Dustin Hoffman

Ed eccoci al terzo di quelli che sono i miei attori preferiti (e ce ne sono davvero tanti, ma c’è tempo). L’ho adorato letteralmente sin dalla sua prima apparizione nel Laureato, così timido e impacciato, ma allo stesso tempo così espressivo e così preparato. Il suo cipiglio a tratti duro a tratti divertente, la sua bassa statura, il suo naso importante, caratteristiche che possono sembrare fuorvianti per chi vuole intraprendere questo tipo di carriera, l’hanno invece reso unico e inimitabile, oltre ovviamente ad avere delle doti artistiche non indifferenti che ci sono state mostrate, per la mia gioia e, penso, per quella di tutti gli amanti del cinema, nel corso degli anni della sua strabiliante e, povera di insuccessi, carriera. Carriera che gli ha permesso di mostrare la sua vena comica, la sua vena drammatica, la sua vena impegnata, la sua vena dura. Insomma un istrione del cinema, dell’arte, della vita!!!


Biografia tratta da Mymovies.it

Nome: Dustin Lee Hoffman
Data di nascita e luogo di nascita: 8 Agosto 1937, Los Angeles, California, USA
Dustin Hoffman è nato l’8 agosto del 1937 a Los Angeles. Si iscrisse alla facoltà di medicina ma molto presto le sue attenzioni vennero catturate dalla recitazione. Suo padre era un tecnico attrezzista a Hollywood, così il giovane Dustin iniziò subito a essere attratto da quel mondo scintillante accompagnando il padre al lavoro. Iniziò a studiare pianoforte e parallelamente si dedicò alla recitazione: si ritrovò spesso, oltre che come studente, a esibirsi alla Pasadena Playhouse al fianco di un certo Gene Hackman… Alla fine degli anni Cinquanta si trasferì a New York nel tentativo di sfondare come attore ma i suoi primi tentativi si rivelarono tutti degli insuccessi. Nel 1960 vinse un’audizione e ottenne un ruolo in una produzione off-Broadway, "Yes Is for a Very Young Man". L’anno successivo riuscì a rimediare un’altra porticina; ma più che una carriera quella di Hoffman sembrava una lotta per la sopravvivenza. Nel frattempo ebbe il coraggio di mettersi in gioco fino in fondo iscrivendosi all’Actor’s Studio di Lee Strasberg per imparare il suo celebre Metodo. A partire dal 1964 inizia a comparire nel cast di produzione teatrali del calibro di "Aspettando Godot" e due anni più tardi vincerà un premio come miglior attore per la sua interpretazione ne "Il viaggio del quinto cavallo".

Il 1967 è il suo anno magico: debutta davanti alla macchina da presa con un’apparizioni in un film per la televisione: The Tiger makes out e riesce a ottenere la parte a teatro nella commedia Eh?, acclamata sia dal pubblico che dalla critica. Reciterà una parte in Un dollaro per sette vigliacchi di Dan Ash ma proprio durante una rappresentazione della commedia Eh? viene notato da Mike Nichols, regista di belle speranze, che lo sceglie come protagonista de Il laureato. Sebbene Hoffman avesse già trent’anni all’epoca delle riprese, riuscì comunque a restituire un’immagine credibile, partecipe e alienante allo stesso tempo, di uno studente universitario introverso coinvolto in una storia d’amore più grande di lui e tanto il pubblico quanto la critica lo notarono. Ricevette una nomination all’Oscar come miglior attore e, dato probabilmente più importante, divenne una star celebrata e riconosciuta dal grande pubblico. Di bassa statura, sguardo timido, capelli scuri e un naso che si fa notare: tutte caratteristiche che, nella logica hollywoodiana avrebbero dovuto relegarlo al ruolo di attore caratterista. Ma la sua sensibilità e il suo istrionismo lo hanno portato a sfatare il mito dell’attore bello e prestante, aiutato da quell’aria dimessa che ispira simpatia e fiducia. Hoffman ebbe il merito di infrangere gli stereotipi accettando ruoli da antieroe o da eroe negativo, tutte figure raramente destinate al lieto fine.
Rappresenta l’uomo indifeso che al momento buono sa battersi per i propri diritti. Esemplificativa a questo proposito è una pellicola del 1971: diretto da Sam Peckinpah, Hoffman è il protagonista di Cane di paglia, storia di un professore universitario che alla ricerca della necessaria tranquillità per proseguire i suoi studi di matematica, decide di trasferirsi in Inghilterra e di prendere dimora in uno sperduto villaggio in cui sua moglie è nata e cresciuta. Sopporta stoicamente l’arroganza e l’ignoranza dei contadini del luogo, fino a quando il loro non diventa un attacco frontale e allora il pacifico matematico si trasforma in un genio del massacro. E il piccolo attore californiano riesce a trasmettere toni tanto pacati e dimessi all’innocuo professorino quanto dei toni freddi e diabolici all’aguzzino che il personaggio finisce per diventare. Una pellicola che, come spesso accade a Peckinpah, all’epoca dell’uscita attirò solo critiche e censure per poi venire riabilitata e apprezzata solo dopo molti anni.

