Toy Story – Small Fry, il trailer ufficiale!

Toy Story Small Fry

È stato presentato, insieme all'uscita americana di "The Muppets", il nuovo corto legato alla mitica saga animata di "Toy Story" e intitolato appunto "Toy Story – Small Fry".

Al centro della storia c'è l'avventura di Buzz Lightyear (Tim Allen) che deve riuscire a ritrovare la strada di casa dopo che, di visita ad un fast food, è stato sostituito da una sua mini "action-figures" da Happy Meal.

Ad aiutarlo molti giocattoli un po' depressi perché non considerati dai bambini, anche se ci sarà qualcuno che gli metterà i bastoni tra le ruote: la cattivissima Neptuna (la Jane Lynch di "Glee").

Non mancheranno, ovviamente, in veste di doppiatori anche Tom Hanks che dà voce al protagonista Woody e Joan Cusack che doppia Jesse.

Non è la prima volta che abbiamo a che fare con un corto dedicato a questa saga, dal momento che avevamo avuto già "Vacanze hawaiane" con protagonisti Barbie e Ken, quest'ultimo doppiato da Michael Keaton.

Si tratta infatti di una vera e propria serie, i "Toy Story Toones", che sicuramente non si fermerà con questo secondo lungometraggio di cui ci gustiamo appetitosamente il trailer!

  

  
 

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The human centipede

REGIA: Tom Six
CAST: Dieter Laser, Akihiro Kitamura, Ashley C. Williams, Ashlynn Yennie
ANNO: 2010
 
Il dr. Heiter, specializzato nella separazione di siamesi, vive in una villa isolata e ha cominciato a coltivare un’ossessione sempre più forte: cercare di unire gli esseri umani, piuttosto che dividerli…
 
Un film che non può assolutamente lasciare indifferenti, sia nel bene che nel male, questo “The Human Centipede”, che fa dell’eccesso, del grottesco, del surreale e dell’assurdo la sua carta da visita, riuscendo però in qualche modo a mantenersi in bilico tra orrore, velatissima ironia, e vera e propria inquietudine.
Il protagonista, che richiama i classici mad doctor di un certo tipo di cinema, è ottimamente interpretato da Dieter Laser che gli dona le giuste espressioni, restituendoci un personaggio al limite dell’umano, con tanto di manie di onnipotenza divina, ma anche con molte pecche sul lato criminale, tanto da fare spesso errori madornali, nonostante la precisione medica e chirurgica con la quale porta avanti il suo piano. Non è facile, comunque, soprattutto per i più impressionabili e i più deboli di stomaco, seguire una pellicola con in cui tre esseri umani vengono letteralmente cuciti tra loro, usando come “fil rouge” i loro ani e le loro bocche, preventivamente private di denti, e poi posti forzatamente in ginocchio, rompendo i legamenti delle rotule, in modo tale da formare un vero e proprio centopiedi umano, così come dice il titolo stesso.
Ma così come non è semplice rimanere impassibili di fronte alle atrocità che il dottore impartisce loro, che vanno dal farli mangiare in una scodella a costringere la malcapitata nel mezzo della catena a ingurgitare gli escrementi di colui che sta in testa, è invece altrettanto naturale confermare lo statuto di pura follia, ma anche di un briciolo di genialità nel partorire un’idea tanto estrema, ma decisamente singolare e originalissima. In un momento in cui il genere horror sembra ristagnare nei soliti filoni e cliché narrativi, registici, formali e stilistici, finalmente arriva un prodotto che si distingue notevolmente, facendo tra l’altro leva solo ed esclusivamente sulla forza di questa idea principale.
Sembrano allora giustificabili molte delle scelte apparentemente discutibili che il regista, anche sceneggiatore, ha compiuto nella realizzazione della pellicola, a partire dalla caratterizzazione banale dei personaggi (le due ochette e il giapponese orgoglioso, nonché i due detective verso il finale), passando per la prevedibilità di molti passaggi narrativi (la fuga di una delle due donne, la fine a cui i poliziotti vanno incontro), arrivando alle azioni compiute da tutti coloro che si muovono sulla scena (la ragazza riesce quasi a scappare ma torna indietro a recuperare l’amica narcotizzata e totalmente impedita nei movimenti). Sembrano giustificabili, appunto, proprio perché tutto ciò su cui si punta per la riuscita del film è la succitata forza di questa idea che rende il film decisamente degno di essere visto e magari anche apprezzato. Certo l’influenza cronenberghiana è dietro l’angolo, così come quella del filone horror giapponese, fatto sta che Tom Six riesce a crearsi uno spazio tutto suo, demonizzando in qualche modo anche il fenomeno del nazismo (il protagonista è tedesco e fa esperimenti che in qualche modo ci ricordano Mengele), e facendo parlare moltissimo di sé. Il carattere decisamente disgustoso di molte scene girate tra l’altro con un piglio decisamente realistico, anche se mai insistente e povero di effetti speciali, potrebbe mettere alla prova più di uno spettatore, ma i grandi appassionati di un certo tipo di cinema potrebbero decisamente divertirsi.
Non è un caso, infatti, che Six abbia già girato un secondo capitolo di questa che è diventata una vera saga, dal momento che è in cantiere anche il terzo episodio. Immaginare cosa abbia potuto partorire la sua mente, però, è ancora più difficile che sopportare la visione di questa folle, inusuale, ma unica pellicola.

