Monsters

REGIA: Gareth Edwards
CAST: Whitney Able, Scoot McNairy
ANNO: 2011
 
A causa di un esperimento della Nasa, adesso al confine tra Stati Uniti e Messico esiste una zona contaminata da alcune creature aliene che si sono riprodotte e che non sembrano essere poi così innocue. Un fotoreporter attraverserà la zona messa in quarantena per riportare l’avvenente figlia del suo capo in America.
 
Una fantascienza intimista, poco gridata, priva di fracassonate, momenti action o effetti speciali a tutto spiano è quella che ultimamente abbiamo avuto modo di apprezzare soprattutto grazie al Neil Blomkamp di “District 9”, a cui questo “Monsters” si rifà notevolmente, e al Duncan Jones di “Moon” e in misura minore di “Source code”. Una nuova speranza per un genere che era stato ormai inglobato nella categoria del blockbuster a tutti i costi e che, invece, sembra di nuovo aver assunto una certa autorialità, raccontando anche qualcosa e comunicando attraverso l’espediente dell’”altro” numerose tematiche di non poco conto.
Come era avvenuto per il primo film succitato, infatti, non è dell’invasione che si racconta, né degli isterismi degli esseri umani in fuga dagli esseri mostruosi. Ad essere messi sotto la lente d’ingrandimento sono gli avvenimenti post “invasione”, le modalità di sopravvivenza del genere umano che continua con la sua vita di tutti i giorni nonostante la minaccia aliena. Gli alieni a forma di polipo, insomma, non sono altro che un pretesto per mostrare una situazione socio-politica decisamente scottante, del resto il confine tra Messico e Stati Uniti è davvero un teatro suggestivo in tal senso. Ma non è solo questo il fulcro di “Monsters”, tra l’altro forse un po’ troppo didascalicamente esposto in un pre-finale visivamente da brividi con i due protagonisti che osservano al di là del confine il loro paese. Ad accompagnare le principali tematiche del viaggio di ritorno e al tempo stesso fuga e dell’analisi di due diverse realtà messe a confronto in un misto di unione e scontro, c’è anche l’osservazione dell’uomo e delle sue paure, più o meno ancestrali, della difficoltà dei rapporti interpersonali e del contatto con una natura al tempo stesso accogliente e perturbante. Le dualità, insomma, la fanno da padrone, fino ad arrivare ad un finale decisamente toccante e rivelatore, in cui tutto assume dei contorni decisamente differenti rispetto a ciò che si è portati a pensare fino a quel momento e in cui finalmente anche l’uomo, grazie all’”alieno”, diminuisce la distanza tra sé e l’altro, smussando la sua solitudine, il suo individualismo e la sua pienezza di sé.
Il tutto raccontato con uno stile sobrio e decisamente coinvolgente, soprattutto grazie alla straordinaria fotografia che incornicia dei paesaggi mozzafiato (siamo in America centrale e in particolar modo in Messico, Guatemala, Belize e in parte negli Stati Uniti), ma anche in virtù del talento di Gareth Edwards, il quale ha girato in tre settimane e si è poi occupato anche del montaggio, degli effetti speciali, della fotografia stessa, nonché della sceneggiatura. Avvalendosi di una troupe composta da pochissime persone (gli unici attori professionisti sono i due protagonisti, affiancati poi da comparse del luogo), nonché di scarsissimi mezzi economici, Edwards ha partorito quello che è stato giustamente definito “un film di mostri senza mostri”, sorprendendoci con questa imperdibile opera prima, partendo dall’alieno e arrivando all’uomo, in una parabola a dir poco illuminante, ma al tempo stesso incantevole, romantica e a tratti commovente.

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The toxic avenger

Il mostro-supereroe più nerd della storia

Melvin, uno sfigato che come lavoro fa le pulizie in una palestra, viene preso di mira dai ragazzi e dalle ragazze che non fanno altro che fargli terribili scherzi. A causa di uno di questi, però, il ragazzo cade in un barile pieno di rifiuti tossici, trasformandosi poco dopo in un terribile mostro. Presto comincerà a vendicarsi di coloro che l’hanno sempre trattato male, ma al momento stesso farà del bene per la sua città e i suoi abitanti.

