongono il volto di Charlie Sheen con le immagini dell’incendio della foresta (che scoppia proprio quando nella canzone Jim Morrison canta “this is the end”). Una scelta molto studiata, quindi, quella di sfruttare la visionarietà e l’estrema potenza dei versi e delle note di questo brano. Scelta che ci ha consegnato una sequenza dalla potenza comunicativa inusitata e che ha dimostrato quanto un’opera già di per sé pregna di significato può arricchirsi notevolmente grazie all’ausilio della giusta musica.

Apocalyspe now

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