Paranoid park

REGIA: Gus Van Sant

CAST: Gabe Nevins, Taylor Momsen, Lauren McKinney, Jake Miller, Daniel Liu,
ANNO: 2007

TRAMA:

Portland, Oregon. Alex è un sedicenne normale con la passione per lo skateboard. Una notte si reca nel temuto Paranoid Park e incidentalmente uccide una guardia ferroviaria. Il peso da sostenere è tantissimo e molte volte Alex crederà di non potercela fare a tenersi tutto dentro.

 



ANALISI PERSONALE

Continua il viaggio nel mondo degli adolescenti di Gus Van Sant inaugurato con quell’altro fenomenale film che era Elephant. Come nel suo precedente, anche in Paranoid Park, gli adulti non ci fanno una bella figura, tutti presi dalle loro vite senza preoccuparsi minimamente dei ragazzi che altro non hanno bisogno se non di affetto e attenzioni. E Alex, il protagonista di questa toccante pellicola, non differisce dagli altri suoi coetanei nel modo di essere, di fare, negli atteggiamenti ma soprattutto nei bisogni e nei desideri.

Alex vive una vita normale, i suoi genitori sono separati, ma non sembra questo a turbarlo, più che altro è la mancanza di una figura di riferimento a mancargli. Ha una ragazza che trascura per il suo migliore amico Jared e soprattutto per la sua passione per lo skating. Quando l’amico lo invita ad andare con lui a Paranoid Park (un luogo un po’ temuto perché frequentato da gente apparentemente losca e perché impervio da praticare) lui gli dice di non essere ancora pronto per quel posto. Ma la curiosità e la voglia di una nuova avventura lo spingono velocemente a recarvisi. Qui fa la conoscenza di nuove persone, tra cui una ragazzina (non priva di brufoli) e la notte rimasto solo con un altro skater del luogo si cimenterà in un pericoloso esperimento: lanciarsi con lo skate da un treno merci in corsa. Un vigilante ferroviario cercherà di fermare i “teppistelli” e accidentalmente Alex, difendendosi proprio col suo amato skate, causerà la morte dell’uomo. Da questo momento in poi, il ragazzo dovrà imparare a convivere col suo segreto e soprattutto col suo senso di colpa, dato che decide di continuare la sua vita senza raccontare niente a nessuno. L’unica persona alla quale riesce a confessare di avere un grave problema (perché si accorge di avere estremamente bisogno di parlare con qualcuno) è proprio la ragazzina conosciuta a Paranoid Park la quale gli consiglierà di scrivere il suo segreto in una lettera indirizzata ad un amico, magari a lei. Ed è così che farà il ragazzo dopo aver lasciato la fidanzatina e aver provato invano a confidarsi con il padre che pare essere più adolescente di lui. La sua vita continua nella stessa identica maniera di prima: le solite giornate a scuola, le uscite con Jared, le liti con la sua ragazza (le parole di una delle quali sono magistralmente coperte dalle fantastiche note di Nino Rota), ma Alex continua a scrivere a matita i suoi segreti inconfessabili, facendoci partecipi flashback dopo flashback di quella terribile notte a Paranoid Park.

Nessuno è mai pronto per Paranoid Park

Scene crude, secche, molto forti che culminano in una dolorosissima e intensissima doccia fatta dal ragazzo per lavare via la colpa contrassegnata dal rumore sempre più assordante delle gocce d’acqua e del cinguettio degli uccelli.
Nel frattempo Alex tenta disperatamente di aggrapparsi ad una figura adulta senza riuscire a trovarla né nella madre che continua ad assecondarlo per paura di confrontarsi con lui, né nel padre che sembra in tutt’altre faccende affaccendato, né nelle istituzioni che non si preoccupano minimamente di ciò che avviene nel cuore e nella mente dei ragazzi che contribuiscono ad educare. Che cosa resterà da fare al ragazzo che riesce a resistere stoicamente agli interrogatori della polizia, se non bruciare tutti i suoi fogli scritti labilmente a matita e continuare a sostenere il suo peso solo e incompreso?

Seguendo passo dopo passo ogni singola movenza del ragazzo, Gus Van Sant rimane al di fuori delle parti senza dare un giudizio apparente. Siamo noi che guardiamo il tutto attraverso il punto di vista del protagonista e siamo noi a giudicare l’intera situazione. Certo, il mondo degli adulti non ci fa proprio una bella figura, tutto preso da sé senza occuparsi minimamente della propria “prole”, ma per quanto riguarda il “fatto”, allo spettatore è dato modo di giudicare arbitrariamente la situazione senza che il regista ci metta il suo zampino.
I primi piani abbondano, soprattutto quelli di Alex nei quali si scorge tutto un mondo di sentimenti contrastanti e la regia inconfondibile
del regista si fa riconoscere sin dalle prime sequenze, nelle quali vediamo degli skater muoversi al ralenti sulle piste impervie del Paranoid Park. Nota di merito anche per Cristopher Doyle che ha fotografato egregiamente ogni singolo momento della pellicola.  Girato con tecniche diverse (dal digitale, al 35 mm al Super 8) e inframmezzato da musiche che spaziano da Beethoven a Nino Rota (con le colonne sonore di Amarcord e Giulietta per gli spiriti), Paranoid Park, sceneggiato in maniera perfetta dal regista stesso, è quasi un pugno nello stomaco che colpisce lo spettatore sensibile a attento a certe tematiche.

Regia: 8,5
Sceneggiatura: 9
Recitazione: 8
Fotografia: 8,5
Colonna sonora: 9
Ambientazione: 8,5
Voto finale: 8,5

 



CITAZIONE DEL GIORNO

La libertà è una droga come tutte le altre, troppa può essere molto pericolosa.  (da "Demoni e Dei")


LOCANDINA


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24 commenti su “Paranoid park

  1. anonimo il said:

    Sono contento ti sia piaciuto anche questo! Credo di avere usato ogni parola possibile e immaginabile per descrivere cosa mi ha trasmesso questo film. Per me uno dei più belli dell’anno!

