La pelle che abito

REGIA: Pedro Almodovar
CAST: Antonio Banderas, Elena Anaya, Marisa Paredes, Jan Cornet, Roberto Alamo
ANNO: 2011
 
Il chirurgo Robert Ledgard sta sperimentando un particolare innesto di pelle su una paziente che tiene rinchiusa a casa sua, a causa del rifiuto della comunità scientifica a dare il consenso a questo genere di esperimenti. Presto però si scoprirà che le sue motivazioni sono tutt’altro che scientifiche…
 
Assurdo, grottesco, decisamente personale e almodovariano. Potremmo sintetizzare così la descrizione dell’ultima fatica del regista spagnolo. Mutazioni del corpo e ossessioni della mente sono al centro di questo melodramma con punte di noir che sfociano in qualche momento horror. Il tutto non proprio coerentemente e in perfetto equilibrio. Dalla transgenesi al transgenderismo il passo è breve, anche se spesso la prevedibilità di molti passaggi narrativi e molti risvolti di trama rovina un po’ l’alone di mistero e inquietudine che aleggiano attorno al protagonista, magneticamente e convincentemente interpretato da Antonio Banderas. Il chirurgo come il regista, trasforma la personalità del suo paziente/attore, rendendolo una persona diversa, riflessione questa che accompagna la superficie narrativa apparentemente incentrata solo ed esclusivamente sul tema della vendetta e della follia. Non mancano scivoloni nello stucchevole o nel decisamente banale, soprattutto in fase finale, anche se bisogna dire che a livello visivo e registico ci sono dei momenti che lasciano decisamente il segno, come l’enorme schermo dal quale il protagonista spia i movimenti della sua vittima/paziente, i disegni sul muro che quest’ultima porta avanti nel corso della sua prigionia, o i movimenti della macchina da presa che catturano l’abitazione del dottore da varie e affascinanti angolazioni. Si toccano anche vette di kitsch quasi sicuramente voluto e ricercato, come avviene con l’entrata in scena di un particolare “uomo tigre”, rapinatore e stupratore che trascina ancora di più il film verso l’allucinante da un lato e l’eccessivamente melò dall’altro, dal momento che i suoi rapporti con i vari protagonisti appariranno al limite della soap-opera.
Decisamente notevoli le note della colonna sonora, in grado di tenere desta l’attenzione e di trasmettere anche un considerevole senso di inquietudine e angoscia, così come alquanto riuscite sono le fasi iniziali della pellicola in cui tutto è alquanto fumoso, misterioso e quasi imperscrutabile. Insomma, man mano che la matassa si scioglie, vengono a galla pure i difetti, anche se la genuinità e la passione di Almodovar per determinati temi, riescono comunque a far apprezzare il film, nonostante la sua non eccelsa qualità, soprattutto in fase di scrittura.
La metafora di sottofondo, tra l’altro, quella della pelle da noi “indossata” che comunque non è in grado di scalfire la nostra interiorità e la nostra personalità, è alquanto efficace, nonostante sia abbondantemente nascosta sotto la natura più immediata e percepibile del racconto basato sulle disgrazie che il dottore cerca di esorcizzare trovando un capro espiatorio a cui far pagare tutte le colpe e su cui far ricadere tutte le cause della sua sofferenza, nata dalla scomparsa di moglie e figlia dopo determinati e shockanti avvenimenti.
Si mantiene quindi in bilico “La pelle che abito”, non destando particolare entusiasmo, ma nemmeno deludendo totalmente, dal momento che al cospetto di alcuni elementi forse evitabili, siamo in presenza di altre caratteristiche che lo rendono un film che in un modo o nell’altro riesce a rimanere impresso, anche se non proprio come una seconda pelle.


Pubblicato su www.livecity.it

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