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Detachment – Il Distacco

REGIA: Tony Kaye
CAST: Adrien Brody, James Caan, Marcia Gay Harden, Lucy Liu, Christina Hendrick, Bryan Cranston, Tim Blake Nelson
ANNO: 2012

Henry Barthes, di professione “supplente”, si ritrova ad insegnare per un mese in una scuola di periferia degradata, frequentata da ragazzi sbandati e privi di prospettive per il futuro. I suoi superiori e colleghi sembrano ormai arresi al sistema di cui fanno parte, mentre lui, anche grazie al suo “distacco” nei confronti della vita e dei rapporti umani, riesce quantomeno a scalfire la superficie.

I film di formazione, che affrontano il tema della scuola e delle falle in essa contenute non sono pochi e si potrebbero fare esempi illustri al riguardo. Quelli che lasciano il segno e coinvolgono enormemente lo spettatore non sono invece molti. Questo Detachment – Il Distacco, però, riesce ad attirare tutte le nostre attenzioni e a farci entrare in empatia coi personaggi e con le storie che li riguardano. Ciò che rende dunque particolare quest’opera che affronta un tema sociale di non poco conto è la qualità dello sguardo narrativo e registico (del resto Tony Kaye ci aveva già stupiti con American History X) e il perfetto assemblaggio di un cast su cui spicca un Adrien Brody superbamente intenso e comunicativo accompagnato da altre star degne di note come Lucy Liu, la Christina Hendricks del telefilm Mad Men, Marcia Gay Harden, James Caan e il Bryan Cranston di Breaking Bad in un cameo. La precarietà esistenziale e sentimentale del professore protagonista fa da specchio a quella dei suoi colleghi e, soprattutto, dei suoi studenti che vivono in uno stato confusionario la percezione della propria identità e del proprio posto nel mondo. Confusione che vien ben raccontata tramite il ricorso a diversi linguaggi filmici, partendo dalla patina documentaristica iniziale con camera a mano e interviste varie, passando per l’utilizzo di inquadrature sghembe e di sequenze metaforiche (come quella in cui il professore si ritrova a leggere i versi de La Caduta Della Casa Di Usher di Edgar Allan Poe all’interno dell’aula completamente e letteralmente distrutta), senza tralasciare inserti animati con delle lavagnette sulle quali dei gessi danno vita alle sensazioni dei protagonisti, e non dimenticando la dimensione onirica (i ricordi prima sfocati poi sempre più vividi di un evento passato traumatico) e drammatica, senza esagerazioni di sorta. Sono tre, infatti, i personaggi che rendono meno inflessibile quel distacco che dà il titolo al film: una ragazzina prostituta che Henry prende sotto la sua ala protettrice per cercare di darle una direzione, una studentessa con problemi di autostima e di stima paterna, dotata però di uno spiccato senso artistico (interpretata dalla figlia dello stesso regista) e una giovane collega che comincia a provare per lui un interesse sentimentale. Nel mezzo si pone la figura del nonno in fin di vita, figura che lo tiene ancorato ad un passato doloroso e insostenibile, ma che gli fa comprendere il suo stato di incomunicabilità e impenetrabilità. Stato che non contraddistingue assolutamente il film, decisamente in grado di creare il giusto grado di interesse e, in prima istanza, coinvolgimento emotivo.

Pubblicato su http://www.ithinkmagazine.it

 

Le vie del signore sono finite

Massimo Troisi e il suo folle amore psicosomatico

Da quando c’e lui… treni in orario, e tutto in ordine! Per fare arrivare i treni in orario, però, se vogliamo, mica c’era bisogno di farlo capo del governo: bastava farlo capostazione…”, questa è una delle citazioni più pregnanti e significative del film Le Vie Del Signore Sono Finite, diretto, sceneggiato e interpretato dall’indimenticabile e mai abbastanza compianto Massimo Troisi.

Nel film è Camillo Pianese e si riferisce ovviamente a Mussolini, dal momento che l’opera è ambientata durante l’era del fascismo nel piccolo paesino immaginario di Acquasalubre che dovrebbe trovarsi in Campania. Le riprese della pellicola uscita nel 1987, però, sono state effettuate a Lucera in provincia di Foggia, di cui sostanzialmente riusciamo a riconoscere la piazza della Cattedrale.

Stiamo parlando di una commedia drammatica sentimentale, sia permesso l’ossimoro, dal momento che il protagonista è un paralitico psicosomatico che si ritrova su una sedia a rotelle a causa del suo amore nei confronti di una ragazza francese (Jo Champa), la quale l’ha lasciato per un biondino slavato. Camillo, allora, somatizza il suo dolore per Vittoria, così si chiama la donna, ma ritorna magicamente a camminare quando viene a sapere che questa ha lasciato il nuovo fidanzato.

