La fuga di Martha

REGIA: Sean Durkin
CAST: Elizabeth Olsen, John Hawkes, Sarah Paulson, Hugh Dancy
ANNO: 2012

Martha fugge da una comune che comincia a sentire asfissiante e ricontatta la sorella che non vedeva e sentiva da almeno due anni. Questa cerca di capire i disagi e le difficoltà della ragazza, ma lei non riesce più a distinguere il passato dal presente, gli atteggiamenti corretti da quelli scorretti, le dimostrazioni di affetto o la voglia di possesso.

“La fuga di Martha” rappresenta due esordi di non poco conto: quello alla regia di Sean Durkin che firma un’opera molto intensa e sfaccettata e quello alla recitazione di Elizabeth Olsen che regge sulle sue spalle l’intero film e ci fa entrare in empatia col suo personaggio e con le sue turbe psicologiche grazie ad una interpretazione decisamente coinvolgente. Così come meglio esplica il titolo originale (“Martha Marcy May Marlene”), infatti, la pellicola usa la storia della setta libertina e poi della famiglia borghese e perbene, solo per metaforizzare l’alienazione di questa ragazza che fatica a trovare un posto nel mondo, ma soprattutto una sua identità, rifugiandosi appunto nelle due realtà diametralmente opposte, ma similari nel non riuscire a comprenderla e nell’instradarla verso un’individualità ormai scomparsa. Da qui l’utilizzo dei tre nomi differenti: Martha è il suo vero nome, quello che ricomincerà ad utilizzare una volta tornata dalla sorella, Marcy May è quello affibbiatole dal capo della comune, Marlene è il nome in codice utilizzato da tutte le donne della setta per rispondere al telefono. Si capisce, quindi, la confusione della ragazza nel ritrovare la sua personalità, distrutta dalla spersonalizzazione subita all’interno della comune, in cambio della parvenza di un affetto forse mai realmente ricevuto. Il ritorno alla convenzionalità per questo sarà decisamente doloroso e difficoltoso, come dimostra il fatto che spesso Martha non riesce a capire se quello che sta vivendo, il ritorno a casa, sia un sogno o la realtà o, addirittura, se quello che sta vivendo sia successo prima ancora di conoscere il leader della setta che l’ha completamente prosciugata e modellata a suo volere (quel John Hawkes sempre più al centro di opere interessanti e significative, si ricordi il bellissimo “Un gelido inverno”). Al di là della bravura recitativa degli interpreti, come dicevamo, è la regia che colpisce profondamente sposandosi alla perfezione con le atmosfere e col senso di spaesamento provato dalla protagonista e intelligentemente trasmesso anche allo spettatore. Con lentissimi  e ampi movimenti della macchina da presa, Durkin restringe sempre più il campo fino ad imprigionare la stessa Martha nell’inquadratura, mostrando dapprima l’illusoria ampiezza degli spazi e poi la reale prigionia della ragazza, sempre più schiava degli spazi in cui si muove (dapprima nella comune, ma poi anche nella grande casa delle vacanze della sorella e del cognato). Ad arricchire di significato l’opera e a renderla anche più volutamente confusa, così come la mente di Martha, arriva un montaggio che alterna sapientemente e spesso anche ambiguamente il presente di Martha e il passato di Marcy May, estraniando lo spettatore con passaggi repentini da un luogo all’altro e trasmettendogli appunto la stessa difficoltà della protagonista a discernere le due realtà. Con un finale spiazzante e a tratti raggelante “La fuga di Martha”, premio alla regia al Sundance 2011 e poi selezionato per la sezione Un certain regard al Festival di Cannes nello stesso anno, è un film indipendente che rimane decisamente impresso e si sedimenta lentamente nella mente dello spettatore, richiedendo magari anche una seconda visione.

Pubblicato su www.livecity.it