I CARDIOPHOBIA TORNANO CON IL LORO SECONDO LAVORO… INASPETTATO!

A due anni di distanza dal loro omonimo disco d’esordio, i Cardiophobia stanno per tornare con un secondo lavoro che si discosta decisamente dal precedente e che racconta attraverso la musica quali sono le loro radici..

Dopo la prima opera che ha riscosso molti consensi, i musicisti riminesi continuano a dimostrare ottime capacità interpretative ed esecutive.

A breve saranno svelati il titolo e la tracklist, quindi non vi resta altro che attendere per conoscere i dettagli di questo nuovo disco che vi accompagnerà in un viaggio ricco di  nostalgiche sensazioni.

LINK UTILI:

SITO                           –>  http://www.cardiophobia.it

UFFICIO STAMPA  — > http://www.ithinkmagazine.it/

SUL WEB – VIDEO TRATTI DAL PRIMO DISCO

-Come Quando Piove (video ufficiale) –> http://www.youtube.com/watch?v=yRiSi0OnhQA

-Caro V. torno da te (clip promozionale)       –>  http://youtu.be/l5tUfhoHzLE

-Jack On Tour – Catania (23/09/2011)     –> http://youtu.be/jwwvFt_SNtg

-Sammaurock live (10/08/2011)                  –>     http://youtu.be/tBKEUZjRjhI

 

 

Reality

REGIA: Matteo Garrone
CAST: Aniello Arena, Loredana Simioli, Nando Paone, Graziella Marina, Aniello Iorio, Nunzia Schiano
ANNO: 2012

 

Luciano, pescivendolo di Napoli, è amato da parenti, amici e clienti per la sua esuberanza e per la capacità di far ridere tutti. Per questo viene spinto dai suoi bambini a partecipare ai provini per il Grande Fratello. Dopo il ritorno da Cinecittà qualcosa si insinua nella sua mente: è convinto di essere stato scelto come uno dei concorrenti e che, quindi, ci siano delle persone della produzione del programma che lo seguono e lo spiano per osservare i suoi comportamenti.

Dopo l’enorme e meritato successo ottenuto con Gomorra, il regista Matteo Garrone conferma il suo grande talento e ci regala un’opera densa e intensa, interessante e coinvolgente, comunicativa e stimolante. Ritroviamo anche la stessa cifra stilistica e lo stesso acume narrativo che abbiamo visto nel film precedente, con una grande attenzione ai volti dei personaggi e con uno spiccato realismo. Stavolta però, e il tema di fondo non poteva che portare verso questa direzione, abbiamo delle venature quasi oniriche, un’atmosfera lontanamente felliniana, uno straniamento dovuto a luoghi, persone e situazioni che creano un mix destabilizzante, ma ben amalgamato alla veridicità assoluta di tutto il resto. Torna anche il fuori-fuoco questa volta forse addirittura più funzionale per sottolineare l’alienazione del protagonista dalla realtà che lo circonda e che l’ha sempre circondato, a causa di questo mito del successo e della ricchezza immediata. A tal riguardo risultano decisamente efficaci le sequenze speculari di apertura e chiusura dell’opera, che con la macchina da presa, dapprima planante dall’alto all’interno di un matrimonio pomposo e macchiettistico e alla fine spiccante nuovamente il volo dopo che il protagonista sembra essere stato totalmente catturato dal “reality”, sono in grado di trasmettere la completa fusione delle due entità: realtà e immaginazione, essenza e apparenza. Altro grande elemento di gradimento è la mancanza di pedagogismi alcuni e l’assenza di manfrine retoriche e populiste, nonostante la questione desse adito a determinati risvolti (così come del resto avveniva anche in Gomorra, film dalle implicazioni ancora più scottanti). Merito dell’autore, quindi, è quello di essere stato in grado di raccontare un tarlo della nostra società senza ricorrere a facili scorciatoie o a banalità di nessuna sorta. Forse stavolta Garrone, in certi frangenti, si lascia andare alla risata facile (la figura dell’ex concorrente del Grande Fratello e qualche pedina di contorno appaiono forse esageratamente caricaturizzate ad esempio), ma trattasi di peccato veniale, che passa inosservato al cospetto della potenza narrativa, e che soprattutto viene presto dimenticato, grazie anche all’interpretazione più che convincente e soprattutto coinvolgente dei protagonisti principali, primi su tutti Aniello Arena nel ruolo di Luciano e Loredana Simioli in quello di sua moglie Maria.