Due anni prima, nel 1969, offre un’interpretazione memorabile dello zoppo malato di tisi di Un uomo da marciapiede di John Schlesinger. Hoffman per imparare a zoppicare come il personaggio del film studia per mesi la gente zoppa che cammina sui marciapiedi, mettendo a frutto la tecnica d’immedesimazione che aveva studiato all’Actor’s Studio. Per questa interpretazione ha un’altra candidatura all’Oscar. Nel 1970 lavora con Arthur Penn che lo dirige in Piccolo grande uomo, un western dalla parte degli indiani d’America. L’interpretazione dell’unico superstite della battaglia di Little Big Horn che ripercorre la sua vita sempre in precario equilibrio tra l’appartenenza alla sua razza e la simpatia per gli indiani è indimenticabile e mimetica. Hoffman diventa letteralmente Jack Crabb anche quando, lui attore 33enne, recita la parte di un ultracentenario. Un film importantissimo nella storia della cultura di una nazione che spesso dimentica le sue origini e che sempre più spesso diventa lo specchio di una società che sente di avere irrimediabilmente perso i ponti per comunicare con le proprie origini. Nel 1971 gira il primo film col regista-amico Ulu Grosbard interpretando in Chi è Harry Kellerman e perché parla male di me? la parte di una rockstar che aveva già recitato a teatro mentre l’anno successivo è il protagonista di Alfredo Alfredo diretto da Pietro Germi e affiancato da un’ottima Stefania Sandrelli.
Tra il 1973 e il 1976 arriveranno quattro delle sue interpretazioni migliori. In Papillon, regia di Franklin J. Schaffner, recita la parte del falsario Louis Delga al fianco di Steve McQueen in uno spettacolare prison movie che fu anche un incredibile successo di pubblico. Nel 1974 ‘diventa’ letteralmente il comico Lenny Bruce nella pellicola di Bob Fosse, biografia di un personaggio scomodo che col suo umorismo a base di volgarità e crudezza sconvolse tutta l’America benpensante. Un’interpretazione strepitosa che, ancora una volta, permette a Hoffman di sfiorare la statuetta (ennesima nomination come miglior attore). Ma ormai il mito di Dustin Hoffman esiste: tutte interpretazioni memorabili, intense e convinte, la sua fama è quella dell’attore perfetto per ogni ruolo, soprattutto per quelli più sconvenienti. Come già detto, se all’inizio il suo aspetto così anonimo e minuto fu quasi una sorta di limite, col passare del tempo è diventato quasi qualcosa di necessario per interpretare i ‘suoi’ personaggi, ruoli mai totalmente buoni né totalmente cattivi, piccoli antieroi cui corrisponde uno spirito agguerrito che trova la giusta espressione negli sguardi di Hoffman, coi suoi occhi penetranti che riescono spesso a trasmettere più forza e inquietudine di qualsiasi altra azione.

Nel 1976 lo dirige nuovamente John Schlesinger ne Il maratoneta, storia ambientata a New York, dove l’introverso studente di storia e aspirante maratoneta Babe Levy si ritrova coinvolto, per via del fratello, in un’oscura vicenda di traffici di diamanti gestiti da Szell, un ex criminale nazista. Un thriller denso di suspense che ha fatto epoca anche per via dello scontro fra i due ‘giganti’ Dustin Hoffman e Laurence Olivier. Celeberrima la scena in cui l’ex nazista tortura Babe rispolverando l’arte e gli strumenti della sua prima professione, il dentista (sequenza che in origine sarebbe dovuta durare molto di più ma la reazione negativa alle anteprime convinse il regista e i produttori ad accorciarla).
Sempre nel 1976 recita al fianco di Robert Redford nell’eccezionale Tutti gli uomini del Presidente per la regia di Alan J. Pakula, uno dei capisaldi del cinema d’inchiesta e sicuramente il più energico, eccitante e brillante film mai realizzato sul giornalismo. Bob Woodward, un giornalista del Washington Post, scopre in un tribunale alcune persone arrestate il 17 giugno 1972 per aver rubato alcuni oggetti negli uffici del partito democratico ospitati nel palazzo del Watergate. Incuriosito dalla vicenda scopre, insieme al collega Carl Bernstein, che gli arrestati si sono introdotti nel palazzo per ottenere informazioni sul partito rivale. Nonostante le indagini suscitino perplessità in alcuni responsabili del giornale, lentamente ma inesorabilmente vengono fatte scoperte sensazionali che coinvolgono le alte sfere della politica, la CIA, l’FBI e la Casa Bianca grazie al mitico Gola Profonda (l’informatore chiamato così sulla scia del celebre filmLinda Lovelace). Scoperte che, rese di pubblico dominio dagli articoli del giornale, suscitano dapprima indifferenza, ostilità e minacce sino a che non esplode in tutta la sua violenza il caso Watergate con le conseguenti condanne e le dimissioni del presidente Nixon.