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Open house

REGIA: Andrew Paquin
CAST: Brian Geraghty, Rachel Blanchard, Tricia Helfer, Anna Paquin, Stephen Moyer
ANNO: 2010
 
Una donna sta vendendo l’appartamento in cui vive perché le ricorda i momenti passati col marito dal quale si è separata. Un uomo, però, si impossesserà dell’abitazione e la terrà prigioniera nel seminterrato. Presto scopriremo che non è da solo…
 
Non vi dice niente il cognome Paquin? La biondina che veste i panni di Sookie Stackhouse nel telefilm “True Blood”, non è solo una semplice comparsa di questo horror, ma è anche la sorella del regista, cosa che ci fa comprendere il perché della sua presenza fulminea e repentina nel film e, soprattutto, l’esistenza di un altro fuggente cameo, quello di Stephen Moyer, il vampiro Bill dello stesso telefilm, nonché consorte della Paquin. Insomma sembra che qui si sia fatto tutto in famiglia, cercando di ottenere spettatori e consensi sfruttando la popolarità dei due divi televisivi e tralasciando tutto il resto, purtroppo.
Perché “Open house”, a conti fatti, risulta un horror oltre che molto prevedibile e scontato, anche parecchio banale  e “rimasticato”, che si conclude con una rivelazione nel pre-finale che ha dell’indecente per quanto è telefonata e con un finale vero e proprio che definire abusato e stanco sarebbe un eufemismo. Nel mezzo perversioni sessuali e non, allucinanti siparietti tra i due occupanti della casa che si dilettano in omicidi e cenette di coppia e sortite giornaliere della povera prigioniera, tenuta in vita senza un minimo di coerenza.
Va bene che il protagonista maschile, succube di quella femminile, comincia a stancarsi di questa routine fatta di sangue e morte, va bene che in qualche modo ha bisogno di un appiglio per staccarsi dal cordone ombelicale che lo lega alla sua altra metà (da qui una serie di considerazioni da psicologia spicciola che fanno cadere le braccia); va bene tutto, insomma, però davvero non si comprende per quale motivo in presenza di due donne (una delle quali è la Paquin che fa una tremenda fine, la stessa che i fan di “True Blood” vorrebbero fosse riservata al personaggio che lì interpreta), lo psicopatico scelga proprio la protagonista come soggetto della sua compassione o come ancora di salvezza, a seconda dei punti di vista.
Al di là di sgozzamenti, scene di sesso buttate un po’ lì e ambiguità iniziali che destano curiosità per poi rivelarsi deludenti, questo “Open house”, praticamente, offre ben poco, ad esclusione delle convincenti interpretazioni, delle atmosfere in qualche modo inquietanti, almeno nelle battute iniziali, e dell’ottima gestione degli spazi (dal seminterrato, alla cucina, alla camera da letto).
Rimane comunque la prova attoriale di Brian Geraghty, già visto in “The Hurt Locker”, qui chiamato a vestire i panni di una sorta di sociopatico che non esce mai di casa e che si trova in bilico tra una prigionia psicologica e sentimentale e un desiderio di affrancamento latente. A seguire la follia e la perversa sensualità di Tricia Helfer, star del mitico telefilm “Battlestar Galactica” e non solo.
Parrebbe, insomma, ben poco per accontentare lo spettatore, nonostante lo sforzo di imbastire un thriller dalle venature horror basandosi soltanto sull’ambiguità e sull’oscurità della mente umana, senza far ricorso ad effettacci, mostri o fantasmi vari. Apprezziamo lo sforzo, ma speriamo che in futuro ad una base di partenza promettente, come è quella di “Open house”, si aggiunga anche un’impalcatura solida e convincente.