Ad intrecciarsi potentemente al tema dell’illusorietà e della pericolosità della stessa, inerentemente al mondo della tv che offre scorciatoie e felicità fasulla, arriva anche quello dell’utopia e dell’”inganno” nascosto nella religione, nell’affidare la risoluzione dei propri problemi ad un’altra entità indistinta e spesso utopistica. Il tutto è ben rappresentato da alcune sequenze di grande efficacia, come quella in cui Luciano si reca a Roma in Via Crucis con l’amico Michele, l’ottimo Nando Paone, per poi fuggire, non visto, alla ricerca degli studi del Grande Fratello. Studi all’interno dei quali si riproducono meccanicamente e fedelmente, comportamenti e stilemi già visti in precedenza e assimilati in un ciclo di inquietante e angosciante imitazione, tanto da non distinguere più il reale dal fittizio.

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Babycall

REGIA: Pål Sletaune
CAST: Noomi Rapace, Kristoffer Joner
ANNO: 2012

Anna si è trasferita col suo bambino Anders in un condominio della periferia di Oslo per sfuggire ad un marito pericoloso e violento. Per tenere il figlio sotto controllo anche di notte compra un babycall in modo da poter sentire sempre il suo respiro. Qualcosa però andrà storto: dall’apparecchio comincerà a percepire lamenti e urla inquietanti e Anders si affiancherà ad un bambino a dir poco sinistro. L’unico scampolo di luce nella vita della donna sarà costituito dall’amicizia con Helge, commesso di un negozio di elettrodomestici, che cercherà in tutti i modi di aiutarla.

Non può essere definito a tutti gli effetti un horror, perché manca esteticamente e registicamente degli aspetti salienti del genere. Ci troviamo, piuttosto, dalle parti del dramma psicologico con venature thriller e con qualche sprazzo di tensione, anche se bisogna dire che non tutte le componenti sono ben riuscite. Sul fronte drammatico abbiamo una buona introspezione della protagonista, ben incarnata dalla sempre più richiesta Noomi Rapace (vincitrice del Marc’Aurelio  come miglior attrice al Festival Internazionale del Film di Roma dell’anno scorso), e delle sue ossessioni imperanti.  Non abbiamo però una buona padronanza del ritmo e della suspense, con momenti di stanca fin troppo ricorrenti, con una ridondanza narrativa a tratti eccessiva e con un banale e prevedibile ricorso a determinati cliché del genere, soprattutto in fase finale, momento in cui incorriamo in risvolti shyamalaniani ormai quasi anacronistici. Non aiuta la confusione in fase di sceneggiatura, con buchi e vuoti narrativi, atti sicuramente a creare spaesamento nello spettatore e a tenere sempre desta la sua attenzione, oltre che ad amalgamarsi allo stato mentale estremamente caotico della donna. Ciò non basta però a rendere accettabile uno svolgimento che si ritorce su se stesso e invece di lasciarci positivamente allibiti e increduli, ci regala uno stato di insoddisfazione dovuto all’incapacità dell’autore di saper tenere ben fermo il timone e di stupirci senza ricorrere a strategie abusate e a colpi di scena visti e stravisti. Tutto sommato, comunque, rimane qualche suggestione visiva (il lago, la claustrofobia dell’appartamento di Anna), la buona prova recitativa del cast poco nutrito e l’angoscia permanente delle atmosfere. Questo non rende Babycall un film memorabile, ma non lo fa finire direttamente nel dimenticatoio, anche grazie a sottotrame in qualche modo coinvolgenti (in primis quella che riguarda il commesso ben impersonato da Kristoffer Joner) e ad alcuni guizzi, seppur rari, in grado di suscitare qualche scossone (le apparizioni del bambino misterioso). Raggiungere un equilibrio, dunque, nell’analisi di quest’opera è altrettanto difficile quanto comprendere le azioni e le scelte dell’essere più imprevedibile in assoluto: una madre che cerca di proteggere il proprio figlio.