  2. armapo il said:

    Questo me lo sono perso, ahimé…Credo che mi sarebbe piaciuto, così a naso. Sicuramente molto più di “Elephant” che invece mi ha irritato moltissimo. Lo so di andare controcorrente, ma l’ho trovato un esercizio di stile a tratti insopportabile. Voglio dire: lui gira con innegabile bravura, è elegante e quasi ipnotico, ma quando mi fai rivedere la stessa sequenza passata mezz’ora prima (ricordi?) solo da un’altra angolazione, io mi aspetto, come minimo, che tu mi sveli qualcosa di nuovo su quello che è successo. Invece no, niente di che. Non è un semplice sfoggio accademico e fuori luogo?

    A me è sembrato così. Tu che dici?

    Ciao.

  3. Ale55andra il said:

    Io l’ho trovato estremamente intenso ed originale. L’idea di girarlo così seguendo i protagonisti nei corridoi delle scuole esprime qualcosa ed è proprio lo smarrimento che essi provano all’interno di quei corridoi. E comunque, chi dice che gli esercizi di stile siano una brutta cosa? ^_-

  4. Cinemasema il said:

    Non l’ho ancora visto ed è uno dei motivi per cui non ho ancora stilato la mia classifica. Forse arriva al cinema dalle mie parti (con incredibile ritardo). In caso contrario sono proprio nei guai.

  5. Ale55andra il said:

    Mamma mia, c’è qualcuno messo peggio di me allora? Pensa che io lo aspettavo con ansia e nemmeno mi sono accorta che il film fosse già uscito! XD

  6. armapo il said:

    Alessandra, per esercizio di stile intendevo uno sfoggio non funzionale al contenuto del film. Lo stile va benissimo, e Van Sant forse ne ha più di altri, ma lì mi è parso davvero gratuito replicare una sequenza vista da un angolo diverso senza che questo illuminasse proprio niente sulla vicenda in questione. “Pleonastico” è il termine più gentile che mi viene in mente, per non offendere nessuno…

    Se qualcuno poi sa dirmi il senso di quello che io ho trovato inutile, ben venga: c’è sempre da imparare, ci mancherebbe.

    Ciao.

  7. anonimo il said:

    Con Elephant e soprattutto Paranoid Park Van Sant dimostra di essere particolarmente interessato al concetto di traiettoria. Il punto d’arrivo è secondario rispetto al percorso per raggiungerlo, da qui l’interesse per i diversi punti di vista piuttosto che per l’evoluzione della trama. Il Problema di Elephant è che si tratta di un discorso forse eccessivamente teorico, in cui la componente umana è ridotta a schematiche maschere sociali (dalla bibliotecaria bruttina, all’apatico carnefice), ma il film risulta comunque interessante, benchè sicuramente meno coinvolgente del più accorato Paranoid Park.

    :: Holzeweg

  8. Ale55andra il said:

    Forse armapo i diversi punti di vista servono proprio a non crearne uno unico per far sì che lo spettatore giudichi da sè ^^

    Grazier per la tua piccola analisi Holzewg ^_-

  9. Alicesue il said:

    a me è sembrato solo un film sbrodolone.

    Insomma, che è un ottimo regista si è capito, ma non è ora di approfondire le tematiche, invece di stare nella superficialità estrema per “mostrare le cose come stanno”?.

    L’ha già fatto con Elephant, non capisco il motivo di continuare a ripetersi.

  10. Ale55andra il said:

    Non è cambiato il messaggio ma è cambiato il modo di raccontarlo. Al centro sono sempre gli adolescenti e il loro mondo, ma Elephant e Paranoid park sono due film completamente diversi.

  11. AlDirektor il said:

    Ho visto questo film e l’ho trovato piuttosto “bello”, narrazione precisa e avvolgente, peccato non duri un pochino di più.

    Complimenti per il blog , davvero stupendo!!!

    Per chiunque ama il cinema.

  12. armapo il said:

    @Holzeweg e Alessandra: quello che dite è molto chiaro, anche se conferma i motivi del mio fastidio. Visto il soggetto del film, una strage assurda e sanguinosa in un liceo americano, un regista che in tale contesto si diverte a moltiplicare tecnicamente le “traiettorie” e i punti di vista solo per farci notare com’è virtuoso a me fa un tantino senso. Non voglio dire che non si “deve” farlo, ma insomma…Evidentemente il cinema che a me piace si esime da certo “divertimenti” teorici.

    Grazie a entrambi comunque per averne discusso con me. Questo blog è davvero un ottimo spazio per capire e confrontarsi sul cinema: onore al merito, cara Alessandra!

    Ciao.

  13. anonimo il said:

    volevo verificare che avessimo davvero gli stessi gusti… e in effetti no! io ho detestato questo film, e in generale non mi piace gus van sant… però “belli e dannati” mi attira…

    alberto

  14. anonimo il said:

    Recuperato ieri in rassegna (uff, che faticaccia riuscire a vedere i film da queste parti!) e mi è piaciuto molto: Gus Van Sant è un regista particolare, a volte mi lascia perplesso, il suo approccio rischia spesso di scivolare nel cerebrale ma di sicuro è capace di realizzare un cinema indipendente nello spirito, non vezzoso come tanti suoi colleghi e con una sua coerenza interna.

    In questo caso il film, oltre a dare un saggio stilistico notevole colpisce per la sua dolcezza che non cede mai al facile spettacolo.

    Esemplare.

    Davide DG

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