“Red lights”: l’istrionismo di De Niro e la spettacolarizzazione a tutti i costi

La dottoressa Matheson e il suo assistente Buckley attraverso i loro studi scientifici cercano di smascherare i sedicenti sensitivi o medium, portando alla luce i loro trucchi e i loro inganni. Dopo trent’anni di assenza dalle scene, a causa della morte misteriosa di un suo nemico, torna alla ribalta Simon Silver, un guaritore cieco adorato dalla folla. Per Buckley smascherare quest’uomo sarà una questione di vita o di morte…

Dopo l’originalità e la sorprendente capacità di piegare il mezzo cinema ai propri voleri dimostrata con “Buried”, ricordiamolo, interamente girato all’interno di una bara, lo spagnolo Cortés torna con questo “Red Lights”, confermando le sue ottime doti registiche, ma avvalendosi di una sceneggiatura non sempre apprezzabile e di una materia alquanto spinosa. Non bissa, insomma, il successo ottenuto con l’opera precedente, anche se per buona parte del film, soprattutto nella fase iniziale, sembra tenere bene le redini della situazione. Dirige i due protagonisti in maniera esemplare (parliamo di una perfetta Sigourney Weaver e di un sempre più convincente Cillian Murphy), ma qualcosa gli sfugge di mano quando è Robert De Niro ad entrare in scena, dal momento che con l’arrivo dell’istrionico attore si perde anche quell’equilibrio e quella misura mantenuti fino a quel punto. Non basta allora la riflessione a latere sulle qualità ammalianti, mistificanti  e spettacolari del cinema, così come quelle possedute dai sensitivi in questione (elucubrazioni metacinematografiche trasmesse in maniera più brillante e avvincente in “The Prestige”, dove il paragone era fatto con la vera e propria magia però). Né tantomeno ci si accontenta del rapporto dicotomico tra fede e scienza, istinto e ragione, che viene impersonato proprio dai tre personaggi in questione. Questo perché non sempre si trova coesione tra i vari sottotesti, così come non tutto funziona alla perfezione nel racconto: basti pensare al personaggio interpretato dalla brava Elizabeth Olsen, che però risulta decisamente ininfluente, così come le motivazioni personali che stanno dietro alle scelte professionali e di vita della dottoressa Matheson, motivazioni che appaiono retoriche e banali.

Si aggiunga un finale pasticciato tremendamente “shyamalaniano” e la conclusione non potrà che essere una: quella di aver assistito per buona parte del tempo ad un film discreto, seppur non entusiasmante, rovinato poi dalla corsa alla spettacolarizzazione a tutti i costi. La stessa che contraddistingue i ciarlatani smascherati all’interno della pellicola. Ciarlataneria che sicuramente non appartiene al buon Cortés, il quale speriamo tornerà ai vecchi fasti con le sue prossime opere.

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Cardiophobia: in esclusiva il free streaming di Friction su I Think Magazine!

Ogni settimana sul portale di I Think Magazine (www.ithinkmagazine.it) avrete la possibilità di ascoltare in esclusiva il free streaming di ciascun brano di Retrò, il nuovo disco dei Cardiophobia.

Si parte con Friction, singolo di lancio, cover adrenalinica dei Television, all’interno della quale la band dimostra grande grinta e personalità.

Non indugiamo oltre, quindi, e immergiamoci nell’ascolto:

http://www.ithinkmagazine.it/component/content/article/79-ultime-notizie/4602-cardiophobia-in-esclusiva-il-free-streaming-di-friction-su-i-think-magazine.html

Argo

Tony Mendez, agente della CIA esperto in esfiltrazioni, viene incaricato di riportare negli Stati Uniti sei funzionari dell’ambasciata americana in Iran scappati ad una rivolta a Teheran e rifugiatisi nell’ambasciata canadese. Per farlo escogiterà un piano fuori dal comune: fingerà di essere uno dei produttori di un film di fantascienza intitolato “Argo”, le cui riprese sono da effettuare proprio in Iran, luogo dal quale cercherà di uscire con i sei americani.

