A ciascuno il suo




REGIA: Elio Petri

CAST: Gian Maria Volontè, Irene Papas, Gabriele Ferzetti, Salvo Randone, Leopoldo Trieste

ANNO: 1967

 

TRAMA:

 

Sicilia, anni ’60. Paolo Lurana, professore di sinistra, si ritrova ad indagare sull’omicidio del suo amico, il dottor Roscio ucciso insieme al farmacista Manno. Delitto d’onore o assassinio mafioso?

 

 


ANALISI PERSONALE

 

Forse uno dei primi esempi di cinema sociale e civile questo “A ciascuno il suo”, tratto dal romanzo di Leonardo Sciascia che a sua volta si è rifatto per il titolo, ma anche per la storia che ha narrato, ad una frase del diritto romano che cita: “la giustizia è l’arte di dare a ciascuno il suo”. In questo film sembra non esserci alcuna giustizia, soprattutto se pensiamo che è ambientato nella Sicilia degli anni ’60, quella dello pseudo-boom economico (che costruì una nuova Italia sulle macerie di quella vecchia), della speculazione edilizia, della politica corrotta. Ed era lo stesso Petri a dirlo, non solo con i suoi film, ma anche nelle sue interviste, denunciando una società in cui tutti sapevano e vedevano, ma in cui nessuno parlava o faceva qualcosa per portare a galla determinate realtà. Erano anche, e purtroppo ancora sono, gli anni della mafia, che qui non viene mai nominata, ma che serpeggia viscidamente in ogni singolo fotogramma, in ogni dialogo tra le varie pedine che si muovono su questo giallo di periferia che assume connotati ben più profondi e si fa portatore di un carico molto pesante: la denuncia sociale appunto. Personaggio emblema della pellicola è quello interpretato da un magistrale e straordinario Gian Maria Volontè (che qui ha cominciato la sua proficua collaborazione con Petri che lo ha diretto in altri film dalla forte valenza etica e sociale), un professore liceale che vive nel suo mondo di “favole” e che sa poco e niente della sua città e dei suoi meccanismi sotterranei ma non troppo. E’ la tipica figura dell’intellettuale di sinistra represso, poco brillante, tutto dedito alle letture alte e al partito piuttosto che ai divertimenti, soprattutto quelli sessuali. Una sorta di “represso” che all’improvviso, in seguito ad una miccia che viene accesa, comincia a sentire questi impulsi e a farsi guidare, quasi ciecamente, da essi. Ma Paolo Laurana non è solo questo, è anche l’uomo che, inconsapevolmente o meno, sfida la mafia, decide di non stare con le mani in mano a far sì che un altro delitto rimanga impunito o venga amputato alle persone sbagliate per fare in modo che i più potenti possano scamparsela come sempre. E’ l’uomo che si rende conto, e fa in modo che anche per lo spettatore sia così, di quanto sia marcia la società nella quale è costretto a vivere, di quanto siano ormai oleati i meccanismi che mandano avanti la stessa a suon di sotterfugi e illegalità che sono conosciuti da tutti, che si perpetuano alla luce del sole, con la sicurezza della connivenza e della complicità di tutta la comunità. Un uomo che per questo si ritrova solo, perché non è capito da nessuno, visto come una sorta di “sovversivo” che vuole rovesciare le logiche, seppur sbagliate ma funzionanti, del proprio mondo. E ritrovandosi solo non gli resta che rendersi conto, da comunista quale è, che “i bigotti hanno la confessione, gli americani la psicanalisi, ma noi…noi niente”. Queste le parole che rivolge ad un’onorevole suo amico di partito (uno sfuggevole ma sempre convincente Leopoldo Trieste che pronuncerà la battuta forse più importante nella descrizione della società di allora: “Ma lo sai? Quando vengo qua mi sembra di essere nel Texas, non so a Dallas!” ) che gli dà la dritta giusta da seguire per il suo caso, ma poi si tira indietro quando c’è da fare nomi precisi e da immischiarsi in prima persona. Altro personaggio emblematico e molto significativo è il padre della vittima, ormai del tutto cieco, che cerca di ammonire l’amico Laurana per evitare che faccia la stessa fine di suo figlio: “Certe cose, certi fatti, è meglio lasciarli nell’oscurità in cui si trovano”, “C’è, nella fine di mio figlio, qualche cosa che fa pensare ai vivi che mi fanno pena. E bisogna aiutarli, i vivi”. “Ma che cosa te ne importa?”, dicono la mamma e la nonna di Laurana, indignate e anche preoccupate per il suo coinvolgimento nel caso. “Era un cretino”,  dicono i notabili alla fine del film quando si riuniscono in un angolo ben nascosto a raccontarsi tutte le notizie e le conoscenze del caso, in un finale quanto mai ironico e beffardo nei confronti dello sforzo e della lotta per cercare di cambiare “l’ordine malato” delle cose. Questo si è sempre pensato di Don Chisciotte che lottava contro i mulini al vento e lo stesso si pensa di Laurana quando ha deciso di continuare per la sua strada anche dopo aver scoperto la natura e la motivazione dell’omicidio sul quale stava indagando, oltre che ovviamente il nome del mandante e dell’esecutore materiale. Un uomo, Laurana, che si farà abbindolare dai sentimenti, lui sempre così privo di essi perché appunto rintanato nel suo mondo fatto di studio e politica, e che alla fine, a causa di essi, non riesce a far venire a galla la storia di mafia e di tradimenti che sta dietro l’assassinio del farmacista e del dottore. Uno ucciso perché aveva scoperto magagne che avrebbe fatto meglio a non scoprire e l’altro perché semplice testimone del primo omicidio. “A ciascuno il suo” è un film fatto di parole, ognuna delle quali assume un significato molto profondo e illuminante sulle logiche di un mondo ormai contaminato e interamente assuefatto alla mafia. “A ciascuno il suo” è un giallo in cui c’è un delitto e un misterioso colpevole da trovare seguendo gli indizi che un investigatore, provetto o meno, raccoglie nel corso della sua indagine. Ma “A ciascuno il suo” è anche e soprattutto un’ottima pellicola contrassegnata da una bellissima ed eterogenea colonna sonora (note melodrammatiche e intense si mischiano con altre frenetiche e molto ritmate), da una regia particolarissima e azzardata per l’epoca (che si fonda su moltissime carrellate, zoom e primissimi piani) e soprattutto da un livello recitativo molto elevato (non solo il grande Volontè, ma anche tutti i comprimari sono più che convincenti). “A ciascuno il suo” riesce ad essere entrambe le cose, senza confondersi e confondere lo spettatore, in maniera encomiabile. E le parole di un altro “notabile” con le mani in pasta riecheggiano nella mente dello spettatore più attento e più sensibile, anche tempo dopo la visione della pellicola: “Il tempo dei poeti con la testa fra le nuvole è finito” “E’ vero è proprio finito”.