 

The toxic avenger

Prima di discutere del film in sé per sé, sarebbe bene parlare della casa di produzione che l’ha lanciato. Ci riferiamo all’ormai mitica Troma, fondata da Lloyd Kaufman e Michael Hertz, che dal 1974 sforna film assurdi, grotteschi, trashissimi e demenziali. Il primo horror-comico in assoluto da loro portato sugli schermi è questo “Il vendicatore tossico” (“The toxic avenger” in originale), che ovviamente è diventato lo stendardo della stessa casa di produzione, nonché uno dei film appunto più trash e demenziali da essa mai partoriti. Il protagonista è uno dei nerd più tipici, bruttino, rachitico, timido e impacciato che riesce ad avere il suo riscatto, nonostante le fattezze orribili da lui assunte dopo la mutazione genetica.

Il film, ovviamente, si incentra su tutti gli elementi che ci aspetteremmo da un lavoro del genere: sesso, violenza, nonsense e stupidità a go go. Non si tratta, infatti, di un vero e proprio horror, se si escludono gli effetti, anzi gli effettacci, speciali (poltiglie varie, crani maciullati, ventri squartati e si potrebbe continuare a lungo), ma di un vero e proprio film demenziale, con dei protagonisti più idioti che mai, tanto da farci desiderare ardentemente per loro una fine a dir poco apocalittica. Certo, qualcuna finirà col sedere sfigurato (così non potrà più vantarsene come in precedenza), qualcun’altro verrà fatto a pezzi in un fast food o nella palestra stessa (simboli di una certa generazione americana), fatto sta che il nostro vendicatore preferito non risparmierà veramente nessuno, nonostante i momenti di titubanza.

Altro elemento distintivo del lavoro dei due registi e produttori è lo spirito politicamente scorretto, ai limiti dell’ammissibile, con tanto di bambini, cani e vecchiette che fanno una brutta fine e con la critica anche alla corruzione di alte cariche politiche e sociali. Nel mezzo una citazione, che è più una presa in giro, di un grande film come “The elephant man”, con alcuni punti di contatto (il che è da prendere estremamente con le pinze), tra quel personaggio e quello di questo film, che addirittura instaura anche un idilliaco rapporto amoroso con una ragazza cieca, la quale non potendo vedere il suo orribile aspetto, si innamora del suo buon cuore.

Non pensate a nulla di serio però, nonostante il riferimento ai cittadini che da un lato elogiano le imprese del mostro e dall’altro le condannano, facendoci pensare ad una sorta di riflessione sul senso etico e sugli scopi di un certo tipo di violenza, perché a regnare saranno sempre “tette e culi” di avvenenti ragazze, muscoli e cervelli fritti di palestrati più deficienti che mai, assieme a lotte corpo a corpo con il mostro di dimensioni notevoli. Se dal cinema chiedete altro o non siete disposti a farvi trascinare dalla sciattezza più assoluta (regia, montaggio, dialoghi e recitazioni non sono certo da premio Oscar), allora forse è meglio che lasciate perdere. Se, però, non volete perdervi un pezzo di storia del cinema di serie b, o meglio di serie z, non potete perdervi questo “capolavoro” di rara bruttezza, ambientato in una città creata ad arte, quella Tromaville che sarà teatro anche dei successivi film. “Il vendicatore tossico”, comunque è un’opera che intrattiene, diverte, a tratti fomenta e restituisce la genuinità di un cinema fatto con pochi mezzi, ma con grande passione, nonché con uno spirito di derisione nei confronti di chi forse si prende fin troppo sul serio, pur magari non potendoselo permettere.

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Le idi di marzo

REGIA: George Clooney
CAST: Ryan Gosling, Phillip Seymour Hoffman, Paul Giamatti, George Clooney, Evan Rachel Wood, Marisa Tomei, Jeffrey White, Jennifer Ehle, Max Minghella
ANNO: 2011
 
Stephen Myers è il giovane addetto stampa della campagna elettorale del governatore Mike Morris, in corsa per l’Ohio. Idealista e leale, presto si renderà conto che nel mondo della politica bisogna scendere a compromessi per ottenere dei risultati, oltre a scoprire che tutti, nessuno escluso, hanno degli scheletri nell’armadio.
 