Possiede tutta la solidità e la compostezza dei film politici degli anni ’70 questo terzo lavoro da regista del sempre più sorprendente Ben Affleck. È arricchito anche da un’ironia di fondo deliziosa e da un’autoironia di non poco conto (la scena in cui il produttore contattato per mettere su l’operazione dice che anche una scimmia imparerebbe in un giorno a fare il regista, seguita poi dall’inquadratura di Ben Affleck stesso è davvero irresistibile), senza considerare la tensione e il ritmo sempre sostenuti e la regia rigorosa. Si aggiunga una direzione del cast, compreso il regista stesso che qui gioca giustamente di sottrazione, di grande eleganza e misura e otterremo un’opera degna di nota, ma anche coinvolgente ed interessante. Spiccano su tutti i grandi John Goodman e Alan Arkin, rispettivamente nei ruoli del truccatore premio Oscar e del produttore cinematografico che si alleano per aiutare l’agente della CIA e si impegnano fino in fondo tanto da creare un fittizio studio di produzione chiamato Studio 6, dal numero degli americani da riportare a casa. Accanto a loro un perfetto Bryan Cranston, preso in prestito dal magnifico telefilm “Breaking Bad” e una serie di volti televisivi che danno spessore e profondità anche ai personaggi più marginali.

Abbandonando la Boston che ha fatto da sfondo ai suoi primi due film (difatti ci si aspettava una sorta di trilogia e invece siamo stati smentiti), Affleck si dimostra un autore da tenere in considerazione e allarga il suo sguardo ad una situazione politica e sociale più ampia rispetto a quelle precedentemente affrontate. Lo fa in maniera brillante e vincente, regalandoci ancora una volta un’opera in cui l’equilibrio e la compostezza sono due delle caratteristiche principali (salvo qualche deriva leggermente retorica nel tratteggio delle dinamiche famigliari del protagonista), insieme alla fedele ricostruzione di costumi, pettinature, e ambientazioni. E pur avendo ben chiara la conclusione di questa storia paradossalmente ispirata a fatti realmente accaduti, nel finale assistiamo ad un controllo dei meccanismi di suspense da grande maestro. Se ancora ne avessimo avuto bisogno, insomma, “Argo” è la conferma del grande talento autoriale di questo giovane attore/regista/sceneggiatore che si è tolto di dosso il costume da divo, per indossare quello di stimabile cineasta.

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Esce oggi Retrò, secondo disco della band riminese Cardiophobia: un prodotto musicale fuori dagli schemi

Dopo il successo del videoclip di Friction, esce oggi Retrò, il secondo lavoro dei Cardiophobia, la band alternative rock di Rimini che si è rinchiusa in un teatro per registrare dal vivo, in presa diretta, sette cover di brani indimenticabili del passato.

Si tratta, quindi, di un nostalgico e intenso omaggio a grandi artisti che hanno fatto la storia della musica, riproposti dalla band che ha registrato i brani senza tagli, editing e overdubbing.

Retrò, dunque, è un’opera genuina e intensa, fuori dagli attuali canoni di produzione musicale. Un’occasione per assaporare grandi successi del passato, ma anche per constatare le ottime capacità esecutive e interpretative dei quattro musicisti emiliani, in grado di esprimere appieno la loro personalità.

Ciascuna cover, inoltre, riesce a trasmettere l’entusiasmo dei Cardiophobia nel riproporci quelle che sono le loro radici musicali e nel raccontare per note i loro punti di riferimento, regalandoci così un disco pieno di coraggio, se pensiamo che si tratta proprio del loro secondo lavoro.  Come diceva Caparezza, infatti, “il secondo album è sempre il più difficile nella carriera di un artista”.

E, a differenza di quanto affermava il geniale Albert Einstein e cioè che “il segreto della creatività è saper nascondere le proprie fonti”, i Cardiophobia riescono a comunicare il loro talento, spaziando anche nelle decadi e nei generi musicali, ricordando in maniera rispettosa e brillante artisti del calibro di Velvet Underground, Television, Tears for Fears, The Smiths, Portishead, Michael Jackson e Joy Division.

Non resta altro, allora, che tuffarci e immergerci in questo sentito omaggio ad un passato musicale coinvolgente e in questa sua entusiasmante interpretazione da parte dei Cardiophobia.

