Le vie del signore sono finite

Massimo Troisi e il suo folle amore psicosomatico

Da quando c’e lui… treni in orario, e tutto in ordine! Per fare arrivare i treni in orario, però, se vogliamo, mica c’era bisogno di farlo capo del governo: bastava farlo capostazione…”, questa è una delle citazioni più pregnanti e significative del film Le Vie Del Signore Sono Finite, diretto, sceneggiato e interpretato dall’indimenticabile e mai abbastanza compianto Massimo Troisi.

Nel film è Camillo Pianese e si riferisce ovviamente a Mussolini, dal momento che l’opera è ambientata durante l’era del fascismo nel piccolo paesino immaginario di Acquasalubre che dovrebbe trovarsi in Campania. Le riprese della pellicola uscita nel 1987, però, sono state effettuate a Lucera in provincia di Foggia, di cui sostanzialmente riusciamo a riconoscere la piazza della Cattedrale.

Stiamo parlando di una commedia drammatica sentimentale, sia permesso l’ossimoro, dal momento che il protagonista è un paralitico psicosomatico che si ritrova su una sedia a rotelle a causa del suo amore nei confronti di una ragazza francese (Jo Champa), la quale l’ha lasciato per un biondino slavato. Camillo, allora, somatizza il suo dolore per Vittoria, così si chiama la donna, ma ritorna magicamente a camminare quando viene a sapere che questa ha lasciato il nuovo fidanzato.

Nel frattempo, però, di ritorno da un viaggio a Lourdes con suo fratello Leone (Marco Messeri), il quale ha come unisco scopo di vita quello di prendersi cura di lui, fa la conoscenza di un vero paralitico, Orlando (Massimo Bonetti) e per non fargli pesare la sua guarigione continua a fingere di non riuscire a camminare, fino a quando ovviamente non verrà scoperto.

Di mezzo ci sarà un arresto a causa della battuta sul Duce di cui sopra (che gli costa una denuncia da parte di una donna con cui voleva sistemare Orlando) e la separazione da Vittoria e dalla sua famiglia durante la quale avrà sospetti su una presunta tresca tra la donna e il migliore amico. Il tutto si concluderà, però, in maniera molto toccante.

Attraversato da venature molto poetiche ed emozionanti, le musiche intense e coinvolgenti sono di Pino Daniele, Le Vie Del Signore Sono Finite ha anche una componente ironica e irresistibile costituita sostanzialmente dalla dialettica e dalla presenza scenica del mitico Troisi che ci fa riflettere e sorridere al tempo stesso con una serie di battute e considerazioni sull’essere umano e sul suo posto nel mondo.

Pubblicato su www.ithinkmagazine.it

I CARDIOPHOBIA entrano nella “scuderia” di I Think

I CARDIOPHOBIA entrano nella “scuderia” di I Think

Da oggi l’Ufficio Stampa I Think si occuperà della band Cardiophobia, gruppo di quattro musicisti riminesi con uno stile unico ispirato all’alternative rock britannico e al miglior cantautorato italiano, con testi e sonorità particolari e intensi.

 

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LA BAND:

 

Gruppo nato nel 2003 nella provincia di Rimini, i Cardiophobia inizialmente avevano deciso di chiamarsi “Standard Studio”, autopromuovendo il loro primo lavoro datato 2004. Conosciutisi sui banchi di scuola i quattro musicisti hanno cominciato ad esibirsi sia sui più importanti palchi dell’Emilia Romagna, sia all’interno di concorsi per band emergenti di tutta Italia.

Il loro stile alternative rock è particolarmente apprezzato e riconosciuto anche grazie alle loro liriche degne della tradizione cantautorale del passato, frammista a sonorità che raccolgono l’esperienza del rock alternativo italiano, ma anche britannico.

Nel 2009 arrivano secondi al Sanremo Rock Festival con il demo Vol.1.

Nel 2010 cominciano a lavorare al proprio album di debutto intitolato Cardiophobia e caratterizzato da una maturità sonora e compositiva scaturita da un’ansia profonda e costante, grazie alla quale prendono vita dei testi pungenti e tendenti a rappresentare uno status generazionale.

L’album è uscito il 1 Maggio 2011 in tutti i digital stores e l’11 Giugno 2011 in distribuzione fisica sotto l’etichetta indipendente Settembre Records.