Film decisamente apprezzabile per molti aspetti questa ultima fatica cinematografica del regista-attore George Clooney che sforna una pellicola sobria, elegante, raffinata e mai gridata, restituendoci un’opera godibile e sorprendentemente ritmata, nonostante lo stampo teatrale e i contenuti politici.
Quella di thriller-politico, appunto, è l’etichetta più plausibile da affibbiare a quest’opera che parte da una visione generale di un mondo ben preciso per raccontare in realtà i rivolgimenti etici e morali di un personaggio molto sfaccettato, oltre che ottimamente interpretato dal sempre più grande Ryan Gosling, capace di dare volto ai cambiamenti del giovane protagonista. A tal proposito risultano efficacissime le scene d’apertura e di chiusura del film, con un diversissimo primo piano dell’attore, estremamente stravolto dagli avvenimenti intercorsi nel mezzo.
Non sono da meno tutte le pedine di contorno, come il genere comanda, impersonate da grandi star che con uno stile interpretativo contenuto e misurato, danno vita a personaggi sfaccettati e decisamente ben caratterizzati. Su tutti spiccano ovviamente i due “giganti” Phillip Seymour Hoffman e Paul Giamatti che apparentemente muovono le fila della battaglia, venendo poi rispettivamente gabbati dalla pedina meno sospettabile. Del resto il titolo stesso, indicatissimo, fa riferimento alla data di uccisione e tradimento dell’imperatore Giulio Cesare, anch’egli al centro di giochi di potere non indifferenti.
Altra figura che si staglia come un’ombra dietro quelle principali, infatti, è quella del governatore in corsa per le elezioni, il sempre impeccabile George Clooney che sa come calibrare la sua presenza senza risultare ingerente e onnipresente, in bilico tra onestà e slealtà, ma sempre affascinante e in grado di catturare l’attenzione dell’audience, trattando di tematiche attualissime come la religione, i matrimoni tra gay, il terrorismo e non solo.
Altra sequenza decisamente comunicativa, infatti, anche e soprattutto a livello visivo, è quella in cui, mentre il governatore risponde alle domande del pubblico di una trasmissione televisiva proprio sui temi succitati, dietro le quinte l’addetto stampa e il responsabile della campagna elettorale, rispettivamente quindi Ryan Gosling e Phillip Seymour Hoffman, discutono sulle strategie, più o meno linde, da attuare per vincere a tutti i costi.
Intrighi, trame, macchinazioni, sono ovviamente gli elementi principali di questo dramma politico che ad un certo punto vira nel thriller, forse risultando a tratti un po’ banale nello svelamento del grande segreto riguardante il governatore, con l’entrata in scena di un personaggio convincentemente interpretato dalla brava Evan Rachel Wood, però forse recante il seppur leggero peso dello stereotipo. Va meglio sull’altro fronte femminile dell’opera, rappresentato dalla giornalista impersonata da Marisa Tomei, anch’essa prima carnefice e poi vittima, perfettamente in grado di trasmettere anche le tattiche e le trame “occulte” che si nascondono dietro un altro mondo indelebilmente legato al primo.
Il tutto, però, e questo è decisamente notevole, non è raccontato in modo tale da gridare allo scandalo o con un fastidioso qualunquismo che prende di mira qualsiasi parte politica (del resto Clooney è un democratico e il partito in questione nel film è proprio un partito democratico), ma per raccontare come la singola personalità dell’uomo possa venire modellata, modificata e persino stravolta quando è posta di fronte a scelte di un determinato tipo, che siano esse sociali, morali, economiche o politiche.
Sotto questo punto di vista, dunque, “Le idi di marzo”, che ha un comparto tecnico-formale del tutto considerevole e che è caratterizzato da dialoghi brillanti e mai superficiali, può ben dirsi un film indiscutibilmente riuscito.
 
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1921 – Il mistero di Rookford

REGIA: Nick Murphy
CAST: Rebecca Hall, Dominic West, Imelda Staunton, Isaac Hempstead-Wright
ANNO: 2011
 
Florence Cathcart, giovane scrittrice e smascheratrice di spiritisti e ciarlatani, viene chiamata in un collegio di campagna per risolvere uno strano caso di apparizioni che spaventano i bambini. La donna, estremamente scettica, si troverà a fare i conti con avvenimenti decisamente fuori dal comune.
 