 

Tracklist:

1- Femme Fatale

2 – Friction

3 – Mad World

4 – Please Please Please

5 – Glory Box

6 – Billie Jean

7 – Love Will Tear Us Apart

Ascolta il nuovo album Retrò su

http://soundcloud.com/ithinkmagazine/sets/cardiophobia-retro

Svelata la tracklist di Retrò, il nuovo album dei Cardiophobia in uscita il 15 Novembre

Retrò, il nuovo album dei riminesi Cardiophobia, verrà pubblicato il 15 novembre 2012 sotto l’etichetta Settembre Records, in free streaming e digital stores e sarà composto da sette cover di brani storici e indimenticabili, reinterpretati in maniera personale dalla band e, soprattutto, registrati dal vivo, in presa diretta, senza tagli, né editing in una sorta di nostalgico richiamo al passato e di appassionata dichiarazione delle proprie radici musicali.

Dalla psichedelia degli anni ’60 dei Velvet Underground e della loro Femme Fatale, al punk del decennio successivo con il brano Friction dei Television, passando per gli anni ’80 e la new wave di Mad World dei Tears for Fears, senza tralasciare, rimanendo nella stessa decade, l’alternative rock degli Smiths e della loro Please Please Please. Ci spostiamo poi negli anni ’90 lasciandoci trascinare nel trip hop dei Portishead con Glory Box, seguita da un graditissimo tuffo nel pop soul di Michael Jackson e della sua celeberrima Billie Jean. Il disco, infine, termina con l’indimenticabile Love Will Tear Us Apart dei Joy Division a conclusione di un’opera genuina che dimostra il coraggio dalla band nell’accostarsi, con grande umiltà, ma anche con molta maturità, a questi artisti immensi.

Ecco la tracklist:

1- Femme Fatale

2 – Friction

3 – Mad World

4 – Please Please Please

5 – Glory Box

6 – Billie Jean

7 – Love Will Tear Us Apart

Per poter godere di questo imperdibile omaggio ai grandi del passato, quindi, non bisogna far altro che attendere il 15 Novembre!

 

 

“Killer Joe”: la follia imperscrutabile del male

Chris si trova nei guai perché sua madre gli ha rubato una gran quantità di droga destinata allo spaccio e quindi si trova in forte debito con i criminali del luogo. Si rivolge a suo padre e insieme decidono di assassinare la donna per riscuotere l’assicurazione sulla vita a nome dell’altra figlia, la giovane e inesperta Dottie. Per portare a termine il lavoro ingaggiano Joe, un poliziotto che nel tempo libero fa il killer a pagamento. Quando Joe si accorge che i due non hanno a disposizione i soldi da dargli in anticipo, chiede come caparra sessuale la piccola Dottie.

“Hai degli occhi che fanno male”, continua a ripetere Dottie (la perfettamente svampita Juno Temple) al killer ingaggiato per uccidere sua madre (un sorprendente e inaspettato Matthew McCounaghey piacevolmente lontano dai suoi soliti ruoli). Ed effettivamente nello sguardo imperscrutabile e immobile di quest’uomo, così come nella sua apparente mancanza di espressioni e nei suoi movimenti cadenzati, risiede il grande assunto di questo film,  l’inspiegabilità e l’incomprensibilità del male più assoluto, di un male che sembra non avere motivazioni, né consapevolezza del suo esistere. Siamo ovviamente nella provincia americana più degradata, dove si vive in roulotte squallidissime, si spaccia per racimolare un po’ di soldi, si gira nudi per casa e si chiedono alle proprie mogli i soldi per la birra. Altro grande elemento dell’estetica di Friedkin, tornato in grande spolvero e ancora padrone del mestiere nonostante la sua veneranda età, è il ruolo narrativo e comunicativo dei corpi, come quello martoriato del giovane Chris (interpretato da Emile Hirsch in un ruolo totalmente diverso da quello che l’ha lanciato in “Into the wild” di Sean Penn), quello virgineo, ma in qualche modo malizioso della “piccola” Dottie, quello esposto senza pudore dalla “matrigna cattiva” Sharla (una coraggiosa Gina Gershon che si esibisce nella tanto discussa scena che la vede impegnata in una fellatio ad una coscia di pollo, sequenza che riscrive il significato di grottesco e insostenibile rimanendo impressa indelebilmente). Inutile nascondere le matrici coeniane e tarantiniane nella poetica del pulp ironico e assurdo e nello humour nero che caratterizza questa storia di omicidi su commissione e, soprattutto, di rottura indelebile di legami familiari che dovrebbero essere indissolubili. Friedkin però adotta uno stile personale e autonomo regalandoci un film dalla regia decisamente solida e dalla fotografia perfettamente funzionale al racconto di questa umanità irrecuperabile, facendo terminare il tutto con uno stravolgimento di aspettative non indifferente che ci restituisce tutta la relatività delle cose: il “mostro” agli occhi di un’anima inesperta e inconsapevole potrebbe anche passare per principe azzurro, oppure, tutto sommato, al cospetto di una famiglia di tal fatta, persino un killer spietato può sembrare una via di fuga.