La band ha recentemente partecipato alle selezioni finali del concorso Jack On Tour (tra i 16 finalisti scelti direttamente dagli Afterhours) con un live a Catania lo scorso 23 settembre in apertura ai Linea 77. I Cardiophobia sono stati inoltre selezionati per il Riverock Festival, prestigioso evento in cui hanno aperto, l’11 Gennaio 2012, il concerto di Roberto Dell’Era feat Rodrigo D’Erasmo (Afterhours).

I CARDIOPHOBIA sono :

Eugenio Giovanardi ‘84 (chitarra)

Lorenzo Amati ‘84 (batteria)

Andrea Bartolini ‘84 (basso)

Giulio Zannini ‘84 (voce e chitarra)

CARDIOPHOBIA: ancora disponibile l’incredibile album d’esordio della band riminese

 

L’arte migliore è quella in cui la mano, la testa e il cuore di un uomo procedono in accordo.

John Ruskin

Si può sicuramente andare con la mente ai Cardiophobia, gruppo rock alternativo di Rimini, dopo aver letto questo aforisma dello scrittore e critico d’arte inglese. Riferendoci in questo caso alla musica, non possiamo che confermare l’importanza delle emozioni e della qualità quando ci approcciamo all’ascolto di un album.

La musica di questi quattro ragazzi (Eugenio Giovanardi/chitarra e cori, Lorenzo Amati/batteria, Andrea Bartolini/basso, Giulio Zannini/voce e chitarra), è una musica che al tempo stesso possiede un forte impatto emozionale e immediato, ma anche una profondità nei testi e negli argomenti tale da far immergere il fruitore in un ascolto che implica l’utilizzo sia della propria testa che del proprio cuore, appunto.

Esemplare per quanto andiamo dicendo è il loro ultimo lavoro, Cardiophobia, in grado di esprimere tutta l’ansia e il disequilibrio emotivo dal quale scaturisce un insieme di brani che si fanno ascoltare in un colpo solo, coinvolgendoci su tutti i fronti e stimolando la nostra immaginazione e il nostro intelletto.

La lavorazione dell’opera è cominciata nel 2010, ma l’album ha visto la luce il 1 Maggio 2011 in formato digitale e l’11 Giugno dello stesso anno in formato fisico sotto l’etichetta indipendente Settembre Records.

Indipendente com’è lo stile di questo gruppo che nel 2009 si è classificato secondo al Sanremo Rock Festival con il demo Vol. 1 e che l’anno dopo è arrivato finalista a Il Rock è tratto. Senza considerare le importanti tappe nella carriera del gruppo che nel 2011 ha raggiunto la finale  dell’Indie Rocket Festival, aprendo il concerto di Giorgio Canali, e la finale del M.E.I. SUPERSOUND.

Sempre nello stesso anno sono stati scelti dagli Afterhours per il Jack Daniel’s tour e hanno aperto anche il concerto dei Linea 77 ai Mercati Generali di Catania. La loro ascesa, però, non sembra volersi arginare, dal momento che nel 2012 hanno raggiunto anche la finale del Riverock Festival, aprendo il concerto di Roberto Dellera & Rodrigo D’Erasmo all’Urban di Perugia e comparendo con il loro brano, Niente di speciale, in apertura della Riverock Compilation.

Ciascun brano di quest’opera complessa e intelligente e al tempo stesso intensa e trascinante, con un ritmo mai calante e una capacità di attrattiva non indifferente, è indubbiamente degno di nota.

Non è un caso, quindi, che la band risulti tra le sei finaliste, su 127 partecipanti, del concorso Musica Da Bere 2012, giunto alla sua terza edizione e avente tra i suoi partecipanti artisti come Intercity, Iosonouncane, Brunori SAS, Nada e non solo.

Del resto lo stesso John Ruskin diceva:

Il mondo non può diventare tutto un’officina… come si andrà imparando l’arte della vita, si troverà alla fine che tutte le cose belle sono anche necessarie“.

E a noi sembra proprio che i Cardiophobia siano decisamente necessari.

 

Dicono del disco:

I Cardiophobia producono un album omonimo dai contenuti punk, tra nichilismo e sfiducia nei rapporti umani, e dalle sonorità oscillanti tra leggerezze pop e ruvidità sporche di rock. Le influenze non privano la band di una personalità prorompente, che emerge fin dalla prima traccia dell’album, il cui ritornello non lascia scampo, aggrappandosi all’ascoltatore in modo deciso.