Casa infestata, bambini malefici, spettri e ombre, sono topoi di un certo cinema di horror gotico che da sempre spaventa ed inquieta, generalmente senza fare troppo ricorso agli effetti speciali o ad una estrema spettacolarizzazione del terrore. Questo succede anche in “1921 – Il mistero di Rookford” (traduzione decisamente incolore del ben più indicato, anche se non originalissimo, “The awkening”), film riuscito, ma non del tutto, che riesce a risultare interessante e decisamente inquietante per quasi tutta la sua durata, rovinandosi poi in un finale, oltre che banale, notevolmente romanzato, stucchevole e smielato.
Al di là della presenza di un’inutilissima, quanto fastidiosa storia d’amore tra la protagonista femminile, altrimenti caratterizzata in maniera apprezzabile, e uno dei professori del collegio, ex veterano di guerra, il film scorre abbastanza liscio, inanellando una serie di sequenze a dir poco coinvolgenti e stimolanti.
Si parte già molto bene, infatti, con l’incipit in cui Florence, interpretata da una sempre convincente Rebecca Hall, smaschera un medium e manda all’aria una seduta spiritica, ricordando lontanamente l’assunto di fondo di un grande film horror-gotico come “La notte del demonio”, in cui uno scienziato vacilla tra la convinzione dell’inesistenza dei fantasmi e il terrore causato da avvenimenti sinistri. Del resto l’ambientazione, la trama, le atmosfere e alcuni passaggi narrativi, portano comunque alla mente altre pellicole come “The Others”, “The Oprhanage” e “Il sesto senso”. Altro elemento di spicco dell’opera, in grado di caratterizzarla e di distinguerla, rendendola comunque più che discreta, è la trovata scenografica di un piccolo castello, riproduzione di quello reale all’interno del quale è ambientato il film, nel quale vengono ricreati anche i personaggi stessi. In una particolare scena questo elemento riuscirà sicuramente a inquietare e angosciare lo spettatore, così come avviene per la donna che lo osserva da vicino, venendo al tempo stesso osservata da un’oscura presenza.
Purtroppo, però, questi ottimi aspetti vengono leggermente sbavati dalla coesistenza con elementi di disturbo tra i quali, oltre a quelli già citati, il miscuglio forse un po’ troppo superficiale e confusionario di diverse tematiche, come il reducismo di guerra (il film è ambientato poco dopo la fine della Prima Guerra Mondiale), con personaggi di contorno che sottolineano, spesso anche didascalicamente, questo argomento (non solo il professore del quale la protagonista si innamora, ma anche altri due uomini che abitano il collegio). Si aggiunga una governante, Maude, fin troppo sinistra e losca già dal primo momento in cui fa la sua comparsa sullo schermo (la fin troppo caricata Imelda Staunton) e il risultato sarà quello di un film, sicuramente godibile e a tratti avvincente, ma per certi versi prevedibile, scontato e a tratti esagerato. Niente per cui gridare al miracolo, insomma, ma una buona occasione per intrattenerci con presenze ambigue e terrorizzanti, spettri invisibili e dispettosi, apparizioni notturne, ombre e oscurità che, da sole, senza i successivi melodrammi, sarebbero bastate a rendere la pellicola totalmente considerevole.

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Midnight in Paris

REGIA: Woody Allen
CAST: Owen Wilson, Rachel McAdams, Michael Sheen, Marion Cotillard, Kathy Bates, Adrien Brody, Carla Bruni, Nina Arianda, Kurt Fuller
ANNO: 2011
 
Gil, sceneggiatore hollywoodiano sogna di fare lo scrittore impegnato. La sua fidanzata Inez, invece, pensa solo alla bella vita. Durante il loro viaggio a Parigi, insieme ai genitori di lei, borghesi e pedanti, il primo decide di trasferirsi nella magica città, mentre la seconda pensa a Malibù come abitazione dopo le nozze. Gil, aggirandosi pensieroso per le strade parigine, avrà modo di catapultarsi letteralmente in un’altra epoca, incontrando personaggi meravigliosi e trovando una nuova chiave di lettura per essere felice e soddisfatto.
 
