Tim Burton

Il primo film di Tim Burton a cui mi sono avvicinata è stato Edward mani di forbice, e me ne sono letteralmente innamorata. Ho amato subito la dimensione favolistica e da sogno nel quale immerge le sue fantastiche storie e il suo essere a tratti bambino e a tratti uomo nel trattare le tematiche a lui più care. Subito dopo mi sono affannata nella ricerca di altre sue pellicole e mi sono imbattuta in Ed Wood (fantastico mini-capolavoro incentrato sulla figura del "peggior" regista della storia), Il mistero di Sleepy Hollow (con un fantastico Johnny Depp, grande amico ed attore feticcio del regista), Big Fish (incantevole e sublime storia fantastica tra sogno e realtà), Batman 1 e 2 (le uniche trasposizioni cinematografiche del fumetto veramente degne di nota a cui sono irrimediabilmente legata ed enormemente affezionata) e Il pianeta delle scimmie (che devo ammettere mi ha deluso parecchio, risultando di qualità nettamente inferiore rispetto alle precedenti pellicole, ma come si suol dire "errare è umano"). Tim Burton è entrato di diritto tra i miei registi preferiti, quelli a cui penso con un sorriso di gratidudine per le ore di estremo benessere e divertimento che mi ha regalato.

Nome: Timothy William Burton
Data e luogo di nascita: 25 Agosto 1958, Burbank, California, USA
Tim Burton deve essere molto soddisfatto del suo ruolo nella storia della settima arte. Al contrario del resto dei registi hollywoodiani, è uno che è riuscito a crearsi una nicchia tutta sua, fatta di parabole gentili e malinconiche, di universi personalissimi e visionari, con uno stile sofisticato e assolutamente inconfondibile, nonché contaminato dalle atmosfere espressioniste dei classici dell’horror del passato (quelli della Hammer tanto per intenderci) che ogni tanto colora con i suoi pastelli ultrakitch. Anche noi facciamo parte di quel microcosmo solo all’apparenza così minaccioso. Ne facciamo parte nel momento in cui sentiamo che le parole dei personaggi che animano i suoi film sono le stesse che sentiamo noi nel momento di massima solitudine e di estrema incomprensione.
Il senso di incompiutezza di Edward mani di forbice quando ripete «Non mi ha finito» e quella promessa nuziale che non rimane proprio in mente di fronte alla sposa umana (e non cadavere) sono momenti che universalmente attraversiamo tutti: il lutto e la perdita della persona che più ami e che interrompe bruscamente un cammino fatto assieme, e poi quel senso di incomunicabilità del sentimento umano di fronte a chi sai che presto o tardi andrà via. Sfugge tutto. Il cinema di questo autore per primo elude la realtà urbana e racconta un mondo interiore che si fa esteriore, un mondo "introverso", nel quale lui stesso si rifugiava da bambino asociale quale era. Tim Burton è accattivante proprio per questo: non ci si può non ritrovare in almeno uno dei suoi personaggi.
Ed è esattamente questo ciò che lui vuole fare, partire dalla diversità per renderci tutti uguali, senza deludere mai le aspettative e costruendo storie che sono al servizio di un unico sentimento: l’amore vero. Burton ama e rispetta tutti, i vivi e i morti, i mostri e i normali. Non bisogna lasciarsi trarre in inganno da quel suo aspetto veramente subdolo, è un professionista assoluto del cinema. Guardi un suo film e ti chiedi come faccia a fare tutto e così bene. La risposta è più facile di quel che si creda: perché possiede un talento che forse nemmeno lui sa di avere. Perché sposa il bianco e il nero (colori che ama moltissimo) con delle imponenti scenografie di stampo espressionista e miscela il tutto con delle partiture musicali da Oscar. Il prodotto è un cinema profondo e profondamente personale, per animi sensibili e romantici, autenticamente favolistica, con quel tocco di inatteso e una lieve e palpabile ironia che non incrina, ma fa volare… il più delle volte, sopra una scopa.
Nato e cresciuto al blocco 2000 di Evergreen Street, guarda caso proprio vicino al Valhalla Cemetary, figlio di un impiegato al Burbank Parks e al Recreation Department e di una commessa in un piccolo negozio di articoli da regalo, Tim Burton passa la sua infanzia recluso in casa, appassionandosi ai cartoni animati e ai vecchi film dell’orrore, soprattutto quelli interpretati da Vincent Price. Il suo talento artistico esplode proprio tra le mura domestiche, quando la società che si occupava dello smaltimento dei rifiuti locali indice un concorso per disegnare dei manifesti per l’azienda. Lui vince quel concorso e tutta Burbank è tappezzata dai suoi disegni per un anno intero. È il primo contatto fra il suo mondo e la realtà.
Dopo aver studiato alla Providencia Elementary School della sua città, si diverte, negli anni liceali, a girare cortometraggi con la sua Super8 (primo fra questi è The Island of Doctor Agor, 1971) e, grazie a una borsa di studio, frequenta il corso di animazione presso il California Institute of the Arts dal 1979 al 1980, venendo poi assunto come animatore alla Disney. A 21 anni, ha già firmato alcuni cortometraggi d’animazione: Stalk of the Celery (1979) e Doctor of Doom (1979). Disegnatore di  Red e Toby nemiciamiciTron (1982), nonché regista del bizzarro Luau (1982) e della versione televisiva di "Hansel and Gretel" (1982), dopo aver gettato le basi concettuali per Taron e la pentola magica (1985), sarà però rimosso dall’incarico di animatore nel momento in cui firmerà i sei minuti animati in bianco e nero del gotico Vincent, omaggio al suo attore preferito il già menzionato Price, e i 27 minuti di live-action di Frankenweenie (1984): troppo personali per il conformismo imperante e tutto buoni sentimenti e manfrine della Disney.
A salvarlo la fortuna, nella personificazione di Pee-Wee Herman (Paul Reubens ), star televisiva per bambini (oggi in declino dopo uno scandalo pornografico), che rimase folgorato dall’intensità surreale del suo stile e gli propose la regia di un lungometraggio sulle sue avventure. Il film Pee-Wee’s Big Adventure
(1985) ebbe uno straordinario successo e fece diventare Burton incredibilmente popolare. L’anno successivo, dopo aver diretto un episodio ("The Jar") Alfred Hitchcock presenta… ( 1986), venne incaricato di realizzare La mosca con  Michael Keaton (uno dei suoi primi attori feticcio) come protagonista, ma fece marcia indietro all’ultimo momento e il regista canadese David Cronenberg prese le redini del progetto al posto suo. Passò quindi a un episodio del serial Storie incredibili (1987) e, dopo aver rifiutato molte proposte, decise di creare qualcosa di originale e di unico.



 Nasce così
Beetlejuice – Spiritello porcello (1988), sempre con  Michael Keaton come interprete principale che divise il set non solo con Alec Baldwin, Geena Davis e Winona Ryder, ma anche con  Sylvia Sidney e Jeffrey Jones, altri suoi attori feticcio. Questa atipica e divertente ghost-story consolidò la fama di Tim Burton a Hollywood e questo successo professionale combaciò con quello privato con il matrimonio con Lena Gieseke nel 1989, dalla quale però divorziò nel 1991.

Grande amico e spesso collaboratore del compositore Danny Elfman (a lui affida la colonna sonora di ogni suo film), accetta l’idea di portare sullo schermo il film di Batman, che firma nel 1989. Keaton presta il volto all’uomo pipistrello, mentre il diabolico Jack Nicholson offre il suo ghigno malefico al Joker; oggetto del contendere sarà non solo una dark Gotham City, ma anche il cuore della bella di turno, Kim Basinger. Il film è campione di incassi al box office e Burton viene riconfermato per il sequel del film (Batman – Il ritornoDanny DeVito ) e Catwoman (Michelle Pfeiffer). La fila dei suoi attori feticcio si allarga con Christopher Walken che qui è il perfido sindaco di Gotham. Il vero capolavoro, quello che entrerà di diritto nella storia del cinema è però tratto da un suo libro, "Morte malinconica del bambino ostrica e altri racconti", e si tratta del commovente Edward mani di forbice (1990), dove scopriamo l’outsider Johnny Depp nelle vesti di una "creatura pinocchiesca" costruita da un vecchio scienziato (Price) che però muore prima di dargli le mani, lasciandolo con dieci forbici al posto delle dita. Nel momento in cui la creatura verrà adottata da una famiglia locale e cercherà di inserirsi nel mondo dei "normali" emergerà la crudeltà dell’uomo che spingerà alla fuga il "manidiforbice", con un rimando al Frankenstein di Whale che è più che una citazione. Una favola che mise in luce il talento grafico di Burton, quel misto di tenerezza e assurdità che resero il suo cinema universalmente poetico e a noi conosciuto.

Fidanzato con l’attrice Lisa Marie dal 1992 al 2001 (infatti la utilizzò sovente per piccole parti nei suoi film), nel 1992 si presta anche come interprete nella pellicola di Cameron Crowe Singles, accanto a Bridget Fonda e Campbell Scott, ma mentre lavorava a un documentario su Vincent Price dal titolo Conversations with Vincent, progetto a lui carissimo, l’attore muore. Stranamente, per un singolare gioco del destino, si ripete la stessa immagine che vediamo in Edward mani di forbice: lo scienziato che ha creato il "mostro" muore prima di aver terminato qualcosa. Addolorato per la perdita, Burton si immerge nel lavoro e nel 1993 sforna un piccolo gioiello dell’animazione stop-motion: Tim Burton’s the Nightmare Before Christmas. Si investe anche come produttore, finanziando progetti stop-motion come: Crociera fuori programmaAdam Resnick   e James e la pesca gigante (1996) di Henry Selick.

Nel 1994 dirige Johnny Depp (con il quale stringerà una grandissima amicizia e un proficuo sodalizio artistico) nella biografia di colui che è reputato il peggior regista della storia del cinema, Ed Wood, mentre due anni dopo firma la commedia fantascientifica Mars attacks! con un cast veramente stellare. Membro della giuria del Festival di Cannes del 1997, abbandona l’idea di dirigere Superman con  Nicolas Cage, e rende omaggio a Mario Bava, Price, Roger Corman e Barbara Steele firmando Il mistero di Sleepy Hollow The World of Stainboy      (2000) e dopo aver firmato la storia del film tv Lost in Oz, passa al remake di un classico della fantascienza Planet of Apes – Il pianeta delle scimmie (2001), sul cui set conoscerà la sua nuova compagna, la lugubre attrice inglese Helena Bonham Carter, dalla quale avrà il suo primo figlio Billy Ray, nato a Londra nel 2003. Helena sarà presente anche in altre sue pellicole: il fiabesco Big Fish – Le storie di una vita incredibile (2003) Charlie e la fabbrica di cioccolato (2005, ottimo remake di Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato) e doppierà il sorprendente La sposa cadavere di Tim Burton (2005), nel ruolo della protagonista. La sposa cadavere, in particolare, sarà una delle perle più luminose della filmografia di Burton: la grazia, il malinconico amore, la voglia di amare che emergono da quel film traspaiono puri e immacolati, nonostante sia una storia che tratti il rapporto impossibile fra una morta e un vivente, tanto è vero che sarà nominato all’Oscar come miglior film animato dell’anno.

Dopo aver diretto il video Bones (2006) del gruppo rock The Killers, firma  Sweeney Todd (2007), musical grottesco su un barbiere assassino raccogliendo nel cast i suoi due più grandi amori: Johnny Depp e Helena Bonham Carter. A questo punto, nonostante la giovane età, il Festival di Venezia gli rende omaggio conferendogli il Leone d’Oro alla carriera che lo incastonerà fra i miti del cinema. Ma francamente, non avevamo dubbi che sarebbe finito in quella categoria. Non ha mai avuto risultati poco lusinghieri, Tim Burton. Il suo cinema è sempre stato al centro dell’attenzione di critici e pubblico facendolo emergere come un’icona del cinema dark alternativo, fatato e visionario. È un gradevole enfant prodige di Hollywood, ma ripetiamo un poeta malinconico e struggente che ha cantato e ha dato voce al bisogno di amore di esclusi e incompresi con impareggiabile dolcezza. È come se con ogni suoi film, questo tenebroso punk geniale e fortunato, prendesse la mano dello spettatore e rinnovasse una promessa che suona grossomodo così: «Con questa mano dissipo i tuoi affanni. Il tuo calice non sarà mai vuoto, perché io sarà il tuo vino. Con questa candela illuminerò il tuo cammino nelle tenebre. Con questo anello ti chiedo di essere mio». A noi non resta che dire di sì e sperare, ardentemente, che questo amore vero non abbia mai fine.

(www.mymovies.it)

Nonostante questo articolo abbia tessuto in maniera egregia le lodi di questo fantastico regista, mi sento in dovere di dire che a mio avviso Il Leone D’Oro alla carriera è più che meritato, anche se sono rea del fatto di non aver visionato le sue due pellicole d’animazione e cioè Nightmare before Chrstimas e La sposa cadavere e i suoi primi due famosissimi film di successo Pee-wee’s Big Adventure e Beetlejuice – Spiritello porcello.
Ovviamente cercherò di rimediare al più presto, ma nel frattempo, alla luce delle pellicole finora visionate posso gridare a pieni polmoni che Tim Burton è un grande!!

FILMOGRAFIA

Steven Spielberg

Siamo al vero e proprio maestro dell’intrattenimento puro e semplice. Nel bene e nel male Steven Spielberg è stato uno dei protagonisti assoluti nel mondo cinematografico segnandolo in maniera indelebile e regalandoci un sacco di bellissime pellicole e di contrastanti e varie emozioni a seconda del tema, dei personaggi, delle situazioni da lui di volta in volta affrontate. Ha iniziato con film d’avventura, considerati cult come Lo squalo, E.T., Indiana Jones e via dicendo che sono entrate nel guinness dei primati come record di incassi e che rimarranno nella storia del cinema per sempre, ma da Il colore viola (a mio avviso superbo) in poi si è dato anche al cinema impegnato e a quello contrassegnato da una dimensione favolistica, davvero deliziosa e delicata che mi ha fatto innamorare di quasi tutte le sue ultime pellicole. In molti gli criticano i finali lieti e un pò smielati se così vogliamo dire, ma io rispondo che nella vita non ci sono solo disgrazie, morti e finali lacrimosi, nella vita (per fortuna), c’è anche e speriamo ci sarà ancora, il graditissimo lieto fine!

Steven Allan Spielberg (Cincinnati18 dicembre 1946) è un regista, sceneggiatore e produttore cinematografico statunitense, di origine ebraica.

Vincitore di due premi Oscar come miglior regista, per Schindler’s List, e per Salvate il soldato Ryan, ha anche ricevuto il Leone d’Oro alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia del 1993 come riconoscimento alla carriera.

È stato tra i fondatori della Amblin Entertainment e più di recente (insieme con Jeffrey Katzenberg e David Geffen) della DreamWorks SKG, uno dei più importanti studios cinematografici di Hollywood.

Spielberg è conosciuto dagli storici del cinema come uno dei famosi movie brats che contribuirono all’inizio della New Hollywood degli anni ’70: insieme con i colleghi e amici George Lucas, Francis Ford Coppola, Martin Scorsese e Brian De Palma, Spielberg crebbe realizzando film. Ancora teenager, iniziò con i suoi amici a girare film d’avventura in 8mm (alcune scene di questi film sono stati inclusi come bonus nell’edizione DVD di Salvate il soldato Ryan).

Nel 1968, a ventidue anni, realizzò il suo primo cortometraggio destinato ad essere proiettato nelle sale, Amblin, da cui prende il nome la prima casa di produzione da lui fondata, la Amblin Entertainment.
Dopo aver diretto alcuni episodi di vari show televisivi, nel 1971 Spielberg, rifacendosi a un racconto di Richard Matheson, diresse il suo primo lungometraggio, intitolato Duel, il quale, pur essendo destinato alla Tv, fu più tardi distribuito anche nelle sale cinematografiche.  La pellicola (sceneggiata dallo stesso Matheson) è la storia di un "duello" tra un camionista ed un comune automobilista, ed è diventata nel tempo un cult, più volte riproposto in home video.


Il debutto cinematografico di Spielberg avvenne con Sugarland Express, e gli valse ottime critiche e l’opportunità di dirigere Lo squalo (1975), un horror basato sul romanzo di Peter Benchley. Il film vinse quattro Oscar ed incassò circa 470 milioni di dollari, un record per l’epoca, assicurando così un posto nella storia del cinema al regista.
Nel 1976 a Spielberg venne chiesto da Alexander Salkind di dirigere il primo film su Superman, ma il regista decise di rifiutare per dar vita ad un progetto che aveva in mente già da ragazzo, finalmente pronto ad essere realizzato, un film sugli UFO: Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977), diventato un classico della fantascienza.
Il successivo film di Spielberg fu 1941: Allarme a Hollywood, una commedia ambientata a Los AngelesPearl Harbor e interpretata dalle due stelle del Saturday Night Live Dan Aykroyd e John Belushi. Il film risultò il primo flop di Spielberg.
pochi giorni dopo l’attacco di

Ma le sue opere più importanti, Spielberg le girò a partire dagli anni ’80. Nel 1981, collaborò per la prima volta con l’amico George Lucas, reduce dal successo della saga di Guerre Stellari, per realizzare I predatori dell’Arca perduta, con Harrison Ford (che anche Lucas aveva usato nei suoi film) nel ruolo dell’archeologo-avventuriero Indiana Jones. La saga ebbe due sequel, sempre diretti da Spielberg e prodotti da Lucas, Indiana Jones e il tempio maledetto e Indiana Jones e l’ultima crociata.

Un anno dopo la prima avventura di Indiana Jones, Spielberg tornò alla sua passione per gli alieni dando vita a E.T. l’extra-terrestre, una storia di ispirazione disneyana sull’amicizia tra un ragazzo e un piccolo alieno, che tenta con il suo aiuto di tornare a casa. E.T. batté ancora una volta tutti i record d’incasso dell’epoca, rimanendo insuperato per molti anni.

Nonostante il loro grande successo, pochi critici considerarono I predatori o E.T. al livello di classici del cinema come Il Padrino o Quarto Potere. Alcuni dei film più "seri" ed impegnati del regista, come L’impero del sole e Il colore viola sono un’efficace risposta a questa sottovalutazione.

Spielberg ha provato più volte senza successo a girare una versione dal vivo della storia di Peter Pan. Nel 1991, decise di creare una propria storia oltre quella classica: Hook – Capitan uncino parla di un Peter Pan di mezz’età (interpretato da Robin Williams), che ritorna all’  Isola che non c’è per affrontare il vecchio nemico, Capitan uncino (interpretato da 
Dustin Hoffman
).


Nel 1993, Spielberg decise ancora una volta di dedicarsi ad un film d’avventura, girando l’adattamento cinematografico del romanzo di Michael Crichton Jurassic Park. Ambientato in un’isola tropicale abitata da dinosauri riportati in vita con l’ingegneria genetica, il film batté il record d’incasso di E.T. l’extra-terrestre e fu superato in questa classifica solo dal  Titanic di James Cameron).