Si attraversano momenti retrò, con il groove del singolo “Come quando piove”. La titletrack ha l’energia struggente di “Muscle Museum” dei Muse, con cui condivide anche qualche lieve somiglianza nell’arrangiamento. Un pugno nello stomaco. Un gran bel disco

-Rockit-

Questo lavoro d’esordio risulta già abbastanza maturo, interessante e furbo al punto giusto. Freschezza e luminosità amalgamano le tracce, dando un senso unico e, se vogliamo, originale all’intero disco

-Rockerilla-

Tutti i brani hanno qualcosa di veramente accattivante: intuizioni, intensità, struggenza, complessità degli arrangiamenti. Puzzano di quell’odore che ti colpisce le narici, tipico della fine dell’adolescenza: la maturità

-Jam Yourself-

Una nota di valore particolare va assegnata alla composizione delle liriche che, nella tradizione cantautorale dei maestri già menzionati sopra, riesce a staccarsi dal cordone ombelicale per produrre testi ombrosi, vera perla del disco

-Extra! Music Magazine-

Un sano pop per Come Quando Piove, un’ipnotica lirica, uno di quei brani che vorresti non finisse mai, come una droga per l’udito. E quando pensi tutto sia finito ecco che riparte più potente di prima creando sorpresa

-Mescalina-

Cardiophobia, soprattutto nella prima metà convince nella sua semplicità, nel suo rock sincero cantato in italiano, parla di paure e rimpianti, di sentimenti e emozioni  come in Niente di Speciale e Settembre (come pretende anche il nome del disco e del gruppo), ma anche dell’ebbrezza e consolazione del vino in Come Quando Piove, e degli errori inevitabili e perseveranti in 2:57 a. m.”

- Rock Shock-

Gli strumenti si amalgamano e sembrano costruire un edificio che ha il suo fascino in qualcosa che potrebbe crollare da un momento all’altro e che invece non lo fa. Mai

-Musica Rovinata-

“La suddetta attenzione permette ai Cardiophobia di riuscire, talvolta, a star fuori dall’immensa massa di colleghi accatastati stretti in un etichetta che molto spesso è sottotitolata già sentito

-Shiver Webzine-

 

SUL WEB

-Come Quando Piove (video ufficiale) –> http://www.youtube.com/watch?v=yRiSi0OnhQA

-Caro V. torno da te (clip promozionale)       –>  http://youtu.be/l5tUfhoHzLE                                               

-Jack On Tour – Catania (23/09/2011)     –> http://youtu.be/jwwvFt_SNtg                                                   

- Sammaurock live (10/08/2011)         –>     http://youtu.be/tBKEUZjRjhI

 

LINK UTILI:

SITO                           –>  http://www.cardiophobia.it

UFFICIO STAMPA  — > http://www.ithinkmagazine.it/

Ascolta Cardiophobia dell’omonimo gruppo su http://www.jamyourself.com/index.php?option=com_muscol&view=album&id=287

Coming soon – 13 Aprile 2012

Battleship affonda tutti

Si parte con un film fantascientifico d’azione ispirato alla notissima battaglia navale: “Battleship” vede tra i protagonisti Liam Neeson e Alexander Skarsgård. Lo spettacolo sarà sicuramente assicurato, per il resto c’è sempre il gioco da tavolo.

Robert Pattinson è il protagonista di “Bel Ami“, un giovane che tenta di farsi strada nella Parigi di allora ricorrendo al suo fascino e alle sue doti fisiche. Passano gli anni, ma non è che le cose siano cambiate poi tanto…

Girato e interpretato da Laura Morante, “Ciliegine” vede l’attrice nei panni di una donna completamente diffidente nei confronti degli uomini, fino a quando ovviamente non arriverà quello giusto. Chissà se anche il film riuscirà a farsi apprezzare come quello giusto.

Ben più promettente sembra essere “Diaz” di Daniele Vicari con Elio Germano e Claudio Santamaria. Al centro dell’attenzione il G8 di Genova del 2001 con una serie di personaggi che da punti di vista diversi ce lo faranno rivivere. Speriamo nella maniera più interessante e coinvolgente possibile.

Si conclude con un altro film italiano, “Poker Generation“: due fratelli molto diversi tra loro intraprendono la strada del poker per aiutare la sorellina affetta da una grave malattia. La famiglia protagonista è sicuramente povera, ma nemmeno il plot di questo film ci sembra poi così ricco.

