Million dollar baby

Un ex pugile, ora allenatore, si ritrova senza il suo pupillo, in compagnia dell’amico di sempre che lo aiuta a gestire la sua palestra. Un giorno, però, arriva una ragazza che pretende a tutti i costi di essere allenata da lui. Dopo l’iniziale riluttanza dell’uomo coriaceo, cinico e scorbutico, i due cominceranno a lavorare insieme, fino a quando non stabiliranno un grande rapporto di amicizia, rotto poi da un terribile incidente capitato alla ragazza, durante il combattimento contro la campionessa del mondo dei pesi Welter, scorretta e crudele. La giovane sportiva, si ritroverà così immobilizzata in un letto, costretta a rinunciare a tutti i suoi sogni e ad un futuro dignitoso, desiderosa di porre fine alle sue sofferenze. Il problema è che non potrà farlo da sola…

Quando abbiamo bisogno di emozionarci, di provare forti sensazioni e di immergerci completamente in una realtà diversa dalla nostra, quello che facciamo solitamente è affidarci alla magia di un’opera letteraria, teatrale, artistica o filmica. In quest’ultimo caso tra gli esempi più lampanti di cinema possente, ricco di pathos e contenente una enorme forza tellurica in grado di scuotere profondamente le nostre interiorità, c’è senza ombra di dubbio lo straordinario film di e con Clint Eastwood, “Million dollar baby”. Incentrato sul mondo dello sport, genere già di per sé ricco di sentimenti ed emozioni, il film vira poi fortemente sul sociale con un tema di scottante attualità e grande carica di coinvolgimento, come quello dell’eutanasia, attraversando anche un suggestivo rapporto di amicizia e di grande affetto tra i due attori protagonisti, tra cui una estremamente toccante Hillary Swank premiata giustamente con l’Oscar. Rapporto che si arricchisce di un’intensità e una profondità sconvolgente, anche in considerazione del carattere difficile e diffidente dell’anziano allenatore, in grado poi di esibirsi in gesti d’affetto talmente significativi e commoventi, da far sciogliere anche i cuori più spietati e duri (al centro di questo grande puzzle di emozioni c’è sicuramente il dono da parte dell’ex-pugile alla ragazza, di una vestaglia di seta con su scritto il soprannome gaelico a lei affibbiato, il cui significato scalfirà indelebilmente l’anima dello spettatore). Alle palpitazioni per le gare sportive e per le sfide che la giovane ragazza si ritrova man mano ad affrontare, allora, si aggiunge il batticuore per le varie situazioni solo apparentemente collaterali, come lo strano rapporto del protagonista con la fede e con una figlia che non vede da anni, o l’estrema crudeltà della famiglia della ragazza, interessata solo ed esclusivamente ai suoi soldi. Vengono attraversati così molti temi portanti dell’esistenza, dalla fede alla famiglia, dalla vita alla morte, senza tralasciare sentimenti fondamentali che compongono il percorso di vita di ciascun individuo, partendo dall’amore e dall’amicizia, arrivando alla paura, al coraggio, alla determinazione e raccontando l’immensa potenza di grandi rapporti interpersonali in grado di riempire vuoti e mancanze come nessun’altra cosa al mondo: l’uomo ottiene dalla donna l’affetto che non riceve più dalla figlia, la ragazza reagisce all’assenza della sua famiglia, trovandone una nella palestra gestita dall’ex-pugile. Impossibile, quindi, non empatizzare con i due intensissimi protagonisti di questo film e, soprattutto, con le loro personalissime, ma al tempo stesso universali sofferenze estreme, che siano esse fisiche, psicologiche, etiche o morali. E quello che più riuscirà a sconvolgere la nostra quiete, già scossa da riflessioni di non poco conto e da struggenti passaggi narrativi, è la scelta cruciale che contrassegna indelebilmente l’intimissimo rapporto tra i due. Una scelta di morte e di addio, che però nasconde dentro di sé un inusitato afflato di indelebile e immenso amore.

J. Edgar

REGIA: Clint Eastwood
CAST: Leonardo Di Caprio, Judi Dench, Naomi Watts, Armie Hammer, Josh Hamilton
ANNO: 2012

Vita morte e miracoli di J. Edgar Hoover, fondatore e poi direttore per cinquant’anni dell’FBI. Tra rapporti con i più potenti d’America e questioni private, una figura molto complessa e sfaccettata percorre un pezzo di storia degli Stati Uniti.

