Adam




REGIA: Max Mayer

CAST: Rose Byrne, High Dancy, Amy Irving, Peter Gallagher

ANNO: 2010

Adam, ragazzo affetto dalla sindrome di Asperger, fa la conoscenza di Beth, scrittrice di libri per bambini e maestra d’asilo. I due, vicini di casa, ben presto instaureranno un particolare rapporto che si svilupperà in maniera insolita.

Ormai il cinema “indie” è più prolifico che mai. In una stessa stagione cinematografica ci capita di imbatterci in più prototipi del genere. Questo “Adam” potrebbe essere inserito di diritto nella categoria, visto che le caratteristiche principali della stessa sono ben presenti all’interno dell’impianto formale, stilistico e narrativo della pellicola. Una semplice storia d’amore, di quelle come se ne vedono molti sugli schermi. Un ragazzo e una ragazza, simili a molti altri loro coetanei, che si ritrovano vicini di casa, cominciano a frequentarsi, si uniscono, poi si dividono in seguito ad alcuni ostacoli e inconvenienti, poi magari si riuniscono o si dividono definitivamente. Il canovaccio, insomma, è quello classico del tipico film sentimentale. Quello che rende diverso “Adam” è proprio la “diversità” che si traduce piuttosto in unicità dei due protagonisti, soprattutto quello maschile. Il ventinovenne, infatti, a causa della sindrome di Asperger da cui è affetto, non riesce a comprendere nei loro meccanismi più semplici e banali, le regole del comune vivere sociale, delle interazioni interpersonali, dei comportamenti accettati dalla società. E’ proprio in questa sua singolarità che sta la principale forza della pellicola (oltre che nelle interpretazioni perfette e coinvolgenti, mai ruffiane, dei due giovani protagonisti Hugh Dancy e Rose Byrne), anche grazie al fatto che un tema alquanto spinoso e di difficile trattazione come quello della malattia, viene esposto e proposto in maniera alquanto delicata e anche deliziosamente ironica. Ecco che allora risulta piacevole e godibile il racconto di questa speciale diversità, con tutti gli assurdi comportamenti di Adam, che vanno dal modo di muoversi, al modo di esprimersi dicendo tutto quello che gli passa per la mente, senza saper calcolare il momento in cui stare zitto o le impressioni e sensazioni da tacere, perché ritenute comunemente sconvenienti, noiose, fastidiose. Anche Beth, la protagonista femminile, reca con sé delle caratteristiche poco comuni, a cominciare dal suo grande sogno che è quello di riuscire a fare solo ed esclusivamente la scrittrice di libri per bambini, sua passione sin da quando era anche lei bambina (il film parte proprio con una bellissima citazione de “Il piccolo principe”, per voce della stessa protagonista).

E’ dunque interessante seguire la nascita, lo sviluppo e l’evolversi del rapporto tra questi due particolari protagonisti, ognuno oppresso dalle proprie problematiche (Adam è rimasto solo dopo la morte del padre e in più ha perso il lavoro, Beth, appena uscita da una relazione dolorosa, è rimasta emotivamente coinvolta dalle problematiche legali che si sono abbattute sull’adorato padre), ognuno in cerca di qualcuno che renda più leggera, facile, in una parola vivibile, la propria vita. Il tutto mostrato con un equilibrio e una soavità non indifferente, almeno fino ad un certo punto. Perché quello che poi abbassa il livello di gradimento della pellicola è l’indugiare, da un certo momento in poi, fin troppo pesantemente e drammaticamente sui risvolti negativi della storia d’amore e delle singole problematiche dei due componenti la coppia. Ecco che allora tutti gli elementi fino ad allora tenuti nel suddetto equilibrio si enfatizzano eccessivamente a partire dalla colonna sonora, fino a toccare la regia stessa e la sceneggiatura. Una piccola sbavatura che comunque non rovina il livello complessivo della pellicola, in grado di emozionare (soprattutto per la sensibilità con la quale si comunica il tema principale della malattia che non è un ostacolo alla realizzazione personale e sentimentale di chi ne è colto), per tutta la sua durata, fino ad arrivare ad un finale molto poetico e toccante.

 

VOTO:

 


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