Dopo altre due discrete pellicole, il noir Vigilato speciale diretto ancora da Ulu Grosbard Il segreto di Agatha Christie diretto da Michael Apted in cui torna a vestire i panni di un giornalista, vince finalmente l’Oscar, che avrebbe meritato già altre volte, in Kramer contro Kramer (1979) di Robert Benton, in cui fornisce una commovente e fiera interpretazione di un padre disoccupato che si ritrova solo col figlio dopo la fuga della moglie. Un film di grande successo che si aggiudicò anche gli Oscar come miglior film, migliore regia, sceneggiatura e migliore attrice (Meryl Streep) ma il film successivo del 1982, Tootsie, riscosse un successo di pubblico ancora maggiore. L’interpretazione di un attore perennemente disoccupato che si traveste da donna e diventa una star in una soap opera grazie alle sue battute femministe al vetriolo gli valse un’altra nomination per l’Oscar.

Nel 1985 recita nella parte del commesso viaggiatore Willy Loman sia per il cinema che a teatro (interrompendo un’assenza dalle scene di diciassette anni) e nel 1987 lavora in uno speciale della CBS. Torna al cinema nel 1987 nella commedia di Elaine MayIshtar, accolta negativamente tanto dal pubblico quanto dalla critica, pellicola che fu anche un clamoroso insuccesso finanziario. Nel 1988 interpreta la parte di Raymond, fratello autistico di Tom Cruise, in Rain man – L’uomo della pioggia di Barry Levinson, regista che lo dirigerà altre due volte nei cinque anni successivi. La prova di Hoffman è di quelle dei tempi d’oro e l’Academy gli assegna una seconda statuetta come migliore attore protagonista. Dopo alcuni ruoli piuttosto colorati in Dick Tracy e in Hook – Capitan Uncino, fornisce un’altra grande prova nel 1992 in Eroe per caso diretto da Stephen Frears, pellicola in cui disegna un personaggio controverso e ambiguo, eroe suo malgrado, con un’interpretazione che riporta alla memoria i suoi ruoli degli anni Settanta.

Nel 1996 la Mostra del cinema di Venezia lo premia col Leone d’oro alla carriera mentre nel 1999 è l’American Film Institute a tributargli un premio complessivo per la sua carriera. Si trova poi coinvolto in mega-produzioni quali Virus letale, Sleepers, Mad City,Sfera fino all’eccellente Sesso e potere di Barry Levinson del 1998, intelligentissima pellicola in cui viene messa in scena una guerra tra Stati Uniti e Albania per distrarre l’opinione pubblica dallo scandalo sessuale che vede coinvolto il Presidente degli Stati Uniti. Manco a dirlo, anche per questa interpretazione viene nominato all’Oscar come miglior attore protagonista. Dopo una parte nella Giovanna d’Arco di Luc Besson, gli ultimi anni sono stati avari di successi per Hoffman: La giuriaGary Fleder, Confidence di James Foley, Moonlight Mile di Brad Silberling (in cui comunque la sua recitazione misurata finisce spesso per salvare il film), Mi presenti i tuoi di Jay Roach, Neverland di Marc Forster e Profumo – Storia di un assassino di Tom Tykwer non sono certo pellicole all’altezza della sua eccezionale carriera. Con Vero come la finzione, nuovamente diretto da Marc Forster, torna finalmente a recitare ai suoi livelli ritagliandosi una piccola ma significativa parte in una commedia intelligente che solleva molti interrogativi sul sottile confine che separa la vita vissuta dalla vita delle nostre creazioni artistiche.


 

 FILMOGRAFIA (Wikipedia)

Per quanto mi riguarda rimangono indeleboli le sue performances, nel succitato Il laureato, ma anche quelle di Papillon, Rain man, Sleepers, Confidence, I love Huckabees, tutte tra il serio, il comico e il grottesco. Anche le altre ovviamente non sono da meno, ma io lo ricordo sempre per queste sue interpretazioni così profonde e così, nello stesso tempo, divertenti e sopra le righe.

 

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10 commenti su “Dustin Hoffman

  1. FirstBrigitte il said:

    Grande attore! Grande Ale!

    I miei suoi film preferiti sono: “Rain Man” (naturale :P), “Tutti gli uomini del presidente” e “Eroe per caso” (mi piace l’accoppiata con Geena Davis!) (tra l’altro questo film l’hanno fatto su rete 4 tipo 5mila volte…^^).

    Speriamo che non si rovini la carriera con altra robaccia tipo “Mi presenti i tuoi”.

  2. Ale55andra il said:

    Ahahah, eroe per caso!!! A me piaceva + l’accoppiata con Andy Garcia che nn con Geena Davis…Concordo, Mi presenti i tuoi a me ha fatto alquanto schifo…

  3. KarnEvil9 il said:

    uuuhh Dustin lo adoroooo! l’ho amato in un casino di film. Il piccolo grande uomo, Il Laureato, Un uomo da marciapiede, echi più ne ha più ne metta!

  4. anonimo il said:

    Quanto mi è piaciuto in “Straw Dogs”…

    E poi, con il grande Robin Williams in “Hook”, uno dei miei film del cuore =)

    Adele

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