Nel frattempo, però, di ritorno da un viaggio a Lourdes con suo fratello Leone (Marco Messeri), il quale ha come unisco scopo di vita quello di prendersi cura di lui, fa la conoscenza di un vero paralitico, Orlando (Massimo Bonetti) e per non fargli pesare la sua guarigione continua a fingere di non riuscire a camminare, fino a quando ovviamente non verrà scoperto.

Di mezzo ci sarà un arresto a causa della battuta sul Duce di cui sopra (che gli costa una denuncia da parte di una donna con cui voleva sistemare Orlando) e la separazione da Vittoria e dalla sua famiglia durante la quale avrà sospetti su una presunta tresca tra la donna e il migliore amico. Il tutto si concluderà, però, in maniera molto toccante.

Attraversato da venature molto poetiche ed emozionanti, le musiche intense e coinvolgenti sono di Pino Daniele, Le Vie Del Signore Sono Finite ha anche una componente ironica e irresistibile costituita sostanzialmente dalla dialettica e dalla presenza scenica del mitico Troisi che ci fa riflettere e sorridere al tempo stesso con una serie di battute e considerazioni sull’essere umano e sul suo posto nel mondo.

Pubblicato su http://www.ithinkmagazine.it

 

True Blood

True blood: sesso o non sesso? Questo è il dilemma…

True Blood

Sembrerebbe che per Alan Ball, l’autore del serial, Charlene Harris, la scrittrice dei romanzi, e i vari attori protagonisti, non si tratti affatto di un dilemma, dal momento che in ogni episodio, o quasi, del telefilm giunto alla sua quinta stagione non manca mai una scena di nudo integrale o di sesso, più o meno spinto.

Il dilemma, però, è dello spettatore che si domanda se queste scene siano sempre giustificate o utili al proseguimento della trama o interessanti per l’introspezione dei vari personaggi. Come dicevano gli antichi, e i vampiri più anziani lo sapranno benissimo, “in medio stat virtus”. Con questo vogliamo affermare che molto spesso le scene in questione hanno arricchito notevolmente la serie anche di contenuti e tante altre volte, invece, sono state inserite per attirare più spettatori, per creare uno stupore maggiore, per far parlare di sé, per allinearsi alla media dei telefilm della HBO, da sempre incentrata su sesso e violenza come due caratteri predominanti anche se non singoli.

True blood2Basti pensare alla scorsa stagione, la quarta, in cui è scoppiata l’irrefrenabile passione tra Sookie (la sempre più svampita Anna Paquin) e il vampiro Eric (l’insostituibile e apprezzabilissimo Alexander Skarsgard). Sesso ovunque, sotto la doccia, nel letto della stanzetta immacolata di Sookie, in scenari da favola, avvinghiamenti, sospiri, baci, abbracci, ma anche molta sensualità e ardore. Saranno stati contenti i fan della coppia, in contrasto con quelli che tifano per la fatina e il tenebroso Bill (Stephen Moyer, nella vita reale consorte della Paquin), un po’ meno coloro che avrebbero voluto vedere più avanzamenti della trama e più sostanza narrativa.

Ma il sesso, ovviamente, è stato elemento preponderante dall’inizio del telefilm, sin dalla prima stagione, anche perché i vampiri sono metafora di molte questioni in “True Blood”, tra le quali, appunto, la libertà sessuale che li contraddistingue, in contrapposizione all’ipocrita puritanesimo americano di provincia ben rappresentato da vari personaggi di contorno. Come scordarsi le strabilianti performance del tenerissimo Jason (ormai più idiota che mai), sensuale fratello di Sookie che non riesce a resistere a nessuna donna?

true blood3Ma nel corso delle stagioni sono stati molti i personaggi ad esibirsi in sequenze piccanti e molto spinte, come la giovane Jessica (la bellissima Deborah Ann Woll), dapprima innamoratissima del timido e vergine Hoyt, poi catturata dal sex appeal di Jason; o Sam che non ha perso tempo dietro a Sookie, di cui era inizialmente innamorato, per voltare pagina con numerose ragazze, tra le quali persino l’amica di sempre Tara (ormai sempre più lagnosa e insostenibile). Non possiamo, inoltre, non citare il licantropo Alcide e la sua fidanzata Debbie, che più di una volta si sono esibiti in “performance” di alto livello.

Potremmo fare un elenco davvero corposo, dal momento che, lo ripetiamo, il sesso è l’elemento preponderante del telefilm, insieme all’ironia e alla fantasia. Attenendoci alla quinta stagione, da poco cominciata e giunta al suo quinto episodio, possiamo dire che addirittura lo sceriffo Andy Bellfleur si è dato “alla pazza gioia” con una strega che lavora nel locale di Sam e poi anche con una fatina decisamente irresistibile.  Abbiamo anche il reverendo Newlin, trasformato in vampiro e finalmente libero di esprimere la sua natura di omosessuale e il suo amore indirizzato, ovviamente, verso Jason.

