Il sorpasso

REGIA: Dino Risi

CAST: Vittorio Gassman, Jean-Louis Trintignant, Catherine Spaak, Luciana Angiolillo, Claudio Gora, Luigi Zerbinati, John Francis Lane, Linda Sini

ANNO: 1962

Bruno gira per una Roma deserta a causa del ferragosto con la sua Lancia Aurelia, alla ricerca di avventura e libertà. Si imbatte nel giovane Roberto, timido studente universitario, che passerà due giorni con lui all’insegna del divertimento e della spensieratezza.

Inutile sprecare energie alla ricerca di aggettivi per descrivere “Il sorpasso”. Questa è una di quelle volte in cui si può usare senza timore la parola capolavoro. Trattasi di un vero e proprio pioniere del road-movie di formazione qui in Italia, oltre che di un massimo e straordinario esemplare di quella commedia all’italiana che ci ha regalato così tante pellicole indimenticabili. La fusione tra questi due generi, inusuale per l’epoca, ha dato vita a questo film che partendo dall’incontro tra due persone molto diverse in quanto ad estrazione sociale, età e personalità (differenze che si fanno emblema delle diverse “italie” dell’epoca), in realtà arriva a regalarci una precisa e profonda fotografia della nostra società di allora, quella del boom economico, delle stagioni estive, quella fatta di gente come Bruno, al tempo stesso genuino e “arrabbattone”, e di gente come Roberto, ligio al dovere e eticamente irreprensibile, proteso verso il raggiungimento di uno status sociale ben determinato. Nel mezzo un bel po’ di “figurine” tutte molto ben delineate che superano egregiamente il rischio di macchietta e caricaturizzazione (cosa che, ahinoi, avviene ai giorni d’oggi quando ci accostiamo a questo genere di pellicole) e rappresentano alla perfezione vari comportamenti tipici, dei veri e propri tipi universali appunto. Ecco comparire la famiglia di Roberto con un cugino che ne rappresenta l’evoluzione negativa, tant’è che è proprio attraverso i pensieri del giovane studente, altro espediente innovativo per il genere, che riusciamo a concentrarci sulle sue aspirazioni e i suoi desideri e su come però si scontrino con la realtà meschina della loro eventuale esplicazione. Ad aggiungersi a questo parterre davvero variegato arriva la figlia quindicenne di Bruno, disposta a sposare un uomo più anziano non per amore ma per sicurezza economica e professionale, salvo poi rendersi conto di apprezzare maggiormente il “tipo” alla Bruno, sfaccendato e non impegnato, ma spontaneo e mai ipocrita (“Almeno tu, non cambiare”, gli dirà infatti verso la fine del suo viaggio). Con piglio quasi documentaristico, poi, Risi ci accompagna per mano in una sorta di visuale ampia e precisa dell’epoca, focalizzando l’attenzione sulle spiagge laziali con tutte le sue “pedine”che si muovono al ritmo del twist e sulle mode musicali di allora che accompagnavano ogni momento della vita delle persone (per la prima volta si utilizzano brani molto famosi dell’epoca come quelli di Vianello o Modugno). Grande merito di Risi, e dei co-sceneggiatori, tra cui Ettore Scola, è quello di aver suddiviso in tappe davvero molto emblematiche il viaggio di Bruno e Roberto (entrambi al tempo stesso oggetto di simpatie e antipatie da parte dello spettatore, in una sorta di mescolanza di aspetti positivi e negativi che li rendono estremamente sfaccettati e non monodimensionali), con le varie soste che i due effettuano inframmezzando le folli corse a bordo dell’Aurelia che ben rappresentano il desiderio di libertà che contrassegna Bruno e di stupore che man mano si impossessa di Roberto. Le strade e i luoghi percorsi, allora, non solo rappresentano il teatro dell’evoluzione del rapporto tra i due (e di rimando di tutto ciò che essi archetipicamente rappresentano), ma anche il luogo in cui è possibile essere testimoni degli usi e dei costumi (spesso vagamente parodiati o criticati) dell’epoca presa in esame. Entrambi i protagonisti, infatti, sono registi e al tempo stesso attori del processo evolutivo della società in cui vivono, come dimostrano i differenti approcci di ognuno dei due alle diverse situazioni in cui vengono coinvolti e alle diverse categorie sociali con le quali entrano in contatto, come quella borghese o sottoproletaria. Entrambi i protagonisti a bordo di una macchina di lusso, emblematicamente ridotta male, attraversano metaforicamente tutta l’Italia di allora e ne registrano le contraddizioni. Il finale drammatico, apparentemente in distonia con il carattere principale della pellicola, è un’ulteriore esplicazione degli intenti comunicativi della stessa, uno sguardo pessimistico sul futuro della società italiana.

Racconto di un progresso sociale ed economico (il titolo stesso richiama questo concetto), “Il sorpasso” è arricchito anche dalle straordinarie interpretazioni dei due attori protagonisti (un Vittorio Gassman davvero incontenibile e un Jean-Louis Trintignant perfetto nel ruolo del timido indeciso) e da una serie di dialoghi, battute e considerazioni che riescono contemporaneamente nell’intento di far sorridere e riflettere (esemplare quella che riguarda l’infanzia considerata come l’età migliore solo perché non si ricorda più).

Un film, insomma, che non soltanto è una perfetta commedia all’italiana, non soltanto è un imperdibile road-movie, ma che, soprattutto, risulta essere una sorta di trattato antropologico e sociologico di un paese ripreso in uno dei suoi periodi storici più importanti e significativi.

 


Pubblicato su www.livecity.it

La saga di Indiana Jones (post cumulativo)

INDIANA JONES E I PREDATORI DELL’ARCA PERDUTA

REGIA: Steven Spielberg

CAST: Harrison Ford, Karen Allen, Paul Freeman, Alfred Molina
ANNO: 1981

TRAMA:

Hanry Jones, anche detto Indiana Jones, è un professore di archeologia nonché un ricercatore di tesori e di oggetti nascosti. Dopo una missione in Perù, dove si è fatto sfuggire un idolo sacro, toltogli dalle mani dall’acerrimo nemico Belloq, viene contattato dai servizi segreti americani per riuscire a recuperare la cosiddetta Arca dell’Alleanza, uno scrigno contenente frammenti delle tavole dei 10 comandamenti. Questa reliquia è estremamente importante perché, secondo la leggenda, è in grado di donare poteri inusitati al suo possessore e per questo motivo i nazisti sono sulle sue tracce, per conto di Hitler. Indiana Jones, con l’aiuto di Marion, una sua vecchia amica, tenterà con tutte le sue forze di non far vincere il male.


ANALISI PERSONALE

Impossibile non trovare questo grandissimo film d’avventura e d’azione, d’amore e d’orrore, di sano e semplice divertimento, estremamente adorabile. Indiana Jones è una storia incredibile che ha il sapore di un vecchio fumetto narrante gesta eroiche o di un bel libro come quelli che i nostri genitori ci leggevano da piccoli prima di andare a dormire. Indiana Jones non è un vero eroe, è un timido e impacciato professore universitario che non si accorge della corte che le sue studentesse gli fanno spudoratamente e che è completamente preso dai suoi ritrovamenti, dai suoi scavi e reperti archeologici, nonostante sia consapevole del fatto che prima o poi non gli apparterranno più. Indiana Jones si trasforma in un “supereroe” solo quando impugna la sua frusta e indossa il suo cappello. E’ così che lo vediamo nella sua prima apparizione. E’ di spalle e sta per essere attaccato da un uomo, ma all’improvviso si volta e fuoriesce dall’ombra con un espressione seriosa sul volto e con lo sguardo fisso e profondo. Sembra che ci sia da avere paura, e in realtà in uno o due momenti il brivido si impossesserà dei nostri corpi, ma la provenienza sarà sicuramente un’altra, non certo questo mattacchione avventuriero che combatte più con l’intelligenza e la furbizia e che ci strappa numerose risate, soprattutto quando in un duello a suon di sciabole affilate, si accorge troppo tardi di avere una pistola in tasca. Come se non bastasse, Indy ha una vera e propria fobia per i serpenti, ma nel corso della sua straordinaria avventura questi spunteranno fuori come funghi costringendolo a superare le sue paure per salvare la vita della giovane donzella, innamorata di lui, ma trascurata per anni e per questo un po’ inviperita.
I primi dieci minuti che introducono quella che sarà poi la vera e propria avventura pericolosa dell’archeologo, hanno un ritmo incalzante e coinvolgente e una capacità di tenere con gli occhi
incollati allo schermo non indifferente. Tra frecce che fuoriescono dalle bocche di terribili creature di pietra, palle enormi che inseguono il povero Indiana Jones tradito dal suo aiutante, idoli sacri che una volta tolti dalla loro postazione scatenano l’inferno e indigeni armati di archi e frecce pronti a far fuori il nostro mitico eroe, non c’è da stare tranquilli. Ma per fortuna Indy sa il fatto suo, e aggrappandosi ad una liana, nella scena forse più adrenalinica e avventurosa della pellicola, si lancia in acqua verso l’aereo del suo amico che lo riporterà in salvo, sulle note del notissimo e straordinario motivo musicale che contrassegna in maniera notevole e positiva la saga avventurosa più famosa e, molto probabilmente, più bella della storia.
Dall’America del Sud all’Africa del Nord, passando per gli Stati Uniti, seguiremo sempre più eccitati come bambini e sempre più interessati alle sorti dell’arca dell’alleanza, le gesta eroiche nonché gli sfortunati eventi che vedranno coinvolto non solo Indiana Jones, ma anche il suo acerrimo nemico e la bellissima Marion, donna forte e tenace, ma più volte bisognosa di aiuto. Rapita numerose volte ora da un nemico ora da un altro, troverà la salvezza sempre per mano del suo amato-odiato Jones, che la porterà in salvo rischiando persino di perdere tutto quello che cui ha lavorato tanto e per cui è stato assoldato.
Indiana Jones non è solo quindi un semplice film d’avventura (tra l’altro se ne vedono davvero pochi di film d’avventura di cotale fattura), ma è una brillante e riuscitissima commistione di generi, omaggiati dal regista il cui nome è simbolo di qualità e commerciabilità al tempo stesso, il grande Spielberg, che sa come trascinare ed esaltare gli spettatori. Non manca l’azione e l’adrenalina, come nell’inseguimento che Jones ingaggia coi suoi nemici o come quando vero la fine vediamo sia lui che Marion rischiare la pelle a causa dei terribili demoni infuocati che fuoriescono dallo scrigno, per salvarsi solo grazie al fatto di aver tenuto gli occhi chiusi. Non mancano le risate, come nelle scene già citate, ma anche insite in moltissime battute ironiche e spiritose messe in bocca ora all’inconsapevolmente coraggioso Jones, ora alla coriacea Marion. Non manca nemmeno la storia
d’amore, sicuramente tribolata ma rafforzata dalle avversità e dall’inserimento in un contesto del tutto inusuale.
Non è possibile non essere esageratamente affezionati o comunque cominciare ad affezionarsi (per chi non ha avuto modo e fortuna di vederlo a suo tempo) a questo straordinario giocattolino cinefilo, che accontenta grandi e piccini, e che anzi fa tornare piccini i grandi e fa diventare grandi i piccini.