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Beginners

REGIA: Mike Mills
CAST: Ewan McGregor, Christopher Plummer, Mélanie Laurent
ANNO: 2011

Oliver, di professione disegnatore e grafico, vive una condizione esistenziale sospesa, incapace di mantenere salde le sue relazioni sentimentali e di andare oltre la perdita dei genitori. La madre, infatti, è morta di cancro, evento che ha dato modo al padre di fare coming out e di confessare la propria omosessualità, vivendo alla luce del sole la sua natura per altri cinque anni, momento in cui anche lui, a causa della stessa malattia, lo abbandona. L’incontro con Anna, un’attrice francese altrettanto problematica, lo costringerà a venire a patti con sé stesso e con la vita.

Opera seconda di questo artista talentuoso e originale, figlio di una certa cultura indie e di un cinema particolare e dimesso, ma anche esteticamente estroso, come quello degli ottimi Michel Gondry o Wes Anderson, Beginners si fa guardare con grande interesse e con una certa dose di coinvolgimento emotivo, senza però scadere in ruffianerie di sorta, stucchevolezze o patetismi alcuni. Elementi facilmente riscontrabili in prodotti incentrati su snodi narrativi che vedono al centro della messa in scena drammi familiari, amori difficili, percorsi formativi dolorosi. Tutti elementi che si ritrovano in questo film, ma che vengono affrontati e raccontati con una delicatezza impensabile e con un gusto sopraffino per le immagini, le associazioni di idee, i ricordi e l’importanza del vissuto, con il susseguirsi non sempre lineare e semplicistico di passato e presente. In questo caso è il montaggio l’elemento più significativo della pellicola, perché è in grado di esprimere e comunicare in maniera compiuta ed efficace l’evoluzione del protagonista (un magnificamente intenso Ewan McGregor), facendo ricorso a quelli che sono le sue rievocazioni istantanee, scaturite dal vissuto corrente, da piccole casualità, da gesti o situazioni. Parlavamo anche del gusto per le immagini, altro elemento caratterizzante in maniera positiva Beginners, attraversato dai disegni che lo stesso Oliver produce per dare libero sfogo alle sue sensazioni e per comunicare col mondo (bellissima la sua idea di disegnare la storia della tristezza, proponendola poi come lunghissima copertina per il cd di un gruppo che si è rivolto a lui per dei semplici ritratti) e da fotografie del passato che raccontano come venivano vissute diversamente le stesse cose che oggi però hanno significati o aspetti diversi (il sole, le stelle, la natura, l’amore, la bellezza).  Aggiungiamoci un Christopher Plummer in stato di grazia, capace di animare con immensa potenza espressiva un personaggio, il padre, che poteva cadere facilmente vittima della caricatura e una graziosa e irresistibile Mélanie Laurent; condiamo il tutto con una colonna sonora adeguatissima e deliziosa, mescoliamo delicatamente e otterremo l’ottimo miscuglio che è Beginners, opera non convenzionale e fuori dagli schemi, così come il talento di Oliver, alter-ego dello stesso regista lanciato nel racconto di spezzoni della sua vita vissuta, che rifugge le banalità e gli assolutismi (i ritratti che ormai è stando di disegnare), per dare libero sfogo alle peculiarità e ai contenuti (le scritte sui muri che rimandano alla sua coscienza storica, i nuovi disegni che fa al lavoro). Nel mezzo una profonda riflessione sul passaggio dall’infanzia all’età adulta, non sempre cronologicamente consequenziale, dato che ad esempio Hal rivive la prima da anziano quando finalmente assapora la vera felicità. È per questo, infatti, che non lo vedremo mai nei ricordi di Oliver da bambino, permeati dalla nostalgia di una madre amorevole, ma infelice. Tutto questo è Beginners, piccolo gioiellino da noi mai distribuito nelle sale e passato direttamente all’home video, ma decisamente meritevole di essere recuperato.

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Livid

REGIA: Alexandre Bustillo, Julien Maury
CAST: Beatrice Dalle, Loic Berthezene, Serge Cabon, Chloé Coulloud, Catherine Jacob, Jérémy Capone, Chloé Marcq, Félix Moati, Mauri-Claude Pietragalla
ANNO: 2011

Lucie comincia il suo giro da infermiera seguendo la signora Wilsonche fa visita ai suoi pazienti, tra cui una vecchissima donna in coma irreversibile, la quale vive sola in una grandissima villa. La donna, ex ballerina classica, conserva nella sua casa un tesoro di inestimabile valore, stando a quanto afferma l’infermiera più anziana. Lucie, allora, sognando una vita migliore col suo fidanzato, decide di andarci di notte con lui e con un loro amico per impossessarsene. Peccato che verrà sconvolta da una serie di avvenimenti terrificanti.