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Ad Halloween il terrore è firmato Cardiophobia: ecco il video di Friction, singolo del nuovo album Retrò

Jack Torrance, Hannibal Lecter, Pinhead, Freddy Krueger, Norman Bates, It il Pagliaccio, Nosferatu, Alex DeLarge, Joker. Leggendo questi nomi andiamo subito col pensiero ad alcuni dei film horror, thriller e fantasy più importanti della storia del cinema. Ma soprattutto parliamo di icone indiscutibili entrate nell’immaginario collettivo come figure paurose e al tempo stesso suadenti e intriganti.

Grazie al video dei Cardiophobia, Friction, singolo del nuovo album Retrò, in uscita il prossimo 15 Novembre, potete rivedere tutte queste icone riunite in un montaggio ipnotico mentre si alternano agli stessi componenti della band che, con un trucco sorprendente e suggestivo, si esibiscono in una frenetica e delirante riproposizione del brano dei Television.

Quale giorno migliore se non oggi 31 Ottobre, festa di Halloween, per lanciare questo video in cui i protagonisti di film cult come Psycho, Shining, L’Esorcista, Nosferatu, Basic Instinct, Il Silenzio Degli Innocenti, Il Corvo, Hellraiser, Arancia Meccanica, La Casa e molti altri, sembrano cantare insieme ai Cardiophobia questa canzone dalle atmosfere irrefrenabilmente psichedeliche?

Non potete perdere, quindi, l’occasione di farvi terrorizzare e conquistare al tempo stesso da miti come Robert De Niro, Marlon Brando, Jack Nicholson, Anthony Hopkins, Anthony Perkins, Sharon Stone, Kathy Bates, Klaus Kinski, John Travolta, così come non potete non lasciarvi coinvolgere dalla grintosa e sfrenata interpretazione dei Cardiophobia che continuano a confermare il loro talento, dimostrando anche un ottimo gusto musicale e cinematografico.

Potete vedere il video di Friction al seguente link:

http://www.youtube.com/watch?v=a63unIDLPUM&feature=youtu.be

 

CREDITS

Soggetto, regia e montaggio: Eugenio Giovanardi

Trucco: La Toni

Produzione: Il Merlo Produzioni

LINK UTILI:

SITO                           –>  http://www.cardiophobia.it

UFFICIO STAMPA  — > http://www.ithinkmagazine.it

 


Reality

REGIA: Matteo Garrone
CAST: Aniello Arena, Loredana Simioli, Nando Paone, Graziella Marina, Aniello Iorio, Nunzia Schiano
ANNO: 2012

 

Luciano, pescivendolo di Napoli, è amato da parenti, amici e clienti per la sua esuberanza e per la capacità di far ridere tutti. Per questo viene spinto dai suoi bambini a partecipare ai provini per il Grande Fratello. Dopo il ritorno da Cinecittà qualcosa si insinua nella sua mente: è convinto di essere stato scelto come uno dei concorrenti e che, quindi, ci siano delle persone della produzione del programma che lo seguono e lo spiano per osservare i suoi comportamenti.