Pubblicato su www.loudvision.it

Presentazione del libro “L’anello inutile” di Maria Pia Romano

PRESENTAZIONE DEL LIBRO “L’ANELLO INUTILE” di MARIA PIA ROMANO

31 MARZO 2012 – dalle ore 19,00 presso il Punto Einaudi di Barletta

Un evento targato iThink 

“Un’invocazione a Santu Paulu, un ritmo sincopato, una fascinazione infinita. Quando un mistero è troppo denso, non si può che subirne il fascino, ammutolendo. Forse le cose che più si fanno ricordare nella vita, sono quelle che non riusciamo a capire fino in fondo…”

Questa frase, stampata sul primo risvolto di copertina dell’ultima fatica letteraria dell’autrice e giornalista pugliese Maria Pia Romano, intitolata L’Anello Inutile (Besa Editrice, pp.80, €13,00) ci apre le porte di un libro intenso, da bere in un unico sorso, da inalare avidamente in un unico respiro, percorrendone ogni pagina, passo dopo passo, fino a lasciarsi illuminare e bruciare dalle scintille di fuoco che ardono in ogni parola.

Un libro così intenso non può che essere il protagonista di una presentazione insolita, intesa come un incontro informale, durante il quale lasciarsi trasportare nel mondo rarefatto e poetico che ci circonda e che la Romano riesce a disegnarci intorno con la sola potente forza delle parole: questo – e molto altro – avverrà durante la presentazione del libro L’Anello Inutile, che l‘Associazione Culturale “I Think” ha organizzato, per il 31 Marzo, a partire dalle ore 19,00 nella candida atmosfera della libreria Punto Einaudi di Barletta.

Con la collaborazione dell’Associazione Culturale “La Compagnia Delle Parole”, dello stesso Punto Einaudi e con il patrocinio del Comune di Barletta, il 31 Marzo per un paio d’ore si darà vita ad un sogno, si concretizzerà un mondo perfetto, ben suddiviso nei suoi quattro elementi naturali (Acqua/Aria/Terra/Fuoco), che saranno manipolati e messi in mostra tanto dalle parole dell’autrice, quanto dalle arti affini che sono state coinvolte per danzare insieme, in simbiosi, e per avvolgere completamente lo spettatore in questa visione che in realtà già gli appartiene: un mondo che profuma di Puglia e che ha il sapore della passione ardente, un mondo che sa di mare e di sale e che si materializzerà in maniera realistica di fronte al fortunato pubblico che vorrà assistere a questo evento unico ed esclusivo.

Il 31 Marzo, a partire dalle ore 19,00 presso il Punto Einaudi di Barletta, sito in corso Garibaldi 129.

Segue aperitivo offerto dall’Associazione Culturale “I Think”.

Dicono del libro:

“Con L’Anello Inutile (…) Maria Pia Romano si conferma quella domatrice implacabile di nostalgie arrampicata su sogni ostinati (…). Sogni antichi colorati di parole scritte nell’acqua, nell’aria, nella terra e nel fuoco, gli elementi costitutivi dell’universo fin dai primordi della filosofia, ma anche – a ben vedere – l’ottava sfera, le carte dei tarocchi associate a Hod. Maria Pia è un’istintiva, fa quel che sente, cerca i problemi per trovare i loro doni, cerca la verità nuda, senza abbellimenti, e scopre che l’universo è perfetto e immobile. E pur tuttavia basta un atto d’amore per far cambiare tutto. L’amore è follia pura ed è la chiave di ogni iniziazione”. (Augusto Benemeglio, Espresso Sud)

“Sorsi, respiri, passi e scintille: sono queste le forme che assumono le parole di Maria Pia Romano, tra le voci poetiche più singolari del Mezzogiorno, autrice di una chicca letteraria imperdibile. Una versa incantatrice, una seduttrice che non inganna, che ammalia lasciando sobrio e vigile più che mai il lettore”. (Maria Rosaria Chirulli, Extra)