VOTO: 8,5





INDIANA JONES E IL TEMPIO MALEDETTO


REGIA
: Steven Spielpberg

CAST: Harrison Ford, Kate Capshaw, Johnatan Ke Qaw,
ANNO: 1984

TRAMA:

Siamo nel 1935, un anno prima delle fantastiche peregrinazioni in giro per il mondo del primo capitolo della saga, e siamo in India, dove l’archeologo accompagnato da un bambino tutto pepe e da una svampita cantante di night, si ritrova a dover recuperare una pietra magica che difendeva i villaggi tibetani dalla malvagità dei Thugs, adoratori della dea Kalì.


ANALISI PERSONALE

Come non voler bene a questo secondo capitolo della saga di Indy, anche se tutto sommato non è all’altezza del primo e si rivela essere un po’ troppo fracassone e pieno zeppo di inseguimenti, combattimenti, effetti speciali e via dicendo? Sicuramente, non è il miglior episodio delle avventure di Indiana Jones, ma riesce comunque a far sognare i suoi affezionati estimatori e a divertire con una serie di gag, qui moltiplicate rispetto al primo, e di situazioni al limite tra il grottesco e l’incredibile. Anche in questo caso abbiamo un inizio folgorante (ma quello del primo è assolutamente impareggiabile ed indimenticabile) che si fa ricordare e  che spicca su tutto il resto delle avventure di Indy. Una sorta di omaggio ai vari 007, dato che ci ritroviamo con un Harrison Ford in abito da sera, costretto a passarne di tutti i colori pur di recuperare una boccetta contenente l’antidoto al veleno offertogli in un calice a mò di vino dal suo socio in affari cinese. L’oggetto della contesa: una reliquia sacra e un diamante che fa gola anche alla compagna, o apparente tale, del boss cinese, che fa anche la cantante nel night di sua appartenenza. Jones, come sempre, dopo una sere di esilaranti e coinvolgenti peripezie riesce a recuperare il suo antidoto, portandosi via anche la bella cantante che se l’era nascosto nel reggiseno per potersi impadronire del diamante. A fare compagnia a questo duetto assortito, arriva un intraprendente bambino a bordo di un taxi, che guiderà i due verso l’aeroporto e verso l’aereo che poi si schianterà, facendo precipitare i tre sfortunati a bordo, sul villaggio tibetano.
Da qui prenderà inizio la vera e propria fantastica avventura di Jones, costretto a sopportare i capricci e le seccature di Willie, la bella cantante (interpretata da quella che sarà poi la moglie di Spielberg) e
le disattenzioni quasi mortali del piccolo Short round (Johnatan Ke Quan, uno straordinario e simpaticissimo bambino). Sarà così che Indy, armato di frusta e cappello, suoi inseparabili amici, dovrà vedersela con i soliti serpenti da lui odiati, con teschi provenienti da ogni dove, con malvagi personaggi che maltrattano bambini (rapiti dal villaggio che ha chiesto a Indy di recuperare la pietra magica) e via di questo passo. Non mancheranno i soliti duelli al limite tra l’azione più pura e il divertimento assicurato (tornerà anche l’esilarante duello a suon di sciabole del primo episodio, solo che in questo caso Indy si accorgerà di non avere la pistola con sé) e ovviamente non mancherà la “sottile linea rosa”, che unirà l’intrepido ed impavido avventuriero con la vanitosa e intrattabile cantante, tenuti uniti e a volte anche in vita grazie alla furbizia ed abilità della piccola peste affezionatissima al grande Indy, che questa volta dovrà combattere anche contro sé stesso. I palati degli appassionati d’avventura non verranno delusi, anche grazie ad una serie di trappole nelle quali i protagonisti cadranno e dalle quali si salveranno sempre per il rotto della cuffia e di inseguimenti, stavolta sui binari di una miniera o sulla scala di legno traballante che unisce due lembi di terra separati solo da un fiume pieno di coccodrilli famelici. Ma ovviamente non c’è di che temere, dato che il mitico Indy non può farsi sopraffare dal nemico, che continua ad attaccarlo, ora con frecce lanciate all’unisono da centinaia di guerrieri, ora con pozioni magiche per reclutarlo nelle loro file, ora con fortissime frustate, ora con sparatorie a bordo di carretti che corrono all’impazzata sulle rotaie della miniera. Stavolta, l’uomo la donna e il bambino riusciranno a salvarsi la pelle grazie alla collaborazione, anche se Willie si lamenterà ora per un’unghia spezzata, ora per una permanente guastata, ora per la puzza di un elefante, ora per la mancata notte di fuoco con Indy che ha preferito proseguire l’avventura alla ricerca della pietra magica.
Bisogna rivolgere un sentito ringraziamento al grandissimo Spielberg (e di rimando al produttore Lucas che con l’avventura e l’azione è di casa), che è riuscito con questa grandissima saga (ma non solo) a farci sognare, ridere, fremere e perché no, anche tremare, visto che in questo secondo capitolo non manca anche una leggera ma graditissima componente orrorifica (oltre ai già citati teschi che fuoriescono da ogni dove, anche una serie di schifosissimi animali non ben identificati ).
Pur non essendo esente da difetti e da esagerazioni, Indiana Jones e il tempio maledetto è un ottimo
film di intrattenimento, che rimane impresso anche per la qualità espositiva degli effetti speciali e degli aspetti più tecnici come la fotografia e la straordinaria colonna sonora ormai entrata nell’immaginario collettivo di chiunque (anche chi non è appassionato di cinema). Indimenticabile, soprattutto, l’interpretazione di Harrison Ford che ha dato vita non solo ad un personaggio fenomenale, ma ad un uomo che tutti più o meno sentiamo come un eroe e al contempo un caro amico. dentificati ):

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VOTO: 7,5/8





                         INDIANA JONES E L’ULTIMA CROCIATA

 

REGIA: Steven Spielberg

CAST: Harrison Ford, Sean Connery, Denhlom Elliot, Alison Doody, River Phoenix
ANNO: 1989

TRAMA:

Questa volta l’archeologo dovrà portare in salvo suo padre tenuto prigioniero dai nazisti che vogliono arrivare all’ubicazione del Santo Graal, di cui Jones Senior ha la mappa. Dopo numerose peripezie e strampalate avventure, padre e figlio riusciranno ad arrivare alla reliquia sacra, ma qualcosa impedirà loro di prenderne possesso.


ANALISI EPRSONALE

Anche questa volta un inizio davvero folgorante. Siamo nel 1912, molto indietro nel tempo rispetto alle precedenti avventure dell’archeologo più famoso del mondo. Indiana è un ragazzino (interpretato da River Phoenix) e sta già cominciando a seguire le orme di suo padre come archeologo. Una pericolosa avventura che lo vede come protagonista ci svelerà il perché della sua paura per i serpenti, della sua cicatrice sul mento e dell’utilizzo di frusta e cappello come fidati e inseparabili amici. Dopo questo succulento prologo veniamo di nuovo immessi nel presente, con il solito affascinante e quasi impacciato Indiana nelle vesti di professore assaltato da orde di studentesse. Questa volta l’archeologo dovrà vedersela di nuovo con i nazisti (nemici anche del primo episodio della saga), che non solo hanno catturato suo padre, ma che vogliono anche recuperare il Santo Graal che secondo la leggenda può rendere estremamente potente Hitler e tutto il suo gruppo di fedeli e ammiratori. Le danze hanno inizio e Indy si ritrova affiancato dall’amico di sempre, Marcus Brody (Denholm Elliot), un tantino svampito, ma sicuramente preparato alla missione da compiere. Indiana Jones e l’ultima crociata è  un film estremamente entusiasmante ed esilarante, che mescola straordinariamente un po’ di storia (con qualche imperfezione che però sbiadisce all’orizzonte in confronto a tutto il resto), tantissima avventura, spassosissima ironia e un velato (ma neanche tanto) solito riferimento alle qualità seduttive e amatorie dello “sciupafemmine” Indy. Quello che però risulta essere il miglior pregio di questo terzo capitolo della saga è proprio lo strampalato e irrisolto rapporto padre-figlio, dove per padre abbiamo niente poco di meno che lo sbadato e al contempo severo Sean Connery (Spielberg e Lucas hanno più volte ripetuto che senza James Bond, Indiana Jones non sarebbe mai nato, per questo era quasi necessaria la presenza di chi ha interpretato per anni la famosissima spia). Sono gli scoppiettanti dialoghi tra questi due fantastici personaggi che ci fanno stare sempre col sorriso sul volto e tutte le numerose e spiritossissime gag che li vedono coinvolti non fanno altro che accrescere il livello di divertimento. Come resistere allo scappellotto che Indiana Senior rivolge a suo figlio per una bestemmia? O alla faccia di Indy quando si avvicina per sbaglio ad Hitler con in mano il diario segreto recuperato dopo mille peripezie e il fuhrer non rendendosi conto di cosa stringe tra le mani, gli fa un autografo? O all’inseguimento a bordo di un aereo nel quale Sean Connery dovrebbe sparare agli aerei tedeschi che vogliono farli fuori e invece non fa altro che azzoppare il loro stesso mezzo di trasporto? O all’incendio causato dall’anziano archeologo nella stanza nella quale è tenuto prigioniero con suo figlio? O all’altro inseguimento a bordo di un side-car che li poterà ad un bivio in cui dovranno scegliere tra Venezia e Berlino? O alla scena sul dirigibile nella quale Indy getta dal finestrino un ufficiale tedesco fingendosi un controllore arrabbiato per la mancanza del biglietto? O alla scoperta che l’affascinante e avvenente professoressa tedesca è andata a letto sia col padre che col figlio? O alla scoperta del vero nome di Indy, Junior, e del perché suole farsi chiamare Indiana? O all’incontro esilarante tra Jones Senior e Marcus dentro un carro armato tedesco?
Ma di sequenze memorabili ce ne sono davvero troppe per poterle enucleare una per una, bisogna lasciarsi trasportare e coinvolgere dalle mirabolanti situazioni che di volta in volta vedono come protagonisti il nostro eroe e il suo stralunato padre. Da Venezia (dove incredibilmente troviamo delle catacombe) a Berlino (dove vengono bruciati un sacco di libri e viene venerato il fuhrer), passando per l’Austria, Indiana Jones dimostra di non aver perso il suo coraggio e la sua forza, ma anche la sua fragilità di fronte ad un padre che lo tratta ancora come un bambino e che soprattutto non è abituato alle movimentate avventure che per suo figlio invece sono all’ordine del giorno. Non mancano i riferimenti etico-religiosi, incentrati soprattutto sulla funzione della fede e della fiducia nel prossimo, illuminanti a tal proposito due sequenze: quella nella quale Indiana si ritrova a dover decidere se gettarsi da un dirupo perché suo padre gli dice di avere fede e l’altra è quella nella quale si ritrova a dover scegliere tra numerose coppe quella giusta, pena l’incenerimento (come succede al cattivone
che sceglie la coppa sbagliata scambiandolo per il Sacro Graal e finisce impolverito).
Sicuramente superiore al secondo capitolo della saga, che però rimane comunque nel cuore degli appassionati, Indiana Jones e l’ultima crociata può essere paragonato per qualità narrativa ed espositiva al primo con cui ha molti aspetti in comune. L’unica differenza è che col terzo si ride molto di più e si tralascia la tipica figura femminile presente nei due precedenti capitoli, per far spazio ad una più imponente ed indimenticabile figura paterna.

