The Other Lamb: il pamphlet femminista contro l’egemonia del patriarcato

Una serie di donne, chiamate mogli e figlie, sono sotto l’egida di un uomo, chiamato il Pastore, che le “guida” come se fosse il loro Messia, all’interno di una vera e propria setta in cui viene venerato al pari di un Dio, in cambio delle sue attenzioni, sessuali e non.

È straniante vedere come il bravissimo Michiel Huisman, che in Game of Thrones vestiva i panni di Daario Naharis, “servo” totalmente devoto alla regina dei Draghi, qui si ritrovi ad interpretare il capo di una setta maschilista in cui veste i panni di un terribile “Messia” che porta avanti una visione patriarcale della società, attorniato da donne che si prostrano ai suoi piedi e pendono dalle sue labbra.

L’effetto straniante, al di là dell’attore che lo interpreta, è dato dal fatto che il film, pur essendo attraversato da alcune suggestioni visive in alcuni momenti molto interessanti (col risultato di farci sentire spettatori di un film ambientato in un’epoca passata, nonostante siamo ai giorni nostri), porta avanti un discorso femminista in maniera fin troppo esasperata, suggerendo ad ogni piè sospinto la sua tesi di fondo, facendo ricorso ad un eccesso di stile che tende a sottolineare esageratamente il proprio messaggio, laddove lasciare qualcosa di sotteso e rendere lo spettatore libero di interpretare, sarebbe risultato decisamente più vincente dal punto di vista del coinvolgimento, non tanto emotivo, quanto intellettuale.

Per questi motivi, pur essendo percorso da una serie di immagini di rara bellezza, The Other Lamb non riesce a sfruttarle al meglio, presentandosi come una sorta di pamphlet sulla lotta alla supremazia maschile (condannata senza se e senza ma) e sulla necessità di metterla in discussione, cosa che inizia a fare la giovane protagonista, rendendosi lentamente conto di essere al centro di una comunità pericolosa in tal senso.

E, nonostante il rigore registico e la suddetta bellezza delle immagini, la sensazione di essere di fronte a qualcosa di già visto e raccontato  altrove anche meglio (per primo viene in mente La Fuga di Martha), non si scrolla mai di dosso dallo spettatore, costretto a sorbirsi questo duro attacco alla crudeltà maschile in quanto tale, senza potersi lanciare in considerazioni di sorta (basti pensare alla serie The Handmaid’s Tale che, nonostante il calo dell’ultima stagione, racconta il tutto sondando i diversi punti di vista delle parti in causa, senza affossarne una sotto il peso imperante dell’altra, restituendoci quindi figure sia maschili che femminili, entrambe meritevoli di approvazione in alcuni casi e disapprovazione in altri).

Quello che rimane, comunque, è un certo interesse per una sorta di filone “mystery” inerente la figura della madre della protagonista, spesso da lei evocata, ma sulla quale sembra imperare l’obbligo di silenzio e la presenza di venature horror che inquietano, nonostante l’impalcatura concettuale rimarcata didascalicamente. Poteva venirne fuori un film straordinariamente impressionante e suggestivo, ne risulta a conti fatti uno strumento di “lotta femminista”, poco evocativo e a tratti fin troppo tronfio, schiacciato dal suo stesso messaggio.

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