Dopo il passo falso di “Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni”, vera e propria delusione per tutti i suoi estimatori, Allen torna in netta ripresa con questo “Midnight in Paris”, che ci ricorda alcuni momenti del suo più grande cinema, facendoci volare col pensiero a “La rosa purpurea del Cairo” in primis ma non solo, e ridonandoci un protagonista degno di nota, anch’egli in qualche modo molto vicino ad alcune figure da lui stesso precedentemente interpretate in prima persona. La passione per la scrittura, la paura della morte, la ricerca di se stessi, l’amore per l’arte e si potrebbe continuare a lungo. Queste sono le caratteristiche di Gil, protagonista deliziosamente impersonato da un grande Owen Wilson che si muove perfettamente tra le meravigliose strade di Parigi, questa volta vero e proprio teatro funzionale alla storia narrata e non fotografato superficialmente o banalmente, come forse era avvento nel comunque discreto “Vicky Cristina Barcelona”.
Una pellicola romantica, elegante e raffinata, “Midnight in Paris” affronta in maniera suggestiva e coinvolgente il tema della felicità da ritrovare nel proprio presente, piuttosto che da ricercare nel passato, con il riferimento ai protagonisti che pensano alle epoche precedenti come ai veri e propri momenti d’oro dell’umanità, solo perché sono perennemente ed eternamente insoddisfatti della loro attualità, all’interno della quale non sanno lottare per crearsi uno spazio e per trovare la propria strada.
Un concetto davvero interessante pienamente realizzato in questo film che solo per certi versi risulta forse fin troppo didascalico, come nel momento in cui la bellissima Marion Cotillard spiega a chiare lettere ad Owen Wilson questo pensiero. Altra piccola pecca è l’inserimento di momenti comici leggermente faciloni, soprattutto quando abbiamo a che fare con i genitori della fidanzata, interpretata convincentemente da Rachel McAdams, e con le stupide gag che riguardano l’investigatore privato da questi assunto per pedinare il protagonista.
Al di là di questo, però, abbiamo l’occasione di sognare a occhi aperti non soltanto per la favolosa ambientazione, ma anche per i magici incontri che lo sceneggiatore inanella ogni sera allo scoccare della mezzanotte. Oltre al fantastico Hemingway con il suo vizio dell’alcool e la sua fissa per i combattimenti corpo a corpo, avremo a che fare con Pablo Picasso, Gertrude Stein (con il volto della grande Kathy Bates), Scott e Zelda Fitzgerald, Salvador Dali (sorprendentemente impersonato da un perfetto Adrien Brody), Luis Bunuel (al centro di una simpatica gag in cui Owen Wilson gli suggerisce la trama de “L’angelo sterminatore” lasciandolo interdetto) e moltissimi altri, fino ad arrivare addirittura alla Belle Epoque con Degas, Lautrec e Matisse.
La Parigi degli anni ’20, però, è solo un pretesto per raccontare, come sempre, le paure, le nevrosi, i sogni e le aspirazioni dell’uomo moderno all’interno della società odierna, anche se non sempre è difficile rimanere coi piedi per terra, come dimostrano lo stesso Gil che al pari del caro Allen ha trovato il suo “mondo”, ma soprattutto la bella Adriana (amante di Modigliani e poi anche di Braque e Picasso), che nonostante l’appartenenza ad un’epoca per noi meravigliosa, anela un ritorno ai fasti del passato.
Cosa significa, dunque, che chi si accontenta gode? Non ci pare questo il messaggio che Allen vuole lanciare con la sua sofisticata ultima opera. Piuttosto il consiglio pare essere quello dell’indagine e della ricerca della perfezione, o di quella che da noi è ritenuta tale, scartando quello che ci sembra superfluo e ostacolante. Cogliendolo o meno, comunque, si può godere di un film impegnato, ma poco impegnativo, che gioca con i riferimenti culturali, anche se a volte fin troppo palesati, e che si circonda di un alone di stupore e meraviglia.

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Denzel Washington: Al posto di Russell Crowe?

È un progetto di cui si era già discusso a lungo quello della trasposizione cinematografica di un telefilm alquanto sconosciuto degli anni 'Ottanta. Si tratta di "The Equalizer" in Italia tradotto con "Un giustiziere a New York".

Inizialmente si era pensato a Russell Crowe come attore protagonista e a Paul Haggis come autore della sceneggiatura.