Alla loro seconda opera i registi francesi Alexandre Bustillo e Julien Maury fanno una grande sterzata e dall’estremo realismo, escluse deviazioni zombiesche e giocose verso il finale, del loro primo film, l’acclamato À L’Intérieur, passano al fantastico e onirico, oltre che lontanamente favolistico, di Livid (nel titolo originale con una “e” finale). Si tratta, ovviamente, di una favola dark ed estremamente gotica, con tanto di casa stregata sullo sfondo e con creature malvagie che la abitano e che terrorizzano coloro che osano “profanarla”. Un altro universo insomma, rispetto alla follia assoluta che regnava nella mente della protagonista negativa del film precedente, del tutto decisa ad impossessarsi del bambino nel grembo della sua controparte. La maternità violata e il significato di “casa” erano due temi portanti di quell’opera, temi che in un certo qual senso, seppur rivisti sotto punti di vista diversi, tornano anche questa volta. Nonostante ci troviamo di fronte ad una sorta di retrocessione, possiamo comunque apprezzare la volontà di esprimere le proprie idee cambiando registro e non adagiandosi sugli allori. Quello che non possiamo fare, però, è non notare una mancanza di coesione ed equilibrio in quest’opera traballante e priva di una precisa direzione. Tutto sommato, comunque, godiamo di un certo gusto per il macabro e per la messa in scena, elementi che soddisfano enormemente durante la visione del film, attraversato da suggestioni visive inquietanti e coinvolgenti, nonché contrassegnato da una fotografia affascinante e comunicativa e da una regia sempre attenta e interessante, con atmosfere argentiniane (i richiami nono sono pochi) e con una scenografia decisamente degna di nota. Ciò che rovina il risultato complessivo, dunque, è un impianto narrativo che sfocia più volte nel ridicolo involontario, fino ad arrivare ad un finale multistrato poco consono al talento dei due registi ed eccessivamente sopra le righe, con fantasmi volanti, vampiri sui generis e non diciamo altro per non rovinare la sorpresa a nessuno. Ma più che altro la sorpresa viene dal fatto che i due autori si siano spinti a debolezze di sceneggiatura simili, considerando tra l’altro che nemmeno l’opera precedente spiccava in tal senso, compensando però con un impianto estetico e concettuale di non poco conto. Tralasciando il fatto che in questo caso, volutamente, non abbiamo grandi sottotesti, ma solo la voglia di giocare col genere e di intrattenere l’amante dello stesso, cosa decisamente gradita, non possiamo però non strizzare il naso di fronte a risvolti esageratamente raffazzonati. Bustillo e Maury, insomma, si mantengono degni pur non superando loro stessi, strizzando l’occhio a opere appartenenti allo stesso filone, anche la Hammer è dietro l’angolo, e in primis a loro stessi, forse autocompiacendosi fin troppo, con il ritorno delle immancabili forbici, arma letale e mostruosa presente in À l’intérieur. Qui però si affiancano a specchi magici, a carillon umani, a falene succhia-anima e a spettri malefici. Un miscuglio non ben amalgamato che inizialmente ha un buon sapore, ma gustando a fondo lascia un retrogusto amarognolo.

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Detachment – Il Distacco

REGIA: Tony Kaye
CAST: Adrien Brody, James Caan, Marcia Gay Harden, Lucy Liu, Christina Hendrick, Bryan Cranston, Tim Blake Nelson
ANNO: 2012

Henry Barthes, di professione “supplente”, si ritrova ad insegnare per un mese in una scuola di periferia degradata, frequentata da ragazzi sbandati e privi di prospettive per il futuro. I suoi superiori e colleghi sembrano ormai arresi al sistema di cui fanno parte, mentre lui, anche grazie al suo “distacco” nei confronti della vita e dei rapporti umani, riesce quantomeno a scalfire la superficie.