Fu in quello stesso anno che Spielberg si guadagnò finalmente la considerazione di regista maturo anche dalla critica, grazie a Schindler’s List. Basato sulla storia vera di Oskar Schindler, un ricco industriale tedesco che sacrificò tutto pur di salvare più ebrei possibile durante l’Olocausto, il film gli valse il suo primo Oscar come miglior regista, e vinse anche il premio come miglior film.

Nel 2001, Spielberg diresse un film basato sull’ultimo progetto del collega ed amico Stanley Kubrick, A.I. – Intelligenza Artificiale, un progetto che Kubrick aveva pianificato per anni ma che non era riuscito a mettere in produzione prima della morte. La storia futuristica di un androide in cerca d’amore si avvale di effetti speciali innovativi, ma sfortunatamente il film non si rivelò un blockbuster come Spielberg aveva sperato.

In seguito, Spielberg tornò nuovamente al successo grazie ad un nuovo film di fantascienza, Minority Report (2002), basato su un romanzo di Philip K. Dick e interpretato da Tom Cruise nel ruolo di un poliziotto del futuro in fuga dal proprio avvenire. Prova a prendermi (sempre del 2002) fu invece basato sulla storia vera di Frank W. Abagnale Jr., un truffatore che riuscì a vivere spacciandosi per pilota d’aereo, medico ed avvocato, con Leonardo Di Caprio e Tom Hanks.

Nel 2004, Spielberg utilizzò ancora Hanks per The Terminal, un film liberamente ispirato alla storia del rifugiato iraniano Mehran Nasseri, che dal 1988 vive bloccato nel terminal 1 dell’aeroporto Charles de Gaulle di Parigi. Spielberg ha spostato la storia a New York, e Hanks è diventato un abitante dell’Est-Europa.

Il film successivo segnò il ritorno di Spielberg al genere che gli diede buona parte della sua fama, la fantascienza. La guerra dei mondi, tratto dall’omonimo classico di Herbert George Wells e del quale già nel 1953 era stato tratto un film di successo, ha avuto un budget di 200 milioni di dollari e fu interpretato da Tom Cruise e Miranda Otto. Inizialmente il film avrebbe dovuto essere girato nel 2006, ma lo slittamento dei progetti di Spielberg (    Munich), e Cruise (Mission: Impossible III) ne fece anticipare le riprese.


Il giorno stesso dell’uscita mondiale del film Spielberg iniziò le riprese del lavoro successivo, Munich, pellicola sui tragici eventi del Settembre Nero, a partire dalla tragedia del massacro di Monaco, il drammatico assassinio di 11 atleti israeliani alle Olimpiadi estive di Monaco 1972 e la successiva vendetta del governo israeliano. Il film è basato sulla sceneggiatura adattata dal vincitore del Premio Pulitzer Tony Kushner, insieme a Eric Roth, dal libro-inchiesta Vendetta (Vengeance: The True Story of an Israeli Counter-Terrorist Team), del giornalista canadese George Jonas. Il film è stato acclamato dalla critica come uno dei suoi film più maturi e ha ricevuto 5 nomination all’ Oscar, ma non ha ottenuto nessuna delle prestigiose statuette. Colpa forse delle numerose polemiche sorte intorno al film all’interno della stessa comunità ebraica.

I progetti futuri di Spielberg includono un film su Abramo Lincoln, con Liam Neeson nel ruolo del protagonista, e Indiana Jones 4, entrambi previsti, salvo imprevisti, per il 2007.


Spielberg produsse (senza dirigere) un considerevole numero di film e cartoni animati, di cui è sempre stato un amante. Può essere considerato lo scopritore di Robert Zemeckis, e fu produttore dello serie di cartoon Tiny Toon Adventures, Animaniacs, Pinky and the Brain, Freakazoid.

Fondò la Dreamworks SKG insieme con Jeffrey Katzenberg e David Geffen (che compongono le altre lettere del nome della compagnia), che produsse tutti i suoi film a a partire da "Amistad" nel 1997.

A seguito del successo di pubblico e critica di Schindler’s List, nel 1993 Spielberg fondò la Shoah Visual History Foundation, un’organizzazione non-profit con l’obiettivo di costruire un archivio video che raccolga le testimonianze dei superstiti dell’Olocausto.


CURIOSITA’

  • Spielberg è sposato con l’attrice Kate Capshaw, che recitò per lui in Indiana Jones e il tempio maledetto. Ha sette figli, quattro dei quali biologici: Max, Sasha e Sawyer dal suo precedente matrimonio con l’attrice Amy Irving, Destry dal suo matrimonio attuale, Theo e Mikaela, adottati, ed una "figliastra", Jessica Capshaw.
  • Alla ex moglie Amy Irving ha pagato 73 milioni di dollari per poter divorziare.
  • A Spielberg è stata recentemente diagnosticata la sindrome di Asperger.
  • Spielberg non ha mai bevuto caffè in vita sua.
  • E un sostenitore del Partito Democratico e nel 1996 ha donato 100.000 dollari a questo partito.
  • Spielberg è il padrino di due famose attrici statunitensi: Gwyneth Paltrow e Drew Barrymore.
  • Spielberg è uno delle persone più ricche a Hollywood. Secondo la rivista Forbes il suo patrimonio ammonta a 2.900.000.000 di dollari.
  • Spielberg è molto protettivo con il suo nome. Infatti, se una compagnia non lavora con i suoi standard, lui toglie il suo nome tra quelli dei produttori.
  • Spielberg non ha mai messo il suo commento audio nei DVD dei suoi film.
  • Il 27 maggio 2002 ha ricevuto il dottorato in Letteratura all’università di Yale.
  • Fa raramente audizioni per il casting, sceglie gli attori secondo le interpretazioni in altri film.
  • Per offrire a Will Smith il ruolo in Men in Black è atterrato con un elicottero dentro la sua villa a Hampton.
  • Ha sempre confessato che ha avuto una grande influenza dal regista David Lean.
  • Spielberg ha rifiutato di esser pagato per il film Schindler’s List
  • Spielberg è probabilmente il regista che, in tutta la storia del cinema, ha avuto più successo dal punto di vista economico, avendo sbancato i botteghini in tutto il mondo con quasi tutti i film dai lui diretti o prodotti, grazie a questi suoi successi, non solo di pubblico, ma negli ultimi anni spesso anche di critica, è stato più volte indicato come la più potente e influente figura dell’industria cinematografica mondiale.

(www.wikipedia.it)


FILMOGRAFIA

Ammetto che la prima produzione di genere fantastico avventuroso non rientra proprio nelle mie corde e che i veri gioielli spielberghiani per me sono quelli che vanno appunto da Il colore viola in poi, come ad esempio il magistrale Schindler’s List, Amistad, Intelligenza artificiale, Minority report, Prova a prendermi, The Terminale e Munich che rimangono i miei preferiti del regista e alcuni di essi, addirittura, i miei preferiti in assoluto.

Brian De Palma

Ed eccoci arrivati al genietto delle immagini e della tecnica cinematografica: Brian De Palma. Non potevo assolutamente non menzionarlo tra i miei registi preferiti, perchè con i suoi Scarface, Carlito’s way e Gli intoccabili, sono cresciuta e mi sono appassionata a questo strabiliante e fantastico mondo che è il cinema. Crescendo poi ho recuperato anche i suoi primi e originalissimi lavori, che di sicuro non mi sono entrati nel cuore come i film precedentemente menzionati, ma che sono sicuramente dei piccoli gioielli di perfezione tecnica e di originalità, basti pensare al grottesco Vestito per uccidere accomunato come genere e contenuti a Omicidio a luci rosse (che però non è riuscito a piacermi particolarmente) o il bellissimo Carrie-lo sgurado di Satana tratto da un romanzo di Stephen King. De Palma che è stato considerato da una rivista americana il migliore regista della suspance e del thriller, si è inizialmente ispirato ad Alfred Hitchcock per poi assumere uno stile tutto suo, inconfondibile e inimitabile: lo stile De Palma!


«La cinepresa mente per tutto il tempo. Mente ventiquattro volte al secondo»


Informazioni tratte da Wikipedia

Brian Russell De Palma (Newark, New Jersey, USA, 11 settembre 1940) è un regista e sceneggiatore
E’ considerato uno dei registi che hanno contribuito alla New Hollywood.
statunitense di origini italiane.

Carriera

Il primo lungometraggio di De Palma Murder à la Mode (1968) ottiene da subito un buon successo; subito dopo lavora con l’esordiente Robert De Niro in Ciao America! (1968) e Hi, Mom! (1970).

Grazie a queste prime opere, nelle quali dimostra già un grande talento, e nonostante sia ancora un regista esordiente, riesce a lavorare con attori di un certo spessore come Robert Mitchum in Dionisio nel ’69 (1970), Charles Durning in Le due sorelle (1973), Rod Steiger e Orson Welles nella commedia Conosci il tuo coniglio (1972), ancora Welles, affiancato da Robert Shaw, in Il fantasma del palcoscenico1974). Grazie a quest’ultimo De Palma ottiene fama internazionale. (

Carrie, lo sguardo di Satana (1976), tratto da un romanzo di Stephen King, con John Travolta e Sissy Spacek, e Complesso di colpa (1976), nel quale De Palma dirige due colleghi registi come Cliff Robertson e John Carpenter, confermano De Palma come uno dei registi più apprezzati del momento.

Minor successo, sia di pubblico che di critica, ottengono i successivi Vizietti familiari (1978), una commedia, e Fury (1978), entrambi con Kirk Douglas; nel secondo De Palma adopera alcune tecniche che Dario Argento aveva usato in Profondo rosso (1975).

Dopo Vestito per uccidere (1980) arrivano i grandi successi come Blow Out (1981), con John Travolta, e Scarface (1983), sceneggiato da Oliver Stone che si rifà al capolavoro di Howard Hawks e Ben Hecht del ’32, decidendo di impiegare il suo attore favorito, Al Pacino, nel ruolo che fu di Paul Muni e di affiancarvi la splendida ed allora poco conosciuta Michelle Pfeiffer. Anche Omicidio a luci rosse (1984) ottenne un buon successo, benché i produttori volessero Robert Redford o Paul Newman al posto di Craig Wasson.



Dopo l’insuccesso di Cadaveri e compari (1986), torna al successo con uno dei suoi capolavori assoluti, Gli Intoccabili (1987), con un cast all-star: Kevin Costner, Robert De Niro, Andy Garcia e Sean Connery, il quale – scelto all’ultimo dal regista, che aveva optato precedentemente per Kirk Douglas, Gene Hackman James Stewart – vincerà un Oscar come "miglior attore non protagonista". e

Ottiene un discreto successo anche con Il falò delle vanità (1990), con Tom Hanks, Melanie Griffith e Tippy Heldren, e torna a lavorare con Al Pacino in Carlito’s Way (1993), rifiutando Dustin Hoffman.

Dopo aver diretto Tom Cruise in Mission: Impossible (1996), seguono due "flop" come Omicidio in diretta (1998), con Nicolas Cage, e il fanta-horror Mission to Mars (2000), con Tim Robbins e Gary Sinise.

Recentemente è stato distribuito il suo ultimo film, The Black Dahlia, tratto dal romanzo di James EllroyDalia nera, con Josh Hartnett, Scarlett Johansson e Hilary Swank.

Il suo prossimo progetto, in pre-produzione, sarà l’horror Toyer, atteso per il 2007. Si vocifera, inoltre, di un prequel de Gli intoccabili. Il nuovo film, intitolato The Untouchables: Capone Rising, dovrebbe raccontare l’asces  a al potere del boss italo-americano, vista attraverso gli occhi di Malone, il poliziotto di origine irlandese interpretato nella pellicola originaria da Sean Connery.Si vocifera che tra i progetti del regista ci sia il film Redacted, storia di una ragazza irachena violentata e uccisa da un gruppo di americani. Il film è previsto per il 2007.

Curiosità


Filmografia


BRIAN DE PALMA, l’artigiano delle immagini
"Mi piace soprattutto prendere il pubblico alla sprovvista"


Joel e Ethan Coen

I fratelli Coen sono degli originali e strampalati registi e sceneggiatori che hanno sfornato altrtettante pellicole stravaganti ma molto belle ed interessanti. Le cose che preferisco nei loro film sono le bellissime sceneggiature, ogni volta adatte al tipo di film (ne hanno fatti davvero di diversi generi), e le ambientazioni così caratterizzate e simpatiche. Anche gli attori che lavorano per loro sono veramente esislaranti ma preparatissimi, basti pensare a Jeff Bridges, Steve Buscemi, John Turturro, John Goodman, Gabriel Byrne, James Gandolfini, Billy Bob Thorton, Tim Robbins, Tom Hanks, Nicholas Cage, Francis McDarmond e moltissimi altri. I due fratelli riescono a spaziare dal noir, alla commedia con estrema facilità non sbagliando mai un colpo, riuscendo ad intrattenere il pubblico con film molto ben fatti e godibilissimi. Lunga vita ai fratelli Coen!!!



Per analizzare il rapporto che i fratelli Coen intrattengono con il binomio regia-sceneggiatura, è necessario cercare di capire qual è il loro rapporto con il cinema stesso. Nella sua monografia (Joel e Ethan Coen, il Castoro cinema, Milano 1999) Vincenzo Buccheri parla di autori che giocano con i generi cinematografici. Fin qui non ci sarebbe nulla di particolare: praticamente tutti gli autori americani degli ultimi trent’anni hanno fatto lo stesso. Ma Buccheri precisa: non parliamo di "registi-cinefili", bensì di "registi-critici", cioè due cineasti che conoscono il cinema classico e si divertono a smontarne e rimontarne i meccanismi a piacimento, proponendo però opere che non si rifanno affettuosamente al passato, ma ne attingono in maniera distaccata ed ingorda, secondo un principio, più che di malinconico rimando, di affascinante ricalco. Il loro ultimo, affascinante The Man Who Wasn’t There (L’Uomo che non c’era, 2001) ne è esempio perfetto. La costante del loro modo di accostarsi al genere è la capacità usare il genere stesso per deludere – o meglio spiazzare – lo spettatore, attraverso la modificazione delle situazioni, delle reazioni e dei rapporti tra i personaggi. Film come Raising Arizona (Arizona Junior, 1987) o The Hudsucker Proxy (Mister Hula Hoop, 1993) sono, ad esempio, costruiti secondo l’idea delle screwball-comedy di Preston Sturges, ma non hanno in realtà nessun altro legame "affettivo" con quel tipo di cinema né con l’autore, pur espressamente amato dai Coen. Anche l’esplicito omaggio reso al regista con O Brother, Where Art Thou? (Fratello, Dove Sei?, 2000), per molti versi il loro lavoro più compiuto ed enigmatico, altro non è se non una rielaborazione del tutto autonoma e (im)personale di proprie, precise idee. Se un tipo di rimando è possibile per il loro cinema, allora esso è di origine letteraria: nei vari noir o thriller che hanno diretto l’eco dei romanzi di Hammett o Cain ha senza dubbio una sua rilevanza. Tutte le opere dei due fratelli sono facilmente riconoscibili come un loro lavoro, eppure lo stile della regia e lo stesso impianto della sceneggiatura cambiano praticamente in ogni pellicola. E’ un consapevole e coerente "ateismo estetico": i Coen non sono mai "personali", ed usano l’ibridazione dei linguaggi come costante espressiva.


Un film dei fratelli Coen
Cosa rende allora una loro opera immediatamente identificabile?

Si possono trovare delle costanti stilistiche e narrative da utilizzare come appigli per analizzare l’insieme della loro filmografia. Innanzi tutto, proprio l’atteggiamento critico con cui essi si avvicinano al loro prodotto diventa poi inevitabilmente una cifra stilistica ben precisa: molta critica ha spesso tacciato i Coen di essere degli autori troppo intellettuali e freddi. Questo in parte corrisponde a verità: lo sguardo del loro occhio cinematografico sulle storie e sui personaggi che raccontano mantiene sempre un distacco piuttosto netto, senza però che questo si trasformi in uno stile di regia che si riproduce film dopo film. Sia che i due scelgano il virtuosismo sincopato di Arizona Junior o la calda fluidità di Miller’s Crossing 
(Crocevia della Morte,1990), la matrice costante a tutti i loro lungometraggi è il senso di distanza critica tra l’autore e la sua creazione. Non a caso il loro cinema è stato paragonato a quello di un altro "grande freddo" contemporaneo, Stanley Kubrick. Anche determinate scelte a livello registico hanno contribuito a questo effetto: la forte presenza di grandangoli, oppure le numerose inquadrature a picco sui personaggi (costante stilistica di Barton Fink, id.,1991) contribuiscono ad accentuare il senso di distanziamento, quasi come se l’occhio dei Coen non fosse quello di realizzatori, ma di analisti della situazione e della realizzazione. Per quanto riguarda la stesura della sceneggiatura, invece, l’assoluta mancanza di adesione con cui tratteggiano i loro personaggi sembra rimandare direttamente ai migliori lavori di Altman. Nei film dei Coen non ci sono mai buoni, ma solo cattivi, o nella migliore delle ipotesi stupidi (cosa che avvicina lo spirito coeniano a quello di un altro cineasta – e non casualmente, visto che è un amico – con cui molto hanno in comune: Sam Raimi). Ciò che regola l’agire umano sono sempre gli istinti più bassi o primordiali, come la violenza o l’avidità, e mai la razionalità umana riesce a dominare il caso, il grande protagonista dell’universo creato dagli autori.

Un universo che alla fine è più inventato che reale: attraverso perciò la feroce critica a questa visione fittizia i Coen sottopongono a velenoso scherno lo stesso immaginario del sistema di vita americano. Indizio lampante di questo sono i set dei loro film: il Texas notturno invece che solare in Blood Simple (id.,1984), i paesaggi innevati e stilizzati di Fargo (id.,1996), le scenografie espressioniste di Mister Hula Hoop. La geografia delle loro ambientazioni è sempre in un certo senso non reale ma mitica, o meglio ideale. L’esempio forse più evidente di questo loro discorso, oltre che in Fargo (ne parleremo più tardi), sta nelle location di Fratello, Dove Sei?: l’America della Grande Depressione, con i suoi sterminati campi di grano, con le sue fattorie in rovina, con i fiumi maestosi e le ridenti cittadine, in realtà è un’America letteraria e fasulla (o meglio fittizia), comunque del tutto irreale: al raggiungimento di tale scopo, in questo film forse più che negli altri dei fratelli Coen, ha contribuito anche la fotografia imperiosa e smaccatamente ariosa del grande Roger Deakins. Già i titoli di testa della pellicola, con i tre evasi che scappano sbucando all’interno del campo di grano ancora non mietuto, rende il paesaggio una sorta di cartolina con cui poter giocare a proprio, irridente piacimento.