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Yattaman – Il film

REGIA: Takashi Miike
CAST: Sho Sakurai, Saki Fukuda, Chiaki Takahashi, Kyoko Fukada, Kendo Kobayashi, Katsuhisa Namase, Junpei Takiguchi, Anri Okamoto
ANNO: 2011
 
Il duo Yattaman, composto da Yatta 1 e Yatta 2, due fidanzatini garanti della giustizia e dell’ordine, è chiamato ad aiutare una giovane donzella alla ricerca del padre scomparso e ad impedire che i quattro pezzi sparsi della pietra Drokostone vengano assemblati dal dio dei ladri che potrebbe farne un uso malvagio. Ad osteggiare loro e i fidati Robbie Robbie e Yattacan c’è il trio Drombo con a capo la sensuale Miss Dronio.
 
Un film sorprendente e molto particolare che non può sicuramente lasciare indifferenti, questo singolare parto del regista Miike che si lascia andare alla nostalgia per l’anime a cui si ispira, il famosissimo “Yattaman” e si lancia in una costruzione di una messa in scena al limite del kitsch, coloratissima, molto pop e a tratti volutamente caotica e ultramoderna. Per i grandi appassionati del cartone animato da noi arrivato negli anni ’80, il film risulterà irresistibile e delizioso, proprio perché non solo contiene numerosi riferimenti ad esso e ne rimane quasi totalmente fedele (i robottini della settimana, l’osso “rivitalizzante”, i bellissimi costumi, le armi e via dicendo), ma è anche attraversato da una travolgente ironia demenziale e quasi surreale che è ripresa anch’essa dal cartone animato in questione.
Nonostante sembra quasi di trovarci di fronte ad episodi diversi non amalgamati perfettamente tra loro, in una sorta di narrazione non proprio coesa e precisa, oltre che a tratti ridondante e pedante per certi passaggi (il tutto dovuto anche forse all’eccessiva durata del film), “Yattaman” riesce a conquistare per la sua forza visiva, per il suo carattere stralunato, per il delizioso modo in cui sono caratterizzati e tratteggiati i protagonisti, a partire dai “cattivi” della situazione, i mitici componenti del trio Drombo, con una splendida Miss Dronio e due imperdibili Boyakki e Tonzula. E’ nei momenti a loro dedicati che il film decolla, anche grazie alle perfette interpretazioni degli attori chiamati ad impersonarli, inanellando una serie di sequenze dall’indubbio sapore cartoonesco, con tanto di balletti e canzoncine, siparietti e gag comiche, botti ed esplosioni scaturenti dalla stupidità dei tre. Quando ci soffermiamo sui due Yattaman e sulla loro “combriccola”, invece, il ritmo e anche l’entusiasmo scemano, forse perché di contro non si hanno le stesse soddisfazioni inerenti la capacità attoriale degli interpreti o la forza espressiva delle scene che li vedono come protagonisti.
Uno stile esagerato e iper-fantasioso sicuramente non per tutti, che si unisce anche ad una narrazione folle, a tratti assurda e paradossale che ben ricorda e omaggia il modello di partenza, salvo eccessi che stonano nonostante il contesto di per sé esagerato (si pensi all’amplesso tra Yattacan e Robot Vergine) contrappesati da altri momenti altrettanto grotteschi, ma molto più bilanciati come i sogni ad occhi aperti dei tre componenti del trio Drombo, davvero imperdibili ed entusiasmanti. Questi sono gli aspetti preponderanti di una pellicola inconsueta e bizzarra come “Yattaman”.
L’entusiasmo, ovviamente, sarà maggiormente di quelli che hanno adorato l’anime nella loro infanzia e adolescenza e di quelli che ammirano lo stile inusuale e unico del regista che ha deciso di portarlo al cinema. La perplessità e magari anche l’insoddisfazione, invece, saranno a carico di tutti gli altri.

VOTO:

Pubblicato su www.livecity.it e www.supergacinema.it

Mammuth

REGIA: Gustave de Kervern, Benoit Delépine
CAST: Jerard Depardieu, Yolande Moreau, Isabelle Adjani
ANNO: 2010
 
Serge, dopo tanti anni di lavoro, può finalmente andare in pensione. Qualcosa però lo ostacola: nella documentazione necessaria mancano alcune buste paghe. E’ costretto così a salire a bordo della sua moto Mammuth, dalla quale ha preso il soprannome, e ripercorrere a ritroso tutte le tappe lavorative della sua vita, per riuscire a ricostruire il puzzle e correre verso la libertà.
 