True blood_4Ma il personaggio che meglio esprime la sessualità intrigante, sfrenata e suadente dei vampiri è la storica Salomè (l’italianissima Valentina Cervi) che con il suo ancheggiare sinuoso, il suo sguardo penetrante, il suo corpo esposto con eleganza e ardore, ha conquistato non solo Roman, il capo dell’autorità dei vampiri con cui Eric e Bill devono fare i conti, ma anche l’attenzione dei due vampiri, che di certo avranno notato il suo fascino ammaliante. Del resto dopo che Sookie ha piantato entrambi in asso, dovranno pur rifarsi gli occhi con una bellezza decisamente più interessante! Ma la fatina non si arrende e infatti si butta tra le braccia del fisicato Alcide, lasciando i due di stucco.

Quello che appare chiaro, insomma, è che sesso e vampiri sono due cose inseparabili, insieme alla libertà, all’uguaglianza e alla presenza di caratteri forti e passionali. Un mondo che invece di farci paura ci affascina enormemente, segno questo che la Harris e Ball hanno svolto bene questa parte del loro lavoro.

Pubblicato su http://www.supergacinema.it

 

Episodes e Don’t trust the b—- in apartment 23: autoironia e metatelevisione

Ormai quella dei serial tv americani non è più solo una tendenza, dal momento che se ne producono e mandano in onda in numero quasi spropositato. La serialità, insomma, sembra essere una buona strada per esprimersi più compiutamente e per avere maggiore visibilità. E se di prodotti scadenti e commerciali è pieno il palinsesto statunitense, ciò non toglie che negli ultimi anni si è registrato un fenomeno rincuorante, oltre che foriero di parecchi spunti di riflessione sui mezzi comunicativi. Parliamo del carattere estremamente cinematografico di molte produzioni televisive e dell’alto livello qualitativo e formale delle stesse.

Generalmente sono le reti via cavo a dare maggiori soddisfazioni in questo senso, la HBO su tutte, anche se non sono mancate e non mancano cadute di stile, e fermo restando il fatto che anche su altre reti abbiamo avuto e abbiamo ancora modo di assistere alla messa in onda di ottimi prodotti. Quando parliamo di qualità, però, pensiamo subito a serie drammatiche o di genere, senza considerare, invece, un’importante e significativa fetta delle opere televisive. Parliamo delle cosiddette sitcom, tutte in qualche modo eredi e debitrici del mitico e indimenticabile “Friends”.

Alcune di esse sono ormai delle certezze, nonostante il calo dovuto dopo anni di programmazione. Pensiamo a “The big bang theory” o “How I met your mother”. Altre sono ormai concluse ma hanno lasciato un segno indelebile, come ad esempio “Scrubs”, “My name is Earl” e “Arrested development”. Altre ancora pur essendo recenti hanno conquistato il favore di pubblico e critica, si pensi a “Raising hope” e “New girl”.

Le due sitcom che prenderemo in considerazione, però, hanno un particolare in comune e cioè in qualche modo sono incentrate sull’autoironia e la grande capacità di prendersi in giro di due attori che si esibiscono nella parte di se stessi e giocano con le loro manie, i loro tic, i loro difetti. Stiamo parlando di “Episodes”, da poco ripartito in America con la sua seconda stagione, e “Don’t trust the b—- in apartment 23” che invece sta arrivando al termine della sua prima stagione.

Nel primo telefilm, incentrato sulle peripezie e le perplessità di una coppia di autori e sceneggiatori di una sitcom inglese chiamati a lavorare sul remake americano, il vero mattatore è l’indimenticabile Matt LeBlanc, l’irresistibile Joey di “Friends”, che interpreta se stesso e che si ritrova dopo anni ad avere un ruolo da protagonista, dovendo combattere coi suoi limiti di uomo e di attore. Nella seconda sitcom, avente come protagoniste due ragazze diametralmente opposte che si ritrovano a convivere a New York, la vera sorpresa è il sorprendente James Van Der Beek, anch’egli nei panni di un se stesso un po’ dimenticato da tutti, che però fa il possibile per risalire la cresta dell’onda, partecipando a programmi come “Dancing with the stars”, fornendo la sua immagine per pubblicità di dubbio gusto e dando lezioni di recitazione nelle quali finisce immancabilmente a parlare di “Dawson’s creek”, telefilm che l’ha visto protagonista per sei stagioni, al termine del quale però non ha più lavorato seriamente.

Se “Episodes”, trasmesso dalla Showtime, recitato ottimamente e accompagnato da una perfetta colonna sonora, è contrassegnato da un’ironia più sottile e mirata, volta ovviamente a sorridere ma anche a riflettere sul mezzo televisione e sul fenomeno della serialità; “Don’t trust the b—- in apartment 23”, mandato in onda dalla ABC, risulta più immediato e trascinante, portando comunque ad una serie di considerazioni similari, anche se più scoperte e immediate, tramite le avventure tragicomiche del protagonista maschile. Entrambi i telefilm, comunque, pur essendo di nicchia, dimostrano come sia possibile riuscire a far ridere con intelligenza e acume, lasciando spazio anche ai contenuti.