Il metodo di lavoro
L’idea iniziale per un film, per loro stessa ammissione, non è mai arrivata dalla storia, ma dai personaggi o da dettagli marginali: per Crocevia della Morte sono addirittura partiti dalla semplice immagine del cappello che svolazza nel bosco. Molto spesso si è trattato di volersi confrontare direttamente con il genere o con la situazione (Blood Simple, Barton Fink). La sceneggiatura viene scritta dai due fratelli a quattro mani senza dividersi tra loro scene o sequenze: durante la stesura dello script l’attenzione viene rivolta soprattutto allo sviluppo della vicenda, e mentre si scrive si decide anche lo stile visivo da dare al film, cioè in poche parole la regia: questa è una peculiarità del metodo dei Coen, che si affidano pressoché totalmente al testo ed allo storyboard che ne traggono. Le riprese si svolgono sotto il controllo totale degli autori, e nulla viene improvvisato a livello di dialogo o di interpretazione. Un’altra caratteristica dei Coen è di non fornire nessun suggerimento agli attori, e di lasciarli completamente liberi di scegliere il tono e le sfumature dei loro personaggi. Forse è per questo motivo che i due amano servirsi quasi sempre degli stessi interpreti, come ad esempio Turturro, Buscemi, Goodman, o Frances McDormand, moglie di Joel. Il poter contare su persone che si conoscono e su prestazioni di un livello noto rappresenta una garanzia di controllo sul proprio lavoro.

Rileggere il genere
Già il loro esordio si presenta come una revisione critica del genere noir: Blood Simple sembra in apparenza l’ennesima riproposizione de Il Postino Suona Sempre Due Volte. I Coen invece ne destrutturano i tòpoi classici: il Texas dove si svolge la vicenda non soltanto viene raffigurato come luogo "ideale", ma anche come notturno, in contrapposizione alla solarità tradizionale con cui è stato ripreso il luogo. L’oscurità è momento di conforto, di serenità, mentre è la luce a perseguitare i due amanti in fuga: esemplare è la scena finale, in cui il detective assassino, per liberare la mano inchiodata alla finestra, spara attraverso la parete, e fasci di luce fortissima attraversano i fori nel muro braccando la protagonista. La sceneggiatura, inoltre, sembra scritta apposta per contraddire le regole del thriller anni ’40: mentre nelle grandi opere del passato lo spettatore rimane ignaro dei fatti di cui i personaggi sono a conoscenza, e che vengono poi scoperti pian piano, in Blood Simple siamo noi a capire tutto della storia, mentre i protagonisti, soprattutto i due amanti, si muovono senza conoscere gli eventi, né la presenza del detective determinato a spiarli prima ed ucciderli poi.


Avvilire la razionalità
Se scorriamo la filmografia dei Coen, ci accorgiamo che quasi in ogni film si trova un piano criminoso congegnato ma non riuscito, andato in fumo: da Blood Simple ad Arizona Junior, dai numerosi progetti di Crocevia della Morte ai rapimenti sballati di Fargo e The Big Lebowski (Il Grande Lebowski, 1998). Anche tutte le strategie messe in atto dall’Ulisse contemporaneo di Fratello, Dove Sei? non portano ad altro se non a cacciare i protagonisti in guai ancora maggiori di quelli in cui si trovano. Lo stesso avverrà per l’Uomo che non c’era, dove l’eroe silenzioso si ritrova ad escogitare marchingegni degli dei migliori plot noir, senza che però questi poi portino mai a qualcosa di prefissato. L’universo umano dei Coen non concede alcuna positività ai suoi personaggi, ed avvilisce la loro razionalità in ogni occasione possibile, siano essi criminali o intellettuali, furbi o ingenui. Lo sguardo degli autori, quando non è distaccato, sceglie la strada dell’ironia e del sarcasmo. Gli unici protagonisti a cui i fratelli Coen concedono una certa benevolenza sono Marge Gunderson, il poliziotto sereno e
pratico di Fargo, e naturalmente il "Dude" Lebowski dell’omonimo film, la sola figura della loro carriera a possedere l’ironia distaccata dei suoi creatori. Proprio questi due lavori, da un certo punto di vista, sono decisamente i più compiuti. In Fargo la forma e la linearità della storia raggiungono il massimo di stilizzazione e geometricità, mentre ne Il Grande Lebowski accade invece che la caustica e visionaria inventiva dei cineasti trovi la sua più alta espressione. Tramite la solita impalcatura del noir questa volta invece costruiscono una commedia assolutamente inventiva nella commistione di generi e immagini: durante i sogni e le allucinazioni del protagonista assistiamo addirittura a dei balletti ispirati ai musical di Busby Berkeley. La sceneggiatura de Il Grande Lebowski è un perfetto esempio di non-storia, tanto caro ai Coen: per tutto il film infatti i personaggi girano a vuoto senza che accada veramente un qualcosa. La regia diventa assolutamente spassosa, leggera, bizzarra; valga per tutti lo straordinario cameo di John Turturro, vera perla di ispirazione nonsense, una delle peculiarità delle commedie dei Coen.


Raggirare le forme
Il discorso su Fargo è invece molto più complesso: per la messa in scena gli autori scelgono un’impostazione più classica. Ma cosa significa "classico" nel loro cinema? Significa precisamente raggirare le forme del genere, ricostruirne le fonti per reinventarlo, per raggiungere una classicità tutta contemporanea. Lo stesso tentativo portato avanti con Crocevia della Morte: rispetto a questo film però Fargo possiede una coerenza ed una stilizzazione molto più accentuate. Ciò è dovuto soprattutto alla storia ed alla sua ambientazione. I paesaggi innevati, ripresi quasi sempre in campi lunghi con soltanto uno o due attori, e la vicenda di intelligenze criminali "basse" e feroci, diventano subito personificazioni di uno stato bloccato, davvero "gelato":in questo senso storia e messa in scena sono perfettamente integrate nel proporre un mondo azzerato dalla neve, dove l’intelligenza umana è assente o incapace ad esprimersi. Coerentemente a questo discorso, anche la regia si fa’ immobile, gelida, tagliente. I campo-controcampo sono volutamente tradizionali, monotoni. Anche la sceneggiatura punta su dialoghi inermi, su parole che non servono a spiegare ma a confondere. Fargo è davvero un film sull’immobilità, sulla paralisi, sulla fatica dell’intelletto e del corpo: anche Marge, l’unico personaggio razionale e positivo del film, con la sua gravidanza rappresenta un corpo "altro", non pronto e scattante ma pesante, come del resto tutti coloro che si muovono sulla neve. Numerosi sono nel film gli inseguimenti a piedi tra le distese innevate, in cui i personaggi non riescono ad avanzare e cadono.

Umani da strapazzo
Nella concezione della messa in scena, il punto di maggior "distacco" degli autori dalla materia trattata, i Coen arrivano anche a proporre il loro più esaustivo teorema su un’umanità incapace, da schernire, un’umanità tanto inetta da diventare istintiva, perciò pericolosa e violenta. In Fargo il personaggio del killer interpretato da Peter Stormare, inebetito e feroce, in realtà è diretto parente dei "picchiatelli" interpretati da Nicolas Cage in Arizona Junior o da Tim Robbins in Mister Hula Hoop; ma potrebbe rappresentare anche la crisi della ragione di Barton Fink, dopo che ha conosciuto il serial killer Charlie Meadows. Con Fargo perciò l’analisi dei Coen sull’incapacità (diremmo sulla sopravvalutazione) della mente umana arriva alla sua lucida e spietata conclusione. Con essa anche la messa in scena trova il suo equilibrio di realismo e astrazione, di sobrietà e di bizzarria. Dopo di esso, i due cineasti si sono potuti permettere i magnifici lazzi e voli pindarici di Il Grande Lebowski, forse primo passo liberatorio dal giogo della ragione.

di Adriano Ercolani

(www.offscreen.it)


FILMOGRAFIA

Ho avuto la fortuna di guardare Crocevia della morte, Fargo, Il grande Lebowski, Fratello dove sei? e L’uomo che non c’era, tutti uno più bello dell’altro, tutti così bizzarri e originali, tutti davvero fantastici. Quello che però è rimasto indelebile nella mia mente per l’estrema bellezza ed eleganza è L’uomo che non c’era con un Billy Bob Thorton magistrale, a mio avviso imperdibile.


 

Francis Ford Coppola

Eccoci al solito italo-americano che ci rende fieri. Francis Ford Coppola, il maestro, uno dei migliori registi hollywoodiani, anche se di stampo tutt’altro che americano. Coppola che ci ha regalato immensi capolavori quali il Padrino o Apocalypse now, è riuscito a riunire nei suoi cast attori magistrali quali De Niro, Pacino, Keaton, Brando, Sheen (padre), Cruise, Dillon e molti altri. Che ha saputo sapientemente disseminare all’interno del mondo del cinema, nel corso della sua carriera, perle rare e immensi capolavori, ma anche film a basso costo e non per questo di minore entità. Ha lavorato e ha fatto lavorare i migliori, regalandoci momenti indimenticabili di alto cinema e di intrattenimento, per questo motivo, insieme a quelli già citati e a quelli che man mano citerò è di sicuro uno dei registi del mio cuore, che spero continuerà a porre la sua arte al nostro servizio, ma soprattutto a quello del cinema.

Informazioni tratte da Wikipedia

Francis Ford Coppola (nato il 7 aprile 1939 a Detroit, Michigan) è un celebre regista statunitense.

Biografia

1960-1978

Di origine lucana, dopo che i suoi nonni originari di Bernalda (Mt) emigrarono negli Stati Uniti. Figlio di Carmine Coppola noto musicista jazz di quei tempi. Coppola studiò cinematografia alla UCLA, dove durante la sua permanenza realizzò numerosi cortometraggi e film brevi. Verso la fine degli anni ’60, iniziò la sua carriera professionistica realizzando film a basso budget con Roger Corman e iniziò a scrivere sceneggiature.

Nel 1971 Coppola vinse il Premio Oscar per la sua sceneggiatura di Patton, generale d’acciaio. Nonostante questo, la consacrazione arrivò come co-autore e regista de Il Padrino (1972) e Il Padrino parte II (1974), che vinsero entrambi l’Oscar come "miglior film". Il secondo dei due capitoli è stato il primo sequel a riuscire in questa impresa.

Durante questo periodo scrisse anche una sceneggiatura per il remake del 1974 di Il grande Gatsby e produsse il film di George Lucas American Graffiti.



Dal 1979 ad oggi

Dopo il successo de Il Padrino e del suo sequel, Coppola diede inizio all’ambizioso progetto di girare una pellicola ispirata al capolavoro di Joseph Conrad Cuore di Tenebra, ambientata, però, nel periodo della guerra del Vietnam. Il film, intitolato Apocalypse Now (1979), ebbe una produzione molto travagliata, inclusi dei tifoni, e alcuni attori e Coppola stesso soffrirono per abusi di droga e crisi nervose. La produzione venne ritardata e prolungata più volte, ma il film apparve lo stesso sugli schermi cinematografici. Le fortissime critiche ricevute all’apparizione unite ai forti costi di produzione portarono quasi alla bancarotta la neonata casa di produzione del regista American Zoetrope. Nel 1991 è stato realizzato un documentario, Hearts of Darkness: A Filmmaker’s Apocalypse, diretto da Eleanor CoppolaFax Bahr e George Hickenlooper, che raccontano le difficoltà attraversate dalla troupe durante le riprese di Apocalypse Now, che è considerato l’ultimo film della New Hollywood, della quale Coppola è considerato il "padre". (moglie di Francis),

Nonostante i problemi e e le difficoltà sofferte, Coppola portò avanti i suoi progetti, presentando nel 19811927 Napoléon, che uscì negli Stati Uniti per la American Zoetrope. Il ritorno alla regia avvenne nel 1982 con il musical sperimentale Un sogno lungo un giorno, che sfortunatamente non fu un successo. una versione restaurata del film del

Nel 1986, Coppola diresse con George Lucas il film con Michael Jackson per i parchi a tema DisneyCaptain Eo, che all’epoca risultò il film più caro al minuto della storia (durata: 17′, costo al minuto: circa un milione di dollari).


Nel 1990 completò la trilogia del Padrino con Il Padrino parte III, che anche se non ricevette le stesse ottime critiche dei primi due fu comunque un successo al botteghino.

Nel 1992 realizza l’ennesimo capolavoro: il film Bram Stoker’s Dracula vincitore di tre premi oscar (miglior trucco, migliori costumi, migliori effetti speciali), con un cast d’eccezione: da ricordare l’attore britannico Gary Oldman nei panni del Conte/Vampiro, il gallese Anthony Hopkins che da vita ad un eccezionale e "spiritato" professore Van Helsing, un quasi sconosciuto Keanu Reeves e una notevole Winona Ryder.

Nel 2001 ha messo mano nuovamente a Apocalypse Now per trarne una nuova versione, Apocalypse Now Redux, nel quale sono state inserite scene tagliate all’epoca ed un finale diverso. Il film passa dai 153′ della versione originale a 202′, fornendo nuove sfumature e particolari. L’operazione ha avuto un buon successo di critica e pubblico.


Il suo rapporto con l’Italia

Con l’Italia, e con la Basilicata in particolare, i rapporti di Coppola sono strettissimi: la famiglia del regista è originaria di Bernalda, un centro di 12 mila abitanti in provincia di Matera. Agostino, il nonno di Francis, emigrò da Bernalda all’inizio del Novecento e Coppola, che è nato a Detroit nel Michigan nel 1939 di Bernalda è cittadino onorario dalla fine degli anni Ottanta, ci viene spesso in vacanza approfittando anche delle spiagge della vicina Metaponto sullo Ionio. Il regista, in Basilicata,e soprattutto nel metapontino,ha un progetto di rilancio della zona. Invitato da "Sensi Contemporanei", un’iniziativa che nasce dalla collaborazione tra ministeri dell’Economia, Beni Culturali e Biennale di Venezia per promuovere la cultura del Sud, il cineasta americano annuncia: "A Bernalda, paese dei miei nonni, voglio ristrutturare un antico palazzo e trasformarlo in albergo esclusivo. Ma intendo anche dare impulso al centro di formazione per sceneggiatori, scrittori di teatro, musicisti e artisti che sorge a Torremare, nei pressi di Metaponto". Ospite d’onore del Busto Arsizio Film Festival, il regista ha spiegato che quello che costruirà a Bernalda sarà "un piccolo hotel di sole dodici stanze per un turismo invisibile che non modifichi il territorio. In Italia c’è già tanto turismo industriale con negozi di souvenir e affini, mentre – ha concluso – a Bernalda sarà diverso: non vogliamo cambiare nulla del paese di mio nonno". Matera e il materano hanno catturato l’immaginazione del regista e di Hollywood (nei Sassi sono stati girati i film La passione di Cristo di Mel Gibson e Nativity, con la regia di Chatrine Hardwicke ).


Curiosità

Filmografia

Regia

Cortometraggi e mediometraggi

Lungometraggi


John Carpenter

Ammetto di non essere poi così appassionata di fantascienza o dell’horror, ma con John Carpenter sono riuscita ad amare pellicole di quel genere, anche se non ne ho viste ancora tantissime. Inoltre, quando si guarda un suo film, molto spesso si ascoltano colonne sonore bellissime e originalissime, quasi sempre scritte dal regista stesso che quindi spazia in vari campi, dalla regia, alla sceneggiatura, alla musica e alla recitazione stessa. E fa tutto con maestria egregia e invidiabile, dato che è riuscito a creare un genere e dei personaggi tutti suoi, primo tra i quali l’indimenticabile Jena Pliskenn interpretato dal diletto Kurt Russel. Insomma possiamo dire a voce alta che Carpenter è il re del cinema indipendente, infatti quasi tutte le sue pellicole sono a basso costo seppur bellissime, ma soprattutto è il re del cinema della notte, osannata e fotografata in quasi tutti i suoi film. Io personalmente, pur avendo (solo per ora), visto solo tre delle sue pellicole, posso dire di adorarlo letteralmente.

 

Informazioni da www.johncarpenter.it

 

BIOGRAFIA

John Carpenter nasce a Carthage (New York) il 16 gennaio 1948, ma trascorre l’adolescenza nel Kentucky, a Bowling Green, non distante da Nashville.
Il padre Howard insegna musica moderna all’università. Sarà proprio lui a trasmettere al futuro regista quella passione per la musica che ne accompagnerà per sempre la carriera.
Alla passione per la musica, nel giovane John, si unisce ben presto anche quella per il cinema. A soli 5 anni assiste in una sala newyorkese alla proiezione del film di Jack Arnold dal titolo Destinazione Terra. L’impatto della pellicola sull’immaginario del giovane è davvero notevole, al punto che il nostro, in futuro, citerà sempre quell’episodio come l’indiscussa origine della sua passione per l’universo dei b-movie e della fantascienza.
Nel 1965 fonda la fanzine Fantastic Film Illustrated dedicata al cinema fantascientifico. Sono gli anni in cui, con l’ausilio di una cinepresa Brownie 8mm., realizza dei cortometraggi fanta-horror di natura per lo più parodica. Intanto si iscrive all’università del Kentucky.

Nel 1968 è ammesso alla rinomata University of Southern California dove può approfondire le sue conoscenze in campo registico, fotografico e di montaggio. Ai fini della sua crescita artistica, ciò che rende fondamentale l’esperienza all’USC è l’incontro con i futuri collaboratori Dan O’Bannon e NickCastle.
Insieme a Castle, Carpenter scriverà soggetto e sceneggiatura dello short-movie The Resurrection of Broncho Bill  (1970) diretto da James Rokos e vincitore dell’Awards (!) come migliore cortometraggio. Cavalcando sulle ali di un grande e giustificato entusiasmo, Carpenter si impegna nella realizzazione del proprio saggio di diploma: il corto fantascientifico Dark Star. Il progetto verrà ripreso e sviluppato come lungometraggio in 35mm quattro anni dopo.
Nel 1976 realizza un thriller dall’anima sostanzialmente "western": Assault on Precint 13 (in Italia tradotto in Distretto 13, le brigate della morte) che, in quanto a composizione narrativa, richiama  Per un dollaro d’onore di Howard Hawks (uno dei dichiarati registi di riferimento del nostro). L’accoglienza tributata al pur pregevole lavoro del giovane regista è però piuttosto tiepida, sebbene con il passare degli anni il film diverrà un cult-movie nei circuiti festivalieri e dei cine-club.
In un periodo in cui comincia ad interessarsi alle produzioni televisive (ricordiamo il film-tv del ’78 HighRise, in Italia Pericolo in agguato), Carpenter riceve dal produttore di Irvin Yablans la proposta di dirigere un film basato sulla storia di un maniaco omicida che perseguita alcune giovani baby-sitter.
Il progetto si concretizza qualche mese dopo nel film Halloween (in Italia Halloween, la notte delle streghe) del 1978, praticamente il più grande successo commerciale del regista. Nel film, co-sceneggiato dall’amica e futura compagna Debra Hill, appare anche una convincente Jamie LeeCurtis nel ruolo della protagonista.
Nel 1980, dopo una seconda esperienza televisiva (Elvis, the movie, in Italia Elvis, il re del rock; da ricordare se non altro per essere stata la prima occasione d’incontro tra il regista e l’attore Kurt Russell), Carpenter dirige l’horror The Fog, co-sceneggiato da Debra Hill e divenuto un successo clamoroso dopo la partecipazione al prestigioso Festival di Avoriaz.
Un anno dopo, sviluppando un concept maturato nella metà degli anni ’70, realizza uno dei suoi film più famosi: il thriller fanta-politico Escape from New York  (da noi 1997: Fuga da New York) che ha come protagonista principale, nel ruolo di Jena/Snake Plissken, Kurt Russell.
Nel 1982 Carpenter, divenuto ormai regista-culto, si dedica all’ambizioso quanto riuscitissimo progetto di un remake basato sul film del ’51 The thing (in Italia La Cosa da un altro mondo) di Nyby-Hawks: il titolo della pellicola sarà The Thing, tradotto semplicemente come La Cosa nella versione nostrana.
Il 1983 è l’anno di Christine (Christine, la macchina infernale) tratto da un romanzo di Stephen King, a cui fa seguito, l’anno dopo, il malinconico fantasy Starman con Jeff Bridges.
Nel 1986 realizza un divertito omaggio al cinema orientale e ai film di kung-fu: Big Trouble in Little China (Grosso guaio a Chinatown) che segna una nuova collaborazione con Russell.

