Bojack Horseman: si conclude la divertentissima, feroce e commovente storia del cavallo antropomorfo più umano che si sia mai visto

Lo aspettavamo con ansia, ma un po’ anche lo temevamo il finale di Bojack Horseman, sia perché avrebbe segnato la fine di un percorso lastricato di tutto ciò che nella vita è sicuramente capitato almeno una volta ad ognuno di noi, lasciandoci un po’ più soli nell’affrontare questo cammino senza i punti di riferimento che spesso questa serie ci ha fornito (continuiamo a ripeterlo: il fatto che si tratti di una serie animata in grado di fare tutto questo ci lascia ancora sbalorditi); sia perché, come succede per ogni grande telefilm che si rispetti, temevamo che avrebbe potuto deluderci e lasciarci con l’amaro in bocca.

Dopo aver approfondito i percorsi personali di ciascun personaggio nella prima parte, in questi ultimi episodi il focus torna sul protagonista per eccellenza che sembra ritrovare la strada maestra, andando ad insegnare nel college dove studia sua sorella Hollyhock (quanto commuove il vedere Bojack soffrire per la “freddezza” con cui la giovane studentessa lo tratta, non avendo tra l’altro tutti i torti?), ritrovandosi però poi travolto, ancora una volta, dal suo passato che lo riporta prepotentemente a Los Angeles, all’alcol e al giudizio impietoso dell’opinione pubblica.

In questa seconda parte di stagione sono molti i momenti in cui ci ritroviamo a rivivere parecchie delle sensazioni già vissute nelle stagioni precedenti con alcuni leitmotiv che tornano a farci sorridere (Hollywood, già diventata Hollywoo a causa del furto della D per amore di Diane, questa volta per un errore madornale diventa HollywooB), ma molto probabilmente il momento più alto rimane il penultimo episodio, quello in cui Bojack si ritrova, dopo essersi totalmente stordito con droghe e alcol, in una dimensione tra la vita e la morte, rappresentata quasi in maniera lynchiana, in cui interagisce con tutte le persone che ha perso durante la sua vita e, sorprendentemente, anche con Zach Braff nei panni di un maggiordomo. I toni dell’episodio per certi versi sfiorano l’horror, ma ciò che rimane e la disperazione del cavallo ormai più vicino alla morte che alla vita.

Concludendo, seppur non manchi la sensazione che in alcuni momenti si sia pigiato un po’ troppo il pedale dell’acceleratore per riuscire a portare a conclusione tutti i personaggi e tutte le loro questioni (ma poi, si tratta davvero di conclusione o semplicemente, come successo con quell’altro capolavoro che è Mad Men, si continua ad andare avanti con una consapevolezza maggiore di quello che si è e di dove si vuole andare?), questa seconda parte di stagione ci ha lasciato, come speravamo, col magone in gola e con la voglia di ricominciare tutto da capo, riferendoci purtroppo solo alla visione del telefilm ovviamente, visto che, invece, come ci sbatte in faccia potentemente Bojack con tutti i suoi errori e le sue bassezze, tornare sui propri passi e cancellare il passato o riviverlo in maniera diversa è cosa impossibile.

Cosa resta da fare allora? Resta da accettare, comprendere e convivere, per poter continuare, si spera, con una serenità dettata dall’essere venuti a patti con se stessi e con la vita. Colpisce potentemente in tal senso l’ultimo intenso dialogo tra il cavallo e Diane, dove lui per la prima volta dopo tanto tempo, sembra aver abbandonato la strada della depressione e del pessimismo per lasciare l’amica e lo spettatore con un “motto” che racchiude tutto il suo percorso: quando lei gli dice “Life’s a bitch and then you die, right?”, lui con una maturità acquisita passando attraverso mille sofferenze le risponde “Sometimes. Sometimes life’s a bitch and then you keep living”.

Precedente 1917­: ciò che importa è il come, non il chi, il quando e il dove Successivo Feedback: film d’assedio o revenge movie?

Lascia un commento