 VOTO: 8,5





CITAZIONE DEL GIORNO

Sono rientrato a casa e ho trovato Frank, il mio migliore amico, a letto con mia moglie. Gli ho detto: "Frank, io devo! Ma tu?". (Billy Crystal in "Harry, ti presento Sally")



LOCANDINE


     



Il cattivo tenente

REGIA: Abel Ferrara

CAST: Harvey Keitel
ANNO: 1992

TRAMA:

Un tenente corrotto fino al midollo, dedito all’uso di qualsiasi sostanza stupefacente, affamato di sesso e alcool e incallito scommettitore, si ritrova ad indagare sullo stupro ai danni di una suora. Quando questa decide di perdonare i due uomini che l’hanno aggredita sull’altare della chiesa, il tenente rimane al contempo incredulo e turbato. Questo avvenimento lo farà riflettere sulla sua vita di peccatore e sul significato del perdono.




ANALISI PERSONALE

Un film per stomaci forti questo di Abel Ferrara che trova la sua forza nella visionarietà e nell’interpretazione magistrale di quel grande attore che è Harvey Keitel. Qui dà vita ad un personaggio sicuramente disturbante e a tratti spregevole, che non si preoccupa minimamente di sniffare cocaina davanti ai suoi famigliari, o di rubare un chilo di droga da un auto in cui è avvenuto un delitto (salvo poi perderli perché scivolatigli dalla giacca), o di fare affari con criminali e spacciatori. Una vita sregolata la sua, piena di numerose ossessioni, a partire da quella per le scommesse sul baseball. Nonostante sia pieno di debiti fino al collo, continua a puntare ingenti somme di denaro sulla vittoria della sua squadra preferita, sperando di poter risolvere i suoi problemi economici, non rendendosi conto del pericolo a cui si sottopone con i suoi creditori di malaffare. Una vita sessuale non proprio sana (fa sesso con più donne alla volta sempre sotto l’effetto di stupefacenti e in balia dell’alcool e del fumo), contribuisce a caratterizzare in maniera del tutto negativa questo incallito peccatore, ma cattolico nell’anima. Sarà necessario lo stupro, effettuato sull’altare di una chiesa, ai danni di una suora che poi perdonerà i due teppisti, a fargli prendere una strada diversa. Sarà questo atto di estrema fede nell’umanità e di bontà cristiana a fargli perdere quasi la ragione. Il tenente non riuscirà a comprendere il perdono della donnax seviziata brutalmente, non capirà la sua totale mancanza di odio verso coloro che le hanno fatto del male, e anzi criticherà questa sua eccessiva generosità per poi arrivare a capire di essere lui stesso un grandissimo peccatore bisognoso di perdono. Nonostante la pellicola sia mascherata da noir, quello che conta è proprio il messaggio che la parabola discendente del tenente porta con sé.

Infatti, i colpevoli dello stupro si conoscono da subito e non saranno le indagini ad essere in primo piano, ma la spirale di degradazione del tenente che arriverà persino a sfogarsi contro Cristo per non averlo saputo guidare in maniera migliore e a perdonare egli stesso i due teppisti, nonostante il loro atto sia parso insostenibile e inaccettabile, persino ad un depravato come lui. Una corruzione la sua, che non lascia spazio alla comprensione dello spettatore, sempre più impressionato e inorridito dal livello di scempiaggini da lui compiute, come nella famosissima e prolungatissima sequenza nella quale costringe due ragazzine, fermate perché con una luce rotta e scoperte senza patente, a simulare la fellatio e ad assistere alla sua masturbazione. Ma questa non è l’unica sequenza volutamente eccessiva, ed estremamente indigeribile. A shockare e quasi inorridire ci pensano anche la sequenza dello stupro che colpisce persino l’ateo più incallito e quella dello sfogo del tenente in chiesa, che vede come interlocutore un Cristo silenzioso che poi si dimostra essere un’anziana signora con calice in mano. Comincia ad avere le allucinazioni il nostro estremo protagonista, e forse anche noi dato che senza volerlo ci ritroviamo a porci gli stessi quesiti che egli stesso si pone, pur non essendo al suo livello di degenerazione.
Con una fotografia incentrata particolarmente sul rosso, il colore del peccato, e sui chiaroscuri Il cattivo tenente è un grandissimo film, che pur essendo sgradevole ed impressionante, riesce a
catturare lo spettatore e a coinvolgerlo anche grazie ad un’ambientazione notturna newyorchese che ben si confà al tipo di narrazione e al messaggio insita in essa (interessantissima ed indicativa la sequenza in discoteca, luogo di completo annullamento di sé stessi).
Cosa ci lascia alla fine Il cattivo tenente? In sostanza un unico grande insegnamento: in un mondo crudele, pieno di abiezione ed immoralità, è sempre e comunque possibile trovare la propria via per la redenzione.

VOTO: 9

 



CITAZIONE DEL GIORNO

"In realtà, agente, il mio nome è Bond. James Bond." "Già, e io sono Superman. E lei è sempre in arresto". (Roger Moore, nel film "007: Bersaglio mobile")


LOCANDINA


Mulholland drive

REGIA: David Lynch

CAST: Naomi Watts, Laura Helena Harring, Justin Theroux
ANNO: 2001

TRAMA:

L’aspirante attrice Betty, arriva a Los Angeles e nella casa di sua zia trova una donna che in seguito ad un incidente stradale ha perso la memoria. Betty cerca di aiutare l’intrusa a riscoprire la sua identità e nel corso delle ricerche vengono a galla numerose verità.

 



ANALISI PERSONALE

Un nuovo Twin peaks? Magari! Purtroppo la bigotta tv americana si è rifiutata di accettare questo straordinario film come pilot di una serie televisiva (nonostante Lynch si sia anche prodigato a fare dei tagli qua e là) e quindi il grande regista ha deciso di inserire un finale per concludere e conchiudere la storia e, grazie ad un produttore francese, ne ha fatto uno dei film più intensi ed importanti degli ultimi anni, vincendo addirittura il primo premio al Festival di Cannes (insieme al meraviglioso L’uomo che non c’era dei Coen), nonché numerosissimi altri premi. Certo sarebbe stato davvero fantastico poter avere una nuova serie televisiva diretta da Lynch, ma anche così non ci si può assolutamente lamentare. Lynch sforna una pellicola disturbante, a tratti indecifrabile e inesplicabile, ma sicuramente affascinante, ammaliante, sensuale, quasi ipnotizzante ed enormemente potente sia visivamente che emozionalmente e sensorialmente.
Uno sfrenato balletto anni ’50, stile musical colorato e movimentato, e subito dopo una soggettiva che ci “accompagna” su un letto e su un cuscino rosso. Di importanza “vitale” l’attenzione in questo momento iniziale della pellicola, perché molto probabilmente (ma non sicuramente, dato che il regista si rifiuta ancora oggi di dare una spiegazione al suo film) costituisce un punto fondamentale per la comprensione (ma è poi così importante comprendere? non è meglio lasciarsi trasportare dalla forza delle immagini e dei suoni, qui di vitale importanza, che si imprimono indelebilmente nei nostri occhi e nelle nostre viscere?) delle vicende che si svolgono a Mulholland drive e dintorni. 
Tentare di riassumere la trama è cosa assai ardua, quanto oggettivamente inutile, dato che bisogna davvero guardarlo per lasciarsi trasportare nella dimensione onirica e surreale che il regista è riuscito a costruire. In breve i fatti sono questi: una donna molto affascinante ed avvenente è a bordo di una limousine e sta attraversando la famosa strada di Los Angeles, Mulholland drive. Ad un certo punto l’auto si ferma e i due uomini davanti puntano una pistola verso la donna. Prima che possano premere il grilletto, però, arriva un auto piena di ragazzi scalmanati che va a schiantarsi proprio contro la limousine. L’unica a sopravvivere è proprio la donna misteriosa (la sensualissima Laura Helena Harring) che scappa e si rifugia in una villa, prima che questa venga “abbandonata” dalla sua padrona dai capelli rossi. Nel frattempo un’aspirante attrice, apparentemente frivola e sgallettata (l’incisiva Naomi Watts) arriva con un aereo (sul quale ha fatto la conoscenza di due amabili vecchietti) dall’Ontario per riuscire a sfondare nel mondo del cinema. Si tratta di Betty ed è la nipote della padrona della villa nella quale si è rifugiata la donna misteriosa. Quando Betty arriva a casa, si accorge della presenza della donna e quando si rende conto che ha subito un grave incidente e che ha perso la memoria, decide di aiutarla a riacquistarla. La donna si farà chiamare Rita (a causa del poster di Gilda presente nel bagno della villa) e cercherà in tutti i modi di risalire alla propria identità e soprattutto di capire per quale motivo la sua borsa è piena di soldi e di una chiave blu dalla strana forma. A Rita verranno dei flash della sua vita passata, ad esempio si ricorderà di un nome Diane
Selwyn, credendo che sia il suo. Questo sarà il punto di partenza delle ricerca delle due alleate che durante il corso delle loro “investigazioni” finiranno anche a letto insieme e finiranno soprattutto per innamorarsi. Nel frattempo, si svolgono anche altre sottotrame apparentemente scollegate con quella principale, ma sicuramente facenti parte di un disegno generale. Il regista Adam Kasher (il particolare Justin Theroux) viene vessato da produttori, scagnozzi e strambi personaggi (il mitico nano di Twin Peaks!!) perché scelga come attrice protagonista del suo prossimo film una certa ragazza, tale Camilla Rhodes.