I film di formazione, che affrontano il tema della scuola e delle falle in essa contenute non sono pochi e si potrebbero fare esempi illustri al riguardo. Quelli che lasciano il segno e coinvolgono enormemente lo spettatore non sono invece molti. Questo Detachment – Il Distacco, però, riesce ad attirare tutte le nostre attenzioni e a farci entrare in empatia coi personaggi e con le storie che li riguardano. Ciò che rende dunque particolare quest’opera che affronta un tema sociale di non poco conto è la qualità dello sguardo narrativo e registico (del resto Tony Kaye ci aveva già stupiti con American History X) e il perfetto assemblaggio di un cast su cui spicca un Adrien Brody superbamente intenso e comunicativo accompagnato da altre star degne di note come Lucy Liu, la Christina Hendricks del telefilm Mad Men, Marcia Gay Harden, James Caan e il Bryan Cranston di Breaking Bad in un cameo. La precarietà esistenziale e sentimentale del professore protagonista fa da specchio a quella dei suoi colleghi e, soprattutto, dei suoi studenti che vivono in uno stato confusionario la percezione della propria identità e del proprio posto nel mondo. Confusione che vien ben raccontata tramite il ricorso a diversi linguaggi filmici, partendo dalla patina documentaristica iniziale con camera a mano e interviste varie, passando per l’utilizzo di inquadrature sghembe e di sequenze metaforiche (come quella in cui il professore si ritrova a leggere i versi de La Caduta Della Casa Di Usher di Edgar Allan Poe all’interno dell’aula completamente e letteralmente distrutta), senza tralasciare inserti animati con delle lavagnette sulle quali dei gessi danno vita alle sensazioni dei protagonisti, e non dimenticando la dimensione onirica (i ricordi prima sfocati poi sempre più vividi di un evento passato traumatico) e drammatica, senza esagerazioni di sorta. Sono tre, infatti, i personaggi che rendono meno inflessibile quel distacco che dà il titolo al film: una ragazzina prostituta che Henry prende sotto la sua ala protettrice per cercare di darle una direzione, una studentessa con problemi di autostima e di stima paterna, dotata però di uno spiccato senso artistico (interpretata dalla figlia dello stesso regista) e una giovane collega che comincia a provare per lui un interesse sentimentale. Nel mezzo si pone la figura del nonno in fin di vita, figura che lo tiene ancorato ad un passato doloroso e insostenibile, ma che gli fa comprendere il suo stato di incomunicabilità e impenetrabilità. Stato che non contraddistingue assolutamente il film, decisamente in grado di creare il giusto grado di interesse e, in prima istanza, coinvolgimento emotivo.

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Prometheus

REGIA: Ridley Scott

CAST: Charlize Theron, Michael Fassbender, Noomi Rapace, Idris Elba, Guy Pearce, Logan Marshall-Green, Patrick Wilson, Sean Harris, Rafe Spall, Emun Elliott, Benedict Wong, Kate Dickie

ANNO: 2012

La nave spaziale Prometheus parte alla volta di un pianeta su cui si presume vivano gli esseri che hanno dato vita alla civiltà umana, chiamati Ingegneri. A bordo i due scienziati che hanno scoperto delle mappe dipinte sui muri migliaia di anni prima; un robot che cerca di scoprire un minimo di umanità in sé; un capitano un po’ sui generis; e altri membri dell’equipaggio che presto si renderanno conto che non sempre farsi troppe domande è l’unica via per trovare risposte.