 

VOTO: 9

 

 


CITAZIONE DEL GIORNO

 

"Io restai lì a chiedermi se l’imbecille ero io che la vita la pigliavo tutta come un gioco, o se l’era lui che la pigliava tutta come una condanna ai lavori forzati, o se l’eravamo tutt’e due." (Amici miei)

 


LOCANDINA

 

15 thoughts on “A ciascuno il suo”

  1. Un altro grande film di Petri, un regista che ebbe coraggio da vendere. Todo modo per me il suo miglior film.

  2. petripetripetripetripetripetripetripetri

    todo modo non c’è ancora in dvd. però qualcuno lo avrĂ  certamente registrato da sky ^_^

  3. Ottimo film di Petri, ma dobbiamo aggiungere che il lavoro è stato “avvantaggiato” da una sceneggiatura straordinaria quale il racconto, amarissimo, del compianto Sciascia.

    Approfitto del primo commento che scrivo su questo blog, che apprezzo molto sia per la struttura dei post che per i contenuti; per ottenere qualche consiglio da voi piĂš esperti cineblogger sul mio novello blog dedicato ai film.

    In particolare, vorrei sapere come poter entrare nel sistema dello scambio dei link reciproci e/o aggregatori.

    Vi ringrazio. Drewes.

  4. Bè, prima di tutto devi linkare l’indirizzo del tuo blog, cosĂŹ magari piĂš gente viene a visitarlo. Poi se ti piace il cinema e chi scrive di cinema, puoi farti un giro tra i vari blog presenti nel web e cominciare ad “inserirti” ^^

  5. secondo me qualche tuo ex fidanzato era un intellettuale di sinistra,visto come tratti il povero gianmaria in codesto film!^_^

    Quindi per farmi apertamente pubblicità sulla blogsfera posso solo aggiungere:signorine care,non perdete l'occasione di maritarvi o quantomeno fidanzarvi con noi intellettuali comunisti,perchè assicuriamo che dopo 8 ore di storia del pcus dal 19 al 91 parte il vodka party e nulla sarà come prima!

    Che dire di questa pellicola?Ci mancano i Petri e i Volontè. Classe operaia va in paradiso,indagine su di un cittadino al di sopra di ogni sospetto,todo modo sono pietre miliari di cinema militante,politico,di grande spessore!

  6. si,si,fai benissimo,leggendo però la recensione mi divertiva la descrizione del personaggio di volontè che pareva un povero pistola topo di biblioteca poco avezzo alla vita in generale!^_^

    ciao,davide

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