Seguono quattro lavori che presentano e approfondiscono alcune delle tematiche tipiche dell’ormai affermato "Carpenter style".
Il primo di essi è Prince of Darkness
(Il Signore del male), del 1987, che affronta l’argomento della dicotomia tra Bene e Male, scienza (fisica quantistica) e religione (possessione demoniaca); They live (Essi vivono), del 1988 e Memoriesof an invisible man (Avventure di un uomo invisibile), del 1992, prendono ad oggetto il tema della mistificazione della realtà e della necessità di uno sguardo "sbieco" per coglierne le esatte coordinate; nel teorico In theMouth of Madness (Il seme della follia), del 1994, vengono invece messi in luce i meccanismi del legame quasi "fideistico" che sussiste tra i prodotti di fiction (in questo caso romanzi horror) e i loro allucinati consumatori.

Comincia ora, per il regista del Kentucky, un periodo piuttosto "apatico", che sfocerà in prodotti sicuramente non all’altezza dei capisaldi della sua carriera. Ci riferiamo ai mediocri Body Bags del ’93, Village of Damned (Il Villaggio dei dannati, remake di un film del ’62 di Wolf Rilla) e allo scialbo Escapefrom Los Angeles (Fuga da Los Angeles, seguito del già menzionato Escape from New York).
Per fortuna, negli anni a venire la verve del regista beneficerà di una felice impennata, espressa nei suoi ultimi lavori che, pur non riportandoci ai fasti di un tempo, almeno rassicurano per maestria della messinscena e dignità della narrazione. Alludiamo ovviamente all’horror in "salsa western" Vampires del 1998 e del fantascientifico tecno-horror Ghosts of Mars (Fantasmi da Marte ) del 2001.

La notte, la solitudine e l’onore in John Carpenter
di Fabio Funari

John Carpenter è "il regista della notte e della solitudine". Lo è a pieno titolo. Più di molti altri che si autodefiniscono come tali. Inoltre, la condizione notturna e solitaria dei suoi eroi e il carattere underground delle ambientazioni e situazioni scelte, inducono a leggere la maggior parte dei testi carpenteriani come "western non-western", che del genere tanto amato hanno assorbito tutto quanto c’era da assorbire, al punto da rendere superflua un’operazione dichiarata (non è un caso che nella filmografia carpenteriana manchi un vero e proprio western).

Ma se per qualità e specificità dei sottotesti utilizzati Carpenter è sicuramente un regista di genere, per le scelte più squisitamente ritmico-narrative possiamo considerarlo un outsider amante delle sfide contro il tempo.
Molti dei suoi lavori infatti (pensiamo ad Escape from New York, a Fog o a In the Mouth of Madness) fondano la propria struttura narrativa sull’incedere del tempo, che molto spesso si traduce in un vero e proprio conto alla rovescia.

Tutto ciò enfatizza e rende più drammatico il ruolo dei protagonisti, che il più delle volte sono dei braccati, degli emarginati, delle creature che fanno della fuga/lotta la loro unica ragion d’essere in un mondo che diviene – a volte per un brusco cambio di prospettiva, di "ottica" – matrice di ostilità.
Si pensi a tal proposito al protagonista di They Live, che acquisisce una consapevolezza/coscienza (quasi "di classe") nel momento in cui, grazie a lenti speciali, riesce a vedere oltre il velo mistificante; o a Jena Plissken, il cui sguardo monoculare ci segnala forse il suo "aver chiuso un occhio" nei confronti del mondo per dedicarsi alla propria egoistica lotta per la sopravvivenza.

Se la solitudine è un sostrato perenne nella produzione del regista del Kentucky, non possiamo però ignorare la costante presenza dell’elemento solidarietà che si genera tra i suoi eroi. Ciò non è in conflitto con il punto precedente.
Difatti gli eroi di Carpenter – pur rispettando un inviolabile codice d’onore – stringono alleanze sempre contingenti e dettate solo dalla minaccia che incombe (questo è palese ad esempio in Assault on precint13 e in Ghosts of Mars dove i protagonisti, inizialmente in conflitto, si ritrovano improvvisamente a combattere per la stessa battaglia).

Ma lo spettatore imparerà presto che il raggiungimento del comune obiettivo (la vittoria o la lotta in sè) non si traduce mai in unione eterna, semmai in eterna garanzia di rispetto reciproco. A giochi fatti gli eroi carpenteriani torneranno alla situazione di isolamento di partenza, a meno che lo stato di cose non imponga nuove riunioni. Si pensi ad esempio all’emblematico finale di Ghosts of Mars, in cui Desolation Williams recluta ancora una volta l’agguerrita Ballard a causa di un inaspettato "…alzarsi della marea!".

Dopo la metà degli anni ’80, la poetica di Carpenter si arricchisce di nuovi elementi che si tradurranno in operazioni forse meno scanzonate e divertite delle precedenti, a vantaggio però di un accresciuto cerebralismo, segno dell’avvenuta crescita artistica e filosofica del regista.
A partire dal periodo in cui elabora il soggetto di Prince of Darkness (siamo nella metà degli anni ’80) Carpenter inizia ad appassionarsi alla fisica dei quanti e legge un gran numero di testi sull’argomento. Le ricerche sfoceranno in una visione più complessa del reale e, quindi, del proprio modo di fare cinema.

Assumeranno un ruolo centrale la figura dell’osservatore e la visione del reale come complessa intersezione di piani. In Carpenter adesso convergono Einstein e Heisenberg, Leone e Hawks, LovecraftDick. Testi come il già citato Prince of Darkness, In the Mouth of Madness e, più formalmente, il recente Ghosts of Mars testimoniano del nuovo corso della poetica carpenteriana. 

FILMOGRAFIA

DARK STAR (1975)

DISTRETTO 13: LE BRIGATE DELLA MORTE (1976)

HALLOWEEN, LA NOTTE DELLE STREGHE (1978)

ELVIS (1979)

FOG (1979)

1997: FUGA DA NEW YORK (1981)

LA COSA (1982)

CHRISTINE: LA MACCHINA INFERNALE (1983)

STARMAN (1984)

GROSSO GUAIO A CHINATOWN (1986)

IL SIGNORE DEL MALE (1987)

ESSI VIVONO (1988)

AVVENTURE DI UN UOMO INVISIBILE (1992)

BODY BAGS (1993)

IL SEME DELLA FOLLIA (1993)

IL VILLAGGIO DEI DANNATI (1995)

FUGA DA LOS ANGELS (1996)

VAMPIRES (1998)

FANTASMI DA MARTE (2001)

Devo ammettere di aver visionato solo Distretto 13, 1997: Fuga da New York e Le avventure di un uomo insivisibile e devo dire che i primi due sono dei film a dir poco stupendi, un mix perfetto di tutte le qualità positive che il buon cinema fatto bene deve avere, almeno secondo i miei gusti. Ovviamente, nei miei programmi c’è quello di ampliare la mia conoscenza di questo regista, che spero, anzi ne sono convinta, non deluderà con le altre sue pellicole.

 

Woody Allen

Regista, clarinettista, battutista, sceneggiatore, attore, e chi più ne ha più ne metta. Woody Allen, nonostante non sia un adone, è l’uomo che quasi ogni donna (o perlomeno io, meglio parlare per sé), desidererebbe al suo fianco, e ne sono un esempio gli amori che ha vissuto negli anni, tutti con donne bellissime. Woody Allen riesce a farti ridere con battute intelligenti, sarcastiche, mai stupide o scontate, nonostante gli argomenti a lui cari siano praticamente sempre gli stessi: la psicoanalisi, l’ebraismo, il sesso, il cinema, la filosofia. Ma riesce a farlo in maniera così ironica e così diversa e divertente ogni volta, che non ti fa mai stancare di guardare i suoi film, tutti più o meno meravigliosi e tutti più o meno forieri di successi immensi. Ovviamente nella sua vastissima produzione ci sono delle pellicole di livello inferiore rispetto alle altre, ma è cosa del tutto normale in un artista a tutto tondo e così longevo come il caro e buffo Woody. Un ‘altra cosa che adoro in lui è l’amore pazzesco che ha verso la sua città, New York, amore che riesce a trasmettere a noi spettatori, quasi conoscessimo a menadito come lui la meravigliosa Manhattan, molto spesso immortalata in alcuni dei suoi migliori film. Insomma, Woody è uno dei miei registi ma anche attori preferiti, nessuno mi fa ridere, emozionare e riflettere come lui, proprio perché sono delle risate, delle emozioni e delle riflessioni intelligenti. Peccherà forse di troppo intellettualismo? Meglio, io adoro gli intellettuali!

 
«Ho smesso di fumare. Vivrò una settimana in più e in quella settimana pioverà a dirotto.»

«Ho 12 anni. Vado alla sinagoga. Chiedo al rabbino qual è il significato della vita. Lui mi dice qual è il significato della vita. Ma me lo dice in ebraico. Io non lo capisco, l’ebraico. Lui chiede 600 dollari per darmi lezioni di ebraico.»

«Gli americani non gettano mai via i loro rifiuti. Li trasformano in show televisivi!»

«É assolutamente evidente che l’arte del cinema si ispira alla vita, mentre la vita si ispira alla TV.»

«Il mio primo film era così brutto che in sette stati americani aveva sostituito la pena di morte.»

 

Biografia e notizie tratte da Wikipedia

Allen Stewart Königsberg nasce il 1° dicembre 1935 a Brooklyn, New York in una famiglia di modesta condizione sociale di origini russe ed austriache. Il padre, Martin Königsberg (19002001), svolge diversi lavori: lavora prima come incisore di gioielli presso un orafo, poi come cameriere a Manhattan e infine come tassista; la madre, Nettea Cherry (19082002), detta Netty, è impiegata come contabile presso un fiorista ed entrambi provengono da famiglie ebree di origine europea. Nel 1943 nasce sua sorella, Letty Aronson, che in futuro lo sosterrà sempre e gli sarà sempre molto vicina.
All’età di 3 anni la madre lo porta al cinema a vedere primo lungometraggio d’animazione della Disney, Biancaneve e i sette nani (1937), che affascina e segna il piccolo Woody indelebilmente; da allora, come spesso ha raccontato successivamente in diverse interviste, la sala cinematografica diventa la sua seconda casa. Da ragazzo il suo film preferito è La fiamma del peccato (1944) di Billy Wilder.
Il primo anno di scuola viene messo in una classe avanzata grazie al suo elevato QI, ma sviluppa da subito un odio per lo scuola diventando un ribelle, non svolgendo i compiti a casa, rispondendo male agli insegnanti e disturbando continuamente in classe. Sorprendentemente si dimostra molto abile negli sport, pallacanestro, football americano, baseball, stickball, sia a scuola che nel quartiere; si appassiona anche al pugilato, allenandosi per diversi mesi prima che i suoi genitori gli chiedessero di smettere.
Soprannominato Red, "rosso", dai compagni per i suoi capelli rossi, si distingue tra gli studenti per il suo straordinario talento nei giochi di carte e nei trucchi di magia, cui si appassiona e che in seguito spesso appariranno nelle sue opere. All’età di 15 anni partecipa ad un’audizione per il programma televisivo The Magic Clown, per il quale esegue un trucco chiamato Passe-Passe Bottles, ma non viene messo in onda perché comprendeva l’uso di bottiglie di alcolici, ed il programma era destinato ad un pubblico di bambini. Nel frattempo inizia anche a suonare il clarinetto.
Dopo aver frequentato la scuola ebraica per otto anni e quella pubblica, la Public School 99, Allen viene iscritto alla Midwood High School di Brooklyn, dove conosce Mickey Rose, futuro co-autore di alcune delle sue prime sceneggiature, con il quale condivide gli interessi per il basket, il baseball, il cinema e la musica jazz. Durante quegli anni vive sulla Avenue K, tra la 14a e la 15a Est.
Continua a dimostrare poco interesse per lo studio e la lettura, preferendo di gran lunga la scrittura di gag e barzellette, che spedisce ai giornalisti umoristici Walter Winchell e Earl Wilson, i quali, entusiasti del materiale ricevuto, decidono di contattare l’autore e di trovargli un agente, David O. Alber, che inizia a far pubblicare Allen su diverse riviste e giornali.


Nel 1952, all’età di 17 anni, assume lo pseudonimo di Woody Allen, in onore del celebre clarinettista jazzWoody Herman. Due anni dopo, nel 1954, viene assunto dalla rete televisiva nazionale ABC, della quale diventa l’autore di punta scrivendo per celebri programmi come il The Ed Sullivan Show e The Tonight Show.
Nel 1955 inizia la sua prima relazione stabile con Harlene Rosen, studentessa di filosofia; i due si incontrano casualmente per formare un trio jazz insieme all’amico di Allen Elliot Mills; nel gruppo, che suona insieme in un’unica occasione, Allen suona il sassofono soprano, la Rosen il pianoforte e Mills le percussioni. Nel 1955 passa alla rete televisiva NBC e si trasferisce ad Hollywood, senza Harlene, per unirsi ad un gruppo di scrittori per il programma The Colgate Comedy Hour. L’autore principale dello show è Danny Simon, fratello maggiore dell’autore teatrale Neil Simon, al quale Allen in seguito ha sempre riconosciuto di averlo aiutato a sviluppare il suo classico stile di scrittura.
Il 15 marzo 1956, all’età di 20 anni, la coppia si sposa ad Hollywood, per poi tornare a New York ed andare a vivere insieme a Manhattan. I due divorziano bellicosamente dopo sei anni nel 1962. Harlene Rosen, alla quale Allen si riferiva spesso nei suoi spettacoli di cabaret definendola "la terribile signora Allen" ("the dread Mrs. Allen"), successivamente denunciò l’ex-marito per diffamazione per alcuni commenti che questi aveva fatto in alcuni show televisivi poco dopo il loro divorzio. La versione di Allen nel suo album Standup Comic, che raccoglie i suoi migliori pezzi comici degli anni sessanta, è diversa; nel suo pezzo Allen racconta che l’ex-moglie lo denunciò per una battuta che fece in un’intervista. In un’intervista successiva al The Dick Cavett Show, Allen riaccese la polemica ripetendo i propri commenti, pur riferendosi alla Rosen come alla sua "seconda moglie", e riferendo che l’ammontare della somma richiesta per la causa era di 1 milione di dollari.
I genitori progettano di farlo studiare all’università, ma la frequentazione di Allen alla New York University, dove studia comunicazione e cinema, si limita ad un solo semestre, peraltro senza grandi risultati; frequenta quindi brevemente il City College of New York, ma i risultati sono li stessi dell’esperienza precedente. La sua carriera, invece, non conosce sosta.
Come autore scrive i pezzi per numerosi comici al prezzo di 100$ al minuto, e tra il 1956 e il 1958 lavora al teatro Tamiment, dove fa grande esperienza come autore e regista; il teatro, infatti, produceva settimanalmente nuovi musical e sketch comici, che Woody scrive e dirige. Di nessuno di questi spettacoli esiste ancora oggi il copione, fatta eccezione per lo spettacolo della serata d’apertura, la cui sceneggiatura è stata ritrovata al teatro recentemente.
Nel novembre 1958 inizia a lavorare come co-autore con Larry Gelbart per il The Chevy Show della NBC. Il programma, presentato dalla celebre stella televisiva Sid Caesar, dura per oltre 10 anni.

 

In questi anni Allen si accontenta del suo lavoro per la TV, che gli frutta più di 1.700$ a settimana. Dopo aver visto uno spettacolo di Mort Sahl, tuttavia, e con la perdita di interesse nel suo lavoro autore televisivo, prende la decisione di iniziare una propria carriera come cabarettista.
Nel 1958 cambia agenti, passando nelle mani di Jack Rollins e Charles H. Joffe, che saranno poi i produttori di tutti i suoi film, anche se con i due curiosamente Allen non ha mai siglato un contratto ufficiale, ma solo una "stretta di mano", nonostante i suoi manager abbiano nel tempo negoziato per lui contratti da milioni di dollari, senza che ci sia mai stata la minima controversia. I due manager lo spronano a portare sul palco il suo stesso materiale.
L’anno successivo, iniziando a sentirsi malinconico senza capirne il motivo, per la prima volta decide di consultare uno psicoanalista. Da allora, e per più di 30 anni, la terapia diventa un appuntamento fisso alla media di una seduta a settimana, con brevi periodi di pausa e con periodi più intensi con anche 3 appuntamenti a settimana. La psicoanalisi sarà un elemento portante dei suoi film e del suo personaggio.
Nel 1960 inizia ufficialmente la sua carriera di stand-up comedian, esibendosi con grande successo in numerosi night club newyorchesi. Nel frattempo continua a scrivere per la televisione, in particolare per il popolare programma Candid Camera, nel quale appare persino in alcuni episodi. Conosce, nel frattempo, Marshall Brickman, con il quale collabora come autore TV, con il quale in futuro scriverà alcune delle sue migliori sceneggiature.
Insieme ai suoi manager riesce a trasformare le sue debolezze nel suo punto di forza, sviluppando la sua classica immagine nevrotica, cerebrale e timida che diventerà una costante delle sue pellicole. Diventa in breve molto popolare come comico, e i suoi spettacoli diventano sempre più richiesti e frequenti. Durante questo periodo usa qualche volta il nome d’arte di Heywood Allen, anche se mai in maniera ufficiale.
Inizia a scrivere storie brevi per alcune riviste (la maggior parte delle quali per il prestigioso The New Yorker) ed opere teatrali; il primo successo a Broadway arriva con Don’t Drink the Water (1966), che viene replicato per 598 performance.
Il 2 febbraio 1966 si risposa nuovamente, questa volta con l’attrice e comica Louise Lasser. Sceglie la moglie come una delle voci per il doppiaggio suo primo film da regista, Che fai, rubi? (1966), e le trova un ruolo minore nel suo secondo film, Prendi i soldi e scappa (1969). La Lasser sarà da quel momento co-protagonista di altre due delle prime pellicole di Allen, Il dittatore dello stato libero di Bananas (1971) e Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso * ma non avete mai osato chiedere (1972), oltre che del cortometraggio Men of Crisis: The Harvey Wallinger Story (1971), prima della fine della loro relazione, inaugurando quello che poi per Allen diventerà una sorta di abitudine. La coppia divorziò nel 1969; Allen non si risposerà fino al 1997.
Allen continua la sua carriera di comico fino al 1968, diventando sempre più popolare ogni anno; agli inizi nel 1960 guadagnava solamente 75 dollari la settimana, ma già nel 1964 era un comico affermato e richiesto in tutto il paese, e i suoi guadagni settimanali arrivavano ad oltre 5000 dollari. Nel suo periodo come showman pubblica tre album con i suoi sketch, Woody Allen, Woody Allen Volume 2 e The Third Woody Allen Album. Oggi l’unica registrazione reperibile è il CD del 1978 Woody Allen: Standup Comic, una raccolta dei migliori pezzi.