Pubblicato su http://www.paperstreet.it

 

I CARDIOPHOBIA entrano nella “scuderia” di I Think

I CARDIOPHOBIA entrano nella “scuderia” di I Think

Da oggi l’Ufficio Stampa I Think si occuperà della band Cardiophobia, gruppo di quattro musicisti riminesi con uno stile unico ispirato all’alternative rock britannico e al miglior cantautorato italiano, con testi e sonorità particolari e intensi.

 

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LA BAND:

 

Gruppo nato nel 2003 nella provincia di Rimini, i Cardiophobia inizialmente avevano deciso di chiamarsi “Standard Studio”, autopromuovendo il loro primo lavoro datato 2004. Conosciutisi sui banchi di scuola i quattro musicisti hanno cominciato ad esibirsi sia sui più importanti palchi dell’Emilia Romagna, sia all’interno di concorsi per band emergenti di tutta Italia.

Il loro stile alternative rock è particolarmente apprezzato e riconosciuto anche grazie alle loro liriche degne della tradizione cantautorale del passato, frammista a sonorità che raccolgono l’esperienza del rock alternativo italiano, ma anche britannico.

Nel 2009 arrivano secondi al Sanremo Rock Festival con il demo Vol.1.

Nel 2010 cominciano a lavorare al proprio album di debutto intitolato Cardiophobia e caratterizzato da una maturità sonora e compositiva scaturita da un’ansia profonda e costante, grazie alla quale prendono vita dei testi pungenti e tendenti a rappresentare uno status generazionale.

L’album è uscito il 1 Maggio 2011 in tutti i digital stores e l’11 Giugno 2011 in distribuzione fisica sotto l’etichetta indipendente Settembre Records.

La band ha recentemente partecipato alle selezioni finali del concorso Jack On Tour (tra i 16 finalisti scelti direttamente dagli Afterhours) con un live a Catania lo scorso 23 settembre in apertura ai Linea 77. I Cardiophobia sono stati inoltre selezionati per il Riverock Festival, prestigioso evento in cui hanno aperto, l’11 Gennaio 2012, il concerto di Roberto Dell’Era feat Rodrigo D’Erasmo (Afterhours).

I CARDIOPHOBIA sono :

Eugenio Giovanardi ‘84 (chitarra)

Lorenzo Amati ‘84 (batteria)

Andrea Bartolini ‘84 (basso)

Giulio Zannini ‘84 (voce e chitarra)

CARDIOPHOBIA: ancora disponibile l’incredibile album d’esordio della band riminese

 

L’arte migliore è quella in cui la mano, la testa e il cuore di un uomo procedono in accordo.

John Ruskin

Si può sicuramente andare con la mente ai Cardiophobia, gruppo rock alternativo di Rimini, dopo aver letto questo aforisma dello scrittore e critico d’arte inglese. Riferendoci in questo caso alla musica, non possiamo che confermare l’importanza delle emozioni e della qualità quando ci approcciamo all’ascolto di un album.

La musica di questi quattro ragazzi (Eugenio Giovanardi/chitarra e cori, Lorenzo Amati/batteria, Andrea Bartolini/basso, Giulio Zannini/voce e chitarra), è una musica che al tempo stesso possiede un forte impatto emozionale e immediato, ma anche una profondità nei testi e negli argomenti tale da far immergere il fruitore in un ascolto che implica l’utilizzo sia della propria testa che del proprio cuore, appunto.

Esemplare per quanto andiamo dicendo è il loro ultimo lavoro, Cardiophobia, in grado di esprimere tutta l’ansia e il disequilibrio emotivo dal quale scaturisce un insieme di brani che si fanno ascoltare in un colpo solo, coinvolgendoci su tutti i fronti e stimolando la nostra immaginazione e il nostro intelletto.

La lavorazione dell’opera è cominciata nel 2010, ma l’album ha visto la luce il 1 Maggio 2011 in formato digitale e l’11 Giugno dello stesso anno in formato fisico sotto l’etichetta indipendente Settembre Records.

Indipendente com’è lo stile di questo gruppo che nel 2009 si è classificato secondo al Sanremo Rock Festival con il demo Vol. 1 e che l’anno dopo è arrivato finalista a Il Rock è tratto. Senza considerare le importanti tappe nella carriera del gruppo che nel 2011 ha raggiunto la finale  dell’Indie Rocket Festival, aprendo il concerto di Giorgio Canali, e la finale del M.E.I. SUPERSOUND.