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Winona Ryder: Moglie di un serial killer

Il film in questione si intitola "The Iceman" ed è incentrato su uno spietato serial killer che avrà il volto del magnetico e inquietante Michael Shannon, già apprezzato in "My Son, My Son, What Have Ye Done" di Herzog e nel serial tv "Boardwalk Empire".

La brillante Winona Ryder, ultimamente protagonista de "Il Cigno Nero" e "Dilemma", nonché prossimamente voce doppiante per il film di Burton "Frankenweenie", nella pellicola in questione interpreterà la moglie del protagonista, del tutto incosapevole della doppia natura del suo consorte.

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La pelle che abito

REGIA: Pedro Almodovar
CAST: Antonio Banderas, Elena Anaya, Marisa Paredes, Jan Cornet, Roberto Alamo
ANNO: 2011
 
Il chirurgo Robert Ledgard sta sperimentando un particolare innesto di pelle su una paziente che tiene rinchiusa a casa sua, a causa del rifiuto della comunità scientifica a dare il consenso a questo genere di esperimenti. Presto però si scoprirà che le sue motivazioni sono tutt’altro che scientifiche…
 
Assurdo, grottesco, decisamente personale e almodovariano. Potremmo sintetizzare così la descrizione dell’ultima fatica del regista spagnolo. Mutazioni del corpo e ossessioni della mente sono al centro di questo melodramma con punte di noir che sfociano in qualche momento horror. Il tutto non proprio coerentemente e in perfetto equilibrio. Dalla transgenesi al transgenderismo il passo è breve, anche se spesso la prevedibilità di molti passaggi narrativi e molti risvolti di trama rovina un po’ l’alone di mistero e inquietudine che aleggiano attorno al protagonista, magneticamente e convincentemente interpretato da Antonio Banderas. Il chirurgo come il regista, trasforma la personalità del suo paziente/attore, rendendolo una persona diversa, riflessione questa che accompagna la superficie narrativa apparentemente incentrata solo ed esclusivamente sul tema della vendetta e della follia. Non mancano scivoloni nello stucchevole o nel decisamente banale, soprattutto in fase finale, anche se bisogna dire che a livello visivo e registico ci sono dei momenti che lasciano decisamente il segno, come l’enorme schermo dal quale il protagonista spia i movimenti della sua vittima/paziente, i disegni sul muro che quest’ultima porta avanti nel corso della sua prigionia, o i movimenti della macchina da presa che catturano l’abitazione del dottore da varie e affascinanti angolazioni. Si toccano anche vette di kitsch quasi sicuramente voluto e ricercato, come avviene con l’entrata in scena di un particolare “uomo tigre”, rapinatore e stupratore che trascina ancora di più il film verso l’allucinante da un lato e l’eccessivamente melò dall’altro, dal momento che i suoi rapporti con i vari protagonisti appariranno al limite della soap-opera.
Decisamente notevoli le note della colonna sonora, in grado di tenere desta l’attenzione e di trasmettere anche un considerevole senso di inquietudine e angoscia, così come alquanto riuscite sono le fasi iniziali della pellicola in cui tutto è alquanto fumoso, misterioso e quasi imperscrutabile. Insomma, man mano che la matassa si scioglie, vengono a galla pure i difetti, anche se la genuinità e la passione di Almodovar per determinati temi, riescono comunque a far apprezzare il film, nonostante la sua non eccelsa qualità, soprattutto in fase di scrittura.
La metafora di sottofondo, tra l’altro, quella della pelle da noi “indossata” che comunque non è in grado di scalfire la nostra interiorità e la nostra personalità, è alquanto efficace, nonostante sia abbondantemente nascosta sotto la natura più immediata e percepibile del racconto basato sulle disgrazie che il dottore cerca di esorcizzare trovando un capro espiatorio a cui far pagare tutte le colpe e su cui far ricadere tutte le cause della sua sofferenza, nata dalla scomparsa di moglie e figlia dopo determinati e shockanti avvenimenti.
Si mantiene quindi in bilico “La pelle che abito”, non destando particolare entusiasmo, ma nemmeno deludendo totalmente, dal momento che al cospetto di alcuni elementi forse evitabili, siamo in presenza di altre caratteristiche che lo rendono un film che in un modo o nell’altro riesce a rimanere impresso, anche se non proprio come una seconda pelle.