Il regista si oppone, perché aveva già pensato ad un’altra protagonista, ma viene minacciato e costretto a scegliere la donna suddetta. “E’ lei la ragazza”, gli verrà ripetuto un’infinità di volte da uno dei suddetti vessatori (niente poco di meno che lo stesso Angelo Badalamenti, il compositore solito dei film di Lynch, che qui si cimenta in uno straordinario cameo nel quale dopo aver assaggiato un’espressino, lo sputa in un tovagliolo gridando: “E’ una merda!”). A comparire sullo sfondo di questa contorta vicenda ci sono anche altri strambi personaggi: un killer maldestro che ricorda molto i personaggi tarantiniani davvero molto simpatico e divertente, un uomo che vede materializzarsi un suo incubo e per questo muore forse di crepacuore, un cowboy davvero molto singolare, un barbone mostruoso che recupera un oggetto importante per Betty e via dicendo. Inutile tentare di spiegare la presenza e l’esatto ruolo di ciascuno di questi personaggi, ma bisogna ammettere che ognuno di loro riesce ad essere estremamente enigmatico e inquietante, così come ambiguo ma sicuramente avvincente, coinvolgente e suggestivo è il finale del film.
Bisogna stare attenti ai nomi e ai ruoli, perché nel corso della pellicola questi tornano e ritornano, ma vengono posseduti ogni volta da personaggi diversi. Si tratta di un sogno? Si tratta di strane visioni dettate dal senso di colpa? Si tratta di allucinazioni? Ad un’iniziale (e forse, ma non è detto, superficiale visione) si potrebbe pensare alla prima ipotesi, che pare la più plausibile, ma se ci si sofferma a pensare e a rimuginare, si potrebbero dare alla pellicola numerose chiavi (ecco che ritorna la chiave) di lettura. E sta proprio in questo la particolarità e la straordinarietà di questo film che subisce una vera e propria cesura ad un certo punto: quando le due donne si recano a teatro a vedere cantare una famosissima cantante spagnola (una scena che porta con sé una carica emotiva davvero devastante, ma soprattutto un messaggio molto forte) e poi tornano a casa e Betty nella sua borsa trova un cubo blu che si apre proprio con la chiave di Rita. Una volta aperta la scatola, niente sarà più come prima, tutto verrà sconvolto e capovolto e bisogna stare molto attenti e avere la mente aperta e lucida per riuscire a rimanere ancorati alla visione. Tutto quello che abbiamo visto fino all’apertura del cubo era un sogno di Betty e quello che viene dopo e la dura e cruda realtà? Oppure si tratta del contrario? O ancora peggio è tutto vero, solo che avviene in dimensioni temporali diverse? Chi è Rita? Chi è Betty? Chi è Diane? Chi è Camilla? Chi è quel barbone e cosa rappresenta? Chi è quel cowboy e che cosa incarna? Chi sono quei due vecchietti che Betty aveva conosciuto sull’aereo? A queste domande ci sono molteplici e differenti risposte. L’unico personaggio che sembra rimanere sempre sé stesso è il regista Adam (sarà un caso?). Ad aggiungersi ed affastellarsi alle tematiche dell’ignoto, dell’amore non corrisposto, del senso di colpa, della solitudine e della degradazione; c’è anche un’analisi sui meccanismi di Hollywood (rappresentata proprio dalla Mulholland drive) e delle sue logiche crudeli e spietate (i produttori e i “mafiosi” che vogliono imporre
la protagonista al regista, l’attrice brava e valente che viene scalzata dalla femme fatale che va a letto col regista e via dicendo). Mulholland drive non è un film semplice o di facile digestione, soprattutto se si è sensibili a certe visioni e a certe sensazioni. Contribuisce a rendere il risultato ancora più incisivo, la straordinaria colonna sonora (del già citato Angelo Badalamenti) che permea ogni singolo fotogramma rendendolo più che una semplice immagine e trasformandolo in un pezzo essenziale e determinate dell’enorme, confuso e  intrigante puzzle che è questa pellicola.

VOTO: 9

 



CITAZIONE DEL GIORNO

Regola uno: il karate serve solo per difesa. Regola due: prima imparare la regola uno. (dal film "Karate Kid II")


LOCANDINA


Intrigo internazionale

REGIA: Alfred Hitchcock

CAST: Cary Grant, Eva Marie Saint, James Mason, Martin Landau, Jessie Royce Landis
ANNO: 1959

TRAMA:

Roger Thornhill è un pubblicitario che viene scambiato per un agente segreto del controspionaggio, tale George Kaplan, e viene quindi braccato sia dall’organizzazione spionistica che vuole ucciderlo, sia dalla polizia che lo crede un assassino. Ad imbattersi nella sua strada, prima una donna, Eva, che assume un ruolo ambiguo nella vicenda, e poi i veri membri dell’organizzazione controspionistica che alla fine gli chiedono davvero il suo aiuto.

 



ANALISI PERSONALE

Un film di spionaggio che non potrà affatto deludere gli amanti del genere, tant’è che i vari 007 e affini hanno sicuramente tratto da questo piccolo gioiellino hitcochckiano più di uno spunto, senza tra l’altro riuscire ad eguagliare il grandissimo regista per stile, guizzo, garbo, eleganza e, soprattutto, capacità di costruire le situazioni di suspance e sorpresa e, ultima ma non per ultima, una deliziosissima, simpaticissima e spassosissima ironia ben amalgamata con le situazioni e le vicende di rara intensità e tensione. Intrigo internazionale, che riprende quasi il tema dell’amore legato al dovere così come faceva l’immenso capolavoro che è Notorius, contiene anche un alto numero di scene erotiche, soprattutto per l’epoca, tra il magnifico Cary Grant e la sensualissima Eva Marie Saint, chiamata qui a fare il doppio, anzi triplo gioco e riuscendoci alla perfezione. Una coppia davvero ben assortita, accompagnata da una serie di comprimari che fanno il loro “sporco lavoro” in maniera a dir poco encomiabile a partire dal mitico Martin Landau nel ruolo del luciferino Leonard, la guardia del corpo del signor Vandamm (l’espressivo e agghiacciante James Mason), il capo dell’organizzazione spionistica contro la quale il controspionaggio sta lavorando.
Un altro tema carissimo al grande regista è quello dello scambio di persona: in molte delle sue pellicole più riuscite, il povero protagonista viene scambiato per qualcun altro (quasi sempre un assassino, una spia o comunque qualcuno di pericoloso che per questo corre a sua volta dei pericoli) e deve passare le pene dell’inferno prima di riuscire a dimostrare di essere innocente e soprattutto di essere un’altra persona. In questo caso, il simpatico e affascinante pubblicitario viene scambiato per un agente segreto, il signor Kaplan che in realtà non esiste, dato che è solo un personaggio fittizio inventato dal controspionaggio per fare da copertura a quella che è davvero la loro spia che sta cercando di incastrare Vandamm. A nulla varranno le proteste di Roger che tenterà in tutti i modi di far capire di non conoscere nessun Kaplan e di non essere una spia, visto che nessuno gli crederà e arriverà persino ad essere ricercato dalla polizia per un omicidio da lui ovviamente non commesso.
Ad aiutarlo, almeno apparentemente, arriva una femme-fatale conosciuta su un treno, la bellissima Eva Kendall (interpretata dall’ammaliante Eva Marie Saint) che aiuterà Roger a nascondersi dalla polizia e a mettersi in contatto con questo fantomatico Kaplan. In realtà, si scoprirà che Eva non è realmente chi dice di essere e, una volta che Roger se ne renderà conto, si arriverà ad un brusco punto di rottura tra i due che sembravano essersi perdutamente innamorati l’uno dell’altra. Ma non sempre le cose sono come sembrano, soprattutto nel mondo dello spionaggio e del controspionaggio e quindi i vari ruoli dei diversi protagonisti cambieranno nel corso del tempo e persino chi non voleva avere niente a che fare con spie e controspie, si vede costretto a collaborare per vedere salva la vita
della persona amata.
Un altro espediente da Hitchcock utilizzato molto spesso in maniera egregia è quello degli inseguimenti a bordo di bellissime automobili (come dimenticare quello di Caccia al ladro o l’ultimo divertentissimo di Complotto di famiglia?). In Intrigo internazionale (North by northest) alla guida dell’auto abbiamo il povero Cary Grant, fatto ubriacare da Vandamm e soci e messo in auto in modo tale da andarsi a schiantare contro una scogliera per ucciderlo in modo da farlo sembrare un incidente dovuto alla sua ubriachezza.