 
Nel 1965 firma la sua prima sceneggiatura cinematografica: Ciao Pussycat, diretto da Clive Donner, nel quale appare in un ruolo minore accanto a Peter Sellers, Peter O’Toole, Romy Schneider, Capucine ed Ursula Andress.
Nel 1966 realizza il suo primo lungometraggio, Che fai, rubi?, per il quale firma la sceneggiatura e la regia, e nella quale appare in veste di attore. Il film utilizza diverse clip del film giapponese Kokusai himitsu keisatsu: Kagi no kagi (1965, noto anche con il titolo inglese internazionale di International Secret Police: Key of Keys) di Senkichi Taniguchi, una sorta di parodia di una pellicola di James Bond, i cui dialoghi vengono doppiati in inglese completamente reinventati in chiave comica e surreale da Allen: la storia del film di Taniguchi si trasforma in una lotta per il possesso di una ricetta di un’insalata di pollo.
Del 1967 è la sua partecipazione al film collettivo James Bond 007 – Casino Royale, una parodia "non ufficiale" della saga dedicata a James Bond.

 

Dopo aver divorziato da Louise Lasser, nel 1969 durante i provini per la messa in scena a Broadway della sua celebre e fortunata opera teatrale Provaci ancora, Sam, che diventerà un film diretto da Herbert Ross1972 con lo stesso Allen protagonista, incontra Diane Keaton. Lo spettacolo ottiene anch’esso un grande successo e viene replicato per 453 performance.
Durante la loro collaborazione, i due danno inizio a una relazione duratura che darà vita anche ad un proficuo sodalizio artistico; Allen, infatti, sceglierà sempre la compagna come protagonista di tutte le sue pellicole, tra le quali Io e Annie (1977), che frutta ad Allen tre premi Oscar 1978. per il "miglior film, la "miglior regia" e la "miglior sceneggiatura originale", ed alla Keaton quello per la "miglior attrice protagonista". Il film è interamente dedicato alla Keaton: il personaggio di Annie Hall, la protagonista, ha il vero cognome di Diane Keaton, che la interpreta, il cui vero nome è proprio Diane Hall. Annie è inoltre il soprannome con cui Woody Allen chiamava la sua compagna. La coppia non si è mai sposata. Allen, anche dopo il suo matrimonio con Soon-Yi Previn, ha sempre definito Diane Keaton come il grande amore della sua vita.
I due hanno collaborato spesso, anche dopo la separazione, ed insieme hanno girato 8 film: Provaci ancora, Sam (1972), Il dormiglione (1973), Amore e guerra (1975), Io e Annie (1977), Interiors (1978), Manhattan (1979), Radio Days (1987) e Misterioso omicidio a Manhattan (1993).
Tutti i primi film di Allen sono commedie pure che puntano molto su una comicità fisica slapstick, battute fulminee e gag visive, che da sempre caratterizzano i dialoghi di Allen, tenute insieme da una trama esile, creata ad arte come raccordo tra le varie situazioni necessarie per gli sketch.. Protagonista di tutte queste sue prime pellicole è lo stesso Allen, che punta molto sulla sua figura perfetta per il suo stile di comicità. Tra le maggiori influenze di questo periodo figurano Bob Hope e Groucho Marx.

 
Nel 1976 recita in Il prestanome di Martin Ritt, una pungente satira sulle "liste nere" della Hollywoodmaccartista degli anni cinquanta.
I maggiori successi di Allen, critici e commerciali, arrivano nella decade che inizia nel 1977 con l’uscita nelle sale di Io e Annie, che gli vale 4 Oscar 1978 ("miglior film, "miglior regia", "miglior sceneggiatura originale" e "miglior attrice protagonista" alla Keaton) e 1 Golden Globe ("miglior attrice protagonista musical/commedia", sempre alla Keaton). Il film, oggi considerato un classico moderno, segna il passaggio di Allen ad una comicità più sofisticata, mescolata ad aspetti drammatici, segnando allo stesso tempo un nuovo modello per il genere della commedia romantica, ed influenzando la moda con lo stile particolare di vestiti scelto dalla Keaton per il suo personaggio; il film è di per sè un omaggio alla sua compagna.
Alla pellicola seguono in breve tempo altri due successi, sofisticato Interiors (1978), suo primo film drammatico e prima pellicola nella quale non appare in veste di attore, ispirato ad uno degli idoli di Allen, Ingmar Bergman, e Manhattan (1979), una serenata alla sua amata New York con le musiche di George Gershwin, definito da alcuni critici statunitensi "l’unico grande film americano degli anni settanta", condito da una comicità meno buffonesca e più riflessiva.
Negli anni ottanta Allen comincia ad inseire nei suoi film diversi riferimenti filosofici. Al Festival di New York del 1980 presenta Stardust Memories, dalla forte componente autobiografica, ispirato al cinema europeo ed in particolare a Federico Fellini ed Ingmar Bergman, accolto freddamente dai critici. Nel film un regista di successo, Sandy Bates, interpretato dallo stesso Allen, esprime il suo risentimento e il suo disprezzo per i propri fan; sconvolto dalla recente morte di un caro amico, Bates afferma di non voler mai più girare film comici, ed una gag ricorrente per tutto il film vede diverse persone (compreso un gruppo di alieni!) esprimere a Bates il proprio apprezzamento per i suoi film, "specialmente i primi comici".
L’anno successivo scrive e dirige Zelig, tragicomica parodia idiosincratica di un documentario degli anni venti e trenta, da molti considerato uno dei sui capolavori.

 

Verso il 1980, Allen inizia una lunga relazione, durata oltre 12 anni, con l’attrice Mia Farrow, la quale, come Louise Lasser prima e Diane Keaton poi, avrà da quel momento i ruoli da protagonista in diversi suoi film. Scrive appositamente per lei Una commedia sexy in una notte di mezza estate (1982).
La Farrow ed Allen non si sposarono mai, ma insieme adottarono due bambini, Dylan Farrow (che ha cambiato il suo nome in Eliza ed è oggi noto come Malone) e Moses Farrow (nota come Misha), ed ebbero un figlio biologico, Satchel Farrow (oggi noto come Ronan Seamus Farrow). Allen non adottò nessuno degli altri figli della Farrow e del suo ex-marito André Previn, compresa l’orfana coreana Soon-Yi Farrow Previn (oggi nota semplicemente come Soon-Yi Previn).
Allen e la Farrow si separarono nel 1992, dopo che la donna scoprì alcune fotografie di Soon-Yi nuda scattate dal compagno, e la successiva ammissione di Allen della relazione con la figlia adottiva. Dopo la separazione iniziò una lunga e pubblica battaglia legale tra i due per la custodia dei figli. Durante il processo, la Farrow accusò Allen di abusi sessuali sulla figlia adottiva di sette anni Malone. Il giudice concluse che le accuse erano prive di fondamento e non si arrivò mai in tribunale. Allen non venne indiziato, ma il giudice definì comunque "inappropriata" la sua condotta. La custodia dei tre figli della coppia venne affidata alla Farrow. Ad Allen è stato negato il permesso di visitare Malone, e può vedere Ronan solamente sotto supervisione, mentre Misha, all’epoca quattordicenne, decise di non vedere suo padre.
In un’intervista del 2005 a Vanity Fair, Allen ha dichiarato che nonostante lo scandalo che ha danneggiato la sua reputazione e la sua immagine, la scoperta della Farrow delle fotografie fu "solo uno degli eventi fortuiti, dei colpi di fortuna della mia vita […] è stato un punto di svolta in meglio." Sulla sua relazione con la Farrow ha dichiarato "Sono sicuro che ci sono delle cose che avrei dovuto fare diversamente. […] Probabilmente in retrospettiva avrei dovuto dichiarare la relazione prima di quanto feci." Solo un anno dopo la separazione e la battaglia legale, Allen considerò brevemente la Farrow come candidata per il ruolo di sua moglie nel film La dea dell’amore, ruolo poi andato a Helena Bonham Carter su suggerimento del direttore del casting.
La coppia insieme ha girato 13 film: Una commedia sexy in una notte di mezza estate (1982), Zelig1983), Broadway Danny Rose (1984), La rosa purpurea del Cairo (1985), Hannah e le sue sorelle (1986), Radio Days (1987), Settembre (1987), Un’altra donna (1988), New York Stories (1989), Crimini e misfatti1989), Alice (1990), Ombre e nebbia (1992) e Mariti e mogli (1992).

 
Poco dopo lo scoppio dello scandalo esce Mariti e mogli (1992), l’ultimo film della coppia Allen-Farrow, il film più autobiografico e sincero, con un incredibile cast di quarantadue attori, di cui sette protagonisti, cui segue Misterioso omicidio a Manhattan (1993), che combina thriller e commedia nera, nel quale torna a recitare accanto a Diane Keaton, e Pallottole su Broadway (1994).
Nello stesso anno dirige la trasposizione cinematografica di una sua vecchia commedia per la ABC, Don’t Drink the Water, già precedentemente portata sul grande schermo da Howard Morris, con il titolo Come ti dirotto il jet, nel 1969.
Verso la metà degli anni novanta la sua produzione torna ad assumere toni più leggeri, pur mantenendo uno stile ricercato ed intelligente; nel 1995 esce La dea dell’amore, che frutta un premio Oscar alla protagonista Mira Sorvino; nel 1996 Allen dirige il suo primo musical, Tutti dicono I Love You, ambientato a Venezia, New York e Parigi. Gli attori furono informati dal regista che avrebbero dovuto cantare loro stessi solamente il primo giorno delle riprese. Subito dopo la realizzazione della pellicola Allen ha dichiarato di voler dirigere un altro musical, ma da allora non si è mai saputo più nulla di tale progetto.
Nel 1997 è la volta di Harry a pezzi, altro film meta-cinematografico ispirato al capolavoro del regista svedese Ingmar Bergman Il posto delle fragole (1957) che ottiene una nomination all’Oscar per la migliore sceneggiatura originale.
Il 22 dicembre 1997 sposa a Venezia la compagna Soon-Yi, alimentando nuove polemiche, e si dedica a un progetto sul mondo del cinema e della moda, Celebrity (1998), completamente girato a New York, in bianco e nero, che si avvale della fotografia di Sven Nykvist, col quale aveva già collaborato negli anni ottanta, e che vanta un ricco cast con Leonardo DiCaprio, Melanie Griffith, Kenneth Branagh e Winona Ryder.
Nel 1998 esordisce come doppiatore nel film d’animazione della DreamWorks Z la formica, nel quale dà la voce a Z, il protagonista del film, formica nevrotica modellata sulla sua personalità e sul suo aspetto; esce anche Wild Man Blues, un documentario di Barbara Kopple che ha seguito il tour europeo di Allen e della sua jazz band.
Nel 1999 esce Accordi e disaccordi, presentato fuori concorso alla Mostra di Venezia
dedicato al mondo del jazz degli anni trenta.

Nel 2000 cambia studio di produzione e passa alla DreamWorks SKG: il primo film girato per la nuova compagnia è Criminali da strapazzo, che presenta un’inversione di tendenza: Allen inizia a concedere più interviste e sembra intenzionato a tornare alle origini del suo stile comico. La pellicola è un discreto successo commerciale in patria, ma le quattro successive si rivelano dei flop al botteghino e vengono accolti male dalla critica: nel 2001 dirige La maledizione dello scorpione di giada, un omaggio ai film dell’epoca d’oro di Hollywood, e continua la sua prolifica produzione con Hollywood Ending (2002), nel quale, probabilmente non a caso, interpreta un vecchio regista hollywoodiano in declino, Anything Else2003) e Melinda e Melinda (2004). I suoi film ottengono un maggior successo in Europa, in particolare in Francia, dove il regista ha molti fan, e lo stesso Allen ha dichiarato di "sopravvivere" grazie al mercato europeo.
Nel frattempo nel 2000 recita in Ho solo fatto a pezzi mia moglie di Alfonso Arau.

 

Il ritorno alla ribalta, quando tutti ormai lo consideravano un regista finito, avviene al Festival di Cannes2005, dove presenta un film atipico per la sua filmografia, Match Point, con Jonathan Rhys-Meyers e Scarlett Johansson. Allen, questa volta solo sceneggiatore e regista, abbandona i toni della commedia per girare un dramma/thriller di denuncia sociale ambientato a Londra, lontano dalla sua New York, e cambia anche la colonna sonora: non più jazz, ma musica lirica.
Il film incassa negli USA più di 23 milioni di dollari (rivelandosi il suo film più proficuo degli ultimi 20 anni) e Allen riceve ancora una volta una candidatura gli Oscar per la sceneggiatura. In un’intervista rilasciata a Premiere Magazine, Allen ha dichiarato di considerare Match Point il suo miglior film.
Il 28 luglio 2006 esce negli USA il suo nuovo film, Scoop, scritto appositamente per poter nuovamente lavorare con Scarlett Johansson, divenuta sua nuova musa, accanto a Hugh Jackman, Ian McShane e Kevin McNally, e nuovamente ambientato a Londra. Nel film, un ritorno alla commedia, Allen torna a recitare dopo 3 anni di assenza dagli schermi (l’ultima apparizione era stata in Anything Else nel 2003).

 

Curiosità

  • Allen si rifiuta di guardare i suoi film dopo la loro uscita nelle sale, il regista, infatti, ha affermato che rivedendo la pellicola finita sicuramente penserebbe che il film non fosse sufficientemente buono e che avrebbe potuto fare di meglio. Anche per questo motivo non ha mai registrato un commento audio per nessuno dei suoi film da includere nei DVD, per i quali pretende edizioni semplici, prive di extra, monodisco e con l’audio mono che caratterizza tutti i suoi film.
  • Grande appassionato di pallacanestro, come di molti altri sport, baseball soprattutto, Allen è da molti anni un abbonato della squadra NBA della "Grande Mela", i New York Knicks, dei quali non perde una partita. I piani di lavorazione sono basati anche sulle date e sugli orari delle partite, in modo che Allen possa finire in tempo le riprese della giornata e andare a vedere la partita.
  • Quasi tutte le sequenze dei titoli di apertura e di chiusura dei film di Allen presentano come carattere di scrittura il Windsor bianco su sfondo nero, senza effetti di scorrimento, con musica jazz di sottofondo.

«Adoro la città, non mi piace la campagna. Fuori da New York ci sono solo due città al mondo dove mi sento a casa: una è Venezia, l’altra è Parigi. Sono venuto a Venezia per la prima volta a cinquant’anni e prima di arrivare, mentre stavo sull’aereo, ero preso dalle angosce: non mi piaceva molto l’idea di dovere andare in giro con una gondola oppure su una barca. Quando, però, mi sono trovato per la prima volta a solcare la laguna, il tempo melanconico, le emozioni del paesaggio, la gioia irrazionale che mi derivava dall’esserci me l’hanno fatta amare. So che è pazzesco, ma per qualche motivo che non so spiegare New York, Parigi e Venezia hanno per me un denominatore comune che me le fa sentire molto vicine. Io ho girato tutto il mondo e tutta l’Europa. Queste tre città, nel mio cuore, non hanno uguali.»

FILMOGRAFIA DA REGISTA

 

Inutile dire che di questa lista me ne mancano davvero pochi da visionare ancora, ma sarà fatto al più presto, proprio perché quando guardo i suoi film il tempo sembra non esistere più, tanto vengo immersa nelle sue storie e nel suo modo di fare cinema, così elegante, pulito, così europeo se vogliamo dire. Insomma, nonostante qualche flop (anche se per me non ci sono flop nella sua carriera, al massimo qualche film minore, ma di certo non brutto), rimane uno dei più grandi registi che il mondo della cinematografia oggi può vantare. I film che più mi hanno fatto sognare sono Io e Annie, Manhattan e Stardust memories, ma ho amato tantissime altre sue pellicole.
Il regista inoltre ha vinto numerosi premi: Oscar, Golden globe, BAFTA, Leone d’oro, Orso d’oro e molti altri.

 

Sonja: Oh no, Boris, no! Ti prego! Il sesso senza amore è una vacua esperienza.
Boris: D’accordo ma… nella sfera delle esperienze vacue, è una delle migliori! (Amore e guerra)

Non credo in una vita ultraterrena; comunque porto sempre con me la biancheria di ricambio.

("Colloqui con Helmholtz" in Saperla lunga)

Metti che tutto sia illusione e niente esista? Ma allora avrei pagato uno sproposito per quella moquette! Se solo Dio potesse darmi un segno! Per esempio intestandomi un conto in qualche banca svizzera. ("Frammenti di diario" in Citarsi addosso)

Annie: Oh, sei in analisi.

Alvy: S-sì. Oh… da quindici anni appena.

Annie: Quindici anni?

Alvy: Sì, hm… adesso gli do un altro anno di tempo… e poi vado a Lourdes.

(Io e Annie)

 

Alvy: Ho una concezione molto pessimistica , io, della vita. devi saperlo, questo, sul mio conto, se dobbiamo frequentarci, mi spiego. Io… secondo me… io ritengo che la vita sia divisa in due categorie: l’orribile e il miserrimo. Sono queste le due categorie. Orribile sarebbero, non so, hm… i casi più gravi, mi spiego? Tutti i ciechi, gli storpi e così via.

Annie: Sì.

