Destino cieco

Libero arbitrio Vs Determinismo, chi l’avrà vinta?

Un giovane polacco, Witek, è il protagonista di questo film suddiviso in tre parti in cui ci viene mostrata tutta la potenza e l’ineluttabilità del caso. A seconda che un determinato avvenimento si avveri o meno, la vita dell’uomo potrebbe prendere strade completamente diverse. Ma forse l’epilogo sarà sempre lo stesso, segno questo che anche il destino ci mette il suo zampino.
Un film da guardare con molta attenzione questo "Destino cieco" di Kieslowski, sua quarta pellicola del 1982, non solo perché in seguito è stato d’esempio e di ispirazione per il ben più noto, oltre che più scarso, "Sliding doors", ma perché riesce a condensare differenti tematiche riunendole sotto il segno del caso, appunto (quello che poi dà giustamente il titolo originale alla pellicola). Perché il giovane protagonista, a seconda della sua riuscita nella corsa verso un treno, si farà al centro di tre diverse biforcazioni che a loro volta non solo si rendono esplicative della potenza del caso nella vita di ogni essere umano, ma raccontano anche un pezzo di storia polacca non indifferente. Il ragazzo, infatti, studente di medicina, in seguito alla morte del padre e alla sua assenza durante il momento decisivo, decide di lasciare gli studi, prendendo appunto il fatidico treno per Varsavia. Qualcosa però va storto: Witek è in ritardo e nella corsa in stazione urta una vecchietta a cui cade una moneta. La moneta viene raccolta da un barbone che si compra una birra. Il ragazzo durante la sua corsa urta ancora contro il barbone facendogli cadere la birra, cosa che lo rallenta ulteriormente nel suo raggiungimento del treno. E’ questo il momento cruciale della pellicola, quello da cui poi si biforcano le tre storie che ci vengono raccontate.
Nel caso in cui il ragazzo riesce a prendere il treno lo vedremo far conoscenza di un membro del partito comunista che lo guida e lo aiuta a farsi strada facendogli fare carriera politica. Nel caso in cui il ragazzo non riesce a prendere il treno, ci sono due possibili visioni dell’intervento del caso: nella prima, il ragazzo picchia il controllore che tenta di fermarlo e per questo viene arrestato, finendo a fare i lavori socialmente utili dove entra in contatto con l’opposizione al partito, divenendone poi parte attiva; nella seconda, Witek, dopo aver perso il treno incrocia una sua compagna di studi con la quale poi costruisce una famiglia, e torna a studiare, divenendo un medico che preferisce non prendere posizioni politiche, restando fuori sia dal partito comunista che dall’opposizione.
Per lo spettatore è facile immedesimarsi in ciascuno dei tre Widek che ci vengono mostrati, proprio perché, al di là della visibile bontà d’animo del ragazzo, ciò che lo spinge a diventare ciascuna delle tre versioni a cui assistiamo non sono le sue scelte, le sue vere credenze, i suoi sentimenti, ma bensì, ancora una volta il regnante e inarrestabile caso. Per Kieslowski, invece, sembra quasi che il Widek migliore sia l’ultimo, quello che non prende posizioni, quello su cui pende ancor meno l’ombra del giudizio e della visione "dall’altro".
Ma "Destino cieco" sostanzialmente è una pellicola che si basa profondamente sulla dicotomia che poi diventa una vera e propria lotta, tra libero arbitrio e determinismo. Una lotta che sembra essere vinta dal determinismo, così come forse fin troppo schematicamente vuole raccontarci e dimostrarci Kieslowski. Una visione un po’ troppo unilaterale che non lascia spazio di manovra all’uomo, appunto. Una sorta di pessimismo quasi estremo che ci vede prigionieri assoluti, impossibilitati a liberarci, della casualità o del destino, come dimostra il tremendo finale. Non esiste nessun libero arbitrio, insomma, nessun margine di salvezza, se a determinare tutte le nostre scelte, i nostri percorsi, sono solo degli avvenimenti casuali nei quali ci imbattiamo senza il nostro volere.
Un film non facile da digerire dunque, ma sicuramente apprezzabile non solo concettualmente per ciò che viene raccontato tra le righe di queste tre storie tutte ugualmente possibili, ma anche perché recitato magistralmente, musicato ancora meglio e girato con una sorta di rispondenza al significato stesso della pellicola, cioè senza eccedere in "interventi" eccessivi, quasi come se persino la regia sia governata dal caso stesso. Insomma, una sobrietà formale e stilistica che si sposa perfettamente con l’impianto concettuale della pellicola.

Pubblicato su www.supergacinema.it

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