I bambini di Cold Rock

REGIA: Pascal Laugier
CAST: Jessica Biel, Jodelle Ferland, Stephen McHattie, Jakob Davies, William B. Davies, Samantha Ferris
ANNO: 2012

Julia è una giovane infermiera rimasta vedova con un bambino piccolo da crescere. Nella cittadina in cui vive, Cold Rock, ormai alla deriva a causa dell’abbattimento della miniera che dava da vivere agli abitanti, da tempo spariscono dei bambini di cui non si hanno più notizie. I cittadini pensano che vengano portati via da un individuo da loro nominato “The Tall Man” e quando anche il figlio di Julia scompare, per la donna comincerà un’avventura fatta di violenza e terrore.

Entrato ormai di diritto nella storia del cinema per il suo allucinante e impressionante Martyrs, film apparentemente fine a sè stesso, ma concettualmente e teoricamente molto interessante, il regista francese Pascal Laugier torna con questa sua terza opera ambientata in terra straniera, quell’America che ormai fagocita tutto, ma per una produzione in parte canadese, rimanendo quindi sostanzialmente in casa. Scrive egli stesso la sceneggiatura in un film che in prima battuta potrebbe sembrare decisamente differente al precedente e non rientrante dunque in quella che ormai può essere definita la sua poetica. Ma se esteticamente siamo di fronte a due opere non proprio assimilabili (in Martyrs, infatti, avevamo un insistente e imperante sguardo sulla sofferenza fisica e psicologica, mostrata in ogni minimo, spaventoso e impressionante, particolare), dal punto di vista contenutistico e comunicativo sembra che Laugier stia proseguendo un discorso già avviato. Si parlava, nel film precedente, di superstizione e di una comunità mistica e religiosa predicatrice del sacrificio per l’espiazione del senso di colpa. Ci si sofferma, in I Bambini Di Cold Rock (tremendo titolo italiano per The Tall Man, comunque non troppo originale), sul ricorso di una comunità sporca e abbandonata a sé stessa al “mito” dell’uomo nero per la giustificazione alle proprie mancanze e meschinerie, per poi arrivare alla proposizione di un dubbio etico e morale di non poco conto che lascia lo spettatore inerme di fronte ad un finale potentemente comunicativo, ma, soprattutto, emozionante. E se inizialmente può sembrare di trovarsi di fronte ad un classico horror estivo senza arte né parte (al di là dell’ottima regia e della splendida fotografia), subito ci rendiamo conto di assistere ad un’opera stratificata e fortemente interessante, ottima sia dal punto di vista formale che contenutistico, con il ricorso ad una star che buca lo schermo, la sorprendentemente adeguata Jessica Biel, ma che di contro viene privata di tutto il suo sex appeal e dotata, invece, di un’espressività e di una potenza comunicativa di non poco conto. Il susseguirsi dei colpi di scena e l’andamento narrativo asimmetrico rendono ancora più coinvolgente un’opera già di per sé complessa, nonostante le già citate apparenze, e sanciscono l’autorialità e la competenza di un regista che riesce a piegare il genere alla sua volontà di esprimere non solo abilità tecniche, ma anche contenuti.

Pubblicato su www.ithinkmagazine.it

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