Come al solito ci aspettavamo il capolavoro, soprattutto per aprire l’anno con una pellicola che avremmo voluto indimenticabile e immensa. Ancora una volta non abbiamo visto avverarsi i nostri desideri di grandi e risoluti ammiratori dell’inossidabile e comunque sempre inimitabile Clint Eastwood. Qualcosa, però, è sicuramente cambiato rispetto allo scontatissimo “Invictus” e al traballante “Hereafter”, ultime due opere del maestro, seguenti lo straordinario “Changeling” e l’immenso “Gran Torino”. Come ambientazione e atmosfere siamo dalle parti della pellicola con protagonista la sofferente Angelina Jolie, ma i paragoni terminano qui, dal momento che “J. Edgar”, pur essendo comunque un ottimo film sotto diversi punti di vista, non riesce a possedere una forza tellurica e coinvolgente, risultando a conti fatti privo di pathos e coinvolgimento emotivo ai massimi livelli, tranne qualche raro guizzo, e non riuscendo a contenere nemmeno delle grandi riflessioni sul cinema stesso, così come avvenuto nell’ultimo film con Eastwood come protagonista, salvo anche qui alcuni passaggi comunque abbastanza suggestivi.

Se da un lato, infatti, riusciamo ad empatizzare ed emozionarci quando scrutiamo i profondi rapporti affettivi, castrati e castranti, con i personaggi chiave della storia (la madre con lo sguardo duro e agghiacciante di Judi Dench, il braccio destro con la dolce espressione di Armie Hammer, la segretaria con l’aspetto austero di Naomi Watts), dall’altro notiamo una certa discontinuità di toni quando affrontiamo la figura pubblica del protagonista. Del resto abbiamo avuto modo di constatare che in relazione a figure emblematiche della storia americana, viste sotto la luce dei riflettori e raccontate con il metodo del classico biopic, Eastwood non è riuscito a raggiungere gli stessi altissimi risultati  riscontrati in opere che hanno scavato nella più profonda intimità dei protagonisti. Le due anime di “J. Edgar”, quindi, stanno ben a riassumere questa dualità della filmografia del regista.

Tornando al sottotesto e all’impianto se vogliamo metacinematografico di un grande lavoro come il succitato “Gran Torino”, ma non solo, possiamo comunque riscontrare in quest’ultimo film la presenza di un discorso molto interessante sul binomio reale-fantastico in relazione al mezzo cinema, alla narrazione su grande schermo, così come raccontato in maniera intensa e appassionante in “J. Edgar”, in un pre-finale caratterizzato da potenti immagini che svelano l’inconsistenza e la magia di alcuni racconti, siano essi composti di immagini o di parole.

E’ per questo che l’espediente di far partire il tutto dalla dettatura del protagonista delle proprie memorie e l’inusuale costruzione per flashback cronologicamente scollegati risultano sicuramente indicati al tipo di concetto che striscia sotto il più evidente resoconto della vita di uno dei personaggi più influenti d’America, ma di rimando soprattutto dell’identità di un intero paese, attraverso l’apparente collateralità di eventi, personaggi e fatti storici. Grazie anche ad un profondo lavoro sul personaggio principale, perfettamente interpretato da un Leonardo Di Caprio in odore di Oscar, “J. Edgar” assume uno spessore non indifferente, ricordandoci la grandezza di altri personaggi scolpiti ormai nella memoria cinematografica, e cioè l’Andreotti de “Il divo” e il Foster Kane di “Quarto potere” (l’archivio segreto, le connessioni con i più potenti, la solitudine esistenziale, le difficoltà interpersonali, la smania di potere e di protagonismo, e si potrebbe continuare a lungo). Peccato, dunque, ritrovarci poi di fronte a diverse cadute di stile con forzate sottolineature del melodramma in alcuni casi e con sequenze posticce ed evitabili in altri, ferma restando comunque la qualità registica sempre indiscutibile quando parliamo di un autore imprescindibile come Clint Eastwood.

Pubblicato su www.livecity.it