Tagliamo subito la testa al toro: Prometheus è un film imperfetto. Imperfetto quanto può esserlo un umano dotato di anima, al contrario di un robot privo di sentimenti. La metafora è d’obbligo dal momento che il dialogo più significativo dell’opera avviene tra lo scienziato interpretato da Logan Marshall-Green e  l’androide magnificamente impersonato da un ambiguo Michael Fassbender. Si può quindi preferire un’opera perfetta ma senz’anima ad una imperfetta ma pulsante e piena di vita? Trovare la risposta a questa domanda è forse ancora più difficile che arrivare alla soluzione del quesito che si pongono i due scienziati all’interno del film: chi ci ha creati e, soprattutto, perché? Semplicemente perché “potevano farlo” o perché l’essere umano ha un senso e un significato ben preciso con la sua presenza sulla Terra? Ovviamente prima di poterci capire qualcosa, i protagonisti di quest’ultima, molto discussa, fatica di Ridley Scott, dovranno fare i conti con creature mostruose e temibili, con mostriciattoli di non poco conto e con un pericolo ancora più strisciante e imprevedibile, quello che viene dall’interno. Cosa rende, allora, Prometheus degno di nota, vi starete chiedendo, dal momento che abbiamo esordito ammettendo la sua natura tutt’altro che priva di difetti? Perché Prometheus è senza ombra di dubbio una “creatura” degna di nota. A renderla tale ci pensa il talento registico, indiscutibile, di chi sta dietro la macchina da presa, il gusto per lo spettacolo e la spettacolarizzazione degli ambienti, la scenografia mozzafiato che, per forza di cose, rimanda in molti aspetti a quella del predecessore che in realtà è un successore, la meraviglia visiva e la potenza delle immagini. Proseguendo con le mille domande che lo spettatore si pone durante e a fine visione, così come fanno i protagonisti all’interno del film circa la natura umana e la sua origine, si può definire Prometheus un prequel di Alien? È, infatti, inutile evitare il confronto o l’accenno al grande capolavoro di Scott che a distanza di 33 anni continua a detenere il primato tra le opere del regista insieme a Blade Runner. Però è difficile rispondere anche a questo interrogativo, dal momento che sono molti gli spunti, i richiami, i collegamenti e, primariamente, l’ammiccante finale, di cui non diremo ovviamente altro. Ma, come suddetto, si tratta soltanto di sfumature, a volte parecchio evidenziate è vero (soprattutto per quanto attiene all’evoluzione di determinati snodi che riguardano infezioni, quarantene e parti cesarei un po’ strambi), ma sostanzialmente irrilevanti ai fini di un proseguimento narrativo vero e proprio. A proposito di narrazione arriviamo alla nota dolente che potrebbe far storcere il naso a più di uno spettatore, ma soprattutto ai critici più imbolsiti e boriosi: la sceneggiatura. Risiede in questo aspetto la debolezza, forse l’unica, di quest’opera, raccontata sì con grande gusto per l’avventura e il mistero, ma con scelte non sempre apprezzabili, soprattutto nella seconda parte. Ma un’opera cinematografica può essere giudicata in riferimento alla sua parte narrativa, o vanno considerati altri aspetti quali la meraviglia visiva, il racconto per immagini, la forza comunicativa delle stesse? A furia di sembrare ripetitivi, non possiamo che ammettere di trovarci di fronte ad un altro quesito difficilmente risolvibile. Non ci resta altro da fare, allora, che smettere di farci domande, così come i protagonisti del film (tra cui un’algidissima e straordinaria Charlize Theron) e lasciarci trascinare e stupire da questa fantastica, mirabolante, adrenalinica e stimolante storia di interrogativi irrisolti, ma di grandi, irripetibili e coinvolgenti emozioni.

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Goodbye Lenin

REGIA: Wolfgang Becker
CAST: Daniel Bruhl, Katrin Saß, Culpan Nailevna Chamatova, Maria Simon, Florian Lukas, Alexander Beyer
ANNO: 2003

Alex, giovane “rivoluzionario” berlinese che si oppone alla DDR, vive con una sorella un po’ svampita, una nipotina appena nata e una mamma fedelissima al regime socialista, la quale finisce in coma a causa di un infarto provocato proprio dalla scoperta delle idee politiche del figlio durante una parata. Durante gli otto mesi di dormienza della donna, il muro di Berlino viene abbattuto e la DDR crolla con esso. Al risveglio della madre, Alex decide di nasconderle il nuovo regime sempre più occidentalista e consumista e costruisce per lei un’illusoria DDR, perché qualsiasi dolore o shock potrebbe esserle fatale.