“La scrittrice Maria Pia Romano, nell’ultima sua opera, di proposito non si discosta troppo dalla sua prima passione: la poesia, amore viscerale per cui ha anche ottenuto importanti riconoscimenti nazionali ed internazionali. Ne L’Anello Inutile (…) l’autrice narra le gesta di un Salento che toglie il fiato e la forza di replicare: un luogo arcano ed antico che anninta ogni energia di resistenza. (…) Un’opera questa scorrevole ed appassionante, dal linguaggio lirico e sentimentale, a tratti vivido; un perscorso narrativo tra le bellezze di un’ambientazione paesaggistica e sociale che preserva e, al tempo stesso capovolge l’ordine di ogni cosa”. (Valentina Nuzzaci, La Gazzetta Del Mezzogiorno) “

Una scrittura come oltrepassamento del visibile, come scoperta di senso, figurazione e, al contempo, trasfigurazione del luog, un universe di cosec he generano le immagini e un tessuto di immagini che rinviano alle cose. Il mare, per esempio e soprattutto. Nel breve romando di Maria Pia Romano, L’Anello Inutile (…) il mare è la metafora stessa della scrittura (oppure, più esattamente, la scrittura è metafora del mare). (…) Se dovessi rintracciare delle coordinate per questa narrazione, le individuerei in Seta di Alessandro Baricco e Neve di Maxence Fermine: soprattutto per la evanescenza delle atmosfere, per quel continuo slittamento da sensazione a sensazione, da impressione ad impressione, per quell’accentuazione delle emozioni e poi anche per la rarefazione lessicale che in qualche tratto diventa vaporosa”. (Antonio Errico, Nuovo Quotidiano di Puglia)

Colour from the dark

REGIA: Ivan Zuccon
CAST: Debbie Rochon, Michael Segal, Matteo Tosi, Marisya Kay
ANNO: 2008

Pietro e Lucia vivono in un casolare di campagna con la sorella di lei, Alice, affetta da turbe psichiche. Un giorno, dal pozzo presso cui si procurano l’acqua si scatena una strana potenza che si impossessa prima di Lucia e poi anche degli altri abitanti della casa, scatenando l’inferno.

Nonostante le avversità a cui è andato incontro il regista per riuscire a portare a termine la lavorazione di questa pellicola, si può facilmente e naturalmente asserire, a fine visione, che si tratta di un film decisamente interessante oltre che di ottima fattura sotto molti punti di vista. Un horror che ci fa ricordare nostalgicamente, e forse anche rabbiosamente dato che non è più presente nel nostro panorama cinematografico, quel grande cinema di genere degli anni passati contrassegnato dalle geniali e indimenticabili pellicole di registi cult come Lucio Fulci, Mario Bava e company. La dimostrazione lampante del fatto che il nostro cinema ormai non accetti più pellicole così particolari e indispensabili per gli appassionati del genere, ma decisamente apprezzabili per la loro alta qualità anche per chi ama la settima arte in generale, sta proprio nel desolante e triste “esilio” cinematografico a cui è stato costretto Ivan Zuccon, regista dal talento indiscutibile e dalle idee originali, che non mancano però di omaggiare registi e film di una certa stagione aurea dell’horror italiano e non. In questo caso per esempio non si possono non notare le citazioni “friedkiniane” che si riferiscono alla sua pellicola più famosa, “L’esorcista”, visto che Lucia (interpretata da una bravissima e bellissima Debbie Rochon, icona di un certo cinema horror) viene letteralmente impossessata da una sorta di demone, venuto fuori dal pozzo, che la spinge e costringe a compiere gesti sempre più efferati e terribili. Ma le conseguenze della fuoriuscita del maligno dalle profondità apparentemente tranquille e rassicuranti del pozzo che solitamente è fonte di sostentamento per la famiglia, non si fermano qui, visto che dapprima sembra donare speranza alla povera famiglia vessata anche dai disagi della guerra (la pellicola è ambientata durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale, mostrandoci l’orrore della stessa forse ben più terrificante di quello che colpisce la famiglia di contadini) e poi la fa precipitare nella disperazione e nell’orrore più assoluti. Pietro, il capofamiglia (interpretato da un valente Michael Segal, attore feticcio del regista), rimane davvero sorpreso quando il suo ginocchio riprende a funzionare o quando la sua adoratissima cognata, Alice (interpretata da un’agghiacciante e incisiva Marisya Kay), dopo anni di mutismo riprende a parlare o, meglio ancora, quando il suo orto comincia a dare frutti inaspettati dalle dimensioni e dai colori davvero invitanti. Molto presto però, il delirio si impossesserà di sua moglie Lucia a cominciare da un appetito sessuale fin troppo estremo, fino a giungere ad atti di autolesionismo come quando si infilza un grande coltello nella mano. Ma non finisce qui, perché quando Pietro si accorge che sua moglie ha qualcosa dentro di sé, decide di rinchiuderla nel granaio all’interno del quale la donna è costretta a combattere, soccombendo, contro la potenza che si è annidata dentro di lei. A nulla varranno le visite della sorella adorata o del prete che terminerà la sua opera di esorcismo con un crocifisso conficcato nell’occhio. Proseguendo il racconto della “follia” di Lucia che arriva a fare da contraltare al turbamento psichico di Alice che non si separa mai dalla sua bambola di pezza Rosina, attraverso la quale comunica col mondo esterno (a tal proposito davvero inquietante e ben riuscito l’incipit con la ragazza che si aggira con la sua bambola tra il pozzo e la sua stanza), Ivan Zuccon e conseguentemente lo sceneggiatore Ivo Gazzarrini (collaboratore storico del regista), rendono  notevole “Colour from the dark” (ispirato a “The colour ouf of space”, di Lovercraft, autore a cui Zuccon è molto affezionato), anche per la componente prettamente orrorifica che lo contrassegna, con momenti di alto impatto visivo ed emotivo e con un’altissima resa scenica, grazie anche agli effetti speciali curati da Massimo Storari, l’efficacissimo trucco di Fiona Walsh (davvero riuscitissimi a tal proposito i contrasti tra la natura dapprima rigogliosa e poi sempre più fatiscente, l’amenità della casa di Pietro poi scombussolata dai crocifissi sciolti sul muro e dalle pareti sempre più ricoperte da strane poltiglie e l’aspetto fisico e caratteriale di Lucia, dapprima donna bellissima e dolcissima, poi vero e proprio “mostro” dalle orribili fattezze e comportamenti) e la bellissima fotografia che diviene sempre più cupa man mano che l’orrore si riversa sulle vite dei protagonisti.

