Tra le nuvole




REGIA: Jason Reitman

CAST: George Clooney, Vera Farmiga, Anna Kendrick, Jason Bateman, J. K Simmons

ANNO: 2010

 

Ryan Bingham è un tagliatore di teste aziendale. Il suo lavoro consiste nel licenziare la gente facendole credere di avere un’opportunità per ricominciare da capo. La sua vera casa è costituita dagli aereoporti e dagli aerei sui quali passa la maggior parte del tempo. La sua filosofia di vita consiste nel non legarsi a niente e a nessuno di modo da poter “viaggare” sempre leggero. L’arrivo di una collega che sta rivoluzionando il suo settore lavorativo però, lo metterà a confronto con la dura realtà della vita vera.

 

Al suo terzo lungometraggio Jason Reitman ha cominciato ad abbandonare quella vena aspramente polemica e fortemente indie che ha accompagnato i suoi due primi lavori, rispettivamente “Thank you for smoking” e “Juno”, per cadere qui e lì in una sorta di trappola mainstream che da lui mai ci saremmo aspettati. Per carità la tematica principale su cui si basa questo “Tra le nuvole” è sicuramente molto interessante e segue il percorso precedentemente affrontato nell’approfondire questioni sociali di grande rilievo, vissute e sviscerate da alcuni interessanti protagonisti. Da Nick Naylor, strenuo sostenitore del fumo, a Juno ragazzina incinta che decide di dare in adozione il suo bambino, arriviamo a Ryan Bingham, che spaccia degli ingiusti e crudeli licenziamenti per delle imperdibili opportunità di riconquistare i propri sogni e rivoluzionare in positivo la propria vita. Va da sé che a rivoluzionarsi davvero sarà la sua di vita, grazie all’entrata in scena di due donne che assumono due ruoli diversi, ma complementari nell’agitare la schematica organizzazione dell’esistenza di Ryan. Una è la giovane collega che vuole introdurre il sistema della videoconferenza per i licenziamenti di modo che non sarà più necessario viaggiare in lungo e in largo per l’America (cosa che scombussola oltremodo l’equilibrio di Ryan che vive solo ed esclusivamente per stare “tra le nuvole”), e l’altra è la menager sensuale che instaura una relazione “casuale” con lui e che in qualche modo ne mina le certezze basilari sulla vita di coppia da Ryan considerata superflua, visto che è abituato a pilotare da solo senza il bisogno di alcun “co-pilota”. E’ sostanzialmente nell’evolversi di questi due personaggi e delle loro story-line che risiede la delusione dello spettatore abituato da Reitman a ben altre soluzioni narrative. Ecco che allora la spietata collega si rivela essere una ragazzina impaurita e indebolita da una delusione d’amore e la relazione con la graffiante menager si risolve in un risvolto stucchevolmente romantico che ha il suo apogeo nella sequenza fin troppo telefonata e smielata del matrimonio della sorella del protagonista.

Al di là di questo, comunque, si può godere di una serie di momenti decisamente ispirati accompagnati da dialoghi caustici, sarcastici e divertenti che ci fanno sorridere amaramente sulla realtà economica e sociale americana, ma non solo, e in sottofondo ci fanno anche commuovere di fronte alle differenti reazioni dei licenziati da Ryan e dalla sua nuova collega che alla fine si rivela inadeguata a sopportare il carico delle sofferenze altrui. Molto coinvolgente anche la metafora dello zainetto che Ryan utilizza nelle sue conferenze durante le quali paragona il carico del bagaglio con il carico umano e affettivo che ognuno di noi si porta dietro. E se all’inizio il suo stile di vita ordinato e “leggero” come le nuvole tra cui spesso passa il suo tempo viene sbandierato da lui con orgoglio e compiacimento, alla fine arriverà la consapevolezza che qualcosa gli manca, a partire da un inesistente legame con la sua famiglia, costituita da due sorelle, oltre ovviamente all’esistenza del “co-pilota” di cui sopra. Molto coinvolgente, ed emblematica circa la situazione eistenziale di Ryan, risulta la sequenza in cui finalmente riesce a raggiungere il record di miglia percorse in aereo e ad entrare nell’esclusivissimo club composto da sole sette persone: quando il pilota dell’aereo gli chiede da dove viene a Ryan non rimane che rispondere quasi tristemente “da qui”.

Grazie anche alla disinvolta e apprezzabilissima interpretazione di un sempre simpatico George Clooney (che riesce a trasmettere perfettamente anche i risvolti drammatici del suo personaggio), attorniato da un duo femminile molto scoppiettante composto da Vera Farmiga e Anna Kendrik, “Tra le nuvole” risulta un film molto gradevole che, trascurando le cadute di stile o più precisamente alcune debolezze narrative scadenti in alcuni evitabili clichè, ci regala più di un sorriso, ma contemporaneamente ci fa riflettere sulle lacrime altrui che, dato il clima economico in cui viviamo, potrebbero essere anche le nostre.

 

VOTO: 

 

14 commenti su “Tra le nuvole

  1. Glore, io mi aspettavo qualcosina in più ad essere sinceri. Però tutto sommato si fa guardare tranquillamente.

    Bruno, poi mi farai sapere.

  2. Anche una stellina in più per me.
    Film davvero bello, che conferma Jason Reitman (al terzo centro su tre film) come un punto saldo della cinematografia americana contemporanea.
    E Clooney è meraviglioso.

  3. film davvero molto carino ma ad ogni modo sopravvalutato.. troppe nomination, mi chiedo come possa essere nominato come miglior film questo e poi lasciare fuori Invictus di Clint Eastwood, oppure Il Nastro Bianco o Il Profeta (che sono presenti solo tra i film stranieri).

    MAH!

  4. Invictus non posso dire, ma essendo di Clint Eastwood vado a occhi chiusi. Del resto comunque è clamoroso che nè Changeling nè Gran Torino siano stati nominati l’anno scorso.

  5. Bel film, carino, garbato, ben recitato. Mi piace Reitman figlio, 3 film 3 piacevoli visioni. Avete comunque ragione, di sicuro non è da mettere nella categoria miglior film dell’anno.

    Clint penso che paghi il fatto di aver già fatto incetta di Oscar in 2 occasioni. Fra l’altro Million Dollar Baby, molto bello, non è all’altezza dei film che lo hanno seguito, e questo dovrebbe bastare per esemplificare la grande qualità di Eastwood regista…

  6. Non capisco perchè se uno vince qualche anno prima un pò di Oscar, poi non può più vincerli se fa dei capolavori come Eastwood…ma del resto poi c’è The Millionaire (che per carità, film caruccio ma non eccessivamente straordinario), vince 8, dico OTTO, Oscar…

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