Un film molto intenso e coinvolgente, senza essere patetico o drammatico, né tantomeno retorico o ruffiano, questa seconda fatica del duo che nel 2008 ha sfornato quel film sorprendente che è stato “Louis-Michel”. Per certi versi anche “Mammuth” risulta un film sorprendente, perché riesce a trasmettere tutto il senso di solitudine, incomprensione, sconfitta e malinconia di un personaggio molto particolare, raccontandolo tramite una sorta di road-movie “commemorativo” e saltando l’ostacolo della banalità e della prevedibilità. Così come avveniva nel grandissimo “The Wrestler”, anche il protagonista di questo film (fisicamente in qualche modo somigliante a quello interpretato magnificamente da Mickey Rourke nel film di Aronofsky), si ritrova a non avere più una dimensione al di fuori del proprio lavoro. Anche a livello registico, per certi versi, è possibile comparare le due pellicole, perché spesso si fa ricorso alle riprese che catturano le spalle del protagonista e le sue camminate solitarie alla ricerca di un equilibrio impossibile da trovare dopo anni di intensa attività. Mammuth, così lo chiamano tutti per via della sua moto, è un uomo che non sa correlarsi col mondo esterno, un uomo che ha sempre e solo lavorato (vedremo poi che la sua ossessione per il lavoro deriva dal desiderio di dimenticare un tragico evento della sua giovinezza) e che quindi non riesce bene a muoversi nella scacchiera del “mondo”. E’ così che lo vediamo impacciato quando al supermercato si ritrova un uomo svenuto davanti ai piedi, o incapace di riconoscere una prostituta e una ladra che sta palesemente tentando di fregarlo.
Durante il suo viaggio a bordo della moto che l’ha sempre accompagnato negli anni, Mammuth ci porta a conoscere una realtà sociale e lavorativa non proprio rosea, tendente ad una sorta di analisi scevra da qualsiasi polemica, di un paese ormai in preda al lavoro in nero, alle aziende che falliscono, ai soprusi lavorativi e non. Nel mezzo qualche episodio che sfiora il surreale, come il rapporto con la stramba nipote ritrovata dopo vent’anni, l’incontro al limite del grottesco con il cugino (con tanto di nostalgico ricordo dei tempi andati nei quali la masturbazione era una pratica entusiasmante), la disavventura della moglie rimasta a casa ad aspettarlo che tenta di punire una persona di cui non conosce nome e collocazione.
Il viaggio di Mammuth, contrassegnato anche da ripetute visioni di una donna che cerca di spronarlo a trovare il suo posto nel mondo e soprattutto a far sentire la propria presenza come valida e indispensabile, è anche un viaggio nel percorso umano di quest’uomo che senza lavoro non è niente, ma che tappa dopo tappa, delusione dopo delusione, ricordo dopo ricordo, riesce a conciliarsi col suo presente, piuttosto che rincorrere (inutilmente come vedremo) il suo passato.
Particolarmente efficace dal punto di vista emotivo e comunicativo, infatti, risulta il finale nel quale l’uomo, di ritorno dal suo percorso a ritroso nella sua vita lavorativa e non, giunge al punto di ritorno (sua moglie e la sua casa) con una serenità e una consapevolezza che prima non aveva mai raggiunto.
Tutto questo è “Mammuth”, un film che esprime un grande senso di libertà, trasmesso soprattutto dalle lunghe corse in moto di Jerard Depardieu (davvero perfetto in questa interpretazione) e anche la sensazione che forse la consistenza di un uomo, il suo valore e la sua dimensione sono date non tanto da ciò che fa o che ha fatto, ma in primis da ciò che è e che è stato.

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Simon Konianski

REGIA: Micha Wald
CAST: Jonathan Zaccai, Popeck Abraham Leber, Irene Herz, Nassim Ben Abdeloumen, Marta Domingo, Ivan Fox
ANNO: 2010
 
Simon, 36 enne alla deriva, separato con un bambino piccolo e senza un lavoro fisso, è costretto a tornare a vivere con suo padre, ebreo di tradizione, fissato con la Shoah e molto opprimente. Alla sua morte, il ragazzo cercherà di esaudire il suo ultimo desiderio: essere seppellito accanto al primo amore della sua vita, della cui esistenza il figlio non sapeva nulla. Partirà, insieme al figlioletto e agli zii petulanti, in un viaggio in auto per portare a termine la sua missione.
 