Commedia dolce-amara con venature per forza di cose politiche, Goodbye Lenin colpisce per la sua leggerezza e al tempo stesso per la sua intensità di contenuti, ben comunicati con freschezza e contemporaneamente profondità. I momenti comici e persino grotteschi, infatti, sono ben amalgamati con quelli più toccanti e commoventi in una parabola che è un vero e proprio percorso di formazione per il giovane protagonista. Alex, infatti, allestisce una finta DDR, sì per il bene della madre debole di cuore, ma inconsciamente per se stesso, in una costruzione di un’identità politica ben precisa, lontana dagli schermi precostituiti. I trucchi a cui ricorre per tenere in piedi il suo teatrino, dai finti Tg girati e montati all’amico con velleità registiche alla Kubrick, all’utilizzo dei vecchi vestiti, fino alla richiesta di connivenza dei vecchi compagni di partito della madre, testimoniano con semplicità e immediatezza il senso di spaesamento provato da una società colpita da un cambiamento epocale. E  Goodbye Lenin è in grado di non soffermarsi su assolutismi o qualunquismi, mostrando luci e ombre di questo cambiamento e raccontando soavemente lo smarrimento di un popolo rendendo appieno il valore metaforico di quel muro e la divisione sociale, culturale e politica che aveva creato tra le due Berlino, tra due mondi invasi da influenze opposte, quella americana e occidentale da un lato e quella sovietica e socialista dall’altro. Altro punto di forza dell’opera sono gli attori tutti molto credibili e coinvolgenti, chiamati ad interpretare personaggi deliziosi e particolari, ma mai eccessivamente sopra le righe. Decisamente emozionante, poi, il ricongiungimento con un padre passato anni prima dall’altra parte del muro e mai rivisto. Padre che quindi è metafora dell’ovest e che si contrappone alla madre simulacro dell’est. Contrapposizione che alla fine del percorso di formazione di Alex si trasforma in unione, andando a sancire definitivamente la fine di un cammino fatto di piccole illusioni e grandi consapevolezze. Accompagnato dalle note di Yann Tiersen e da alcune immagini iconiche di grande effetto (la “dipartita” della statua di Lenin, un enorme poster della Coca-Cola che viene srotolato su un palazzone, i pupazzetti mandati sullo spazio dal cosmonauta che Alex adora), Goodbye Lenin è una visione che ci induce a sorridere, a ricordare, a riflettere e soprattutto a desiderare un posto migliore in cui vivere, veritiero o illusoria che sia.

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À L’Intérieur

REGIA: Alexandre Baustillo, Julien Maury
CAST: Alysson Paradis, Béatrice Dalle
ANNO: 2007

Sarah, incinta di nove mesi in procinto di partorire e rimasta solo dopo un terribile incidente automobilistico in cui ha perso il compagno, decide di passare la vigilia di Natale a casa sua. Qui, però, riceverà le morbose attenzioni di una misteriosa donna penetrata nel suo appartamento e, armata di enormi forbici, decisa a rubarle il bambino dal suo grembo.

La cosiddetta nouvelle vague horror francese ha partorito, è proprio il caso di dirlo, una serie di opere dal contenuto e dalla forma decisamente interessante. Sono molti ormai i titoli appartenenti al filone e À L’Intérieur non fa eccezione, anzi forse risulta uno dei componenti più rappresentativi di questa famiglia. Difficilmente si può rimanere indifferenti al cospetto di un film in cui il concetto di violenza e disgusto è portato agli estremi, prendendo di mira il simbolo forse più sacro che possa venirci in mente: la maternità. Le scene più impressionanti, infatti, non sono solo quelle in cui il sangue inonda le pareti, le scale e i corpi delle due perfette protagoniste (su cui spicca per forza di cose un’agghiacciante e sorniona Béatrice Dalle, vera punta di diamante dell’opera), sgorgante dai loro volti, dalle loro mani e dal ventre materno di una delle due, quanto quelle in cui è lo stesso feto all’interno del grembo che cerca di pararsi dai colpi con le sue mani o che viene sbalzato ripetutamente a causa degli attacchi della donna misteriosa. Altro elemento di grande coinvolgimento, capace di trasmettere enorme inquietudine e angoscia, fino ad un vero e proprio terrore, è proprio questa figura ambigua e melliflua, inizialmente sfuggente e poi sempre più presente, che compare alle spalle della povera donna indifesa, la quale solo verso la fine, come una delle classiche eroine slasher, diventa una combattente armata fino ai denti e del tutto decisa a sbarazzarsi del nemico che l’ha attaccata proprio nel luogo che dovrebbe essere per noi più sicuro, la nostra casa. Da qui il titolo indicatissimo che, tra l’altro, si riferisce anche all’interno del grembo materno, quello in cui pure il feto, vera vittima della situazione, viene attaccato. Ecco che allora, al di là di una sceneggiatura decisamente scarna e prevedibile anche nel suo banale colpo di scena finale, il film risulta molto interessante per questi piccoli guizzi che, uniti alla straordinarietà realistica della messa in scena e degli insostenibili atti di violenza perpetrati da entrambe le donne, lo rendono sicuramente imperdibile, soprattutto per gli amanti del genere. Siamo, come detto, dalle parti dello slasher più puro (persino i personaggi di contorno sono stupidissimi e servono solo come carne da macello), ma i due registi (tra cui uno, Alexandre Baustillo, divoratore di horror come dimostra il suo lavoro di critico cinematografico per Mad Movies) arricchiscono la narrazione del tipico film d’assedio in cui il tutto si svolge all’interno di un unico ambiente (con rimandi all’Halloween carpenteriano) con una riflessione politica sul diverso e sull’estraneo (sullo sfondo, infatti, c’è sempre il riferimento alle rivolte cittadine degli immigrati nella banlieue parigina).