Sempre nello stesso anno sono stati scelti dagli Afterhours per il Jack Daniel’s tour e hanno aperto anche il concerto dei Linea 77 ai Mercati Generali di Catania. La loro ascesa, però, non sembra volersi arginare, dal momento che nel 2012 hanno raggiunto anche la finale del Riverock Festival, aprendo il concerto di Roberto Dellera & Rodrigo D’Erasmo all’Urban di Perugia e comparendo con il loro brano, Niente di speciale, in apertura della Riverock Compilation.

Ciascun brano di quest’opera complessa e intelligente e al tempo stesso intensa e trascinante, con un ritmo mai calante e una capacità di attrattiva non indifferente, è indubbiamente degno di nota.

Non è un caso, quindi, che la band risulti tra le sei finaliste, su 127 partecipanti, del concorso Musica Da Bere 2012, giunto alla sua terza edizione e avente tra i suoi partecipanti artisti come Intercity, Iosonouncane, Brunori SAS, Nada e non solo.

Del resto lo stesso John Ruskin diceva:

Il mondo non può diventare tutto un’officina… come si andrà imparando l’arte della vita, si troverà alla fine che tutte le cose belle sono anche necessarie“.

E a noi sembra proprio che i Cardiophobia siano decisamente necessari.

 

Dicono del disco:

I Cardiophobia producono un album omonimo dai contenuti punk, tra nichilismo e sfiducia nei rapporti umani, e dalle sonorità oscillanti tra leggerezze pop e ruvidità sporche di rock. Le influenze non privano la band di una personalità prorompente, che emerge fin dalla prima traccia dell’album, il cui ritornello non lascia scampo, aggrappandosi all’ascoltatore in modo deciso.

Si attraversano momenti retrò, con il groove del singolo “Come quando piove”. La titletrack ha l’energia struggente di “Muscle Museum” dei Muse, con cui condivide anche qualche lieve somiglianza nell’arrangiamento. Un pugno nello stomaco. Un gran bel disco

-Rockit-

Questo lavoro d’esordio risulta già abbastanza maturo, interessante e furbo al punto giusto. Freschezza e luminosità amalgamano le tracce, dando un senso unico e, se vogliamo, originale all’intero disco

-Rockerilla-

Tutti i brani hanno qualcosa di veramente accattivante: intuizioni, intensità, struggenza, complessità degli arrangiamenti. Puzzano di quell’odore che ti colpisce le narici, tipico della fine dell’adolescenza: la maturità

-Jam Yourself-

Una nota di valore particolare va assegnata alla composizione delle liriche che, nella tradizione cantautorale dei maestri già menzionati sopra, riesce a staccarsi dal cordone ombelicale per produrre testi ombrosi, vera perla del disco

-Extra! Music Magazine-

Un sano pop per Come Quando Piove, un’ipnotica lirica, uno di quei brani che vorresti non finisse mai, come una droga per l’udito. E quando pensi tutto sia finito ecco che riparte più potente di prima creando sorpresa

-Mescalina-

Cardiophobia, soprattutto nella prima metà convince nella sua semplicità, nel suo rock sincero cantato in italiano, parla di paure e rimpianti, di sentimenti e emozioni  come in Niente di Speciale e Settembre (come pretende anche il nome del disco e del gruppo), ma anche dell’ebbrezza e consolazione del vino in Come Quando Piove, e degli errori inevitabili e perseveranti in 2:57 a. m.”

– Rock Shock-

Gli strumenti si amalgamano e sembrano costruire un edificio che ha il suo fascino in qualcosa che potrebbe crollare da un momento all’altro e che invece non lo fa. Mai

-Musica Rovinata-

“La suddetta attenzione permette ai Cardiophobia di riuscire, talvolta, a star fuori dall’immensa massa di colleghi accatastati stretti in un etichetta che molto spesso è sottotitolata già sentito

-Shiver Webzine-

 

SUL WEB

Come Quando Piove (video ufficiale) –> http://www.youtube.com/watch?v=yRiSi0OnhQA

Caro V. torno da te (clip promozionale)       –>  http://youtu.be/l5tUfhoHzLE                                               

-Jack On Tour – Catania (23/09/2011)     –> http://youtu.be/jwwvFt_SNtg                                                   

– Sammaurock live (10/08/2011)         –>     http://youtu.be/tBKEUZjRjhI

 

LINK UTILI:

SITO                           –>  http://www.cardiophobia.it

UFFICIO STAMPA  — > http://www.ithinkmagazine.it/

Ascolta Cardiophobia dell’omonimo gruppo su http://www.jamyourself.com/index.php?option=com_muscol&view=album&id=287

 

Coming soon – 13 Aprile 2012

Battleship affonda tutti

Si parte con un film fantascientifico d’azione ispirato alla notissima battaglia navale: “Battleship” vede tra i protagonisti Liam Neeson e Alexander Skarsgård. Lo spettacolo sarà sicuramente assicurato, per il resto c’è sempre il gioco da tavolo.