Carinissima avventura on the road, “Simon Konianski” si fa apprezzare soprattutto per lo statuto dei suoi personaggi, a partire dall’irresistibile protagonista, caratterizzato nel migliore dei modi e interpretato stupendamente da Jonathan Zaccai. Eterno sfaccendato, ossessionato dalla figura della compagna che l’ha lasciato per un uomo più prestante, padre amorevole ma poco responsabile, disoccupato, ipocondriaco e cavia per medicinali vari in cambio di pochi soldi, Simon è il perfetto centro di questa storia attorno al quale ruotano poi le altre figure che si correlano a lui in un modo o nell’altro. A partire dal padre che tenta di inculcargli quella cultura ebraica che lui ripudia (indossa sempre una felpa con scritto Baghdad) e che cerca in tutti i modi di cacciarlo di casa per fare in modo che prenda la sua strada; passando per il figlio, molto simile a lui fisicamente e deciso a restargli vicino il più possibile; arrivando agli strambi zii (al centro di numerose sequenze spassose ed esilaranti) che lo accompagneranno nello sgangherato viaggio per portare la salma del padre nel luogo da lui desiderato. La zia si rivelerà ciarlona e oltremodo fastidiosa, lo zio farà sentire il peso della sua ossessione per la Stasi e per i travestimenti (il parrucchino che indossa durante il viaggio o la corsa notturna con l’auto del nipote sono momenti altamente divertenti).
Al di là della prevedibilità del plot e dei messaggi in esso contenuti (il viaggio come conoscenza, riconciliazione e consapevolezza, come da tipico road-movie che si rispetti), ciò che soddisfa in “Simon Konianski” è lo stile al tempo stesso scanzonato ma molto delicato col quale si mettono in tavola temi come l’unità familiare, il peso delle proprie origini e, ovviamente, gli effetti di un evento storico così importante come quello della Shoah. Il tutto raccontato con un equilibrio apprezzabile che non cede mai a patetismi o alla retorica del dramma e si assesta, invece, su una sorta di tragicommedia dai sapori agrodolci che accompagna lo spettatore in un viaggio strampalato ma al tempo stesso necessario.
Al di là dei caratteristici personaggi, è possibile godere di alcune sequenze davvero irresistibili come quella in cui Simon, portato a cena dagli zii per fargli conoscere un ragazza di buona famiglia ebrea con cui magari sistemarsi, all’improvviso comincia a parlare del conflitto israelo-palestinese e a parteggiare sempre più veementemente per i palestinesi, difendendo il loro diritto ad avere una terra. Le reazioni dei convitati, tutti ebrei fino al midollo, saranno davvero paradossali. Altra sequenza dalla squisita fattura comica, oltre che dal carattere prettamente grottesco, è quella in cui Simon immagina la sua compagna, una goy (cioè una non ebrea), mentre si esibisce in rapporti sessuali funamboleschi con il suo nuovo amante. Irresistibile anche la scena in cui il padre di Simon, che accoglie suo fratello giunto a fargli visita, prepara il tè utilizzando delle bustine lasciate ad asciugare sul termosifone.
“Simon Konianski”, dunque, risulta essere un film diviso sostanzialmente in due tronconi: nel primo si propone l’inevitabile conflitto generazionale tra “padri” e “figli”, nel secondo si tenta un congiungimento delle due entità, che arriva al suo culmine nella poetica sequenza della visita di Simon col figlio al campo di concentramento nel quale il padre era stato prigioniero e al quale è riuscito a sopravvivere solo grazie ad uno stratagemma che gli è stato raccontato tantissime volte, anche se ascoltato con superficialità. Alla conclusione del viaggio, molte cose saranno ancora confuse nella vita di Simon, ma in qualche sarà raggiunta l’accettazione delle proprie origini.
Forse poco originali e denotanti una sorta di volontà di accostarsi a pellicole di maggior successo e spessore, tutti i vari elementi che accomunano “Simon Konianski” a film quali “Litte Miss Sunshine” (il viaggio in macchina con il nonno morto, foriero poi di riunioni familiari e non), “I Tenenbaum” (le tute indossate dai protagonisti), e molte delle pellicole, sarcastiche, autoironiche e beffarde dei Coen e di Allen, che sul mondo dell’ebraismo hanno sicuramente qualcosa da raccontare.
Al di là di questo, però, la pellicola, nata dall’estensione di un cortometraggio di successo del regista, “Alice et moi”, risulta essere piacevole, gradevole e soprattutto divertente e spassosa. Non ci si può dunque lamentare, considerando anche che in certi frangenti il regista, senza ruffianerie o pietismi di sorta, riesce anche a restituirci qualche tocco di emozionante poesia.

Una vita nel mistero – Recensione e intervista

REGIA: Stefano Simone
CAST: Tonino Pesante, Dina Valente, Francesco Granatiero, Cosimo S. Del Nobile, Lello Castriotta, Amilcare Renato
ANNO: 2010

 

MIRACOLO O SUGGESTIONE?


Il signor Sormani è un fedele devoto di Padre Pio. E’ a lui che affida le sue preghiere per la guarigione della moglie malata di tumore. All’improvviso, però, comincia ad assistere a strani fenomeni che gli fanno pensare ad un miracolo, anche perché il tumore della moglie sembra proprio sulla via della remissione.

