John Carpenter

Ammetto di non essere poi così appassionata di fantascienza o dell’horror, ma con John Carpenter sono riuscita ad amare pellicole di quel genere, anche se non ne ho viste ancora tantissime. Inoltre, quando si guarda un suo film, molto spesso si ascoltano colonne sonore bellissime e originalissime, quasi sempre scritte dal regista stesso che quindi spazia in vari campi, dalla regia, alla sceneggiatura, alla musica e alla recitazione stessa. E fa tutto con maestria egregia e invidiabile, dato che è riuscito a creare un genere e dei personaggi tutti suoi, primo tra i quali l’indimenticabile Jena Pliskenn interpretato dal diletto Kurt Russel. Insomma possiamo dire a voce alta che Carpenter è il re del cinema indipendente, infatti quasi tutte le sue pellicole sono a basso costo seppur bellissime, ma soprattutto è il re del cinema della notte, osannata e fotografata in quasi tutti i suoi film. Io personalmente, pur avendo (solo per ora), visto solo tre delle sue pellicole, posso dire di adorarlo letteralmente.

 

Informazioni da www.johncarpenter.it

 

BIOGRAFIA

John Carpenter nasce a Carthage (New York) il 16 gennaio 1948, ma trascorre l’adolescenza nel Kentucky, a Bowling Green, non distante da Nashville.
Il padre Howard insegna musica moderna all’università. Sarà proprio lui a trasmettere al futuro regista quella passione per la musica che ne accompagnerà per sempre la carriera.
Alla passione per la musica, nel giovane John, si unisce ben presto anche quella per il cinema. A soli 5 anni assiste in una sala newyorkese alla proiezione del film di Jack Arnold dal titolo Destinazione Terra. L’impatto della pellicola sull’immaginario del giovane è davvero notevole, al punto che il nostro, in futuro, citerà sempre quell’episodio come l’indiscussa origine della sua passione per l’universo dei b-movie e della fantascienza.
Nel 1965 fonda la fanzine Fantastic Film Illustrated dedicata al cinema fantascientifico. Sono gli anni in cui, con l’ausilio di una cinepresa Brownie 8mm., realizza dei cortometraggi fanta-horror di natura per lo più parodica. Intanto si iscrive all’università del Kentucky.

Nel 1968 è ammesso alla rinomata University of Southern California dove può approfondire le sue conoscenze in campo registico, fotografico e di montaggio. Ai fini della sua crescita artistica, ciò che rende fondamentale l’esperienza all’USC è l’incontro con i futuri collaboratori Dan O’Bannon e NickCastle.
Insieme a Castle, Carpenter scriverà soggetto e sceneggiatura dello short-movie The Resurrection of Broncho Bill  (1970) diretto da James Rokos e vincitore dell’Awards (!) come migliore cortometraggio. Cavalcando sulle ali di un grande e giustificato entusiasmo, Carpenter si impegna nella realizzazione del proprio saggio di diploma: il corto fantascientifico Dark Star. Il progetto verrà ripreso e sviluppato come lungometraggio in 35mm quattro anni dopo.
Nel 1976 realizza un thriller dall’anima sostanzialmente "western": Assault on Precint 13 (in Italia tradotto in Distretto 13, le brigate della morte) che, in quanto a composizione narrativa, richiama  Per un dollaro d’onore di Howard Hawks (uno dei dichiarati registi di riferimento del nostro). L’accoglienza tributata al pur pregevole lavoro del giovane regista è però piuttosto tiepida, sebbene con il passare degli anni il film diverrà un cult-movie nei circuiti festivalieri e dei cine-club.
In un periodo in cui comincia ad interessarsi alle produzioni televisive (ricordiamo il film-tv del ’78 HighRise, in Italia Pericolo in agguato), Carpenter riceve dal produttore di Irvin Yablans la proposta di dirigere un film basato sulla storia di un maniaco omicida che perseguita alcune giovani baby-sitter.
Il progetto si concretizza qualche mese dopo nel film Halloween (in Italia Halloween, la notte delle streghe) del 1978, praticamente il più grande successo commerciale del regista. Nel film, co-sceneggiato dall’amica e futura compagna Debra Hill, appare anche una convincente Jamie LeeCurtis nel ruolo della protagonista.
Nel 1980, dopo una seconda esperienza televisiva (Elvis, the movie, in Italia Elvis, il re del rock; da ricordare se non altro per essere stata la prima occasione d’incontro tra il regista e l’attore Kurt Russell), Carpenter dirige l’horror The Fog, co-sceneggiato da Debra Hill e divenuto un successo clamoroso dopo la partecipazione al prestigioso Festival di Avoriaz.
Un anno dopo, sviluppando un concept maturato nella metà degli anni ’70, realizza uno dei suoi film più famosi: il thriller fanta-politico Escape from New York  (da noi 1997: Fuga da New York) che ha come protagonista principale, nel ruolo di Jena/Snake Plissken, Kurt Russell.
Nel 1982 Carpenter, divenuto ormai regista-culto, si dedica all’ambizioso quanto riuscitissimo progetto di un remake basato sul film del ’51 The thing (in Italia La Cosa da un altro mondo) di Nyby-Hawks: il titolo della pellicola sarà The Thing, tradotto semplicemente come La Cosa nella versione nostrana.
Il 1983 è l’anno di Christine (Christine, la macchina infernale) tratto da un romanzo di Stephen King, a cui fa seguito, l’anno dopo, il malinconico fantasy Starman con Jeff Bridges.
Nel 1986 realizza un divertito omaggio al cinema orientale e ai film di kung-fu: Big Trouble in Little China (Grosso guaio a Chinatown) che segna una nuova collaborazione con Russell.

