The artist

REGIA: Michel Hazanavicius
CAST: Jean Dujardin, Bérénice Bejo, John Goodman, James Cromwell, Penelope Ann Miller, Malcom McDowell
ANNO: 2012

George Valentin, grande divo del cinema muto, presto viene dimenticato e relegato in un angolo a causa del sopravvenire del sonoro e dell’emergere di una nuova star, la giovane, pimpante e, soprattutto, parlante Poppy Miller, che da fan accanita dell’uomo e poi semplice comparsa in alcuni suoi film, diventa mito incontrastato dei grandi schermi.

Deliziosa e commovente operazione nostalgica o mera riproposizione ruffiana e semplicistica di un canovaccio ormai usurato? Se prima della risonanza mediatica che “The Artist” ha poi ottenuto grazie agli Oscar vinti la questione non si poneva, successivamente il dubbio è venuto a molti. Dubbio dettato da un sincero spirito critico nei confronti di un’opera da più parti osannata, o semplicemente scaturito per puro snobismo nei confronti di un lavoro apprezzato a livello universale? Difficilmente si riuscirà a venire a capo a questo genere di elucubrazioni, fatto sta che esulando da qualsiasi processo alle intenzioni del regista anche sceneggiatore Michel Hazanavicius, ciò che rimane è solo una cosa: l’emozione. Emozione di ritrovarsi spettatori moderni di un cinema antico; emozione di rivivere una favola raccontata solo attraverso i gesti e le espressioni degli attori e i movimenti della macchina da presa, piuttosto che da dialoghi incessanti; emozione, insomma, di essere di fronte ad un vero e proprio film muto che omaggia l’arte del passato e strizza l’occhio allo spettatore amante di quel cinema.

Insieme all’”Hugo Cabret” di Scorsese, quindi, il “The Artist” di Hazanavicius dimostra che in quest’epoca di estrema modernizzazione dei mezzi di comunicazione, con il dilagare degli effetti speciali e del 3D (da Scorsese paradossalmente e magistralmente messo al servizio di un ritorno al passato), si sente forte il bisogno di autenticità, semplicità, forza della narrazione e potenza delle immagini. Lo capiamo nel primo film in cui si esalta la visionarietà e la magia del cinema di Méliès, e forse ancora di più in quello in questione, in cui il semplice passaggio al sonoro (per noi scontato elemento di un’opera filmica) risulta una rivoluzione insormontabile per chi il cinema l’ha visto nascere e crescere. Per questo la parabola discendente del protagonista e quella ascendente della sua controparte femminile (gli splendidi e convincenti Dujardin e Bérénice Bejo), metaforizzano perfettamente questo sentimento apparentemente condiviso anche da pubblico e critica, dal momento che il successo del film è esploso in maniera anche inaspettata. Ciò che fa apprezzare in maniera più completa l’opera in questione, inoltre, è la mancanza di un marcato passatismo e tradizionalismo fine a sé stesso: è per questo che il finale non ha unicamente consistenza retorica e buonista nel rappresentare l’immancabilità di un happy ending in questo genere di pellicole, ma sta a rappresentare la possibilità di creare un ponte tra passato e futuro per avere opere che uniscano qualità, spessore e capacità di coinvolgimento. Che è poi lo stesso discorso portato avanti, forse in maniera più spettacolare e stupefacente dal già citato “Hugo Cabret”.