The experiment

REGIA: Oliver Hirschbiegel
CAST: Moritz Bleibtreu, Christian Berkel, Andrea Sawatzki
ANNO: 2001

 

Un gruppo di uomini decide di partecipare ad un esperimento psicologico consistente nel dividersi in due fazioni, detenuti e guardie, rinchiudendosi per due settimane in un vero e proprio penitenziario. Il problema è che ben presto cominceranno le lotte di potere e trattenere i propri istinti sarà sempre più difficile…

Ispirato all’ormai famoso esperimento carcerario di Stanford del 1971 e basato sul romanzo di Mario Giordano intitolato “Black Box”, questo “The experiment” del 2001 racchiude efficacemente e in maniera estremamente coinvolgente, oltre che intellettualmente stimolante, tutta l’era ormai inarrestabile, ma forse in dirittura d’arrivo, del “grande fratello”, con il consueto occhio che spia i comportamenti umani di persone poste sotto stress e costrette a vivere in condizioni lontane dalla realtà. L’esistenza di determinati ruoli, inoltre, permette di intavolare una serie di riflessioni molto interessanti e decisive sull’antisocialità degli istinti primordiali, sulla sete di potere che caratterizza l’uomo a cui viene data la possibilità di esercitarne anche una minima parte, sulla rabbia difficilmente gestibile in situazioni estreme, sulla spersonalizzazione e disumanizzazione causata dalla costrizione fisica, ma soprattutto psicologica e sulla deindividuazione di elementi riuniti in gruppi, con l’adesione alla massa e la totale perdita della propria unicità. Facendo dell’ambientazione e della regia serrata il suo punto di forza, “The experiment” racconta con un crescendo sempre più ricco di pathos e ritmo, l’escalation di violenza che colpisce sia le guardie che i detenuti, evitando il rischio di manicheizzazione dei personaggi e mostrando luci e ombre di tutti i partecipanti al progetto, senza risparmiare neanche il protagonista assoluto a cui non viene dato banalmente il ruolo di “eroe” incorruttibile e senza macchia. Anzi, spesso sono proprio i comportamenti assunti dal tassista, ex giornalista infiltrato nel progetto per portare a casa uno scoop incredibile, a causare gli avvenimenti più pericolosi e devastanti, fino a quando frenarsi sarà impossibile.