Seguono quattro lavori che presentano e approfondiscono alcune delle tematiche tipiche dell’ormai affermato "Carpenter style".
Il primo di essi è Prince of Darkness
(Il Signore del male), del 1987, che affronta l’argomento della dicotomia tra Bene e Male, scienza (fisica quantistica) e religione (possessione demoniaca); They live (Essi vivono), del 1988 e Memoriesof an invisible man (Avventure di un uomo invisibile), del 1992, prendono ad oggetto il tema della mistificazione della realtà e della necessità di uno sguardo "sbieco" per coglierne le esatte coordinate; nel teorico In theMouth of Madness (Il seme della follia), del 1994, vengono invece messi in luce i meccanismi del legame quasi "fideistico" che sussiste tra i prodotti di fiction (in questo caso romanzi horror) e i loro allucinati consumatori.

Comincia ora, per il regista del Kentucky, un periodo piuttosto "apatico", che sfocerà in prodotti sicuramente non all’altezza dei capisaldi della sua carriera. Ci riferiamo ai mediocri Body Bags del ’93, Village of Damned (Il Villaggio dei dannati, remake di un film del ’62 di Wolf Rilla) e allo scialbo Escapefrom Los Angeles (Fuga da Los Angeles, seguito del già menzionato Escape from New York).
Per fortuna, negli anni a venire la verve del regista beneficerà di una felice impennata, espressa nei suoi ultimi lavori che, pur non riportandoci ai fasti di un tempo, almeno rassicurano per maestria della messinscena e dignità della narrazione. Alludiamo ovviamente all’horror in "salsa western" Vampires del 1998 e del fantascientifico tecno-horror Ghosts of Mars (Fantasmi da Marte ) del 2001.

La notte, la solitudine e l’onore in John Carpenter
di Fabio Funari

John Carpenter è "il regista della notte e della solitudine". Lo è a pieno titolo. Più di molti altri che si autodefiniscono come tali. Inoltre, la condizione notturna e solitaria dei suoi eroi e il carattere underground delle ambientazioni e situazioni scelte, inducono a leggere la maggior parte dei testi carpenteriani come "western non-western", che del genere tanto amato hanno assorbito tutto quanto c’era da assorbire, al punto da rendere superflua un’operazione dichiarata (non è un caso che nella filmografia carpenteriana manchi un vero e proprio western).

Ma se per qualità e specificità dei sottotesti utilizzati Carpenter è sicuramente un regista di genere, per le scelte più squisitamente ritmico-narrative possiamo considerarlo un outsider amante delle sfide contro il tempo.
Molti dei suoi lavori infatti (pensiamo ad Escape from New York, a Fog o a In the Mouth of Madness) fondano la propria struttura narrativa sull’incedere del tempo, che molto spesso si traduce in un vero e proprio conto alla rovescia.

Tutto ciò enfatizza e rende più drammatico il ruolo dei protagonisti, che il più delle volte sono dei braccati, degli emarginati, delle creature che fanno della fuga/lotta la loro unica ragion d’essere in un mondo che diviene – a volte per un brusco cambio di prospettiva, di "ottica" – matrice di ostilità.
Si pensi a tal proposito al protagonista di They Live, che acquisisce una consapevolezza/coscienza (quasi "di classe") nel momento in cui, grazie a lenti speciali, riesce a vedere oltre il velo mistificante; o a Jena Plissken, il cui sguardo monoculare ci segnala forse il suo "aver chiuso un occhio" nei confronti del mondo per dedicarsi alla propria egoistica lotta per la sopravvivenza.

Se la solitudine è un sostrato perenne nella produzione del regista del Kentucky, non possiamo però ignorare la costante presenza dell’elemento solidarietà che si genera tra i suoi eroi. Ciò non è in conflitto con il punto precedente.
Difatti gli eroi di Carpenter – pur rispettando un inviolabile codice d’onore – stringono alleanze sempre contingenti e dettate solo dalla minaccia che incombe (questo è palese ad esempio in Assault on precint13 e in Ghosts of Mars dove i protagonisti, inizialmente in conflitto, si ritrovano improvvisamente a combattere per la stessa battaglia).

