I soliti ignoti Vs Welcome to collinwood

E FINI’ TUTTO A PASTA E CECI

Alcuni ladruncoli decidono di portare a termine un colpo grosso, svaligiando la cassaforte del Monte dei pegni. Per riuscirci chiedono l’aiuto di un famoso esperto, ma anziché entrare nella stanza con la cassaforte, trapanando un muro attiguo, entrano in una cucina dove trovano solo pasta e fagioli.

Difficile non inquadrare “I soliti ignoti” come grandissimo capolavoro della commedia all’italiana, forse il capostipite del genere che nasceva proprio in quegli anni, subito dopo il neorealismo che è comunque ampiamente presente anche in questa pellicola. Una sorta di compromesso tra il vecchio modo di fare cinema, soprattutto quello comico, e un nuovo nascente sentimento di crescita e rivalsa, non solo cinematografica, ma sociale, dato che ci troviamo negli anni del dopoguerra, ampiamente fotografati e descritti tra le righe di questo deliziosissimo racconto di una banda di sgangherati.

Perché “I soliti ignoti” è una pellicola ampiamente stratificata, nonostante le apparenze di semplice commedia “svitata”, tant’è che non è difficile respirare al di là dell’ironia e della comicità insite nelle situazioni narrate, una certa drammaticità inerente la situazione economica e sociale dei protagonisti e addirittura la morte di uno di essi. Loro sono Peppe er Pantera (un Vittorio Gassman che mai prima di allora aveva interpretato un personaggio comico, cosa che andò contro i voleri del produttore Franco Cristaldi); Mario Angeletti (interpretato da Renato Salvatore), un ragazzo che si vergogna di ammettere di essere cresciuto in un orfanotrofio con tre mamme (tra cui la miticissima Sora Lella); Cosimo (Memmo Carotenuto), colui che darà il via al piano vedendoselo poi soffiare sotto il naso; Tiberio (uno straordinario Marcello Mastroianni) che deve occuparsi del figlio mentre la moglie è in galera per contrabbando di sigarette; Capanelle (l’attore di teatro Carlo Pisicane che dà vita al personaggio forse più riuscito del gruppo); Ferribotte, il tipico siciliano trapiantato al “nord” (il sardo Tiberio Murgia); Norma (Rossana Rory), la donna di Cosimo; Nicoletta (Carla Gravina) la ragazza di cui Peppe dovrebbe servirsi per il piano ma di cui finisce per innamorarsi, Carmela (una giovanissima ed esordiente Claudia Cardinale), la sorella soggiogata di Ferribotte e infine Dante Cruciani (il mitico e inarrivabile Totò), l’esperto di casseforti ormai in “pensione”.

Quello che caratterizza “I soliti ignoti” più che positivamente è una romanità genuina e imperante a cui è difficile resistere (nonostante la presenza di personaggi dall’accento diverso), con quella comicità svitata e adorabile tipica di questo genere di commedia, ormai non più raggiungibile e riproducibile. Commedia che sfocia anche nella parodia, visto che rivisita e prende in giro i topoi dei gangster-movie allora molto in voga, soprattutto il francese “Du Rififi chez les hommes”, tant’è che il titolo iniziale avrebbe dovuto essere “Rifufu”. Non solo una commedia dunque, ma anche una parodia e soprattutto uno spaccato vivido ed intenso di un’epoca storica e sociale così importante e interessante come il dopoguerra italiano. Un grandissimo capolavoro di quella mente geniale e irriverente di Monicelli, coaudivato nella meravigliosa sceneggiatura dai grandi Suso Cecchi D’Amico, Age & Scarpelli, oltre che aiutato anche da un cast stupefacente e variegato.

“Rubare è un mestiere impegnativo, ci vuole gente seria, mica come voi. Voi al massimo potete andare a lavorare”, dirà Mastroianni alla fine della pellicola gustando la pasta coi fagioli. “Lavorare stanca”, gli risponderà “pavesianamente” Gassman che però in un finale beffardo, ironico, sarcastico e molto azzeccato, si vedrà costretto ad unirsi ad un gruppo di lavoratori che fanno la fila per guadagnarsi il pane da portare a casa.