Dopo l’enorme e meritato successo ottenuto con Gomorra, il regista Matteo Garrone conferma il suo grande talento e ci regala un’opera densa e intensa, interessante e coinvolgente, comunicativa e stimolante. Ritroviamo anche la stessa cifra stilistica e lo stesso acume narrativo che abbiamo visto nel film precedente, con una grande attenzione ai volti dei personaggi e con uno spiccato realismo. Stavolta però, e il tema di fondo non poteva che portare verso questa direzione, abbiamo delle venature quasi oniriche, un’atmosfera lontanamente felliniana, uno straniamento dovuto a luoghi, persone e situazioni che creano un mix destabilizzante, ma ben amalgamato alla veridicità assoluta di tutto il resto. Torna anche il fuori-fuoco questa volta forse addirittura più funzionale per sottolineare l’alienazione del protagonista dalla realtà che lo circonda e che l’ha sempre circondato, a causa di questo mito del successo e della ricchezza immediata. A tal riguardo risultano decisamente efficaci le sequenze speculari di apertura e chiusura dell’opera, che con la macchina da presa, dapprima planante dall’alto all’interno di un matrimonio pomposo e macchiettistico e alla fine spiccante nuovamente il volo dopo che il protagonista sembra essere stato totalmente catturato dal “reality”, sono in grado di trasmettere la completa fusione delle due entità: realtà e immaginazione, essenza e apparenza. Altro grande elemento di gradimento è la mancanza di pedagogismi alcuni e l’assenza di manfrine retoriche e populiste, nonostante la questione desse adito a determinati risvolti (così come del resto avveniva anche in Gomorra, film dalle implicazioni ancora più scottanti). Merito dell’autore, quindi, è quello di essere stato in grado di raccontare un tarlo della nostra società senza ricorrere a facili scorciatoie o a banalità di nessuna sorta. Forse stavolta Garrone, in certi frangenti, si lascia andare alla risata facile (la figura dell’ex concorrente del Grande Fratello e qualche pedina di contorno appaiono forse esageratamente caricaturizzate ad esempio), ma trattasi di peccato veniale, che passa inosservato al cospetto della potenza narrativa, e che soprattutto viene presto dimenticato, grazie anche all’interpretazione più che convincente e soprattutto coinvolgente dei protagonisti principali, primi su tutti Aniello Arena nel ruolo di Luciano e Loredana Simioli in quello di sua moglie Maria.

Ad intrecciarsi potentemente al tema dell’illusorietà e della pericolosità della stessa, inerentemente al mondo della tv che offre scorciatoie e felicità fasulla, arriva anche quello dell’utopia e dell’”inganno” nascosto nella religione, nell’affidare la risoluzione dei propri problemi ad un’altra entità indistinta e spesso utopistica. Il tutto è ben rappresentato da alcune sequenze di grande efficacia, come quella in cui Luciano si reca a Roma in Via Crucis con l’amico Michele, l’ottimo Nando Paone, per poi fuggire, non visto, alla ricerca degli studi del Grande Fratello. Studi all’interno dei quali si riproducono meccanicamente e fedelmente, comportamenti e stilemi già visti in precedenza e assimilati in un ciclo di inquietante e angosciante imitazione, tanto da non distinguere più il reale dal fittizio.

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Babycall

REGIA: Pål Sletaune
CAST: Noomi Rapace, Kristoffer Joner
ANNO: 2012

Anna si è trasferita col suo bambino Anders in un condominio della periferia di Oslo per sfuggire ad un marito pericoloso e violento. Per tenere il figlio sotto controllo anche di notte compra un babycall in modo da poter sentire sempre il suo respiro. Qualcosa però andrà storto: dall’apparecchio comincerà a percepire lamenti e urla inquietanti e Anders si affiancherà ad un bambino a dir poco sinistro. L’unico scampolo di luce nella vita della donna sarà costituito dall’amicizia con Helge, commesso di un negozio di elettrodomestici, che cercherà in tutti i modi di aiutarla.

Non può essere definito a tutti gli effetti un horror, perché manca esteticamente e registicamente degli aspetti salienti del genere. Ci troviamo, piuttosto, dalle parti del dramma psicologico con venature thriller e con qualche sprazzo di tensione, anche se bisogna dire che non tutte le componenti sono ben riuscite. Sul fronte drammatico abbiamo una buona introspezione della protagonista, ben incarnata dalla sempre più richiesta Noomi Rapace (vincitrice del Marc’Aurelio  come miglior attrice al Festival Internazionale del Film di Roma dell’anno scorso), e delle sue ossessioni imperanti.  Non abbiamo però una buona padronanza del ritmo e della suspense, con momenti di stanca fin troppo ricorrenti, con una ridondanza narrativa a tratti eccessiva e con un banale e prevedibile ricorso a determinati cliché del genere, soprattutto in fase finale, momento in cui incorriamo in risvolti shyamalaniani ormai quasi anacronistici. Non aiuta la confusione in fase di sceneggiatura, con buchi e vuoti narrativi, atti sicuramente a creare spaesamento nello spettatore e a tenere sempre desta la sua attenzione, oltre che ad amalgamarsi allo stato mentale estremamente caotico della donna. Ciò non basta però a rendere accettabile uno svolgimento che si ritorce su se stesso e invece di lasciarci positivamente allibiti e increduli, ci regala uno stato di insoddisfazione dovuto all’incapacità dell’autore di saper tenere ben fermo il timone e di stupirci senza ricorrere a strategie abusate e a colpi di scena visti e stravisti. Tutto sommato, comunque, rimane qualche suggestione visiva (il lago, la claustrofobia dell’appartamento di Anna), la buona prova recitativa del cast poco nutrito e l’angoscia permanente delle atmosfere. Questo non rende Babycall un film memorabile, ma non lo fa finire direttamente nel dimenticatoio, anche grazie a sottotrame in qualche modo coinvolgenti (in primis quella che riguarda il commesso ben impersonato da Kristoffer Joner) e ad alcuni guizzi, seppur rari, in grado di suscitare qualche scossone (le apparizioni del bambino misterioso). Raggiungere un equilibrio, dunque, nell’analisi di quest’opera è altrettanto difficile quanto comprendere le azioni e le scelte dell’essere più imprevedibile in assoluto: una madre che cerca di proteggere il proprio figlio.