Alvy: Non so… Non lo so mica, come tirano avanti. Per me è qualcosa di stupefacente. Mi spiego? Miserrimo sono tutti gli altri. E’ tutto, tutto qui. Quindi, quando pensi alla vita, devi ringraziare il cielo se sei soltanto miserrimo, perché è… è una grossa fortuna… essere… essere miserrimo. (Io e Annie)

" Io credo che il delitto, alla lunga, renda bene. Insomma, offra soddisfazioni. Le ore di lavoro non sono molte, non dipendi da nessuno, viaggi, conosci gente interessante…Insomma, è un buon lavoro. " (Prendi i soldi e scappa)

Sarò giustiziato domattina alle 6 per un crimine che non ho commesso: avrei dovuto essere giustiziato alle 5, ma ho un avvocato in gamba

L’unica volta che i due raggiunsero un orgasmo simultaneo fu quando il giudice porse loro la sente

Preferisco la cremazione alla sepoltura, e tutte e due ad un weekend con mia moglienza di divorzio

L’ultima volta che sono stato dentro una donna è stato quando ho visitato la Statua della Libertà

 

 

" Provo un intenso desiderio

di tornare nell’utero…

…Di chiunque. "

Quentin Tarantino

Quentin Tarantino, un uomo che si è fatto da sé, un regista eclettico ed originalissimo che ha saputo sfruttare un filone considerato di serie B e renderlo non solo di serie A, di più. Che ha saputo amalgamare così sapientemente sesso, potere, droga, azione, vendetta, odio, amore e quant’altro nei suoi film, da diventare quasi un’icona del cinema splatter e pulp. Un regista che può non piacere per il suo essere così sopra le righe, per la sua eccentricità e molto spesso l’eccessiva violenza. Un regista che si può amare per gli stessi identici motivi. Indovinate da che parte sto?


Cenni biografici da Wikipedia

Quentin Jerome Tarantino (Knoxville, Tennessee, 27 marzo 1963) è un regista, sceneggiatore, attore e produttore cinematografico statunitense. Tarantino è particolarmente celebre per la sua cinefilia quasi maniacale; grazie anche ad un passato come commesso in una videoteca di Manhattan Beach, a Los Angeles, California, il Manhattan Beach Video Archivies, possiede una cultura cinematografica invidiabile, orientata in special modo ai b-movie e ad altri generi quasi sconosciuti, che certo hanno influenzato pesantemente il suo stile.
Nelle sue opere non si contano citazioni, omaggi e riferimenti più o meno velati (è un fervente ammiratore, in particolar modo, del cinema italiano, da Sergio Leone alle commedie sexy anni ’70), e lo afferma lui stesso, citando un famoso aforisma di Igor Stravinsky in puro stile pulp, in risposta ad accuse di plagio: "I grandi artisti non copiano, rubano".
Con il film Pulp Fiction vince la Palma d’Oro al Festival di Cannes e conquista sette nomination agli Oscar, ottenendo la statuetta per la miglior sceneggiatura insieme a Roger Avary, ex-collega al videonoleggio, con il quale firma le sue prime sceneggiature.
Se il suo stile è da molti considerato eccessivo e violento, per una larga fetta di pubblico alcuni suoi film sono considerati dei veri e propri cult. Celebri le sue sceneggiature complesse e i suoi tipici dialoghi, talvolta al limite del delirante, che hanno influenzato più di una generazione.

Le origini

Una caricatura artistica di Quentin Tarantino.

Quentin Tarantino nasce a Knoxville, Tennessee, il 27 marzo del 1963. La madre, Connie McHugh, era un’infermiera di 16 anni, di origini per metà irlandesi e per metà Cherokee; il padre, Tony Tarantino, che Quentin non conobbe mai perché la madre si separò da lui mentre era ancora incinta, era un italiano di 21 anni, attore con la passione per i western, pilota di aerei e cintura nera di karate. Due anni dopo la nascita del figlio, Connie sposò il musicista Curt Zastoupil, con il quale il giovane Quentin strinse un forte legame.
Nel 1971, la famiglia traslocò a El Segundo, nell’area di South Bay di Los Angeles, dove Quentin frequentò la Hawthorne Christian School. Due anni dopo la madre divorziò dal patrigno.
Nel 1977, a soli 14 anni, Tarantino scrisse la sua prima sceneggiatura, Captain Peachfuzz and the Anchovy Bandit. Nel frattempo era passato alla Narbonne High School di Harbor City, California, che però abbandonò presto per iniziare a lavorare come maschera al Pussycat, un cinema porno di Torrance. Nel 1981 iniziò a prendere lezioni di recitazione entrando a far parte della Theatre Company di James Best.
Nel 1983 lavorò per qualche tempo per il proprio nuovo patrigno, Jan Bohusch, affittando stand alle fiere; l’anno successivo passò all’impiego (prima saltuario, poi fisso) presso il videonoleggio Manhattan Beach Video Archives, nell’area di Manhattan Beach a Los Angeles, dove strinse una grande amicizia con molti colleghi e soprattutto con Roger Avary, con il quale avrebbe spesso collaborato durante la sua sua successiva carriera cinematografica.
Continuò a studiare recitazione presso lo Actors’ Shelter di Allen Garfield, a Beverly Hills, ma i suoi interessi si spostarono gradualmente dalla recitazione alla scrittura di sceneggiature e alla regia.

My Best Friend’s Birthday

Nel 1986, mentre ancora lavorava ai Video Archives, Tarantino tentò per la prima volta di vestire i panni del regista iniziando a girare un film che avrebbe dovuto intitolarsi My Best Friend’s Birthday, su una sceneggiatura scritta dallo stesso Tarantino insieme all’amico e collega Craig Hamann. Tutti i membri del cast e della troupe erano anch’essi dipendenti dei Video Archivies, e parteciparono al progetto finanziandolo con 6.000 dollari, detratti dai loro stipendi (all’epoca circa 7 dollari all’ora).
Le riprese furono fatte su una pellicola 16 mm in bianco e nero, usando come location vecchi bar abbandonati e la casa della madre di Tarantino. La realizzazione del film, rallentata da numerosi contrattempi, si protrasse per ben tre anni, e naufragò definitivamente quando parte della pellicola girata andò distrutta per un errore del laboratorio di sviluppo. Il film è comunque visibile su internet e scaricabile su emule, nella versione di 32 minuti.
Molti dei personaggi e delle situazioni di My Best Friend’s Birthday sarebbero però stati ripresi da Tarantino nelle sue sceneggiature successive. Il personaggio di Clarence è infatti tornato alla ribalta nel 1993 in Una vita al massimo di Tony Scott, e al suo primo esordio alla regia, con Le Iene, Tarantino era indeciso su una canzone della colonna sonora che era poi una canzone utilizzata (senza i diritti d’autore) in My Best Friend’s Birthday.

Le prime sceneggiature: Una vita al massimo, Assassini nati e Dal tramonto all’alba

Tarantino ottenne per la prima volta un grande successo vendendo per 50.000$ la sceneggiatura di Una vita al massimo (True Romance), scritta nel 1987 insieme a Roger Avary, dalla quale venne realizzato nel 1993 un film con Patricia Arquette e Christian Slater, per la regia di Tony Scott
Nel 1989 scrive la sceneggiatura originale di Assassini nati (Natural Born Killers), venduta per 400.000$, portata sul grande schermo nel 1994 da Oliver Stone, con il quale Tarantino ebbe una violenta lite per gli eccessivi rimaneggiamenti fatti alla sua versione della storia, specialmente nel finale. A causa di tali divergenze, chiese in seguito di essere rimosso dai crediti del film, apparendo solo come autore del soggetto.
Nel 1990 scrive Dal tramonto all’alba (From Dusk Till Dawn), poi diretto nel 1995 da Robert Rodriguez, nel quale Tarantino avrà anche un ruolo da attore, al fianco di George Clooney.
Comincia a lavorare come script doctor, revisionando sceneggiature di diversi film, tra i quali Le mani della notte (Past Midnight), per il quale figura anche come produttore associato.

                                   

Le Iene

Tarantino nel ruolo di Mr. Brown in Le Iene.

La vendita delle sue prime opere lo mise sotto la luce dei riflettori. Ad un party a Hollywood incontrò il produttore Lawrence Bender, che incoraggiò Tarantino a continuare a scrivere sceneggiature. Il risultato di quell’incontro fu Le Iene (Reservoir Dogs).
La sceneggiatura scritta da Tarantino ed Avary fu letta dal regista Monte Hellman, che lo aiutò a trovare finanziamenti dalla Live Entertainment e ad assicurarsi la regia del film.
La pellicola fu girata in sole 5 settimane nell’estate del 1991, dopo che Tarantino era stato ammesso al workshop del Sundance Film Institute di Robert Redford, e poi fu presentata al Sundance Film Festival, poi a quello di Montreal e a quello di Toronto, riscuotendo ovunque un grande successo di pubblico e critica.
Ne venne fuori un film ricco di stile e tecnica, originale, cinico e sanguinoso, dal quale traspare in modo evidente la cinefilia del regista (elemento che sarebbe poi diventato il suo marchio di fabbrica). Il lungo dialogo con cui si apre il film è già estremamente tarantiniano, ma all’epoca nessuno poteva ancora saperlo…
È anche interessante notare come nel film compaiano alcuni tratti fondamentali del "mondo Tarantino": l’uso disinvolto della tecnica del flashback, l’ambiguità morale dei personaggi, i dialoghi barocchi dalle oscenità elaborate e dall’humor devastante, le scene violente spesso suggerite più che mostrate (lo si vede nella sequenza in cui viene torturato il poliziotto preso ostaggio, nella quale il momento esatto del taglio dell’orecchio non viene fatto vedere, ma impressiona lo spettatore come se venisse mostrato).

Pulp Fiction

Il successo di Le Iene portò Tarantino alle attenzioni dei produttori di Hollywood; gli vennero offerti numerosi progetti, tra i quali Speed e Men In Black. Tarantino, invece, preferì ritirarsi ad Amsterdam per lavorare alla sceneggiatura di Pulp Fiction.
Il successo della seconda pellicola fu ancora più eclatante del debutto: il film si aggiudicò la Palma d’OroFestival di Cannes del 1994 ed alla cerimonia degli Oscar 1995 vinse la statuetta per la "miglior sceneggiatura originale" (anche questa volta scritta insieme a Roger Avary), ricevendo anche la nomination come "miglior film". Fu una rivoluzione per il cinema indipendente.
Pulp Fiction è un film dalla trama complicata, frutto dell’intreccio di storie diverse ed apparentemente scollegate, rimescolate dall’autore con numerose prolessi ed analessi, simile nella brutalità al precedente. Nel cast, ricchissimo di talenti, numerose sono le grandi prove acclamate dalla critica; venne in particolare rilanciata la carriera di John Travolta grazie alla sua interpretazione del gangster pulpJack Rabbit Slim’s, nella quale Travolta torna a danzare sul grande schermo ad anni di distanza dai musical che lo resero celebre.
Fra gli altri attori celebri che parteciparono alla pellicola si contano Bruce Willis, Harvey Keitel, Uma Thurman, Samuel L. Jackson, Tim Roth, Christopher Walken, Ving Rhames e Rosanna Arquette.
al Vincent Vega, soprattutto grazie all’ormai famosa scena del ballo al locale

E.R., Killing Zoe, Mister Destiny e Four Rooms

Dopo il successo di Pulp Fiction, il 1994 ed il 1995 furono due anni intensi e pieni di impegni per Tarantino.
Nel 1994 dirige un episodio della celebre serie televisiva E.R. – Medici in prima linea, intitolato Niente di nuovo sotto il sole, e produce Killing Zoe, thriller pulp violento, scritto e diretto da Roger Avary, girato in soli cinque giorni.
Nel 1995 interpreta il suo primo ed unico film come attore protagonista, Mister Destiny (Destiny Turns on the Radio) e fa una piccola parte in Desperado di Robert Rodriguez, grande amico e compagno di studi al Sundance Film Institute.
Successivamente sceglie tra i suoi ex-"compagni di classe" al Sundance Film Institute tre registi: oltre Rodriguez, Tarantino chiama Allison Anders e Alexandre Rockwell per mettere su Four Rooms, un film diviso in quattro episodi, ognuno scritto e diretto da un regista diverso, legati tra loro, come omaggio alla Nouvelle vague francese.
L’uomo di Hollywood, l’episodio finale della pellicola, diretto da Tarantino, è ispirato ad una puntata della serie TV Alfred Hitchcock Presents, in onda nel 1960, intitolato L’uomo del Sud.
Nonostante l’ambiziosità del progetto, Four Rooms non ottiene il successo sperato.

Jackie Brown

Dopo tre anni di pausa, nel 1997 dirige Jackie Brown, il suo primo film basato su una trama non originale, adattata dal romanzo Rum Punch di Elmore Leonard, uno degli scrittori preferiti del regista.
Film inedito per Tarantino che, per le sue tinte soft, ha spiazzato tutti alla sua uscita, non eccedendo in esibizionismi come le pellicole precedenti. Si tratta, inoltre, di un omaggio al genere cinematografico della blaxploitation, con una delle più famose interpreti del genere, Pam Grier, nel ruolo della protagonista; l’attrice, infatti, aveva recitato in numerosi film del genere negli anni ’70, e venne "ripescata" da Tarantino, suo grandissimo fan dell’epoca.
Proprio per la sua atipicità, Jackie Brown alla sua uscita fu un insuccesso (incassò appena 39 milioni di dollari negli USA), ed è stato a lungo considerato come un passo falso di Tarantino; recentemente, però, sempre più critici hanno cominciato a rivalutare il terzo lungometraggio del regista statunitense che, seppur lontano dai suoi canoni estetici tipici, è un film ricco di stile, girato con una regia più classica e ricercata, e viene considerato da molti (fra cui Roger Ebert e Piera Detassis) addirittura come il suo miglior film. Inoltre recentemente il mensile "Movie insider" lo ha inserito nell’elenco nei "100 film che meritano maggior amore".

Kill Bill

Daryl Hannah e Quentin Tarantino discutono sul set durante le riprese del film

Dopo Jackie Brown, Tarantino si prende una lunga pausa come regista, ben sei anni. Nel frattempo, nel 1998 debutta a Broadway, nella commedia Wait Until Dark, e nel 2000 recita in un piccolo ruolo nel filmLittle Nicky – Un diavolo a Manhattan (Little Nicky) di Steven Brill. Nel 2002 fa un’apparizione nella serie televisiva Alias.
Il suo nuovo progetto sarebbe dovuto essere un film di guerra, Inglorious Bastards, ma il regista decise, invece, di posticipare la produzione, per potersi dedicare ad un altro grande progetto, Kill Bill, "regalo di compleanno" per i 30 anni di Uma Thurman.
Le riprese iniziano nel 2002 (avrebbero dovuto iniziare un anno prima, ma la gravidanza della Thurman fece slittare il piano di lavoro), ed in corso di lavorazione sforarono sia nel budget, che in lunghezza. La Miramax chiese a Tarantino di accorciare il film, ma il regista si oppose e preferì dividerlo in due "volumi"; nacquero così Kill Bill vol. 1 e Kill Bill vol. 2.
L’opera è stilisticamente abbagliante e derivativa rispetto alle fonti più disparate, dai film di kung fu di Hong Kong ai telefilm, dai revenge movies ai chambara movies; può essere considerato come la summa
Nel 2004 torna al Festival di Cannes, questa volta come presidente della giuria, che premierà con la Palma d’Oro il documentario di Michael Moore Fahrenheit 9/11. Kill Bill non è in concorso, ma viene proiettata la versione originale di oltre 3 ore.

Sin City

Per Kill Bill, il suo grande amico e collega Robert Rodriguez aveva accettato di comporre alcune musiche per il simbolico compenso di 1 dollaro. Per la stessa cifra, Tarantino ha restituito il favore girando una scena di Sin City, il film diretto da Rodriguez e Frank Miller, tratto dalla serie a fumetti di quest’ultimo.
Tarantino, che figura come Special Guest Director, ha diretto la sequenza in macchina con Jackie Boy (Benicio Del Toro) dell’episodio Un’abbuffata di morte.

CSI: Sepolto vivo

Il 24 febbraio 2005 è stato annunciato che Tarantino avrebbe diretto l’episodio finale della quinta stagione della celebre serie televisiva CSI: Crime Scene Investigation, di cui il regista è sempre stato un fan.
L’episodio speciale di due ore, Sepolto vivo (titolo originale Grave Danger, #5.23), andato in onda negli Stati Uniti il 19 maggio e in Italia il 28 luglio, ha ottenuto un numero record di telespettatori ed eccellenti critiche, sia da parte dei fan della serie che dei critici.
L’episodio gira intorno ad una situazione molto simile ad una apparsa in Kill Bill vol. 2: l’agente Nick Stokes (George Eads) viene catturato e sepolto vivo in una bara di plexiglas mentre una webcam
trasmette quello che accade in diretta al quartier generale della CSI. In Kill Bill, la Sposa (Uma Thurman) veniva anch’essa catturata e sepolta viva da Budd (Michael Madsen)

I nuovi progetti: Grindhouse e Inglorious Bastards

Quentin Tarantino e Robert Rodriguez a    San Diego Comic-Con International 2006

Dopo il successo di Kill Bill, Tarantino ha più volte cambiato idea sui suoi progetti successivi.
Al settembre 2005 Tarantino ha annunciato che il suo prossimo lavoro sarà Grindhouse, atteso per il 2006, film co-diretto con l’amico Robert Rodriguez. Ha anche dichiarato che probabilmente a questo seguirà Inglorious Bastards, un progetto di lunga data di Tarantino, che ha dichiarato di aver cominciato a lavorare sulla sua sceneggiatura nei sei anni di pausa tra Jackie Brown e Kill Bill, ma che, sempre secondo il regista, necessita ancora di un anno di lavoro sul copione prima di poter cominciare le riprese, motivo per il quale il film non è uscito nel 2006.
Precedentemente Tarantino aveva dichiarato di voler lavorare su un film interamente girato in mandarino, sull’onda di Kill Bill, progetto poi accantonato. Tra gli altri film di cui Tarantino ha più volte parlato vi è Vega Brothers, sui fratelli Vic e Vincent Vega, che appaiono rispettivamente in Le Iene (interpretato da Michael Madsen) e Pulp Fiction (interpretato da John Travolta), e un film della serie di James Bond, di cui Tarantino è un fan, e del quale da tempo sogna di dirigere un episodio; si era offerto per il remake di Casinò Royale uscito nel 2006, il primo con Daniel Craig nel ruolo dell’agente 007.

Presentato da…

Negli ultimi anni, Tarantino ha più volte usato la sua influenza a Hollywood per portare nel mercato occidentale film stranieri o piccole produzioni, per fargli avere una maggior diffusione di quella che altrimenti avrebbero avuto. Questi film solitamente vengono presentati nei trailer e sui poster con Presentato da Quentin Tarantino, per avere un maggior effetto.
La prima pellicola è stata, nel 2001, il film di arti marziali di Hong Kong Iron Monkey (Siunin Wong Fei-hung tsi titmalau), che incassò oltre 14 milioni di dollari negli Stati Uniti, sette volte tanto il suo budget iniziale, grazie alla sponsorizzazione di Tarantino.
Nel 2004 convinse la Miramax a distribuire negli USA e in Europa il film di arti marziali cinese Hero di Zhāng Yìmóu. Nella sua settimana di debutto il film si piazzò al primo posto delle classifiche degli incassi, con oltre 53,5 milioni di dollari.
Nel 2005 produce Hostel, horror violento e crudo del giovane regista Eli Roth. Il film, anche grazie alla presenza della frase Quentin Tarantino presenta, è subito un successo, incassando quasi 20 milioni di dollari solo nel primo week-end di programmazione negli Stati Uniti, e contiene diversi riferimenti, più o meno espliciti, ai film di Tarantino, in particolare a Pulp Fiction. Anche se figura solo come produttore, Tarantino avrebbe collaborato sia alla sceneggiatura che al montaggio della pellicola, secondo dichiarazioni dello stesso Roth.