Nonostante l’inserimento di inserti onirici fuori luogo e di una evitabile, oltre che fuori contesto, storia d’amore, l’opera riesce comunque a farsi apprezzare totalmente anche per la qualità recitativa dell’ottimo cast, nonché per la forza narrativa capace di impressionare lo spettatore con una storia realistica e quasi tangibile. “L’esperimento sull’esperimento” da parte del regista Oliver Hirschbiegel qui al suo esordio, insomma, pare decisamente riuscito,  al contrario di quello dei dottori all’interno del film che si ritroveranno ad essere vittime del loro stesso lavoro.

Pubblicato su www.livecity.it

Shame

REGIA: Steve McQueen
CAST: Fassbender, Carey Mulligan, James Badge Dale
ANNO: 2012

Brandon, giovane uomo di successo, è ossessionato dal sesso, l’unico momento della sua vita in cui riesce a lasciarsi andare completamente. Ritrovandosi con la sorella minore in casa, anch’essa afflitta da diverse problematiche, sarà costretto a fare i conti con la vita e con se stesso.

Grandissimo ritratto umano e coinvolgente di una solitudine esistenziale deflagrante e imponente, raccontata con toni drammatici ma mai patetici, e con una profonda attenzione alla sofferenza degli sguardi, dei movimenti, degli stessi rapporti sessuali al centro della narrazione. L’erotomania che caratterizza il protagonista, infatti, è la valvola di sfogo per la sua incapacità a relazionarsi con l’altro sesso e non solo, in maniera non superficiale o solo fisica. Al contrario del suo capo (brillantemente impersonato dal James Badge Dale recentemente visto nello straordinario telefilm “Rubicon”), il protagonista, infatti, non ha alcun problema a conquistare le donne, ma spesso preferisce dedicarsi all’onanismo, guardare film porno a tutto spiano, pagare prostitute o ragazze in cam per soddisfare un vuoto evidentemente incolmabile e indescrivibile. Lo stesso che contrassegna anche la sorella, la splendida Carey Mulligan, che cerca di farsi spazio nella sua vita, trovando però un muro di freddezza e incomprensione. Due diverse solitudini, insomma, che chiaramente però hanno matrice comune, matrice intelligentemente non esposta, ma palesata solo tramite gli effetti che ha causato nei due. Senza bisogno di troppe spiegazioni o di troppe parole (si tratta infatti di un film molto poco dialogato), il regista riesce a comunicare la precaria condizione emotiva di questi due fratelli, ormai soli al mondo, e forse incapaci di comprendere appieno le proprie difficoltà. Il tutto mostrato attraverso espedienti tecnici e formali di grande livello, a partire da una bellissima regia che in alcuni momenti ci regala delle sequenze mozzafiato: la meravigliosa esibizione canora di Carey Mulligan che interpreta una struggente e coinvolgente “New York, New York”; la convulsa corsa notturna di Michael Fassbender in un’atmosfera notturna e densa; l’intrigante e affascinante gioco di sguardi tra il protagonista e una ragazza in metropolitana; le diverse scene di sesso e di nudo in cui il corpo di Brandon assume un significato addirittura narrativo, metaforizzando la sua prigione non soltanto fisica.
Ad accompagnare efficacemente e anche in maniera molto emozionante questa regia e questa sceneggiatura misurata, c’è una colonna sonora composta da brani di musica classica, ma anche da pezzi blues e non di rara finezza che sottolineano perfettamente il dramma narrato. Ma a sorprendere maggiormente, andando ad aggiungersi alle numerose qualità dell’opera, arriva l’intensa e decisiva interpretazione di un Michael Fassbender più malinconico e profondo che mai. Più che col corpo, comunque funzionalmente esposto, riesce a recitare con la sola forza dei suoi occhi nei quali è possibile leggere una sofferenza di non poco conto. Un lavoro encomiabile quello svolto dall’attore che ha dimostrato anche un notevole versatilità e ha donato un valore aggiunto ad un film che già di per sè merita decisamente tutta la nostra considerazione.