Dopo essersi specializzato nella regia di corti a stampo thriller, noir o horror, il regista Stefano Simone, giovane e determinato, esordisce col suo primo lungometraggio che si allontana, anche se non di molto, dal genere a cui siamo abituati guardando le sue opere. Questa volta si assesta sul genere drammatico, anche se  “Una vita nel mistero”, come dice il titolo stesso, è proprio un film in cui le venature misteriose del racconto la fanno da padrone, non solo a livello narrativo, ma anche formale, stilistico e registico. Raccontando la storia di un devoto di Padre Pio che comincia ad assistere a strani fenomeni, arrivando poi a credere che la moglie malata di cancro è stata miracolata proprio dall’oggetto della sua venerazione, Simone ci regala momenti di suspense, di inquietudine, di angoscia, di mistero appunto.
Sono proprio quelli in cui gli strani fenomeni prendono vita, i momenti più riusciti della pellicola. Quelli in cui il protagonista, e lo spettatore di rimando, si ritrovano a spaventarsi per tende che si muovono con le finestre chiuse, candele che si accendono all’improvviso, orologi che si bloccano, giornali che si sfogliano da soli, telefoni che squillano a vuoto, oggetti che prendono forme strane (angeli, cuori, fino ad arrivare al viso vero e proprio di Padre Pio).
Pur essendo un film che racconta di fede e speranza, “Una vita nel mistero” non sfiora mai il patetismo e, soprattutto, l’agiografia o il bigottismo, restando quasi imparziale nella proposizione dei fatti e cercando di stupire non tanto con il cosa si racconta, ma con il come di questo racconto. Tra le sequenze da ricordare ci sono sicuramente quelle degli strani incontri con un barbone che per fisionomia ricorda molto il frate di San Giovanni Rotondo. Fotografate in maniera brillante e funzionale al coinvolgimento dello spettatore, queste scene riescono a creare quel giusto mix di tensione e dubbio, atto a descrivere l’indefinitezza e l’ambiguità di questo inquietante personaggio. Altra scena di grande impatto visivo ed emotivo è quella dell’incubo notturno del protagonista che si ritrova faccia a faccia con la “morte” incappucciata. Ottimi anche gli effetti speciali, ma soprattutto il montaggio che alterna adeguatamente i momenti più distensivi e quelli più adrenalinici, con bellissime immagini di raccordo che ci restituiscono dei paesaggi anch’essi equivocamente ameni e sereni, ma in qualche modo attraversati da oscuri presagi. 
Scritto da Emanuele Mattana con la consulenza di Gordiano Lupi, è attraversato dalle note ora rilassate, ora nervose e ritmate di Luca Auriemma che ben circondano e avvolgono le vicende ambigue ed enigmatiche narrate nel lungometraggio. Una prima prova che fa ben sperare nel futuro da regista del giovane Simone che continua a farsi influenzare positivamente da uno dei suoi più grandi modelli di riferimento, il Friedkin de “L’esorcista”.

-Dopo aver girato così tanti corti di tutt'altro genere, com'è stato passare al lungometraggio e, soprattutto, ad un genere completamente diverso da quello solitamente nelle sue corde?
 
Il passaggio al lungometraggio non è stato traumatico, sostanzialmente perché la tecnica è sempre uguale. La difficoltà maggiore da superare credo fosse la gestione dei tempi narrativi della lunga durata. Neanche passare ad un altro genere diverso da quelli trattati precedentemente è stato particolarmente difficile; piuttosto ho dovuto cercare di capire qual'era lo stile di un film così particolare e adattarmi di conseguenza.
 
-Nel racconto di questa storia ambigua e a tratti inquietante, traspare la volontà di lasciare volutamente nel mistero la natura miracolosa o meno degli avvenimenti descritti. Conferma questa impressione?
Certo.
 
-Pur trattandosi di un racconto religioso e drammatico, è riuscito a renderlo in qualche modo angosciante. Questo perché non ha voluto allontanarsi dall'horror, la sua prima passione?
 
Credo di si. Non a caso, come giustamente evidenziato nella recensione, ci sono molti passaggi ascrivibili al genere horror-fantastico.
 
-Oltre a Friedkin, si è rifatto al cinema di qualche altro grande autore per la regia di "Una vita nel mistero"?
 
Ho studiato molto il cinema di Steven Spielberg (altro mio idolo insieme a Friedkin), soprattutto i film più realistici come "Salvate il soldato Ryan", "Shindler's List" e "Munich". Inoltre ho visto tanto cinema horror contemporaneo per quanto riguarda l'uso della macchina a mano.
 