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Charlotte Gainsbourg: Sempre più fedele a Lars Von Trier

È stata protagonista delle ultime due discusse pellicole del regista danese, "Antichrist" e "Melancholia". L'attrice francese Charlotte Gainsbourg, però, pare non essersi stancata di lavorare accanto a Lars Von Trier.

Il regista sembrerebbe averla ormai scelta come sua musa ispiratrice dal momento che la vedremo come protagonista del suo prossimo progetto cinematografico, "The Nymphomaniac", storia della crescita dell'appetito sessuale di una donna.

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Il magnifico cornuto

REGIA: Antonio Pietrangeli
CAST: Ugo Tognazzi, Claudia Cardinale, Gian Maria Volonté, Salvo Randone, Bernard Blier, Susy Andersen, Lando Buzzanca, Ester Carloni
ANNO: 1964
 
Andrea, di professione cappellaio, dopo aver tradito la bellissima moglie Maria Grazia, comincia a sospettare che anche lei gli sia stata infedele. La sua gelosia comincia a diventare una malattia, dal momento che non riesce più a vivere se non nel sospetto di qualche relazione extraconiugale di sua moglie. Alla fine si sfiorerà la tragedia e la casta consorte, ormai disperata, cercherà di confortarsi al meglio…
 
Ambientato a Brescia, nell’Italia del nord industrializzata e borghese, trova proprio nell’ambientazione uno dei suoi maggiori punti di forza, dal momento che al di là delle beghe personali dei due protagonisti principali, ad essere posti sotto la lente d’ingrandimento del grande regista sono comunque stili di vita, mode, consuetudini e valori di una certa società. Nonostante i suoi anni, insomma, “Il magnifico cornuto”, oltre a conservare il suo spirito spassoso e piacevole, mantiene anche una certa “modernità” e aderenza all’attuale tessuto sociale. Caratteristiche che fanno di questo classico esponente della commedia all’italiana un film da apprezzare per diverse ragioni, tra le quali, ancora, l’ottima interpretazione del mitico Ugo Tognazzi, qui chiamato ad impersonare uno dei suoi caratteristici “tipi” universali, il classico italiano, un po’ strafottente, un po’ strafalcione, un po’ antipatico e decisamente troppo geloso. Accanto a lui una bellissima Claudia Cardinale, oggetto del dubbio e dell’ossessione del commendatore, nonché protagonista di molte delle sue visioni oniriche, altro valore aggiunto del film, in cui si fa al centro di spogliarelli decisamente sexy attorniata da uomini che le si avvinghiano addosso o moglie fedifraga in grado di escogitare mille sotterfugi per incontrarsi con i suoi amanti in un salone di bellezza situato in un hotel fuori mano.
Decisamente notevoli, anche se alquanto fuggevoli, i camei di alcuni grandi attori tra i quali un giovanissimo Gian Maria Volonté nei panni di un’assessore all’edilizia, da Tognazzi sospettato di essere uno degli amanti della moglie, un fulmineo Lando Buzzanca nei panni di un guardiano che viene licenziato per un suo commento sulla propensione alla conquista degli uomini, una sensualissima Michèle Girardon nei panni dell’amante di Tognazzi, e i mitici Salvo Randone e Bernard Blier.
Sceneggiato dai grandi Ettore Scola e Ruggero Maccari, nonché da Diego Fabbri e Stefano Strucchi, e caratterizzato da una regia solida e decisamente indicata al tipo di narrazione, con la camera che segue fedelmente e ossessivamente il protagonista, “Il magnifico cornuto”, ispirato alla pochade di Fernand Crommelynk, “Le Cocu Magnifique” del 1921, intrattiene alla grande nonostante la sua lunga durata e non fa sentire mai il peso dei minuti che passano, inanellando anche gag comiche mai smargiasse o scontate.
Accompagnato dalle musiche del maestro Armando Trovajoli, oltre che caratterizzato in apertura e in chiusura dal brano “La notte che son partito” di Jimmy Fontana, “Il magnifico cornuto” si conclude, tra l’altro, in maniera a dir poco ironica, sarcastica e beffarda, prendendo di mira la stupidità di certi atteggiamenti maschili, o piuttosto maschilisti, e sottolineando la furbizia di alcune donne nel saperne trarre vantaggio. Non solo una commedia, quindi, ma anche una sorta di indagine di costume, pur nella sua gradevolissima leggerezza.

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