Robert Pattinson è il protagonista di “Bel Ami“, un giovane che tenta di farsi strada nella Parigi di allora ricorrendo al suo fascino e alle sue doti fisiche. Passano gli anni, ma non è che le cose siano cambiate poi tanto…

Girato e interpretato da Laura Morante, “Ciliegine” vede l’attrice nei panni di una donna completamente diffidente nei confronti degli uomini, fino a quando ovviamente non arriverà quello giusto. Chissà se anche il film riuscirà a farsi apprezzare come quello giusto.

Ben più promettente sembra essere “Diaz” di Daniele Vicari con Elio Germano e Claudio Santamaria. Al centro dell’attenzione il G8 di Genova del 2001 con una serie di personaggi che da punti di vista diversi ce lo faranno rivivere. Speriamo nella maniera più interessante e coinvolgente possibile.

Si conclude con un altro film italiano, “Poker Generation“: due fratelli molto diversi tra loro intraprendono la strada del poker per aiutare la sorellina affetta da una grave malattia. La famiglia protagonista è sicuramente povera, ma nemmeno il plot di questo film ci sembra poi così ricco.

Pubblicato su http://www.loudvision.it

 

Presentazione del libro “L’anello inutile” di Maria Pia Romano

PRESENTAZIONE DEL LIBRO “L’ANELLO INUTILE” di MARIA PIA ROMANO

31 MARZO 2012 – dalle ore 19,00 presso il Punto Einaudi di Barletta

Un evento targato iThink 

“Un’invocazione a Santu Paulu, un ritmo sincopato, una fascinazione infinita. Quando un mistero è troppo denso, non si può che subirne il fascino, ammutolendo. Forse le cose che più si fanno ricordare nella vita, sono quelle che non riusciamo a capire fino in fondo…”

Questa frase, stampata sul primo risvolto di copertina dell’ultima fatica letteraria dell’autrice e giornalista pugliese Maria Pia Romano, intitolata L’Anello Inutile (Besa Editrice, pp.80, €13,00) ci apre le porte di un libro intenso, da bere in un unico sorso, da inalare avidamente in un unico respiro, percorrendone ogni pagina, passo dopo passo, fino a lasciarsi illuminare e bruciare dalle scintille di fuoco che ardono in ogni parola.

Un libro così intenso non può che essere il protagonista di una presentazione insolita, intesa come un incontro informale, durante il quale lasciarsi trasportare nel mondo rarefatto e poetico che ci circonda e che la Romano riesce a disegnarci intorno con la sola potente forza delle parole: questo – e molto altro – avverrà durante la presentazione del libro L’Anello Inutile, che l‘Associazione Culturale “I Think” ha organizzato, per il 31 Marzo, a partire dalle ore 19,00 nella candida atmosfera della libreria Punto Einaudi di Barletta.

Con la collaborazione dell’Associazione Culturale “La Compagnia Delle Parole”, dello stesso Punto Einaudi e con il patrocinio del Comune di Barletta, il 31 Marzo per un paio d’ore si darà vita ad un sogno, si concretizzerà un mondo perfetto, ben suddiviso nei suoi quattro elementi naturali (Acqua/Aria/Terra/Fuoco), che saranno manipolati e messi in mostra tanto dalle parole dell’autrice, quanto dalle arti affini che sono state coinvolte per danzare insieme, in simbiosi, e per avvolgere completamente lo spettatore in questa visione che in realtà già gli appartiene: un mondo che profuma di Puglia e che ha il sapore della passione ardente, un mondo che sa di mare e di sale e che si materializzerà in maniera realistica di fronte al fortunato pubblico che vorrà assistere a questo evento unico ed esclusivo.

Il 31 Marzo, a partire dalle ore 19,00 presso il Punto Einaudi di Barletta, sito in corso Garibaldi 129.

Segue aperitivo offerto dall’Associazione Culturale “I Think”.

Dicono del libro:

“Con L’Anello Inutile (…) Maria Pia Romano si conferma quella domatrice implacabile di nostalgie arrampicata su sogni ostinati (…). Sogni antichi colorati di parole scritte nell’acqua, nell’aria, nella terra e nel fuoco, gli elementi costitutivi dell’universo fin dai primordi della filosofia, ma anche – a ben vedere – l’ottava sfera, le carte dei tarocchi associate a Hod. Maria Pia è un’istintiva, fa quel che sente, cerca i problemi per trovare i loro doni, cerca la verità nuda, senza abbellimenti, e scopre che l’universo è perfetto e immobile. E pur tuttavia basta un atto d’amore per far cambiare tutto. L’amore è follia pura ed è la chiave di ogni iniziazione”. (Augusto Benemeglio, Espresso Sud)