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Detachment – Il Distacco

REGIA: Tony Kaye
CAST: Adrien Brody, James Caan, Marcia Gay Harden, Lucy Liu, Christina Hendrick, Bryan Cranston, Tim Blake Nelson
ANNO: 2012

Henry Barthes, di professione “supplente”, si ritrova ad insegnare per un mese in una scuola di periferia degradata, frequentata da ragazzi sbandati e privi di prospettive per il futuro. I suoi superiori e colleghi sembrano ormai arresi al sistema di cui fanno parte, mentre lui, anche grazie al suo “distacco” nei confronti della vita e dei rapporti umani, riesce quantomeno a scalfire la superficie.

I film di formazione, che affrontano il tema della scuola e delle falle in essa contenute non sono pochi e si potrebbero fare esempi illustri al riguardo. Quelli che lasciano il segno e coinvolgono enormemente lo spettatore non sono invece molti. Questo Detachment – Il Distacco, però, riesce ad attirare tutte le nostre attenzioni e a farci entrare in empatia coi personaggi e con le storie che li riguardano. Ciò che rende dunque particolare quest’opera che affronta un tema sociale di non poco conto è la qualità dello sguardo narrativo e registico (del resto Tony Kaye ci aveva già stupiti con American History X) e il perfetto assemblaggio di un cast su cui spicca un Adrien Brody superbamente intenso e comunicativo accompagnato da altre star degne di note come Lucy Liu, la Christina Hendricks del telefilm Mad Men, Marcia Gay Harden, James Caan e il Bryan Cranston di Breaking Bad in un cameo. La precarietà esistenziale e sentimentale del professore protagonista fa da specchio a quella dei suoi colleghi e, soprattutto, dei suoi studenti che vivono in uno stato confusionario la percezione della propria identità e del proprio posto nel mondo. Confusione che vien ben raccontata tramite il ricorso a diversi linguaggi filmici, partendo dalla patina documentaristica iniziale con camera a mano e interviste varie, passando per l’utilizzo di inquadrature sghembe e di sequenze metaforiche (come quella in cui il professore si ritrova a leggere i versi de La Caduta Della Casa Di Usher di Edgar Allan Poe all’interno dell’aula completamente e letteralmente distrutta), senza tralasciare inserti animati con delle lavagnette sulle quali dei gessi danno vita alle sensazioni dei protagonisti, e non dimenticando la dimensione onirica (i ricordi prima sfocati poi sempre più vividi di un evento passato traumatico) e drammatica, senza esagerazioni di sorta. Sono tre, infatti, i personaggi che rendono meno inflessibile quel distacco che dà il titolo al film: una ragazzina prostituta che Henry prende sotto la sua ala protettrice per cercare di darle una direzione, una studentessa con problemi di autostima e di stima paterna, dotata però di uno spiccato senso artistico (interpretata dalla figlia dello stesso regista) e una giovane collega che comincia a provare per lui un interesse sentimentale. Nel mezzo si pone la figura del nonno in fin di vita, figura che lo tiene ancorato ad un passato doloroso e insostenibile, ma che gli fa comprendere il suo stato di incomunicabilità e impenetrabilità. Stato che non contraddistingue assolutamente il film, decisamente in grado di creare il giusto grado di interesse e, in prima istanza, coinvolgimento emotivo.

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