LA BANDA DEL BELLINI IN UNA CLEVELAND DI PERIFERIA

Da Roma a Collinwood, non più Totò ma George Clooney, niente Gassman ma Sam Rockwell, via Mastroianni e spazio a William H. Macy. Luiz Guzman al posto di Memmo Carotenuto e Patricia Clarkson nei panni di Rossana Rory. E per sostituire lo straordinario Carlo Pisicane è chiamato il caratterista Michael Jater. Questi i volti noti che hanno sostituito i mitici protagonisti dell’originale. Dall’essenziale bianco e nero che incorniciava la miseria e la realtà fatta di stenti del dopoguerra, ad un esplosione di colori che accompagnano il gruppo multietnico che si prende la briga di portare a termine il piano criminale.

Le differenze narrative tra le due pellicole non sono molte, anche se il remake di quando in quando si prende delle libertà non indifferenti soprattutto per quanto attiene la figura di Carmela, la sorella di Ferribotte, che qui si chiama Leon ed è interpretato dall’attore di colore Isaiah Washington, ma non solo (basti pensare al finale in cui mentre nell’originale Gassman si ritrova suo malgrado a lavorare, qui il suo “figlioccio” vaga triste e sconsolato per le strade deluso per non essere riuscito nel suo piano, ma consolato dal fatto di aver trovato l’amore).

Inoltre, la pellicola comincia dalla fine mostrandoci i quattro superstiti del colpo sfatti e delusi al bordo di un marciapiede. Subito dopo il racconto della costruzione del piano e del reclutamento dei componenti della banda. Anche se Clooney e Soderbergh, i due produtturi, ce la mettono tutta per assemblare un cast validissimo e stellare (bravissimo sono Sam Rockwell e William H. Macy, ma anche George Clooney che con auto-ironia e leggerezza si cimenta nel mastodontico confronto con Totò, uscendone vincitore proprio perché non si prende affatto sul serio), non riescono a raggiungere la grandezza e la leggendarietà insite nei personaggi e nelle meravigliose interpretazioni dell’originale, che pure viene omaggiato a dovere nei titoli di testa e di coda accompagnati dalle note di due famose canzoni del nostro Paolo Conte. Nemmeno la regia a tratti virtuosistica dei fratelli Anthony e Joe Russo riesce a cogliere l’essenza della pellicola che invece Monicelli era riuscito a trasmettere muovendosi con la sua macchina da presa tra le strade di Roma e incorniciando alla perfezione i volti e i corpi dei suoi protagonisti.

La grande differenza tra i due film, cosa che rende il primo un capolavoro della storia del cinema e il secondo una semplice commediola simpatca, è la mancata forza rivoluzionaria del remake, la stessa che invece possedeva “I soliti ignoti” che segnò il modo di fare e di vedere il cinema e che, soprattutto, fu emblema e specchio di un particolare periodo (per esempio il modo di vestire e di vivere di Capannelle, nell’originale avevano il compito di raccontare la miseria e la povertà del dopoguerra italiano in fase di rinascita, mentre qui assumono esclusivamente funzione comica e grottesca).

Tutto sommato, preso per quello che è, “Welcome to Collinwood” assolve bene al suo unico compito che è quello di intrattenere e di far sorridere lo spettatore con le vicende rocambolesche che vedono coinvolti questi uomini in cerca di fortuna e di sogni da realizzare e a cui ne capitano di tutti i colori. Un progetto un po’ audace, visto che accostarsi a capolavori come “I soliti ignoti” può lasciare ampio spazio a delusioni e critiche aspre e arrabbiate, ma al tempo stesso spiritoso e spassoso se preso con un po’ di accondiscendenza e senza troppe pretese, soprattutto rispetto all’originale.

Pubblicato su www.supergacinema.it

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4 commenti su “I soliti ignoti Vs Welcome to collinwood

  1. Treves il said:

    Forse il pregio maggiore del remake americano è stato quello di far conoscere alle nuove generazioni un film italiano che, come hai detto tu, è un grandissimo capolavoro. Questo sempre sperando che chi è andato al cinema a vedere un remake sia stato abbastanza curioso da recuperare anche l’originale e, soprattutto, sia riuscito a capire il periodo storico da cui il film è venuto fuori. E’ difficile però. Molto spesso ho l’impressione che lo abbiamo dimenticato anche noi che siamo italiani : /

  2. Ale55andra il said:

    Infatti, perlomeno i remake hanno il merito, seppur non garantito, di ricordare ai più giovani l’esistenza di queste perle cinematografiche.

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