Anche in questa scena, che amalgama perfettamente suspance e ironia (quanto è divertente lo straordinario Grant che recita la parte di un ubriaco che sta per morire?), il protagonista-“eore” riesce a salvarsi per il rotto della cuffia, ma nonostante lo spettatore sappia perfettamente che non può vedere morire Cary Grant così presto, un brivido lo prova lo stesso e questo lo deve solo all’estrema abilità registica di uno dei più grandi cineasti mai esistiti. Tra le scene più divertenti e spiritose non si può non citare quella della sala di un albergo dove sta avendo luogo un’asta. Qui, Roger, incontra un’altra volta le spie che lo inseguono, insieme ad Eva, e questi lo minacciano di morte. Roger allora capisce che è forse meglio consegnarsi alla polizia, alla quale poter spiegare meglio di non essere un assassino, piuttosto che farsi ammazzare e così cerca di attirare l’attenzione dei poliziotti diventando molesto e strafottente con il battitore d’asta (quando comincia a sparare cifre enormi ed irrisorie allo stesso tempo è difficile trattenere il riso). Anche nel finale che ci prende  un po’ in giro non possiamo non riconoscere la mano “truffaldina” di Hitchock (che appare in uno dei suoi tanti notissimi camei proprio all’inizio del film, quando lo vediamo perdere l’autobus su cui sale Cary Grant, per il rotto della cuffia), che ci fa passare da una situazione di estremo pericolo ad una di massima serenità e giovialità (i due protagonisti stanno per precipitare dai Monti Rushmore in un’altra delle famosissime sequenze di questo straordinario film e Roger si china per dare la mano ad Eva, alla quale fa anche una proposta di matrimonio e subito dopo, invece che vederla risalire sulla testa di uno dei personaggi del Monte, la vediamo arrampicarsi su una cuccetta di un treno, il luogo del loro primo incontro). Ma la sequenza giustamente più ricordata e citata è quella in cui Cary Grant viene inseguito da un aereo che getta su una landa desertica litri e litri di insetticida, non risparmiandosi di sparare all’impazzata sul povero uomo che non sa dove nascondersi e rifugiarsi e che quindi è costretto a scappare all’impazzata e a vedersi passare sulla testa più di una volta l’enorme mezzo di trasporto che alla fine va a schiantarsi contro un autobotte. Come Hitchcock stesso ha dichiarato nell’intervista a Truffaut (nel suo imperdibile Il cinema secondo Hitchcock), la particolarità e la straordinarietà di questa sequenza, e dei sette minuti di totale silenzio che la precedono (nei quali tutta la tensione e l’aspettativa sono convogliati nel volto estremamente comunicativo di Cary Grant), sta proprio nel fatto di aver creato una situazione di enorme suspance senza ricorrere a facili espedienti come una strada buia, una notte tempestosa e cose di questo genere, ma scegliendo come sfondo un’assolata mattinata in un deserto enorme che non offre riparo al povero protagonista e nella quale è difficile indovinare cosa potrebbe mai accadergli e da dove possa provenire il pericolo. Merito anche di una coinvolgente colonna sonora firmata Bernard Herrman e di un’adeguata fotografia firmata Robert Burks (che spesso hanno collaborato con il regista), Intrigo internazionale non può deludere gli amanti di Hitchcock (che potranno anche qui ravvisare la sua passione per il particolare resa ancora più evidente dal distacco e dal contrasto con il generale) e del grande cinema che fu, che è e che sempre sarà, data la sua incredibile e impressionante modernità, nonostante la sua non più giovane età.

VOTO: 9

 

 


CITAZIONE DEL GIORNO

Eppoi Freud – altro grande pessimista! Gesù, sono stato in analisi per anni. Non è successo niente. Il mio analista, per la frustrazione, cambiò attività. Aprì un self-service vegetariano. (Woody Allen in "Hannah e le sue sorelle")


LOCANDINA

Videodrome

REGIA: David Cronenberg

CAST: James Woods, Sonja Smits, Deborah Harry, Leslie Carlson, Jack Creley
ANNO: 1983

TRAMA:

Max Renn è il direttore di una rete via cavo, la Civic Tv, nella quale vengono trasmessi per lo più film porno. Alla ricerca di cose nuove da immettere nel suo palinsesto, Max si imbatte nella trasmissione di un segnale video chiamato Videodrome, che trasmette solo torture e violenze vere e proprie 24 ore su 24. Ben presto si renderà conto che la visione di Videodrome causa delle potentissime allucinazioni che distorcono la realtà. Molte le persone che si contendono l’aiuto dell’uomo: da un lato la donna che ha conosciuto in una trasmissione radiofonica, Nikki; dall’altro la figlia di Brian O’Blivion che porta avanti il lavoro di suo padre e che Max sospetta essere la creatrice di Videodrome e, infine, Barry Convex il creatore di una sorta di casco agli infrarossi studiato per captare proprio le allucinazioni causate da Videodrome.

 


ANALISI PERSONALE

Quale film migliore per riassumere egregiamente quelle che sono le tematiche più care al regista canadese? Lo sdoppiamento della mente che vive numerose realtà, la metamorfosi del corpo come risultato del cambiamento interiore, la distorsione delle verità che ci circondano e qui possiamo aggiungerci anche alcuni elementi di originalità che differenziano di volta in volta le varie pellicole di Cronenberg: l’analisi degli effetti del video sulle nostre menti, di ciò che viene trasmesso in tv (ma quanto possiamo attualizzare questo tema sostituendo i nuovi mezzi di comunicazione alla tv?) e di quanto questo influenzi i nostri modi di fare, di comportarci, persino di pensare e di essere; ma anche il fascino che la violenza può esercitare con conseguente riferimento agli snuff-movies, che sono poi quelli che vengono trasmessi su Videodrome e che causano allucinazioni incredibili, folli e visionarie. Max (il grandissimo James Woods) si ritrova così catapultato in una realtà altra, nella quale è intrappolato, e dalla quale è allo stesso tempo inizialmente affascinato e man mano spaventato. Dopo aver visto per la prima volta la trasmissione di Videodrome, nella quale una donna veniva seviziata, la sua vita non sarà più la stessa. Conoscerà una donna, Nikki (la bellissima ed estremamente sensuale Deborah Harry), che si rivelerà essere una masochista e che vorrà a tutti i costi raggiungere il luogo nel quale vengono girate le scene degli snuff-movies; comincerà a vedere le videocassette e i videoregistratori muoversi e assumere forme diverse; vedrà il suo stomaco aprirsi in un varco molto simile ad una vagina nel quale inserire le varie trasmissioni di Videodrome che lo programmeranno e lo porteranno ora da una fazione ora da un’altra; vedrà fondersi la sua pistola con la sua mano; sognerà di torturare Nikki e poi una cara amica; compierà stragi più o meno giustificate e, soprattutto, vedrà il suo corpo entrare in una vera e propria simbiosi con lo schermo della tv dal quale dapprima fuoriusciranno le labbra di Nikki nelle quali si rifugerà e nel quale poi immetterà quasi la totalità del suo corpo, fino ad arrivare ad un finale enigmatico ma molto significativo.
Cronenberg, insomma, non si smentisce mai e, soprattutto, riesce sempre a sorprendere in una maniera o nell’altra non solo per la mostruosa, paurosa e delirante messa in scena, ma anche per i messaggi subliminali e per i significati impliciti in quelle immagini apparentemente create con un unico scopo, quello di impressionare e spaventare lo spettatore, ma sicuramente fonte di ben più profonde e interessantissime riflessioni. Le metafore esplicitate tramite teste che scoppiano facendo
fuoriuscire bubboni o tumori che secernono sostanze non ben identificate o pistole che entrano nello stomaco ed escono fondendosi con la mano in un miscuglio orripilante di ossa, vene e tubi; sono talmente profonde e coinvolgenti da lasciarci con una scia di pensieri e considerazioni. Come non lasciarsi trasportare in mille riflessioni dall’immagine di un uomo che viene completamente “divorato” dallo schermo di una televisione o da un uomo ormai morto da un anno che comunica solo tramite alcune registrazioni televisive?

E’ impossibile non soffermarsi a meditare sul ruolo che hanno i mezzi di comunicazione nella formazione delle nostre personalità e delle nostre menti, della potenza della televisione nel catturare l’attenzione e nella formazione dei gusti e delle preferenze degli spettatori. In Videodrome l’uomo diventa video e il video diventa uomo, in un continuo interscambio di allucinazioni, di parti del corpo e via di questo passo. E se all’inizio il gioco risulta apparentemente innocuo, man mano che ci si fa sempre più impossessare dalle allucinazioni, dalle trasmissioni, dalle videocassette, dagli schermi televisivi, da tutto quello che Videodrome rappresenta; è necessario solo un enorme sforzo di volontà è in inusitato sacrificio per riuscire a cambiare pelle: “Morte a Videodrome! Gloria e vita alla nuova carne!”, urla infatti a fine pellicola il protagonista ormai finito nella spirale ossessiva e letale della realtà parallela a quella fino ad allora conosciuta. Andando a scavare a fondo tra le vicende di Max che si ritrova impantanato in una brutta storia senza riuscire a capire da che parte sta il torto e da che parte la ragione (ma è sempre possibile poter effettuare questo discernimento? Cronenberg evita il giudizio super-partes e ci mostra solo gli effetti, senza indicare da dove e da chi provengono le cause), possiamo giungere alla conclusione che abbiamo assistito alla fusione di due realtà completamente diverse: quella reale e quella che noi stessi creiamo con le nostre percezioni, molto spesso nascenti o influenzate dai mezzi di comunicazione, gli unici che ci permettono di correlarci col mondo e col prossimo, “l’unico occhio dell’uomo sulla tavolozza del mondo”, così come dice Bianca O’Blivion al nostro protagonista sempre più sperduto. La donna non ha tutti i torti, ma Cronenberg cerca con questo film e con le vicende di Max che culminano con l’apparente sconfitta di Videodrome, di aprirci gli occhi mostrandoci il percorso e la parabola di “una parola-video fatta carne”, carne che alla fine si tenta di eliminare e di sostituire con una nuova e incontaminata.
Più che ad un horror vero e proprio, ci troviamo di fronte ad una sorta di splatter, che non delude gli amanti del genere e soprattutto gli affezionati del regista. Grazie ad una serie di effetti speciali davvero ben confezionati il Nostro riesce a dare vita, metaforizzandole in maniera originale e unica, a tutte le sue ossessioni, in questo caso affidate al volto sempre più shockato, così come shockati siamo noi che assistiamo al delirio sempre più allucinante, del bravissimo James Wood perfetto interprete e rappresentante della follia, dell’angoscia, dell’incubo, della paranoia che si impossessano anche dello spettatore più sensibile, interessato e attento a determinate tematiche e problematiche.