-Ha già qualche idea per il suo prossimo lungometraggio? Sarà di nuovo un dramma o tornerà sul "luogo del delitto" dedicandosi nuovamente all'horror?
 
Inizierò le riprese del prossimo lungometraggio a marzo 2011; la sceneggiatura è in fase di revisione. Il soggetto è ispirato ad un racconto di Gordiano Lupi che ha scritto appositamente per il film. Sarà un film drammatico con marcate venature thriller. Molto crudo e realistico soprattutto. Altro non aggiungo…

Sposerò Nichi Vendola

REGIA: Andrea Costantino
CAST: Anita Zagaria, Paolo De Vita, Teodosio Barresi, Giustina Buonomo,
ANNO: 2010
 
La famiglia Amoruso, a causa della crisi economica imperante, è costretta a vendere la sua casa di proprietà a Bari. Il nonno è un fascista convinto, il nipote è un seguace di Beppe Grillo e la nonna, da sempre estranea al mondo della politica, comincia ad appassionarsi profondamente alle idee portate avanti da Nichi Vendola.
 
Presentato con successo all’ultima Mostra del cinema di Venezia, il cortometraggio del giovane regista barese Andrea Costantino, dal titolo molto particolare “Sposerò Nichi Vendola”, risulta non solo molto simpatico, ritmato e coinvolgente, ma soprattutto decisamente interessante per ciò che sta a significare, per quello che vuole raccontare, prendendo ad esempio una famiglia e i suoi meccanismi interni, ma rappresentando in realtà tutta una società priva di veri e propri riferimenti e alla ricerca di una stabilità e di una sicurezza, politica e non solo.
Una storia di “politica interna”, come la definisce scherzosamente il regista stesso, che ci rimanda poi alla “politica esterna” in cui regnano le forti ideologie e le grandi figure capaci di trascinare sempre più gente nel loro modo di pensare e di vedere la società. Sono tre le forti figure rappresentate nel cortometraggio: Mussolini, quasi idolatrato dal nonno che vive ancora nel ricordo di una stagione passata, da lui idealizzata come perfetta e ordinata; Beppe Grillo, seguito dal ragazzo che vuole impegnarsi attivamente senza starsene a guardare inerme e inconsapevole (così come la sorella che viene da lui rimproverata per il suo lassismo politico e per la sua indifferenza); Nichi Vendola, alla quale la nonna si appassiona, svegliatasi dal torpore nel quale ha vissuto per tutti gli anni del matrimonio in cui è stata all’ombra del marito, decidendo di pensare finalmente con la sua testa e riprendersi il diritto di avere voce in capitolo. E’ questo il personaggio, recitato deliziosamente da Giustina Buonomo, di recente vista nel film di successo “Che bella giornata” accanto a Checco Zalone, che contiene in sé la vera anima del cortometraggio, che induce lo spettatore a porsi delle domande sul sistema socio-politico del nostro paese e sul bisogno di un vero e proprio scossone.
L’elezione di Nichi Vendola come presidente della Regione Puglia nel 2005 è stato quasi un evento rivoluzionario, ed è proprio di una piccola rivoluzione, quella della nonna, che il film narra con delicatezza e senza imporre antipaticamente punti di vista. La rivoluzione di un uomo politico dichiaratamente omosessuale, cattolico e comunista e di un’anziana signora che ha deciso di votare per lui, appassionandosi ai suoi comici e ritrovando la speranza di una società migliore (la sequenza nella quale la donna confessa al marito di aver votato per Vendola è squisitamente comica), sono queste le due anime del cortometraggio.
Un ottimo lavoro, quindi, che prende solo come spunto la figura di Nichi Vendola (anche se la scelta dell’uomo politico come deus ex machina della narrazione è nata dal fatto che la sua ascesa e la sua elezione sono state un vero e proprio fenomeno), e che in realtà vuole raccontare la volontà di impegno e il desiderio di coinvolgimento attivo e risolutivo nel mondo sociale e politico che ha bisogno sì di figure importanti alle quali riferirsi, ma soprattutto della ferma consapevolezza dell’importanza dell’impegno del singolo. E il finale nel quale la donna si sente persa ed estranea alla sua stessa casa dimostra che il percorso non è affatto facile, né esente da sacrifici. Sacrifici inevitabili, però, per una necessaria acquisizione di una coscienza, e non solo politica.
Il passato, il presente e la speranza per il futuro sono, dunque, i filoni portanti di questo racconto che si arricchisce di una sorta di poetica degli oggetti che creano un reticolato di ricordi atti a raccontare un tempo andato, dal quale cominciare per costruire il tempo che verrà.