“Sorsi, respiri, passi e scintille: sono queste le forme che assumono le parole di Maria Pia Romano, tra le voci poetiche più singolari del Mezzogiorno, autrice di una chicca letteraria imperdibile. Una versa incantatrice, una seduttrice che non inganna, che ammalia lasciando sobrio e vigile più che mai il lettore”. (Maria Rosaria Chirulli, Extra)

“La scrittrice Maria Pia Romano, nell’ultima sua opera, di proposito non si discosta troppo dalla sua prima passione: la poesia, amore viscerale per cui ha anche ottenuto importanti riconoscimenti nazionali ed internazionali. Ne L’Anello Inutile (…) l’autrice narra le gesta di un Salento che toglie il fiato e la forza di replicare: un luogo arcano ed antico che anninta ogni energia di resistenza. (…) Un’opera questa scorrevole ed appassionante, dal linguaggio lirico e sentimentale, a tratti vivido; un perscorso narrativo tra le bellezze di un’ambientazione paesaggistica e sociale che preserva e, al tempo stesso capovolge l’ordine di ogni cosa”. (Valentina Nuzzaci, La Gazzetta Del Mezzogiorno) “

Una scrittura come oltrepassamento del visibile, come scoperta di senso, figurazione e, al contempo, trasfigurazione del luog, un universe di cosec he generano le immagini e un tessuto di immagini che rinviano alle cose. Il mare, per esempio e soprattutto. Nel breve romando di Maria Pia Romano, L’Anello Inutile (…) il mare è la metafora stessa della scrittura (oppure, più esattamente, la scrittura è metafora del mare). (…) Se dovessi rintracciare delle coordinate per questa narrazione, le individuerei in Seta di Alessandro Baricco e Neve di Maxence Fermine: soprattutto per la evanescenza delle atmosfere, per quel continuo slittamento da sensazione a sensazione, da impressione ad impressione, per quell’accentuazione delle emozioni e poi anche per la rarefazione lessicale che in qualche tratto diventa vaporosa”. (Antonio Errico, Nuovo Quotidiano di Puglia)

 

Colour from the dark

REGIA: Ivan Zuccon
CAST: Debbie Rochon, Michael Segal, Matteo Tosi, Marisya Kay
ANNO: 2008

Pietro e Lucia vivono in un casolare di campagna con la sorella di lei, Alice, affetta da turbe psichiche. Un giorno, dal pozzo presso cui si procurano l’acqua si scatena una strana potenza che si impossessa prima di Lucia e poi anche degli altri abitanti della casa, scatenando l’inferno.

Nonostante le avversità a cui è andato incontro il regista per riuscire a portare a termine la lavorazione di questa pellicola, si può facilmente e naturalmente asserire, a fine visione, che si tratta di un film decisamente interessante oltre che di ottima fattura sotto molti punti di vista. Un horror che ci fa ricordare nostalgicamente, e forse anche rabbiosamente dato che non è più presente nel nostro panorama cinematografico, quel grande cinema di genere degli anni passati contrassegnato dalle geniali e indimenticabili pellicole di registi cult come Lucio Fulci, Mario Bava e company. La dimostrazione lampante del fatto che il nostro cinema ormai non accetti più pellicole così particolari e indispensabili per gli appassionati del genere, ma decisamente apprezzabili per la loro alta qualità anche per chi ama la settima arte in generale, sta proprio nel desolante e triste “esilio” cinematografico a cui è stato costretto Ivan Zuccon, regista dal talento indiscutibile e dalle idee originali, che non mancano però di omaggiare registi e film di una certa stagione aurea dell’horror italiano e non. In questo caso per esempio non si possono non notare le citazioni “friedkiniane” che si riferiscono alla sua pellicola più famosa, “L’esorcista”, visto che Lucia (interpretata da una bravissima e bellissima Debbie Rochon, icona di un certo cinema horror) viene letteralmente impossessata da una sorta di demone, venuto fuori dal pozzo, che la spinge e costringe a compiere gesti sempre più efferati e terribili. Ma le conseguenze della fuoriuscita del maligno dalle profondità apparentemente tranquille e rassicuranti del pozzo che solitamente è fonte di sostentamento per la famiglia, non si fermano qui, visto che dapprima sembra donare speranza alla povera famiglia vessata anche dai disagi della guerra (la pellicola è ambientata durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale, mostrandoci l’orrore della stessa forse ben più terrificante di quello che colpisce la famiglia di contadini) e poi la fa precipitare nella disperazione e nell’orrore più assoluti. Pietro, il capofamiglia (interpretato da un valente Michael Segal, attore feticcio del regista), rimane davvero sorpreso quando il suo ginocchio riprende a funzionare o quando la sua adoratissima cognata, Alice (interpretata da un’agghiacciante e incisiva Marisya Kay), dopo anni di mutismo riprende a parlare o, meglio ancora, quando il suo orto comincia a dare frutti inaspettati dalle dimensioni e dai colori davvero invitanti. Molto presto però, il delirio si impossesserà di sua moglie Lucia a cominciare da un appetito sessuale fin troppo estremo, fino a giungere ad atti di autolesionismo come quando si infilza un grande coltello nella mano. Ma non finisce qui, perché quando Pietro si accorge che sua moglie ha qualcosa dentro di sé, decide di rinchiuderla nel granaio all’interno del quale la donna è costretta a combattere, soccombendo, contro la potenza che si è annidata dentro di lei. A nulla varranno le visite della sorella adorata o del prete che terminerà la sua opera di esorcismo con un crocifisso conficcato nell’occhio. Proseguendo il racconto della “follia” di Lucia che arriva a fare da contraltare al turbamento psichico di Alice che non si separa mai dalla sua bambola di pezza Rosina, attraverso la quale comunica col mondo esterno (a tal proposito davvero inquietante e ben riuscito l’incipit con la ragazza che si aggira con la sua bambola tra il pozzo e la sua stanza), Ivan Zuccon e conseguentemente lo sceneggiatore Ivo Gazzarrini (collaboratore storico del regista), rendono  notevole “Colour from the dark” (ispirato a “The colour ouf of space”, di Lovercraft, autore a cui Zuccon è molto affezionato), anche per la componente prettamente orrorifica che lo contrassegna, con momenti di alto impatto visivo ed emotivo e con un’altissima resa scenica, grazie anche agli effetti speciali curati da Massimo Storari, l’efficacissimo trucco di Fiona Walsh (davvero riuscitissimi a tal proposito i contrasti tra la natura dapprima rigogliosa e poi sempre più fatiscente, l’amenità della casa di Pietro poi scombussolata dai crocifissi sciolti sul muro e dalle pareti sempre più ricoperte da strane poltiglie e l’aspetto fisico e caratteriale di Lucia, dapprima donna bellissima e dolcissima, poi vero e proprio “mostro” dalle orribili fattezze e comportamenti) e la bellissima fotografia che diviene sempre più cupa man mano che l’orrore si riversa sulle vite dei protagonisti.