Possiamo concludere, infine, con un avvertimento per gli stomaci più deboli, gli animi più sensibili e, soprattutto, le donne incinta:  alla fine ci troviamo di fronte ad una sequenza dall’assoluta insostenibilità per stomaci, una scena tremendamente assurda che chiude in “bellezza” un mirabolante circo dell’orrore.

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I bambini di Cold Rock

REGIA: Pascal Laugier
CAST: Jessica Biel, Jodelle Ferland, Stephen McHattie, Jakob Davies, William B. Davies, Samantha Ferris
ANNO: 2012

Julia è una giovane infermiera rimasta vedova con un bambino piccolo da crescere. Nella cittadina in cui vive, Cold Rock, ormai alla deriva a causa dell’abbattimento della miniera che dava da vivere agli abitanti, da tempo spariscono dei bambini di cui non si hanno più notizie. I cittadini pensano che vengano portati via da un individuo da loro nominato “The Tall Man” e quando anche il figlio di Julia scompare, per la donna comincerà un’avventura fatta di violenza e terrore.

Entrato ormai di diritto nella storia del cinema per il suo allucinante e impressionante Martyrs, film apparentemente fine a sè stesso, ma concettualmente e teoricamente molto interessante, il regista francese Pascal Laugier torna con questa sua terza opera ambientata in terra straniera, quell’America che ormai fagocita tutto, ma per una produzione in parte canadese, rimanendo quindi sostanzialmente in casa. Scrive egli stesso la sceneggiatura in un film che in prima battuta potrebbe sembrare decisamente differente al precedente e non rientrante dunque in quella che ormai può essere definita la sua poetica. Ma se esteticamente siamo di fronte a due opere non proprio assimilabili (in Martyrs, infatti, avevamo un insistente e imperante sguardo sulla sofferenza fisica e psicologica, mostrata in ogni minimo, spaventoso e impressionante, particolare), dal punto di vista contenutistico e comunicativo sembra che Laugier stia proseguendo un discorso già avviato. Si parlava, nel film precedente, di superstizione e di una comunità mistica e religiosa predicatrice del sacrificio per l’espiazione del senso di colpa. Ci si sofferma, in I Bambini Di Cold Rock (tremendo titolo italiano per The Tall Man, comunque non troppo originale), sul ricorso di una comunità sporca e abbandonata a sé stessa al “mito” dell’uomo nero per la giustificazione alle proprie mancanze e meschinerie, per poi arrivare alla proposizione di un dubbio etico e morale di non poco conto che lascia lo spettatore inerme di fronte ad un finale potentemente comunicativo, ma, soprattutto, emozionante. E se inizialmente può sembrare di trovarsi di fronte ad un classico horror estivo senza arte né parte (al di là dell’ottima regia e della splendida fotografia), subito ci rendiamo conto di assistere ad un’opera stratificata e fortemente interessante, ottima sia dal punto di vista formale che contenutistico, con il ricorso ad una star che buca lo schermo, la sorprendentemente adeguata Jessica Biel, ma che di contro viene privata di tutto il suo sex appeal e dotata, invece, di un’espressività e di una potenza comunicativa di non poco conto. Il susseguirsi dei colpi di scena e l’andamento narrativo asimmetrico rendono ancora più coinvolgente un’opera già di per sé complessa, nonostante le già citate apparenze, e sanciscono l’autorialità e la competenza di un regista che riesce a piegare il genere alla sua volontà di esprimere non solo abilità tecniche, ma anche contenuti.

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