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I Monty Python si riuniscono per Absolutely Anything

Li abbiamo amati tutti, i simpaticissimi membri degli ormai mitici Monty Python. Parliamo di Michael Palin, John Cleese, Terry Jones, Terry Gilliam e Eric Idle che stanno per riunirsi sul grande schermo per un film di fantascienza demenziale intitolato “Absolutely anything”. Si tratterà di un prodotto girato in live action, per cui non vedremo gli attori e autori in carne ed ossa e sarà incentrato su un gruppo di alieni che si divertirà ad impartire ad uno di loro il potere di fare “assolutamente niente”! La regia sarà nelle mani di Terry Jones che ha già coinvolto nel progetto Gilliam, Palin e Cleese. I produttori, quindi, stanno lavorando per portare a bordo anche Idle. Queste, comunque, sono state le affermazioni di Jones: “Non è un film dei Monty Python, ma ha certamente la sua sensibilità”. Il gruppo presterà la voce agli alieni protagonisti, che saranno rappresentati in CGI, mentre il grande Robin Williams potrebbe essere il doppiatore di un cane e di un uomo francese, entrambi presenti all’interno della storia.

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Monsters

REGIA: Gareth Edwards
CAST: Whitney Able, Scoot McNairy
ANNO: 2011
 
A causa di un esperimento della Nasa, adesso al confine tra Stati Uniti e Messico esiste una zona contaminata da alcune creature aliene che si sono riprodotte e che non sembrano essere poi così innocue. Un fotoreporter attraverserà la zona messa in quarantena per riportare l’avvenente figlia del suo capo in America.
 
Una fantascienza intimista, poco gridata, priva di fracassonate, momenti action o effetti speciali a tutto spiano è quella che ultimamente abbiamo avuto modo di apprezzare soprattutto grazie al Neil Blomkamp di “District 9”, a cui questo “Monsters” si rifà notevolmente, e al Duncan Jones di “Moon” e in misura minore di “Source code”. Una nuova speranza per un genere che era stato ormai inglobato nella categoria del blockbuster a tutti i costi e che, invece, sembra di nuovo aver assunto una certa autorialità, raccontando anche qualcosa e comunicando attraverso l’espediente dell’”altro” numerose tematiche di non poco conto.
Come era avvenuto per il primo film succitato, infatti, non è dell’invasione che si racconta, né degli isterismi degli esseri umani in fuga dagli esseri mostruosi. Ad essere messi sotto la lente d’ingrandimento sono gli avvenimenti post “invasione”, le modalità di sopravvivenza del genere umano che continua con la sua vita di tutti i giorni nonostante la minaccia aliena. Gli alieni a forma di polipo, insomma, non sono altro che un pretesto per mostrare una situazione socio-politica decisamente scottante, del resto il confine tra Messico e Stati Uniti è davvero un teatro suggestivo in tal senso. Ma non è solo questo il fulcro di “Monsters”, tra l’altro forse un po’ troppo didascalicamente esposto in un pre-finale visivamente da brividi con i due protagonisti che osservano al di là del confine il loro paese. Ad accompagnare le principali tematiche del viaggio di ritorno e al tempo stesso fuga e dell’analisi di due diverse realtà messe a confronto in un misto di unione e scontro, c’è anche l’osservazione dell’uomo e delle sue paure, più o meno ancestrali, della difficoltà dei rapporti interpersonali e del contatto con una natura al tempo stesso accogliente e perturbante. Le dualità, insomma, la fanno da padrone, fino ad arrivare ad un finale decisamente toccante e rivelatore, in cui tutto assume dei contorni decisamente differenti rispetto a ciò che si è portati a pensare fino a quel momento e in cui finalmente anche l’uomo, grazie all’”alieno”, diminuisce la distanza tra sé e l’altro, smussando la sua solitudine, il suo individualismo e la sua pienezza di sé.
Il tutto raccontato con uno stile sobrio e decisamente coinvolgente, soprattutto grazie alla straordinaria fotografia che incornicia dei paesaggi mozzafiato (siamo in America centrale e in particolar modo in Messico, Guatemala, Belize e in parte negli Stati Uniti), ma anche in virtù del talento di Gareth Edwards, il quale ha girato in tre settimane e si è poi occupato anche del montaggio, degli effetti speciali, della fotografia stessa, nonché della sceneggiatura. Avvalendosi di una troupe composta da pochissime persone (gli unici attori professionisti sono i due protagonisti, affiancati poi da comparse del luogo), nonché di scarsissimi mezzi economici, Edwards ha partorito quello che è stato giustamente definito “un film di mostri senza mostri”, sorprendendoci con questa imperdibile opera prima, partendo dall’alieno e arrivando all’uomo, in una parabola a dir poco illuminante, ma al tempo stesso incantevole, romantica e a tratti commovente.

VOTO:

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