 

The experiment

REGIA: Oliver Hirschbiegel
CAST: Moritz Bleibtreu, Christian Berkel, Andrea Sawatzki
ANNO: 2001

 

Un gruppo di uomini decide di partecipare ad un esperimento psicologico consistente nel dividersi in due fazioni, detenuti e guardie, rinchiudendosi per due settimane in un vero e proprio penitenziario. Il problema è che ben presto cominceranno le lotte di potere e trattenere i propri istinti sarà sempre più difficile…

Ispirato all’ormai famoso esperimento carcerario di Stanford del 1971 e basato sul romanzo di Mario Giordano intitolato “Black Box”, questo “The experiment” del 2001 racchiude efficacemente e in maniera estremamente coinvolgente, oltre che intellettualmente stimolante, tutta l’era ormai inarrestabile, ma forse in dirittura d’arrivo, del “grande fratello”, con il consueto occhio che spia i comportamenti umani di persone poste sotto stress e costrette a vivere in condizioni lontane dalla realtà. L’esistenza di determinati ruoli, inoltre, permette di intavolare una serie di riflessioni molto interessanti e decisive sull’antisocialità degli istinti primordiali, sulla sete di potere che caratterizza l’uomo a cui viene data la possibilità di esercitarne anche una minima parte, sulla rabbia difficilmente gestibile in situazioni estreme, sulla spersonalizzazione e disumanizzazione causata dalla costrizione fisica, ma soprattutto psicologica e sulla deindividuazione di elementi riuniti in gruppi, con l’adesione alla massa e la totale perdita della propria unicità. Facendo dell’ambientazione e della regia serrata il suo punto di forza, “The experiment” racconta con un crescendo sempre più ricco di pathos e ritmo, l’escalation di violenza che colpisce sia le guardie che i detenuti, evitando il rischio di manicheizzazione dei personaggi e mostrando luci e ombre di tutti i partecipanti al progetto, senza risparmiare neanche il protagonista assoluto a cui non viene dato banalmente il ruolo di “eroe” incorruttibile e senza macchia. Anzi, spesso sono proprio i comportamenti assunti dal tassista, ex giornalista infiltrato nel progetto per portare a casa uno scoop incredibile, a causare gli avvenimenti più pericolosi e devastanti, fino a quando frenarsi sarà impossibile.

Nonostante l’inserimento di inserti onirici fuori luogo e di una evitabile, oltre che fuori contesto, storia d’amore, l’opera riesce comunque a farsi apprezzare totalmente anche per la qualità recitativa dell’ottimo cast, nonché per la forza narrativa capace di impressionare lo spettatore con una storia realistica e quasi tangibile. “L’esperimento sull’esperimento” da parte del regista Oliver Hirschbiegel qui al suo esordio, insomma, pare decisamente riuscito,  al contrario di quello dei dottori all’interno del film che si ritroveranno ad essere vittime del loro stesso lavoro.

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