Cosmopolis

REGIA: David Cronenberg
CAST: Robert Pattinson, Juliette Binoche, Paul Giamatti, Kevin Durand, Sarah Gordon, Matheiu Amalric
ANNO: 2012

 

Erick Parker, giovane miliardario re della finanza, attraversa tutta New York in limousine per andare dal barbiere. Passerà un’intera giornata ad elucubrare sulla sua situazione economica ed esistenziale, mentre in città scoppia una rivolta e la sua incolumità fisica viene messa a repentaglio dalle minacce di uno sconosciuto attentatore.

Presentato a Cannes e distribuito finalmente anche in sala, l’ultimo sorprendente e sfaccettato lavoro di Cronenberg lascia ad occhi spalancati o più che altro a mente aperta. Trattasi, infatti, di un film che coinvolge l’intelletto piuttosto che la vista, di una cervellotica ma intensissima e suggestiva riproposizione del romanzo di DeLillo datato 2003, ma ancora tristemente e profondamente attuale. Nonostante il regista ci abbia abituato ad un cinema più carnale e sanguigno (fatta esclusione del precedente “A dangareous method”, forse fin troppo calligrafico e di maniera), questa sua svolta intimistica non lascia indifferenti e anzi crea un consistente coinvolgimento grazie all’abilissima costruzione dei dialoghi e delle inquadrature. Dialoghi intrisi di fondamentali riflessioni e considerazioni sull’era moderna e sull’essere umano fagocitato dalla stessa, sulla materialità della vita e sull’ormai incessante e irrefrenabile scorrere del tempo, sul rapporto tra persona e materia, sul sistema economico e sul suo essere sempre più dipendente dalla cibernetica e dai calcoli infinitesimali. Dialoghi inframmezzati da deflagranti silenzi che costituiscono forse la parte più coinvolgente della pellicola. Il tutto espresso e raccontato tramite la significativa figura del giovane protagonista e della sua altrettanto emblematica limousine, simulacro dell’intera essenza della vita di quest’uomo forse per la prima volta in preda ai dubbi sulla sua esistenza e sulla realtà sociale, economica ed etica alla quale appartiene. Limousine che ovviamente finirà per perdere il suo aspetto iniziale, una volta che il viaggio di vera e propria formazione compiuto dal miliardario giungerà al termine. Cambiamento che rispecchia quello dello stesso ragazzo, in preda ad una crisi che è più che altro una presa di coscienza in grado di fargli comprendere la sua precedente cecità nei confronti dell’imprevedibile, dell’oscuro, dell’asimmetrico (di qui le ficcanti e molto comunicative metafore del suo taglio di capelli, del suo matrimonio senza sesso o della sua prostata, tutti, appunto, asimmetrici). Un vero e proprio viaggio verso gli inferi con tanto di incontri illuminanti che faranno precipitare il protagonista sempre più verso il baratro, per l’incapacità di sopportare il peso del fallimento e per la visione sempre più limpida delle proprie mancanze e delle proprie errate convinzioni di saper perfettamente prevedere il futuro, di poter risolvere qualsiasi questione con un click o con un ordine ai suoi dipendenti. L’opera, quindi, è quasi totalmente ambientata in questo micromondo (la limousine supertecnologica e megaconfrotevole) che sembra non risentire al suo interno della rivoluzione che avviene fuori (la rivolta può essere vista come una vera e propria apocalisse raccontata per ellissi), ma che pian piano sembrerà imprigionare il ragazzo in una spirale senza via d’uscita. La claustrofobia, infatti, è l’altro elemento caratterizzante l’opera, paradossalmente anche quando usciamo dall’auto per vedere come Erik se la cava nel mondo, non riuscendo però a stabilire un contatto con la moglie sposata da poco per convenienza, desiderando di provare forti emozioni facendosi colpire dal teaser della guardia del corpo col quale è andato a letto, sorridendo ad una tavola calda all’assalto di due rivoluzionari “armati” di topi.

“Si muore ogni giorno, si muore anche nel week-end”, continua a ripetere il ragazzo per giustificare le visite mediche giornaliere che avvengono anch’esse all’interno dell’auto dove praticamente vive la sua vita, facendo sesso con una bella donna, discutendo con i suoi dipendenti, portando a termine le sue funzioni fisiologiche. Affermazione che dimostra il sempre più instabile equilibrio di Erik che cerca di trovare un punto fermo nel maledetto taglio di capelli, l’unica cosa che si impunterà di fare all’esterno, ma che lascerà, ancora una volta, asimmetrica e incompleta, così come il bellissimo finale (con un Paul Giamatti imperdibile), che ci lascia in sospeso al pari della stessa esistenza di Erik, e di rimando dell’umanità intera.

Pubblicato su www.livecity.it