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American Life

REGIA: Sam Mendes
CAST: John Krasinski, Maya Rudolph, Carmen Ejogo, Jeff Daniels, Catherine O’Hara, Maggie Gyllenhaal
ANNO: 2010
 
Verona e Burt, ultratrentenni, aspettano un bambino e vengono scombussolati dal fatto che i genitori di lui hanno improvvisamente deciso di trasferirsi in Europa. Visto che i genitori di lei sono morti e nulla più li trattiene in Colorado, i due intraprendono un viaggio per gli Stati Uniti e il Canada per decidere in quale posto stabilirsi e di quali persone circondarsi.
 
Dopo il dramma di “Revolutionary road”, Sam Mendes abbandona il lato tragico dell’introspezione sui rapporti interpersonali e decide di affrontare il tema con uno spirito più speranzoso e ottimista, rovesciando la medaglia e offrendo una versione più positiva della famiglia americana e della sua dimensione all’interno della società.
Anche questa volta i protagonisti si ritrovano a dover fronteggiare una situazione imprevista, ma lo fanno in maniera totalmente opposta, decidendo di prenderla di petto e di assumersi ogni responsabilità e, anzi, cercando di comprendere appieno la loro natura di coppia e soprattutto di genitori. Non abbiamo più un cast altisonante come in “Revolutionary road”, ma una coppia di attori televisivi che si fanno apprezzare per la loro naturalezza e semplicità, inseriti in un contesto deliziosamente indipendente e graziosamente leggero. Con ironia, sarcasmo, soavità e dolcezza, Mendes ci accompagna in uno strampalato viaggio on the road, suddiviso in vari capitoli che sono poi le tappe dei due protagonisti (Phoenix, Tucson, Madison, Montreal, Miami) che viaggiano con l’aereo, col treno, con l’auto, assaporando in ciascun posto uno scampolo di vita e di esperienze altrui, più o meno educative, in senso positivo o meno. Certo a volte Mendes calca un po’ la mano sul grottesco per rendere bene l’idea della differenziazione di personalità, abitudini, credenze, stili di vita, come ad esempio nel capitolo in cui abbiamo a che fare con un’esagerata Maggie Gyllenhaal new age e libertina; ma il risultato è sicuramente raggiunto, proprio perché la pellicola riesce a trasmettere un preciso e interessante assunto di fondo: la scoperta di una propria personalità e individualità nel mondo e, soprattutto, la ricerca di radici, di luoghi e persone nei e coi quali sentirsi a casa. Cos’è allora una casa? È proprio questo che cercano di capire Verona e Burt, arrivando alla conclusione che la risposta non si trova negli altri, ma in loro stessi e nel loro amore. Un messaggio apparentemente retorico, che in realtà risulta delicato ed emozionante proprio per la maniera poco ruffiana e originale in cui viene trattato.
Fotografato splendidamente e accompagnato da una bellissima colonna sonora che scandisce perfettamente ogni passaggio narrativo, ogni corsa in auto, ogni incontro strambo dei due protagonisti, “American life” (il titolo italiano purtroppo stravolge quello originale ben più indicato, “Away we go”, solo per richiamare il titolo della prima, fortunata e famosissima, pellicola del regista, “American beauty”), si fa apprezzare anche per i simpatici dialoghi, per alcune gag molto divertenti, per il tono scanzonato ma al tempo stesso profondo col quale sono dipinti i due protagonisti e tutte le pedine che ruotano attorno a loro e nel quale loro si specchiano, non ritrovandosi quasi mai. Per questo sono molto funzionali le varie inquadrature che li vedono sempre di fronte a coppie nelle quali ripongono le loro speranze per poter apprendere il modo di comportarsi e di agire nella loro situazione, salvo poi pervenire a conclusioni che li spingono ogni volta a cambiare posto.
Altro pregio della pellicola, oltre a quello di essere piacevole e molto scorrevole, è quello di riuscire ad emozionare con i piccoli gesti, gli sguardi e la profondità del sentimento che lega i due componenti di una coppia molto originale persino nello scambio delle promesse reciproche per una vita da passare insieme.
Era difficile riuscire a fare un film potentemente comunicativo e intensamente travolgente come “Revolutionary road” e, infatti, “Away we go”, di natura più tenue e snella, non raggiunge la consistenza e la densità di quel film. Tutto sommato, però, seppur ridimensionata e alleggerita, questa ultima pellicola di Mendes lascia lo spettatore con un senso di piacere e soddisfazione che conferma il grande talento di questo regista multiforme e sorprendente.

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Pubblicato su www.loudvision.it