Mosse vincenti

 REGIA:Tom McCharty
CAST: Paul Giamatti, Amy Ryan, Bobby Cannavale, Jeffrey Tambor
ANNO: 2011

Mike fa l’avvocato ma anche l’allenatore di una squadra di lottatori del liceo. Quando gli viene affidata la tutela di un anziano cliente, decide di incassare la sua pensione e di farlo soggiornare in una casa di riposo. Presto però irromperà nella sua vita il nipote dell’uomo, in fuga da una madre con cui non vuole avere a che fare. Mike scoprirà che il ragazzo è un ottimo lottatore e così instaurerà con lui un rapporto più intenso, fino a quando la tanto odiata madre non farà la sua comparsa sulla scena.

Mosse vincenti - Tom McCarthyPiccolo film indipendente come ormai se ne vedono sempre più spesso, Mosse vincenti trova ovviamente nella semplicità e nella leggerezza il suo maggiore punto di forza. Certo spesso queste due qualità significano anche mancanza di coraggio e di inventiva, risvolti negativi comunque presenti anche in quest’opera che non si distingue notevolmente per particolari guizzi nella narrazione e nella messa in scena.

Trattasi, appunto, di un prodotto sicuramente gradevole e piacevole che racconta di un’amicizia molto particolare tra un uomo adulto che sta perdendo i suoi punti di riferimento e un adolescente che, invece, li sta cercando. Nel mezzo ovviamente la metafora dello sport come vittoria sui propri “fantasmi” personali, utilizzata anche per raccontare i “fantasmi” di un’intera società.

Il regista Tomas McCharty, insomma, continua ad occuparsi di incontri e scontri culturali, così come aveva fatto ben più marcatamente nel precedente L’ospite inatteso dove i due mondi diversi si univano grazie alla musica. Dalle differenti provenienze geografiche si passa alle diverse fasce d’età e il collante non è più la musica, bensì, come suddetto, lo sport. Cambiano gli ingredienti, insomma, però la ricetta è più o meno la stessa, con tutti i retrogusti amarognoli del caso, dal momento che a strisciare potentemente nella narrazione, comunque mai eccessivamente drammatica, è senza ombra di dubbio il problema della grave crisi economica che non risparmia nessuno.

Certo, così come avveniva nel precedente film, anche in questo caso la metafora appare un po’ troppo marcata e di grana grossa. Laddove, infatti, la musica del pianoforte era utilizzata per descrivere la tristezza e il grigiore del protagonista, mentre quella dei bonghi e degli strumenti a percussione per sottolineare la vivacità e la voglia di vivere del ragazzo siriano con cui stabilisce un contatto; in questo caso lo sport della lotta serve a metaforizzare la voglia dei protagonisti di combattere contro le brutture con cui si ritrovano ad avere a che fare e la conseguente voglia di riscatto.

Possiamo però dirci ampiamente soddisfatti di molte qualità di quest’opera arricchita da un’ottima colonna sonora, ma soprattutto da un sempre imperdibile e soddisfacente Paul Giamatti, ormai re di un certo cinema indipendente, capace con la sua sola presenza di dare valore a qualsiasi film.

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