VOTO: 9

 

 


CITAZIONE DEL GIORNO

Sì, è vero, c’è violenza a Chicago, ma non da me e nemmeno da quelli che lavorano per me e sapete perché? Perché non è mai un buon affare. (Robert De Niro in "Gli intoccabili")


LOCANDINA

Eraserhead

REGIA: David Lynch

CAST: Jack Nance, Charlotte Stewart, Allen Joseph, Jeanne Bates, Jean Lange, Laurel Neal, Judith Anna Roberts, Jack Fisk, Thomas Coulson, John Monez, Darwin Joston, Neil Moran
ANNO: 1977

TRAMA:

Henry Spencer è un uomo psicologicamente labile che vive nei bassifondi e che sopporta stoicamente la sua posizione. Quando va a trovare la fidanzata che non vedeva da tempo, l’epilettica Mary, scopre che questa ha partorito prematuramente un feto mostruoso ed è costretto a sposarla. Solo che il figlio ha problemi di salute e sua madre disperata dai continui pianti lo abbandona per tornare a casa. Henry è lasciato solo ad occuparsene, cosa che gli procurerà non pochi squilibri mentali.

 



ANALISI PERSONALE

Se ancora non ne fossimo stati sicuri al 100%, questa pellicola ce ne da la conferma: David Lynch è un pazzo, e che pazzo! Senza il suo tocco allucinante e folle, il cinema non sarebbe lo stesso. Sarebbe un po’ come fare a meno di una parte di noi, quella più irrazionale, più nascosta e repressa, ma non per questo più debole. Il regista, con questo suo primo “parto” difficile e sofferto, ci mostra forse quali sono le sue paure più recondite e i suoi dolori nascosti (appare lampante il richiamo alla sua vera esperienza con la prima moglie, con la quale viveva nei bassifondi…). E’ inutile stare a cercare di raccontare linearmente la trama e gli avvenimenti di questa pellicola, anche perché sono assolutamente ininfluenti. Così come inutile è stare a cercare di decifrare tutte le sconcertanti immagini che ci vengono mostrate o tutti i messaggi nascosti o meno nei vari personaggi, negli oggetti, nei suoni e via dicendo. “Un sogno di cose oscure e inquietanti”, ecco qual è l’autodefinizione che Lynch ha dato della sua prima opera. E in effetti, è difficile non rimanere impressionati e quasi shockati dal delirio che minuto dopo minuto prende forma sullo schermo. I nostri occhi e la nostra mente vagano da una scena all’altra sempre più sconcertati e increduli, ma comunque attenti e affascinati soprattutto. Se alcune visioni appaiono a dir poco disturbanti, la condizione di Henry che scivola sempre più in una spirale di ossessioni e di sogni a dir poco angosciosi è quasi condivisibile. Il pover’uomo, già di per sé problematico perché alienato dal resto della società, è chiamato a sopportare delle situazioni eccessivamente estreme. La cena a casa dei genitori di Mary è il preludio di una serie di sempre più spaventose e insopportabili esperienze. Durante il pasto, la madre di Mary viene colta da un attacco epilettico, il pollo posto nel suo piatto comincia a sanguinare a fiotti e a muoversi meccanicamente, la nonna completamente immobile fuma una sigaretta senza prenderla mai in mano, il padre di Mary continua a sorridere enigmaticamente e alla fine gli viene fatta anche la rivelazione sconcertante: Mary ha partorito prematuramente un feto che si stenta a credere possa essere un bambino, quindi Henry è costretto a sposarla e a portarla con sé nella sua misera e piccola stanza. All’inizio sembra andare bene, Mary si occupa del suo “mostriciattolo” (che è un misto tra una rana ed E.T.) ma ben presto questi si rivela malato e non fa altro che piangere disturbando il sonno dei suoi genitori. Mary disperata allora abbandona figlio e marito e torna a casa sua. Henry tenta di abbandonare il suo bambino, ma questi ogni volta che suo padre si avvicina alla porta comincia a strillare a più non posso. Quindi l’uomo tenta, come può, di aiutare il piccolo essere (che se all’inizio crea disgusto, col passare del tempo fa quasi tenerezza), ma nel farlo scivola sempre più nell’oblio della follia.

 

Comincia ad umanizzare gli oggetti attorno a sé: dal termosifone prende vita una donna sfigurata in volto (con le guance estremamente gonfie) che canta su un palco un motivetto che inneggia alla bellezza del Paradiso, mentre è intenta a schiacciare la testa a delle larve schifose; da un vaso raccoglie una sorta di vermiciattolo che appare più vivo di suo figlio; va a letto con la vicina di casa e durante l’atto sprofondano in una tinozza contenente un liquido bianco non ben identificato; durante un altro sogno la sua testa si stacca dal suo corpo e viene sostituita da quello di suo figlio; la stessa testa va a finire ai piedi di un bambino che la vende ad una fabbrica che la usa per fabbricare gomme da cancellare; il feto mostruoso alla fine si trasforma in qualcosa di davvero orribile e spaventoso e via dicendo…Di questo genere di visioni il film è pregno e si riesce a rimanerne contemporaneamente impressionati e suggestionati anche grazie alla visionarietà che il regista è riuscito ad immettere nella sua pellicola, resa anche tramite una fotografia molto particolare e da una colonna sonora che ci “opprime” con una serie di incessanti suoni stridenti che non fanno altro che accrescere il livello di disturbo e di angoscia creato dalle immagini.
Il film comincia facendoci immergere immediatamente nel clima fantastico e surreale che contrassegna tutto il resto della pellicola, dato che la prima immagine che ci viene mostrata è proprio quella della testa del protagonista (contrassegnata da una capigliatura molto singolare, come quella del regista: sarà un caso?) che fluttua su una specie di pianeta e subito dopo quella di una specie di macchinista completamente pieno di cicatrici che muove un non ben identificato marchingegno. Lo stesso macchinista farà la sua comparsa alla fine della pellicola e degli incubi di Henry, mostrandoci la sua incapacità a governare ancora la sua macchina (che è molto probabilmente il pianeta sul quale si andava a posare la testa di Henry) che si sfalda sotto i suoi (e i nostri) occhi. Ad Henry, quindi, non rimane altro che lasciarsi andare in una danza onirica con la donna deformata…La pellicola porta con sé tutta la potenza e la comunicatività espressiva delle immagini e dei suoni, così come pochi film sono riusciti a fare (tra cui gli stessi successivi del regista, compreso anche uno dei telefilm più belli della storia e cioè Twin peaks), anche grazie alla quasi totale assenza di dialoghi tra i protagonisti, dialoghi che per fortuna non sono stati doppiati nella versione italiana. Eraserhead non è un film per tutti, dato che è completamente antinarrativo, estremamente impressionante e quasi fastidioso, con alcune sequenze al limite della sopportabilità (soprattutto quella finale del feto che
comincia a secernere una sostanza disgustosa), ma che contribuiscono a mettere sotto la lente d’ingrandimento le nostre inquietudini e le nostre angosce più recondite, riuscendo quindi in quello che molto probabilmente era l’intento del regista nel quale quasi sicuramente si riscontrano caratteristiche simili ad Henry: l’alienazione, la visionarietà, una potente immaginazione e una sorta di incapacità di esplicare linearmente e comprensibilmente gli stati d’animo e le emozioni.

VOTO: 8,5/9

 



CITAZIONE DEL GIORNO

Come si fa a fidarsi di uno che porta insieme cinta e bretelle, di uno che non si fida nemmeno dei suoi pantaloni? (da "C’era una volta il West")


LOCANDINA


 

Ombre

REGIA: John Cassavetes

CAST: Leila Goldoni, Ben Carruthers, Hugh Hurd, Anthony Ray, Rupert Cross
ANNO: 1959

TRAMA:

Leila, Hugh e Ben sono tre fratelli di colore, ma di sfumature diverse. Ognuno di loro coltiva sogni e ambizioni che è poi costretto a reprimere a causa dello scontro con la dura realtà.


ANALISI PERSONALE

Ombre, esordio registico di John Cassavetes, è un film estremamente reale, quasi non si trattasse di cinema, ma di vita vera e propria. Risultato eccellente ottenuto grazie ad una regia scrutatrice e indagatrice dell’animo dei suoi protagonisti e dall’estrema analisi psicologica dei personaggi, che appunto non risultano come tali. Non personaggi quindi, ma persone. E’ forse per questo che gli attori mantengono i propri nomi, che improvvisano sul canovaccio (quasi completamente inesistente) e che si muovono liberamente davanti alla telecamera, che si limita a spiare le loro vite, quasi come un occhio nascosto e indiscreto. E’ l’occhio di Cassavetes, che ha saputo dare vita ad uno dei più importanti film del cinema americano indipendente, girato con un budget irrisorio (ottenuto tramite una colletta radiofonica) e interpretato da attori che hanno risposto ad un’inserzione su un giornale.  Ad essere raccontate sono tre diverse generazioni: quella più matura e responsabile alla quale appartiene Hugh, quella scapestrata e sognatrice alla quale appartiene Ben e, infine, quella ingenua e appassionata impersonata da Leila. Generazioni, quelle raccontate da Cassavetes, che inseguono un sogno, che desiderano fuoriuscire dagli schemi, che anelano una libertà intellettuale, sociale e sentimentale. Generazioni che dovranno scontrarsi però con la realtà e che giungeranno tristemente ma consapevolmente al compromesso.
Hugh, Leila e Ben sono tre fratelli di colore, ma le sfumature della loro carnagione sono alquanto diverse. Hugh è scurissimo, Ben ha la carnagione del portoricano e Leila è una splendida mulatta. Gli ultimi due, quindi, possono anche farsi passare per bianchi, e in verità è quello che fanno o che cercano di fare.
Hugh è un cantante jazz in declino che pur di mantenere la propria famiglia e racimolare un po’ di soldi, accetta di presentare spettacoli squallidi e non all’altezza delle sue capacità. Ad accompagnarlo c’è sempre un simpatico e ilare compagno di viaggio, nonché suo agente. Hugh è il fratello maggiore ed è quindi anche quello più responsabile, anche se è incline al litigio e all’imposizione.
Ben, è un sassofonista che sogna di poter suonare in una band. Scorazza per New York con un gruppo di amici bianchi e si diverte a passare da un locale all’altro bevendo e corteggiando le avventrici.