Estetica e stile

I film di Tarantino sono rinomati per i suoi dialoghi, per la violenza grafica, la cronologia sfasata e le ossessioni della cultura pop; alcuni elementi sono ricorrenti nelle sue opere.
Proprio i dialoghi, brillantissimi, sempre sopra le righe, sono il suo imprinting. Non a caso Tarantino è un fan dello scrittore americano Elmore Leonard, romanziere noir (tra l’altro autore del romanzo Rum Punch, da cui Tarantino ha tratto il suo unico film non basato su una sceneggiatura originale, Jackie Brown), anch’esso celebre per i dialoghi surreali e godibilissimi (da writer sofisticato) dei suoi tanto minacciosi quanto stralunati personaggi.
Non va dimenticato, inoltre, che Tarantino nasce proprio come sceneggiatore, avendo inventato soggetti portati sullo schermo da altri cineasti (due titoli su tutti: Una vita al massimo, diretto da Tony Scott, e Assassini nati, diretto da Oliver Stone).

Alcune scene si ripetono simili in molte pellicole di Tarantino:

  • Uno dei marchi di fabbrica di Tarantino è la ripresa dal bagagliaio della macchina. La telecamera riprende la scena dall’interno, rivolta verso gli attori. Tale ripresa è stata usata in tutti i suoi film.
  • Il mexican standoff è un’altra passione di Tarantino: si tratta di un "triello" nel quale tre personaggi armati di pistola si tengono sotto tiro l’un l’altro. L’origine della scena è il "triello" finale di Il buono, il brutto, il cattivo di Sergio Leone.
  • Usa sempre una scena dove un personaggio è seguito dalla telecamera per un periodo abbastanza lungo, senza stacchi (piano sequenza).
  • Le inquadrature dei bagni sono numerose, e spesso vi prendono luogo scene importanti, come anche al ristorante (dove, per esempio, inizia Le Iene, il suo primo film).

La passione di Tarantino per i piedi è nota, e questa parte del corpo appare, in un modo o nell’altro, in tutti i suoi film.
Conosciuto almeno quanto le sue opere per la sua parlantina senza freni e per la sua sterminata cinefilia enciclopedica, sia di film d’autore che popolare, Tarantino è famoso anche per il suo amore per i cereali da colazione, e molte delle sue realizzazioni ne mostrano diverse marche, vere o inventate. Marchi inventati come le sigarette Red Apple (un’altra costante dei film di Tarantino è il fumo: quasi tutti i suoi personaggi fumano, fatta eccezione per The Bride, la protagonista di Kill Bill, anche se il regista stesso non ha il vizio) o gli hamburger della Big Kahuna di Pulp Fiction appaiono in altri suoi film, tra i quali Four Rooms e Kill Bill.
Anche se molti dei suoi personaggi muoiono in maniera violenta e brutale (spesso quasi fastidiosa), c’è sempre una sorta di giustificazione, almeno nella mente degli altri personaggi. Alcuni esempi: due delle vittime uccise brutalmente in Kill Bill erano un pedofilo ed uno stupratore; in Pulp Fiction, un personaggio spara ad un uomo che lo aveva stuprato; Mr. Blonde in Le Iene viene ucciso subito dopo aver torturato un poliziotto, tagliandogli un orecchio.
Kill Bill può essere considerato come la summa artistica ed estetica di Tarantino, un complesso ed elaborato omaggio a tutti i suoi miti ed ispiratori.
Tra gli attori con cui ha lavorato di più figurano Harvey Keitel (Le Iene, Pulp Fiction), Michael Madsen (Le Iene, Kill Bill, Sin City), Samuel L. Jackson (Pulp Fiction, Jackie Brown, Kill Bill), John Travolta (Pulp Fiction), Steve Buscemi (Le Iene, Pulp Fiction), Tim Roth (Le Iene, Pulp Fiction, Four Rooms), Uma Thurman (Pulp Fiction, Kill Bill) e Bruce Willis
(Pulp Fiction, Four Rooms, Sin City).

Le influenze ed i miti

Tarantino è noto per la sua cinefilia maniacale; anche grazie agli anni di lavoro in un videonoleggio, Tarantino ha sviluppato una strabiliante conoscenza enciclopedica di film e della storia del cinema.
In particolar modo ha da sempre dimostrato una grandissima conoscenza di film stranieri, di genere e semisconosciuti. Si è sempre dichiarato un amante delle pellicole del genere exploitation, del cinemaHong Kong, degli Spaghetti-western e delle commedie italiane, della Nouvelle vague francese e del cinema britannico.
Il suo amore per questi generi si rispecchia in molteplici vie nei suoi lavori: tutti i suoi film regolarmente riportano citazioni, dialoghi, omaggi e situazioni che riportano a questi generi ed al loro stile. Riassumendo questa sua filosofia, una volta ha dichiarato: "Non sono mai andato ad una scuola di cinema; sono andato a vedere film."
Tra i registi preferiti da Tarantino figurano molti italiani, Sergio Leone, Mario Bava, Fernando Di Leo, Sergio Corbucci, Lucio Fulci, Sergio Sollima, Enzo G. Castellari (dal titolo con il quale è noto negli USA il film di Castellari Quel maledetto treno blindato Tarantino ha preso il nome per uno dei suoi prossimi film, Inglorious Bastards), Michele Soavi, Antonio Margheriti, Sergio Grieco (in Jackie Brown Robert De Niro e Samuel L. Jackson guardano in TV La belva col mitra proprio di Grieco), accanto a grandi nomi della storia del cinema internazionale come Brian De Palma, John Woo, Roger Corman, Jean-Luc Godard, Jean-Pierre Melville, e molti autori semi-sconosciuti o dimenticati, come André De Toth, Monte Hellman, Jack Hill e molti altri. Tra i contemporanei, i registi che più apprezza sono David Fincher, Sofia CoppolaLuc Besson, Paul Thomas Anderson e naturalmente l’amico Robert Rodriguez, oltre al giapponese Takashi Miike, che, ha dichiarato lo stesso Tarantino, riesce continuamente a sorprenderlo.
d’azione di (con la quale ha avuto una relazione),

Nel 2002, in un sondaggio tra diversi registi della rivista Sight and Sound, Tarantino ha rivelato la lista dei suoi 12 film preferiti:

  1. Il buono, il brutto, il cattivo di Sergio Leone
  2. Un dollaro d’onore di Howard Hawks
  3. Taxi Driver di Martin Scorsese
  4. La signora del venerdì di Howard Hawks
  5. Rolling Thunder di John Flynn
  6. …e tutti risero di Peter Bogdanovich
  7. La grande fuga di John Sturges
  8. Carrie, lo sguardo di Satana di Brian De Palma
  9. Coffy di Jack Hill
  10. La vita è un sogno di Richard Linklater
  11. Cinque dita di violenza di Chang-hwa Jeong
  12. Hi Diddle Diddle di Andrew L. Stone

Una precedente lista di 10 film che Tarantino aveva stilato qualche anno prima comprendeva anche Blow Out, I due volti della vendetta, Per qualche dollaro in più, Separato magnetico, All’ultimo respiro, Lo spione, La donna del bandito e Il lungo addio.
Tra le pellicole di grande influenza, viene spesso citata Zombi di George A. Romero.

Critiche

Tarantino è stato spesso al centro di alcune critiche e polemiche per il forte uso di epiteti razziali, o almeno ritenuti tali, nei suoi film, in particolar modo la parola negro (nigger) in Pulp Fiction e Jackie Brown. Tali critiche vennero mosse soprattutto dal regista afro-americano Spike Lee: in un’intervista rilasciata alla rivista Variety, Lee dichiarò: "Io non sono contro quella parola… e la uso, ma Quentin è infatuato con quella parola. Cosa vuole? Essere considerato un nero onorario?"
Un esempio spesso citato è una scena di Pulp Fiction nella quale il personaggio di Jimmie Dimmick, interpretato per caso dallo stesso Tarantino, attacca Jules Winfield, interpretato da Samuel L. Jackson, che ha portato a casa sua il cadavere di un nero appena ucciso, facendogli notare che casa sua non è un "deposito di negri morti" ("dead nigger storage"), usando poi la parola numerose altre volte. Il fatto che Jimmie abbia una moglie di colore è stato anche questo visto come un insulto, soprattutto da Spike Lee. Lee fa diretto riferimento a questo particolare nella sua pellicola Bamboozled quando il personaggio di Thomas Dunwitty afferma: "Per favore non offenderti per il mio uso della parola con la N. Io ho una moglie nera e tre figli di razza mista, quindi sento di avere il diritto di usare quella parola. Non me ne frega niente di quello che dice Spike, Tarantino ha ragione. Negro è solo una parola".
Tarantino ha difeso il suo uso della parola sostenendo che il pubblico di colore apprezza i suoi film influenzati dal genere blaxploitation e che Jackie Brown è stato realizzato soprattutto per un "pubblico nero".[1]
Comunque i due registi hanno lavorato insieme in Girl 6 – Sesso in linea, diretto da Spike Lee e interpretato in un ruolo minore da Quentin Tarantino (che interpreta un regista).
Tarantino è stato anche più volte criticato per aver copiato idee, scene, battute e dialoghi dei suoi film da altre pellicole. Per esempio, alcune scene di Le Iene sono basate su alcune di Il colpo della metropolitana (The Taking of Pelham One Two Three) e City on Fire (Lung fu fong wan), e gli eventi della scena dell’iniezione di adrenalina in Pulp Fiction ricordano una storia simile narrata nel documentarioRagazzo americano (American Boy: A Profile of: Steven Prince) di Martin Scorsese.
In realtà la tecnica citazionistica di Tarantino è tipica di alcuni movimenti artistici statunitensi della seconda metà del Novecento, come la letteratura postmoderna o l’avantpop (a quest’ultimo, secondo diversi commentatori, Tarantino apparterrebbe a pieno titolo).
Un ampio dibattito si è tenuto sulla questione di quale sia il limite tra plagio e citazione. Tarantino, da parte sua, non ha mai negato tutti i suoi riferimenti ad altre pellicole, affermando che "I grandi artisti non copiano, rubano", sulla falsariga del grande poeta modernista T. S. Eliot, secondo il quale i poeti maturi non imitano, ma rubano.

Curiosità

  • È stato Tarantino a suggerire all’amico Robert Rodriguez il nome dell’episodio finale della trilogia di El Mariachi, C’era una volta in Messico (Once Upon a Time in Mexico), un omaggio a Sergio Leone, regista adorato da Tarantino. Sono entrambi membri della casa di produzione A Band Apart, della quale fanno parte anche John Woo e Luc Besson.
  • Tarantino ha avuto una relazione con la regista Sofia Coppola, vincitrice di un Golden Globe e di un Oscar per la sceneggiatura di Lost in Translation – L’amore tradotto, come anche con l’attrice vincitrice di un Oscar, Mira Sorvino. Erano circolate anche diverse voci su una sua relazione con la sua musa Uma Thurman. Il regista ha sempre precisato, però, che la loro relazione è puramente platonica.
  • Tarantino ha sempre parlato del personaggio di Clarence in Una vita al massimo come di un personaggio molto autobiografico. Clarence è anche il nome del protagonista di My Best Friend’s Birthday, interpretato dallo stesso Tarantino, un film amatoriale scritto e diretto nel 1987, quando era al lavoro sulla sceneggiatura di Una vita al massimo.
  • Quentin quando non conosceva ancora tutta la terminologia cinematografica domandava sovente ai propri cameramen "Give me a Leone", cioè ("Datemi un Leone"), per ottenere uno di quei fantastici primi piani sugli occhi tanto cari a Sergio Leone.
  • Una curiosità è senza dubbio il collegamento tra Kill Bill e Pulp Fiction: in quest’ultimo nel dialogo in cui Mia (Uma Thurman) racconta a Vincent Vega (John Travolta) del suo tentativo di sfondare in TV con l’ episodio pilota di una serie televisiva, Volpi Forza 5; i personaggi che descrive sono praticamente le ragazze dello squadrone della morte DIVAs che appaiono in Kill Bill.
  • Cosa c’è nella valigetta che Vincent (John Travolta) e Jules (Samuel L. Jackson) recuperano e consegnano a Marsellus Wallace (Ving Rhames) in Pulp Fiction, la cui combinazione è 666? Varie ipotesi sono state fatte nel tempo, e lo stesso Tarantino non ha mai dato una risposta; tra le più fantasiose idee vi è quella secondo la quale nella valigetta via sia l’anima di Marsellus Wallace, che secondo un’antico rito veniva estratta da dietro il collo; infatti, come si può notare nella prima scena in cui Marsellus compare, quella con Butch (Bruce Willis), proprio dietro al collo si nota un cerotto. Secondo altre ipotesi potrebbe contenere: i diamanti della rapina de Le Iene, il vestito dorato del "fantasma di Elvis Presley" indossato da Val Kilmer in Una vita al massimo, materiale radioattivo come in quella simile in Un bacio e una pistola di Robert Aldrich, un premio Oscar (poi effettivamente vinto per la sceneggiatura originale).
  • L’unico film ad aver mai terrorizzato Tarantino, per sua stessa ammissione, è stato Bambi della Disney, che a sei anni lo fece piangere e uscire dal cinema anzitempo, nonostante la madre lo avesse sempre abituato a vedere fin da piccolo film violenti e sanguinolenti.
  • Tarantino soffre di dislessia.
  • Anche se tutti i suoi film hanno a che fare con il crimine, l’unico rapporto diretto con la giustizia di Tarantino è stato un arresto per aver taccheggiato il romanzo The Switch di Elmore Leonard all’età di 15 anni; è il primo libro nel quale compaiono i personaggi di Louis e Ordell, che Tarantino avrebbe portato sul grande schermo in Jackie Brown, tratto da un altro romanzo di Leonard, Rum Punch.
  • I protagonisti dei suoi film generalmente guidano automobili del gruppo General Motors, in particolare Chevrolet e Cadillac; le sigarette che fumano, le Red Apple, sono invece di fantasia.
  • Spesso nei suoi film compare una scena dove si sente una musica che svanisce per ricomparire:
    • Le Iene (la scena dell’orecchio)- Mr Blonde (Michael Madsen) va verso la macchina e torna indietro.
    • Pulp Fiction (la scena del banco dei pegni)- Butch Coolidge (Bruce Willis) scappa al piano di sopra e ritorna con una katana.
    • Jackie Brown (la morte di Beaumont Livingston) – Beaumont Livingston (Chris Tucker) è nel bagagliaio di una macchina guidata da Ordell Robbie (Samuel L. Jackson). La radio è accesa e la macchina si allontana dalla cinepresa, fa una inversione a U, tornando verso la cinepresa.
  • Quasi tutti i suoi film sono ambientati a Los Angeles (Kill Bill è una eccezione, anche se alcune scene vi hanno luogo)
  • Spesso fa riferimenti a musiche di film e programmi televisivi cult.
  • Generalmente esistono nelle sue pellicole molte connessioni (talvolta non banali) a suoi film precedenti. Secondo alcuni, Tarantino ha quasi creato un suo mondo. Per esempio, il personaggio di John Travolta in "Pulp Fiction" è il fratello del personaggio di Michael Madsen in "Le Iene": hanno lo stesso cognome (Vega) e nomi propri simili (Vincent e Vic) e si somigliano notevolmente (capelli scuri, indossano abiti simili in molte scene dei rispettivi film). Si dice che il personaggio di Harvey Keitel in "Le Iene", Larry Dimmick, sia imparentato con il personaggio di Quentin Tarantino in "Pulp Fiction", Jimmy Dimmick.
  • Quentin Tarantino ha un QI di 160. Ha lasciato prima di finire le superiori.
  • Tarantino è un fan di Godzilla.
  • In molti dei suoi film compare una scena in cui tre o più personaggi si puntano la pistola a vicenda, una tecnica nota come mexican standoff.
  • Spesso seleziona artisti comici per ruoli piccoli: Steven Wright è un DJ in "Le Iene", Kathy Griffin una testimone in "Pulp Fiction", Julia Sweeney è Raquel in "Pulp Fiction", Phil LaMarr è Marvin in "Pulp Fiction", Chris Tucker è Beaumont Livingston in "Jackie Brown".
  • Spesso compaiono lunghi primi piani di una faccia di una persona mentre qualcun altro sta parlando senza essere inquadrato (la sposa mentre parla Bill, o Butch mentre parla Marsellus).
  • Tarantino non ha inventato ma reso popolare il trunk shot, l’inquadratura da un portabagagli (vedi "Le Iene", "Pulp Fiction", "Dal tramonto all’alba", "Jackie Brown" e "Kill Bill").
  • Anche se i suoi personaggi non fanno uso del bagno, Tarantino include spesso una scena in una toilette nei suoi film: Tim Roth in "Le Iene", John Travolta in "Pulp Fiction", Juliette Lewis in "Dal tramonto all’alba", Uma Thurman in "Kill Bill vol. 1" e Daryl Hannah in "Kill Bill vol. 2".
  • Tarantino, che ha origini etniche miste (metà italiano, per un quarto nativo americano, per un quarto irlandese) spesso incorpora personaggi dalle due razze. In "Pulp Fiction" Jules Winfield (Samuel L. Jackson) fa riferimento ad Antwan "Tony Rocky Horror" Rockamora, metà nero metà samoano, e in "Kill Bill Vol. 1" O-Ren Ishii (Lucy Liu) è metà giapponese e metà cinoamericana, e la sua migliore amica nel film, Sofie Fatale (Julie Dreyfus) è metà giapponese e metà francese.
  • In tutti i 4 film diretti da Tarantino e nei tre film scritti ma non diretti da lui le trame hanno a che fare con il crimine e i criminali.
  • Molti dei personaggi principali dei suoi film fumano sigarette, ad eccezione della sposa nei due volumi di "Kill Bill". Tarantino non fuma.
  • Spesso compaiono personaggi vestiti in completi neri con cravatta nera e camicia bianca: i ladri in "Le Iene", John Travolta e Samuel L. Jackson in "Pulp Fiction", i fratelli Gecko in "Dal tramonto all’alba" e gli 88 folli in "Kill Bill Vol. 1".
  • Spesso ci sono scene di persone filmate da dietro che accennano un motivetto.
  • In "Kill Bill vol. 2" la sposa esce da una bara grazie ad un rasoio che teneva nascosto nei suoi stivali da cowboy. Anche Mr. Blonde in "Le Iene" porta un rasoio negli stivali, che usa per torturare il poliziotto.
  • Tarantino è apparso in una puntata della serie televisiva I Simpson: in quell’episodio egli denunciò il clima di violenza che si respira nella società statunitense non solo nei film, ma anche: "Nelle scatole dei cereali": poco dopo questa affermazione il celebre regista venne ucciso da Grattachecca e Fichetto.
  • Tarantino ha categorizzato così i suoi film:

 

FILMOGRAFIA

Io trovo ogni sua sceneggiatura, regia, apparizione, collaborazione, presentazione, ecc, più o meno geniale, il suo è un tipo di fare cinema che mi è sempre piaciuto e che mi suscita simpatia e ammirazione. Viva il pulp, viva Tarantino!