Ma lo spettatore imparerà presto che il raggiungimento del comune obiettivo (la vittoria o la lotta in sè) non si traduce mai in unione eterna, semmai in eterna garanzia di rispetto reciproco. A giochi fatti gli eroi carpenteriani torneranno alla situazione di isolamento di partenza, a meno che lo stato di cose non imponga nuove riunioni. Si pensi ad esempio all’emblematico finale di Ghosts of Mars, in cui Desolation Williams recluta ancora una volta l’agguerrita Ballard a causa di un inaspettato "…alzarsi della marea!".

Dopo la metà degli anni ’80, la poetica di Carpenter si arricchisce di nuovi elementi che si tradurranno in operazioni forse meno scanzonate e divertite delle precedenti, a vantaggio però di un accresciuto cerebralismo, segno dell’avvenuta crescita artistica e filosofica del regista.
A partire dal periodo in cui elabora il soggetto di Prince of Darkness (siamo nella metà degli anni ’80) Carpenter inizia ad appassionarsi alla fisica dei quanti e legge un gran numero di testi sull’argomento. Le ricerche sfoceranno in una visione più complessa del reale e, quindi, del proprio modo di fare cinema.

Assumeranno un ruolo centrale la figura dell’osservatore e la visione del reale come complessa intersezione di piani. In Carpenter adesso convergono Einstein e Heisenberg, Leone e Hawks, LovecraftDick. Testi come il già citato Prince of Darkness, In the Mouth of Madness e, più formalmente, il recente Ghosts of Mars testimoniano del nuovo corso della poetica carpenteriana. 

FILMOGRAFIA

DARK STAR (1975)

DISTRETTO 13: LE BRIGATE DELLA MORTE (1976)

HALLOWEEN, LA NOTTE DELLE STREGHE (1978)

ELVIS (1979)

FOG (1979)

1997: FUGA DA NEW YORK (1981)

LA COSA (1982)

CHRISTINE: LA MACCHINA INFERNALE (1983)

STARMAN (1984)

GROSSO GUAIO A CHINATOWN (1986)

IL SIGNORE DEL MALE (1987)

ESSI VIVONO (1988)

AVVENTURE DI UN UOMO INVISIBILE (1992)

BODY BAGS (1993)

IL SEME DELLA FOLLIA (1993)

IL VILLAGGIO DEI DANNATI (1995)

FUGA DA LOS ANGELS (1996)

VAMPIRES (1998)

FANTASMI DA MARTE (2001)

Devo ammettere di aver visionato solo Distretto 13, 1997: Fuga da New York e Le avventure di un uomo insivisibile e devo dire che i primi due sono dei film a dir poco stupendi, un mix perfetto di tutte le qualità positive che il buon cinema fatto bene deve avere, almeno secondo i miei gusti. Ovviamente, nei miei programmi c’è quello di ampliare la mia conoscenza di questo regista, che spero, anzi ne sono convinta, non deluderà con le altre sue pellicole.

 

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12 commenti su “John Carpenter

  1. anonimo il said:

    “Chiamami Jena!”

    Grandissimo…:D

    Uno dei miei registi preferiti (insieme a Lynch e Cronenberg)…

    e Fuga da New York uno dei miei film preferiti…

    Jena Plissken è troppo figo…;)

    Filippo (Cinedelia)

  2. Ale55andra il said:

    In genere neanche io, ma Carpenter è un genio…

    Filippo anche io adoro Cronenberg e Lynch, in futuro dedicherò dei post anche a loro ^_-

  3. emuliano il said:

    Avrò visto 1997 fuga da New York almeno 20 volte, e lo reputo il migliore del regista (in generale adoro tutti i film post-apocalittici), ma anche La cosa è dannatamente bello.

    Bellissimi Distretto 13, Essi vivono (forse un pò datato), Grosso guaio

    a Chinatown ed il visionario Il seme della follia

  4. Ale55andra il said:

    Bè, ora come ora sono andava avanti e sono arrivata a 5 ^^

    Devo dire che Halloween mi ha lasciata davvero di sasso per quanto è quasi perfetto!!!

  5. anonimo il said:

    Quali altri hai visto? Se ho capito bene al momento: “Distretto 13”, “1997: Fuga da New York”, “Avventure di un uomo invisibile”, “Halloween” e…?

    Comunque se consideri che ne ha fatti 22 c’è ancora tanta bella roba da scoprire ^_^

    Visto che ci siamo: sono capitato qui sul blog da quello di Cynemistic. Hai creato un bello spazio, complimenti!

    E ovviamente John Carpenter è il mio regista preferito 🙂

    Davide DG

  6. Ale55andra il said:

    Grazie Davide ^^

    Bè, Halloween non l’avevo ancora visto e quindi l’ho recuperato recentemente e ho visto anche Essi vivono. Entrambi bellissimi, soprattutto il primo ^^

  7. Ale, condivido l’amore per Carpenter e per la su abilità di realizzare oggetti cinematografici di grande qualità in termini di regia, fotografia, musiche, con cast azzeccatissimi.

    Ho da poco visto “Vampires”, sua pellicola formalmente di grande valore, incazzatissima e nichilistica. Un vero must see.

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