Leila è una dolce ventenne con aspirazioni letterarie. Frequenta circoli di intellettuali e desidera riscattarsi socialmente. Per questo motivo finge di essere bianca, anche quando si innamora di un ragazzo, Tony. La prima notte di sesso è una delusione, ma i due non tardano ad affezionarsi ed innamorarsi. Ma quando Tony scopre la vera natura sociale ed etnica della sua compagna, reagisce in maniera esagerata, abbandonandola. Suo fratello Hugh, vieta a Leila di rivedere quell’ uomo e lei continua a soffrire per l’amore perduto.

Tutti e tre hanno aspirazioni intellettuali e sogni di libertà, ma tutti e tre si ritrovano davanti ad un muro ed è così che cedono a dei compromessi: Hugh continua a firmare contratti per ingaggi squallidi, Ben capisce che è inutile continuare ad illudersi di poter condurre la vita dissoluta che ha condotto con i suoi compagni bianchi e quindi li abbandona allontanandosi da solo per le strade di New York e Leila, innamorata di un bianco, si fa corteggiare da un ragazzo di colore che ne sopporta i capricci.
L’incipit di questa pellicola è folgorante: c’è una festa piena di gente con musica a palla, ma Ben è spaesato, non sa come muoversi e cosa fare. Allora si allontana silenziosamente. Il tutto è ripreso con una tale attenzione alle emozioni ed espressioni del volto del ragazzo, che pare quasi di assistere ad una storia reale, alla vita vera. Grazie ad un utilizzo smodato di primi e primissimi piani, tutti molto particolari e singolari, riusciamo a penetrare nell’animo dei “personaggi” e a studiarne le psicologie. Questi primi piani, alternati a parecchi piani sequenza contribuiscono a dare uno stampo quasi documentaristico alla regia. Per non parlare della colonna sonora interna al film: le note che ascoltiamo noi spettatori, sono le stesse che ascoltano i “protagonisti” del film. E che note! L’utilizzo della musica jazz (con le note strabilianti create da Charles Mingus), in un periodo in cui il rock stava prendendo il sopravvento è sintomatico e rappresentativo dello spirito di ribellione che permea e che caratterizza le generazioni mostrate.
Significativa rimane la sequenza finale nella quale Ben partecipa ad una rissa con i suoi compagni di scorribande, ma subito dopo capisce di non appartenere a quel tipo di vita e si allontana nuovamente solo (come nella sequenza iniziale) per le strade di una New York, come forse non l’avevamo mai vista. Una New York fotografata in maniera esemplare (come nelle fantastiche scene al parco) che fa da sfondo alle vicende semplici ma reali dei tre fratelli. In realtà nel film non succede quasi nulla, ci si limita solo a seguire le orme di tre persone e di coloro che li circondano. Ma la cosa spettacolare è proprio che da questo “nulla” che è poi la vita, si ricavano delle profonde riflessioni: da quelle della storia d’amore a sfondo razziale (che Hugh liquida indicandolo come un “problemuccio razziale”) a
quella delle aspirazioni e dei sogni che vanno a sbattere contro un muro di indifferenza e sordità. 
Grazie ad una regia personale e molto particolare e per via di una recitazione molto naturale (ottenuta anche grazie all’utilizzo di attori non professionisti lasciati liberi di improvvisare), Ombre, che attinge molto dalla Nouvelle vague francese e dal cinema indipendente inglese, può essere considerato un esemplare esponente cinematografico, che di cinematografico ha veramente poco.

Regia: 9
Recitazione: 9
Sceneggiatura: 9
Fotografia: 9
Colonna sonora: 9
Ambientazione: 9
Voto finale: 9

 



CITAZIONE DEL GIORNO

"Due mesi fa eri sicuro di avere un melanoma maligno". "Naturale… io, io, capisci, con l’apparizione improvvisa di una macchia nera sulla schiena…". "Ma era sulla camicia!". "E io che ne sapevo! Tutti indicavano qua dietro!". (Bridgit Ryan e Woody Allen in "Hannah e le sue sorelle")


LOCANDINA

Cloverfield

REGIA: Matt Reeves

CAST: Michael Sthal-David, T.J. Miller, Jessica Lucas, Odette Yustman, Lizzi Caplan, Mike Vogel
ANNO: 2007

TRAMA:

A Manhattan, dei ragazzi stanno festeggiando la partenza di un loro amico per il Giappone. Nel bel mezzo dei festeggiamenti però succede qualcosa di inaspettato: una sorta di boato e uno scoppio incredibile fa saltare la testa della statua della libertà. E’ un attacco terroristico? E’ una sorta di terremoto? Ben presto si rivelerà ben altro, e l’unica cosa da fare per sopravvivere, sarà correre.

 



ANALISI PERSONALE

Una boiata colossale o un’incredibile genialata? Forse entrambe le cose, o molto più probabilmente nessuna delle due. Come si dice: la verità sta nel mezzo. Cloverfield non è poi così rispondente alle altissime aspettative che una campagna pubblicitaria epica aveva fomentato nello spettatore, ma sicuramente non è nemmeno un film del tutto deludente. Cosa apporta di nuovo ai suoi antesiniani e cioè Godzilla e The blair witch project (che sono stati giustamente citati ovunque si parli di Cloverfiedl?). Si potrebbe risponde: nulla. Dato che così come nella serie dei capitoli dedicati al mostro gigante, costui altro non era che l’incarnazione di ben altre paure e così come nel film evento di qualche anno fa la telecamera a mano serviva a rendere più reale il terrore e la paura. Ma una novità  o se vogliamo dire una più reale rispondenza alla società odierna c’è eccome. Mai come nel periodo post 11 settembre 2001 che ancora caratterizza particolarmente gli Stati Uniti (e soprattutto Manhattan), il terrore di pericoli esterni (che possono provenire dall’est come il mostro che scombussola le vite dei nostri protagonisti) o anche dall’interno (come suggerisce colui che riprende con la telecamera) diviene attualissimo e soprattutto molto, molto vivo e reale. Ed è questo il merito (forse l’unico?) di questa pellicola: riuscire a metaforizzare in un terribile e gigantesco essere di mostruose fatture, tutti i timori, le paure e  le ansie che colpiscono i protagonisti del film e di rimando un po’ tutta l’America. Ma l’altro elemento di attualità, forse più presente e più importante, è proprio quello della corsa alla documentazione. “Raccontarlo non basta, se non lo vedi non vale”, dice il ragazzo che riprende tutta la tragedia con la telecamera dell’amico, senza mai abbandonarla, neanche per un secondo, nemmeno quando viene assalito dalle temibili creature che il mostro gigante partorisce e semina per la città (unica scelta forse di dubbio gusto).

La trama è molto semplice, anche perché non è la cosa che conta. I protagonisti sono cinque: Rob che sta per partire per il Giappone dove ha trovato un buon lavoro, Beth la ragazza di cui è innamorato ma a cui ha dovuto rinunciare data l’imminenza della sua partenza, Jason il fratello di Rob fidanzato con Lily (loro due hanno organizzato la festa d’addio a sorpresa per Bob) e, infine, Hud il migliore amico di Rob, colui a cui viene affidato il compito di girare il filmino della festa e quindi colui che porterà la telecamera in mano per tutto il resto del film. Sono giovani, questi protagonisti e per questo portano con sé una sorta di insicurezza tipica dei giovani. Sono afflitti da numerosi quesiti che abbracciano il lavoro, l’amicizia, l’amore. Soprattutto Rob: ha fatto bene a decidere di partire per il Giappone, rinunciando alla donna di cui è follemente innamorato sin dagli anni del college? Forse non lo saprà mai dato che ci ha discusso animatamente e l’ha salutata con una battuta a dir poco offensiva e tagliente. Proprio mentre confida le sue insicurezze al fratello Jason e all’amico Hud una terribile scossa arriva a scombussolarli. Alla tv ancora non sanno qual è la natura dell’incidente, ma proprio mentre i giovani si stanno recando sul terrazzo per avere una più ampia visuale, assistono ad una sorta di enorme incendio o scoppio e all’improvviso vedono la testa della Satua della libertà catapultarsi per strada ad una velocità impressionante.

E’ subito il panico: al terrore si aggiunge l’incomprensibilità e la misteriosità sulla natura del pericolo. Ma prima di scappare c’è chi si premura di fare foto col cellulare alla statua della libertà e chi, come Hud non perde tempo a decidere di dover filmare tutto per poter costituire una prova di quello che succede. Ha inizio così la corsa si Lily, Jason, Rob, Marlena (una ragazza invitata alla festa e disturbata dalle continue “intrusioni” di Hud) e lo stesso Hud che segue tutti con la sua onnipresente telecamera. Mentre stanno per abbandonare la città, attraversando il ponte di Brooklyn, questo viene fatto crollare dalla coda del terribile mostro (che a dirla tutta somiglia molto a Mazinga) e il povero Jason rimane ucciso. Al panico subentra l’angoscia e il dolore. Ma ad un certo punto Rob riceve un messaggio di Beth nel quale la ragazza lo prega di andare ad aiutarla, dato che è rimasta bloccata sotto le ceneri del suo appartamento. L’amore vince su tutto, anche sulla propria incolumità fisica. Ed è così che Rob decide di tornare indietro a salvare la sua amata, piuttosto che trovare facile salvezza nell’evacuazione. Dapprima riluttanti i suoi amici lo seguono e con lui si avventurano nelle gallerie della città, nelle strade contaminate da mostriciattoli, nel grattacielo pericolante dove abita Beth, fino a giungere ad una tremenda conclusione. 