Stanley Kubrick

Nell’introdurre questo grandissimo regista non posso che trovarmi in difficoltà dato che potrei sembrare un’invasata che elogia spasmodicamente e in modo smisurato e per nulla oggettivo uno degli artisti più visionari e geniali dello scorso secolo, ma a mio parere, immortale, così come immortali rimarranno i suoi capolavori cinematografici, di cui io, (e tutti dovrebbero farlo), non mi stancherò mai di ringraziarlo, metaforicamente parlando ovviamente, dato che purtroppo non si possono ringraziare i morti, e purtroppo, anche se fosse stato ancora in vita non credo che avrei avuto la fortuna sfacciata di incontrare uno dei più grandi talenti cinematografici mai esistiti.
Non si può che convenire sul fatto che artisti di questo genere ce ne sono, e ce ne sono stati, davvero pochi. Artisti che sono stati in grado di regalarci innumerevoli capolavori, indimenticabili e intramontabili da Orizzonti di gloria ad Arancia Meccanica a 2001 Odissea nello spazio fino al più recente Eyes Wide Shut, tutti più o meno perfetti, tutti più o meno così pieni di stile, passione e perché no, un briciolo di pazzia che a volte non guasta, anzi.

 

«Talvolta la verità di una cosa non sta tanto nel pensiero di essa quanto nel modo di sentirla»

 

Cenni biografici da Wikidpedia

Stanley Kubrick (New York, Stati Uniti, 26 luglio 1928Harpenden, Regno Unito, 7 marzo 1999) è stato un regista, sceneggiatore e produttore cinematografico statunitense, naturalizzato britannico, considerato tra i maggiori del XX secolo.

Le origini

Nasce il 26 luglio 1928 nel quartiere newyorkese del Bronx da genitori ebrei. Il padre è un medicoPrima Guerra Mondiale. Fin da bambino Kubrick si appassiona ai miti dell’antica Grecia ed alle fiabe nordiche, ma soprattutto al gioco degli scacchi e alla musica jazz. Per un certo periodo, prima di cominciare ad occuparsi di cinema, trascorre il suo tempo anche grazie a gare di scacchi e impara a suonare la batteria.

1928-1950: Kubrick e "Look"

All’età di tredici anni riceve in regalo da parte del padre una macchina fotografica. Fin da da bambino rimane affascinato dalla tecnica fotografica e nel 1942 vende alcune foto alla rivista Look. Dopo aver conseguito faticosamente il diploma, comincia a lavorare per Look come fotografo.

A 19 anni trascorre cinque sere a settimana nella sala di proiezione del Museum of Modern Art di New York a guardare vecchi film. Quattro anni dopo essere stato assunto al giornale, decide di dedicarsi anche al cinema. Nel 1949 dirige il cortometraggio Day of the Fight, autoprodotto con soli 3900 dollari raggranellati tra parenti ed amici, e che rivende alla RKO per 4000 dollari.

Il successivo cortometraggio, Flying Padre, viene finanziato dalla RKO per 1500 dollari.


1951-1960: Kubrick e Harris

Ottenuto un discreto successo con i primi cortometraggi, decide di abbandonare definitivamente il lavoro alla rivista Look e di iniziare la carriera di regista a pieno tempo, producendo il primo lungometraggio nel 1953: Paura e desiderio, attualmente quasi introvabile, si dice per volontà dello stesso Kubrick, che lo definirà in età matura, "un tentativo serio realizzato in modo maldestro", ma che tuttavia gli permette di prendere maggiore confidenza con la tecnica cinematografica.

Nel 1955 gira Il bacio dell’assassino e subito dopo firma un contratto con la United Artists. Nel 1956James B. Harris. Il primo film con il nuovo marchio è Rapina a mano armata che non ha un buon successo commerciale, ma ottiene parecchie recensioni positive dalla critica. Kubrick fonda una piccola società con il produttore

L’anno seguente, dopo aver letto il libro Orizzonti di Gloria decide di realizzarne la trasposizione su pellicola. Il film viene finanziato da Kirk Douglas, che ne è anche l’interprete principale. Nonostante fosse ambientato nelle retrovie francesi della prima guerra mondiale, viene girato in Germania, non avendo ricevuto l’autorizzazione per le riprese dal governo francese. Il permesso di distribuirlo in Francia, oltretutto, è arrivato solo nel 1975. Il costo del film è di 935.000 dollari e impone definitivamente Kubrick all’attenzione da parte della critica. Molte le sequenze memorabili di quello che viene considerato il primo indiscusso capolavoro del regista; di particolare impatto la scena finale, in cui appare la terza e ultima moglie del regista, Suzanne Christian (al momento delle riprese del film sua amante), di origine tedesca.

Nel 1959 Douglas gli offre la regia di Spartacus, dopo aver licenziato Anthony Mann, con cui aveva avuto parecchi contrasti sul set. L’esperienza di "Spartacus" non si rivela positiva, soprattutto perché Kubrick non si trova a suo agio senza avere il completo controllo di tutte le fasi di produzione e non vive serenamente il rapporto con Douglas, che oltre ad essere l’interprete principale del film ne è anche il produttore. Nonostante questo, il film rimane notevole nel suo genere (è in quel momento il film più costoso della storia del cinema) e ottiene grande successo, almeno per quanto riguarda il botteghino, e viene premiato con quattro Oscar.

Dopo questo film, Kubrick si trasferisce definitivamente in Inghilterra e si rende conto di poter creare a pieno titolo soltanto in progetti di cui ha il completo controllo. Nel 1962 dirige "Lolita", servendosi della collaborazione di Vladimir Nabokov, autore dell’omonimo romanzo, alla sceneggiatura. Il film è soggetto a dure critiche da parte della censura, in particolar modo americana. Nel film spicca, per quanto riguarda la prova attoriale, Peter Sellers, che lavorerà con Kubrick anche nel suo film successivo


1961-1975: i capolavori

Nel 1963 gira Il dottor Stranamore, ovvero: come imparai a non preoccuparmi e ad amare la bomba, una commedia satirica e allucinante allo stesso tempo. La pellicola provoca grande attenzione ed ammirazione da parte dei critici di tutto il mondo e gli vale tre nomination all’Oscar (miglior regia, miglior produttore e co-autore). Il film è notevole anche da un punto di vista storico e riesce mirabilmente a dare forma al terrore dell’atomica all’epoca della guerra fredda, soprattutto in considerazione del fatto che gli ambienti sono ricostruiti con la massima verosimiglianza.

2001: Odissea nello spazio vede la luce dopo quattro anni di lavorazione e una spesa di 10 milioni di dollari, 6 milioni e mezzo solo per gli effetti speciali. Il film, oltre ad essere uno dei picchi più alti raggiunti dalla cinematografia mondiale, è una profonda riflessione filosofica sulla natura dell’uomo e sulla sua evoluzione. Il film riceve svariate nomination agli Oscar, ma vince solo quello per gli effetti speciali. Numerosissime le scene da antologia, dalla più ampia ellissi della storia del cinema, dall’osso della scimmia all’astronave oblunga che "danza" sulle note del "bel Danubio blu" di Strauss[1], alla sequenza delle stelle, fino all’enigmatico finale con l’embrione che dallo spazio, concede uno sguardo in macchina che buca lo schermo cinematografico fino allo spettatore.

Il progetto successivo avrebbe dovuto riguardare un film su Napoleone, ma per eccessivi costi di produzione non viene mai realizzato.

Nel 1971 Kubrick scrive, dirige e produce Arancia meccanica, tratto dall’omonimo romanzo di Anthony Burgess. Nonostante le iniziali censure negli Stati Uniti e in altri paesi europei, il film ha un enorme successo, tanto che non tardano le tre nomination all’Oscar (per la sceneggiatura, la regia e la produzione). Il film dà scandalo, a causa della violenza esplicita, e subito dopo la sua uscita, in Inghilterra numerosi teppisti dichiarano di prendere spunto dal film per i crimini che compiono. Il film diventa un caso e molti familiari delle vittime minacciano Kubrick e la sua famiglia, costringendolo a ritirare il film dalle sale inglesi.

Dopo due film che potrebbero essere definiti futuristici, Kubrick cambia direzione con Barry Lyndon (1975), basato su una storia del diciottesimo secolo tratto da un romanzo di William Makepeace Thackeray scritto nel diciannovesimo secolo. Il film non ha un grande successo di cassetta ma frutta sette nomination (tra le quali ancora regia, sceneggiatura, produzione). Ciò che maggiormente colpisce ancora oggi è l’enorme capacità tecnico-fotografica, che permette a Kubrick di girare in interni con la sola luce delle candele, ottenendo in questo modo la particolare atmosfera che caratterizza il film.

1980-1999: il controllo

Nel 1980 Kubrick dirige il film horror Shining, tratto dall’omonimo romanzo di Stephen King. Sebbene subito dopo l’uscita non venga acclamato dalla critica come i precedenti, riscuote un notevole successo di pubblico.

Nel 1987 dirige il suo quarto e ultimo film sulla guerra, questa volta su quella del Vietnam: Full Metal Jacket.

L’ultimo film di Kubrick risale al 1999: si intitola Eyes Wide Shut ed è tratto dal romanzo Doppio sogno di Arthur Schnitzler; Kubrick muore prima dell’uscita nelle sale, dopo anni di lavorazione e più di un anno di riprese. Nonostante voci di corridoio affermino malignamente che Kubrick non sia riuscito a terminare il film per quanto riguarda il montaggio, sembra ormai chiaro che anche quest’ultima fase fosse giunta praticamente a conclusione quando sopraggiunse la morte.

Etica ed estetica kubrickiana

Stanley Kubrick è considerato a tutt’oggi uno dei più importanti registi del XX secolo, specie per la sua libertà espressiva lontana dai canoni hollywoodiani e la sua capacità quasi unica di esplorare la gran parte dello spettro dei generi, senza farsi dominare dalle convenzioni, ma anzi trasfigurandole. Malgrado i costi anche elevati che richiedevano i suoi film, ebbe in breve tempo carta bianca per tutte le fasi di lavorazione delle sue opere. Esplicativo a questo proposito, l’episodio di "Arancia meccanica": praticamente l’unica volta nella storia del cinema in cui un film, che pur stava avendo notevole successo di pubblico, viene ritirato dalle sale da una grande casa di produzione cinematografica, la Warner, per ordine del regista.

La passione per la fotografia è uno dei fili rossi della sua carriera: Kubrick poteva passare ore intere a studiare un’inquadratura, fino al punto da assillare gli attori che comunque lo hanno sempre trattato con un mistico rispetto ("è così modesto e sempre pronto a scusarsi che è impossibile essere offesi da lui"(George C. Scott). Ne viene fuori una cura ossessiva per i particolari dell’immagine, per la prospettiva e l’illuminazione, la posizione degli attori e degli oggetti di scena, tanto che ogni suo film è studiabile anche come "album di inquadrature", non privo di riferimenti artistici di varia natura.

Il senso estetico dei suoi film è però il risultato di un lavoro di integrazione fra diversi canali comunicativi: il contesto reale delle sue storie è un tessuto di immagine e musica, che Kubrick considerava fondamentale per veicolare emozioni nello spettatore. Probabilmente il maggior risultato in questa ricerca estenuante dell’astrazione semantica è il suo ultimo lavoro, Eyes Wide Shut, realizzato come un quadro in movimento, una ricca tavolozza di colori che diventa qualcosa di più della semplice "scena del film". Sottovalutato e accolto con una certa freddezza, quest’ultimo film ha in realtà sofferto di incomprensione, dal momento che l’attesa era stata notevole (il film precedente, Full Metal Jacket, non solo colpiva per il crudo realismo documentaristico, asciutto e per un certo ammiccamento al cinema "violento", ma risaliva a ben 12 anni prima) e le aspettative troppe. In realtà l’ultimo film di Kubrick è la dimostrazione del suo reale percorso artistico, votato alla stilizzazione dell’azione in favore di una comunicazione emotiva, viscerale, trasportata quasi per osmosi dal film allo spettatore, attraverso i messaggi elementari della musica e dei colori.


Anche il tempo dell’azione è utilizzato da Kubrick come veicolo espressivo, e fa parte di quel tessuto comunicativo che ha sperimentato in ogni suo film: le inquadrature sono spesso prolungate, esitanti, gli attori recitano in uno stato quasi ipnoide (evidenti gli esempi di 2001: Odissea nello spazio, Lolita, Shining, Eyes Wide Shut e, per certi versi, anche Arancia meccanica), lasciando lo spettatore libero di indugiare sulle singole componenti dell’immagine. Più che alla parola, Kubrick era interessato all’organizzazione spazio-temporale della narrazione, facendo perdere lo spettatore in una metacomunicazione continua. La curiosità suscitata da uno dei suoi massimi capolavori, 2001: Odissea nello spazio, è proprio dovuta al lavorìo di sottrazione che Kubrick vi dedicò: inizialmente il progetto originale prevedeva molti più dialoghi e scene decisamente più "didascaliche" (come la sequenza finale, in cui il feto astrale avrebbe dovuto distruggere un anello di bombe atomiche che circondavano la Terra), ma il regista lo "spolpò" gradualmente, creando non tanto un film astratto, ma l’astrazione di un film, un flusso di apparente non-comunicazione (l’Universo silenzioso e spettrale) nel quale lo spettatore potesse perdersi.

Malgrado i suoi continui sforzi di smussamento del senso di realtà, Kubrick appare ancorato ad un realismo oggettivo, a volte freddo, figlio maturo della sua carriera di fotoreporter: è nota la sua curiosità tecnica, che lo portarono a innovare il cinema stesso (i sorprendenti effetti speciali di 2001, le lenti ad alta velocità della NASA e della Zeiss di Barry Lyndon, la steady-cam di Shining).

Grazie al suo estremo eclettismo, Kubrick riuscì a muoversi agilmente in ogni genere, innovandolo e arricchendolo. 2001 è considerato uno "spartiacque" nel campo della fantascienza (oltreché uno dei più bei film della storia del cinema), Shining fu pioniere del horror metafisico, Full Metal Jacket ha sconvolto i temi del film di guerra, sottolineando come il soldato sia, essenzialmente, un assassino e affrontando così uno dei temi principali dell’etica kubrickiana, vale a dire la scelta fra il bene e il male. Qui il protagonista impara a vivere secondo la propria natura, accettando l’omicidio e la normalità della vita. In Lolita un uomo perde la testa per una ragazzina, manda all’aria il suo matrimonio per poi perdere ogni cosa. Lo splendido pamphlet Il dottor Stranamore indaga sornione sull’ambivalenza dell’istinto di conservazione dell’Uomo, perfettamente a suo agio fra sopravvivenza e sterminio degli altri. Arancia meccanica capovolge questo schema, mostrando cosa può accadere ad una persona alla quale sia impedito il libero arbitrio, la possibilità cioè di fare del male.



Naturalmente, il cinema di Kubrick sposa l’idea della perfetta integrazione fra etica ed estetica, sfuggendo così alla facile tentazione di esprimere una morale: in questo modo le immagini e il messaggio diventano la stessa cosa, la valutazione di ciò cui si assiste è lasciata totalmente allo spettatore, grazie anche alla "circolarità" delle sceneggiature (quasi tutte adattate da libri), che prevedono un finale che si avvolge su sé stesso, tornando all’incipit. Alcuni esempi: in Arancia meccanica il protagonista torna esattamente al punto di partenza, come se non fosse successo nulla, salvo che è diventato ancora più cattivo e cosciente del fatto che la violenza ha un suo ruolo nella società, purché esercitata "secondo le regole"; in ShiningEyes Wide Shut sembra terminare con un risveglio, che incoraggia l’immaginazione a tornare al punto di partenza; l’esempio eccellente di questa ciclicità è poi 2001: Odissea nello spazio, che procede interamente in una mimesi del ciclo della vita (nascita, crescita, morte ed evoluzione in nuova nascita). Sembra fare eccezione Il dottor Stranamore, ma probabilmente si tratta di una fedeltà allo stile comico adottato: qui il film si auto-distrugge, così come era stato preannunciato.

Curiosità

Alcuni sostenitori della teoria del complotto secondo la quale lo sbarco sulla Luna non è mai avvenutoeffetti speciali molto realistici di 2001: Odissea nello spazio, come incaricato dalla NASA per girare i vari filmati degli allunaggi. A sostegno della tesi, essi recano il fatto che l’agenzia spaziale statunitense concesse al regista l’uso di un nuovo tipo di lenti ad alta velocitàZeiss, talmente rivoluzionarie da permettere delle riprese a luce naturale mai tentate prima, del qual fenomeno godiamo un mirabile esempio in Barry Lyndon. 
Pare che Kubrick nutrisse una sincera ammirazione per il regista polacco Krzysztof Kieslowski, e una volta ebbe a dire:

Sono sempre riluttante nel sottolineare una qualche caratteristica saliente nel lavoro di un grande regista, questo perché puo essere un modo di sminuirne la portata. Ma riguardo questo libro di sceneggiature (I Dieci Comandamenti, n.d.r.), di Krzysztof Kieslowski e del suo coautore, Krzysztof Piesiewicz, mi pare non fuor di luogo osservare che essi hanno la rarissima capacità di drammatizzare le proprie idee piuttosto che semplicemente raccontarle. Esemplificando i concetti attraverso l’azione drammatica della storia essi acquisiscono il potere aggiuntivo di permettere al pubblico di scoprire quello che sta realmente accadendo piuttosto che semplicemente seguire un racconto. Riescono in tale compito con una tale abbagliante abilità, che non riesci a renderti coscientemente conto delle idee che si materializzano nella mente fino a che queste non hanno già raggiunto da tempo il profondo del tuo cuore

FILMOGRAFIA

·  [Su 2001: Odissea nello spazio, film del 1968] Ognuno è libero di speculare a suo gusto sul significato filosofico del film, io ho tentato di rappresentare un’esperienza visiva, che aggiri la comprensione per penetrare con il suo contenuto emotivo direttamente nell’inconscio.

·  Se riuscite a parlare in modo brillante di un problema, si può creare la consolante conclusione di averlo sotto controllo.

·  Il miglior modo per imparare a fare un film è farne uno.

·  L’uomo deve poter scegliere tra bene e male, anche se sceglie il male. Se gli viene tolta questa scelta egli non è più un uomo, ma un’arancia meccanica.  

·  Le superpotenze si comportano da gangster, ed i paesi piccoli da prostitute.

·  Per un osservatore sito nella nebulosa di Andromeda, il segno della nostra estinzione non sarebbe più appariscente di un fiammifero che si accende per un secondo nel cielo

 

Bè, credo non ci sia nient’altro da aggiungere!