Gli elementi di un classico film horror ci sono tutti: giovani incoscienti e inconsapevoli del disastro che sta per colpirli, storia d’amore che trova vigore proprio grazie alla catastrofe, mostriciattoli che mordono a più non posso infettando le loro vittime che poi scoppiano in un’esplosione di sangue e via dicendo. Ma quello che contraddistingue Cloverfield (campo di trifogli e cioè quello che è diventato Central Park dopo il terribile avvenimento, raccontato dalla telecamera di Hud ritrovata tra le ceneri di Manhattan e usata come prova governativa) dagli altri horror o disaster-movie è proprio la sua estrema tendenza al reale (ottenuta non solo grazie all’utilizzo del digitale e della telecamera a mano, ma anche dall’uso di attori completamente sconosciuti, anche se per poco, che sono riusciti ad accrescere il tasso di tangibilità e quindi anche di effettivo terrore).
Insomma, si salta più volte dalla sedia proprio perché non conosciamo (così come i protagonisti) la reale natura e provenienza di questo mostro, né quali sono i suoi intenti e per questo la paura si impossessa dello spettatore, proprio perché l’ignaro molto spesso è sinonimo di oscuro, e per ciò stesso pauroso, molto pauroso. Lo spettatore viene colto dallo stesso senso di impotenza che contraddistingue i newyorchesi in fuga dall’ignoto e forse anche verso l’ignoto. Ottima la fotografia, accettabile la sceneggiatura (che però appesantisce l’introduzione del film facendola durare venti
minuti che sono sicuramente troppi e che incappa qua e là in qualche scelta sicuramente criticabile) e apocalittica (come ormai si vede sempre più spesso al cinema) l’ambientazione.

Tutto sommato non ci si può lamentare: Cloverfield non è sicuramente un grandissimo e rivoluzionario film come ci avevano voluto far credere, ma è indubbiamente un bel giocattolino con cui cinefili e non potranno deliziarsi e divertirsi. Ma attenzione: pericolo di voltastomaco e mal di mare!

Regia: 7
Sceneggiatura: 6
Recitazione: 7
Fotografia: 7,5
Colonna sonora: 7
Ambientazione: 7
Voto finale: 7



CITAZIONE DEL GIORNO

Senti mettiamola cosi’, forse verrei con te se fossi l’ ultimo uomo sulla Terra, ma non siamo sulla Terra. (da "Ghosts of Mars")


LOCANDINA


Il pasto nudo

REGIA: David Cronenberg

CAST: Peter Weller, Judy Davis, Ian Holm, Julian Sands, Roy Scheider, Monique Mercure, Joseph Scoren
ANNO: 1991

TRAMA:

Bill Lee è uno scrittore colpito dalla mancanza di ispirazione che si guadagna da vivere facendo il disinfestatore e che è assuefatto a varie sostanze stupefacenti, tra le quali la stessa con la quale uccide i vari scarafaggi per lavoro. Un giorno per sbaglio uccide sua moglie e colpito da numerose allucinazioni di extraterrestri e scarafaggi parlanti, decide di rifugiarsi a Tangeri, dove però il delirio non sembra affatto fermarsi…

 


ANALISI PERSONALE

Tratto dall’omonimo romanzo di William S. Burroughs, Il pasto nudo è un film ricco di visionarietà, irrealtà, fantasia. Il protagonista nel quale possiamo rispecchiare varie fasi della vita dello stesso scrittore (che lavorò per un certo periodo come disinfestatore, che era dedito all’uso di stupefacenti, che aveva un’omosessualità latente e che uccise per sbaglio la moglie) può essere anche riconosciuto come il regista stesso, alla continua ricerca di un’identità, soprattutto artistica. Tutte le allucinazioni che si susseguono nella mente del protagonista possono essere viste come la metafora di qualcosa di ben più profondo che uno scarafaggio che parla attraverso il suo sfintere o un orribile extraterrestre che ingaccia Bill per stendere un fantomatico rapporto su ciò che avviene nella fatidica Interzona. Il tutto può essere visto come il vaneggiamento di un uomo dedito alle droghe più disparate, alla continua ricerca di un’ispirazione per il suo romanzo e soprattutto all’inseguimento di un’identità non solo artistica, ma soprattutto sessuale.

New York, anni ’50. Bill Lee (un carismatico e affascinante Peter Weller) lavora come disinfestatore, ma un bel giorno scopre che la sostanza con la quale uccide gli scarafaggi è scomparsa. A rubarla è stata sua moglie Joan (un’ammaliante Judy Davis) che ne è ormai assuefatta. Allora tenta di sgraffignarla ad un suo collega, senza però portare a termine la missione. Nel frattempo la quadra narcotici di New York, gli sta dietro dato che ha intuito che lo scrittore fallito è dedito all’uso di sostanze stupefacenti. Ed è così che Bill, forse in crisi d’astinenza per mancanza della sua roba, comincia ad avere delle stranissime e paurosissime allucinazioni: gli scarafaggi che egli stesso contribuisce a sterminare diventano quasi giganteschi rispetto alle loro dimensioni naturali e cominciano a parlargli attraverso il loro sfintere, dal quale fuoriescono sostanze di vario tipo. Riescono a convincere l’uomo che sua moglie non è umana e fa parte di una cospirazione attuata alle sue spalle, cospirazione che lui è tenuto a sventare. Le uniche persone che sembrano mantenerlo coi piedi per terra sono due suoi amici, scrittori che hanno però idee completamente diverse sul loro mestiere.
Di ritorno a casa, trova che sua moglie è a letto con uno di loro, mentre l’altro sta leggendo qualcosa ad alta voce. Per nulla sconvolto dall’accaduto chiede a sua moglie di “attuare” il loro consueto gioco chiamato Guglielmo Tell, consistente nello sparare ad un bicchiere posto in testa a Joan. Sfortunatamente però, forse perché si è appena sparato in vena una po’ di droga, colpisce la donna invece del bicchiere, provocandone la morte.

L’unica cosa che riesce a fare è scappare in un bar e andare a bere per dimenticare, ma qui viene nuovamente assalito dalle sue terribili allucinazioni: questa volta c’è una sorta di extraterrestre che gli fa domande sulla sua sessualità e soprattutto che gli ordina di andare a Tangeri, in Africa, in quella zona chiamata Interzona e di stendere un rapporto sulle attività che vi hanno luogo. Bill accetta, anche perché è costretto a nascondersi dopo l’omicidio attuato ai danni della moglie e così parte armato di Clark nova, la sua macchina da scrivere. Una volta giunto a Tangeri, ad aspettarlo ci sono una serie di personaggi alquanto inquietanti: i signori Frost, Tom (il sibillino Ian Holm) e Joan (interpretata sempre da Judy Davis), il ragazzo Kiki (Joseph Scorren)  che sembra dedicargli un po’ troppe attenzioni e la temibile Famela (Monique Mercure). Ognuno di loro riuscirà a far cadere il nostro protagonista sempre più in basso, nella spirale della pazzia e delle allucinazioni. La sua macchina da scrivere, di notte assumerà le sembianze di uno scarafaggio che lo esorterà a continuare il suo “rapporto” e ad aggiungersi ad essa arriverà anche la macchina per scrivere di Tom Frost, la Martinelli. Entrambe finiranno distrutte, ma il sempre più insano Bill (che comincerà a provare anche tutte le droghe locali) continuerà la sua discesa negli inferi, il suo lungo cammino alla ricerca di un’ispirazione letteraria e di una personale identità.

Grande metafora del mestiere dello scrittore quindi questo bellissimo e affascinante film di Cronenberg. Ma è anche, e soprattutto, una metafora dell’affannosa corsa verso la consapevolezza di sé. Bill (guarda caso ha lo stesso nome dello scrittore de Il pasto nudo) è un personaggio in cui è possibile immedesimarsi (visioni allucinate e mostruose a parte), proprio perché è sostanzialmente un uomo che, al di là dell’assuefazione alle droghe, sta cercando sé stesso, la sua vera natura e identità. Ed è così che, anche “grazie” alle droghe comincia ad avere una serie di allucinazioni ispiranti e soprattutto rivelanti che lo portano verso (e quindi non proprio alla meta) la verità.
Al di là dei richiami, dei rimandi, delle metafore più o meno nascoste dietro visi
oni mostruose e, se vogliamo dirla proprio tutta, anche schifose il film è magistralmente confezionato anche grazie ad una fotografia perfettamente adatta all’ambientazione e all’atmosfera anni ’50 (con una Tangeri davvero molto caratteristica, interamente costruita in studio) e una sublime colonna sonora che continua ad aumentare l’angoscia dello spettatore che si interroga sulle sorti del protagonista, ma soprattutto sulla reale natura di ciò che gli sta accadendo. La regia, inoltre, gioca e giostra abilmente con diversi generi, amalgamandoli in un mix davvero squisito di noir, giallo, drammatico, fantascienza e, perché no, un pizzico di horror.


Allucinante e sconvolgente e delirante, ce ne fossero di più di horror così…

Regia: 9
Recitazione: 8
Sceneggiatura: 8
Fotografia: 9
Colonna sonora: 8,5
Ambientazione: 9
Voto finale: 8,5

 


CITAZIONE DEL GIORNO

Dobbiamo trovare il piu’ brutto spettacolo del mondo: [legge] <<Quando Gregor Samsa si sveglio’ un mattino da sogni inquieti, si ritrovo’ trasformato nel proprio letto in un gigantesco insetto.>>… Naah, troppo bello. (Zero Mostel nei panni dell’impresario teatrale in "Per favore non toccate le vecchiette", 1968)


LOCANDINA