Knives Out: invito al cinema con diletto

Il celebre scrittore di romanzi gialli, Harlan Trombay, il giorno dopo il suo ottantacinquesimo compleanno viene trovato morto nella sua stanza. Apparentemente si tratta di suicidio, ma l’investigatore privato Benoit Blanc, chiamato per sciogliere la matassa di questo intrigo, inizia a sospettare di tutti i membri della sua famiglia composta da figli, nuore e nipoti che avevano ben più di un motivo per volerlo fuori dai giochi. Nel mezzo si pone l’infermiera Marta, molto vicina all’anziano, che l’investigatore vorrà al suo fianco per aiutarlo nelle indagini.

Per gli amanti di Agatha Christie e del giallo deduttivo questo film è pura manna dal cielo, soprattutto se consideriamo che si tratta della prima sceneggiatura originale appartenente al genere dopo anni di trasposizioni più o meno entusiasmanti dei vari romanzi facenti parte del filone in questione. Era dai tempi di Invito A Cena Con Delitto (da qui l’inutile e anche fuorviante sottotitolo italiano di Knives Out, Cena Con Delitto, appunto), che non ci si divertiva così tanto al cinema con un film che intrattiene sia per lo spirito ironico e scoppiettante che lo contraddistingue sia per il whodunit al centro della storia, costruito in maniera impeccabile e intrigante.

Siamo, quindi, di fronte ai classici schemi che ci aspetteremmo di trovare in un film del genere, con l’investigatore geniale e molto particolare (fantastico Daniel Craig che con piglio ironico e con un accento esilarante dà vita a questo personaggio che rimarrà un’icona, tant’è che si è già pensato a un sequel in cui dovrà investigare su un nuovo caso), la casa sfarzosa ed elegante in cui avvengono principalmente le indagini (ambiente ricco esso stesso di spunti fino ad arrivare ad un finale in cui un particolare oggetto di scena diventerà esso stesso protagonista), il gruppo ristretto di persone su cui ricadono i sospetti dell’investigatore e dello spettatore stesso che si ritrova, ovviamente, insieme a lui a puntare su uno piuttosto che sull’altro.

Ma al di là della presenza di certi passaggi obbligati ciò che rende Knives Out, nonostante questo, un film molto originale è il modo in cui questi personaggi sono scritti e interpretati, la totale capacità di rendere moderna e attualissima una storia di questo tipo e la presenza di scene e momenti cult che risultano irresistibili (la metafora che il detective utilizza per descrivere la complessità del caso ma l’esistenza al tempo stesso di numerose falle che lo caratterizzano, con il riferimento ad una ciambella con o senza buco, ci lascerà di stucco).

Menzione di merito va ovviamente anche al cast in cui spiccano maggiormente la docile e al tempo stesso risoluta infermiera di Ana de Armas, il già citato investigatore iconico di Daniel Craig e il nipote dissoluto e menefreghista di Chris Evans. Ma non sfigurano nemmeno gli irresistibili Christopher Plummer, Don Johnson, Toni Colette, Jamie Lee Curtis e Michael Shannon.

Giocando abilmente con i flashback rivelatori, i cambi di prospettiva e i plot twist, Rian Johnson (che dopo aver girato alcuni episodi indimenticabili di Breaking Bad è passato al cinema, destreggiandosi felicemente tra vari generi), più che un invito a cena con delitto, ci serve su un piatto d’argento un vero e proprio invito al cinema con diletto, condendo questa indagine, già irresistibile di per sé, con venature di sottile satira sociale (ormai un must nel cinema degli ultimi anni) nel tratteggio di questi ricchi viziati e viziosi a cui crolla il terreno sotto i piedi nel momento in cui scoprono di aver perso tutti i loro privilegi.

Freaks: la diversità come arma contro un nemico solo apparentemente normale

Chloe ha sette anni e da sempre vive segregata in una casa fatiscente insieme a suo padre che le vieta assolutamente di uscire e di avere una vita sociale, dicendole che è per il suo bene e che fuori dalla loro porta per lei c’è solo un percorso lastricato di pericoli. La voglia di conoscere il mondo e l’incontro con un gelataio ambulante, la porteranno ad esplorare una nuova realtà. Ma suo padre aveva ragione?

Girato con pochissimi mezzi Freaks continua una tradizione cinematografica che corre in parallelo rispetto a quella dei cinecomic mainstream e più spettacolari, raccontando in maniera dimessa più o meno le stesse cose. Stiamo parlando, infatti, di un thriller sci-fi in cui ben presto scopriamo che molti dei protagonisti, i freaks del titolo, hanno in realtà dei superpoteri e per questo motivo sono contrapposti ai “normali” che li temono e in qualche modo li combattono e li ostacolano.

Nel bel mezzo di questa lotta tra “fazioni” che assume giocoforza delle valenze socio-politiche, cosa che il cinema di genere ha sempre portato a galla, si pongono questo padre e questa figlia che sono al centro della narrazione per tutto il tempo, fino a quando non entra in scena l’anziano gelataio (uno scoppiettante Bruce Dern perfetto per la parte), che si pone nel mezzo tra le due visioni e costituisce l’altro ago della bilancia: da un lato il padre che preferisce trincerarsi e difendersi, dall’altro l’anziano che pensa che attaccare e non lasciarsi intimorire sia la miglior soluzione.

Gran parte della riuscita del film va sicuramente all’interpretazione dei due attori protagonisti, quell’Emile Hirsch che forse non risultava così convincente dai tempi di Into The Wild e la vera sorpresa della pellicola, la piccola Lexy Kolker, perfettamente in grado di incarnare pregi e difetti di una bambina a tratti petulante e inobbediente, a tratti coraggiosa e matura.

Bisogna anche aggiungere che la parte che funziona meglio è quella in cui siamo ancora rinchiusi, come i protagonisti, all’interno delle quattro mura senza sapere se ciò che dice il padre è frutto di paranoia o ben peggiori intenzioni o se è la realtà, così come risultano molto affascinanti i pochi momenti in cui la bambina riesce a guardare, anche se per poco, fuori dalla finestra o dallo spioncino della porta di ingresso, venendo illuminata da una luce fortemente innaturale che rende l’esterno decisamente più ambiguo rispetto all’interno, nonostante dentro si respiri disagio e fatiscenza.

Poi comincia il “viaggio” verso la consapevolezza, ma soprattutto verso l’autoaffermazione e la rivendicazione dei propri diritti e, nonostante si rimanga comunque sempre su alti livelli, si comincia a respirare un po’ meno di quell’aria malsana e misteriosa precedentemente trasmessa dal film e ci si avvia verso momenti decisamente prevedibili e poco originali, da tipico cinecomic che si rispetti, appunto.

Ma al di là di questo, nel complesso, Freaks risulta un film del tutto apprezzabile, soprattutto perché, pur senza far ricorso alla spettacolarizzazione a tutti i costi, riesce a trasmettere fortemente i concetti che vuole trasmettere e intrattiene con il giusto mix di profondità e di leggerezza (il personaggio impersonato da Bruce Dern, infatti, porta con sé un’ironia irresistibile).

E se il padre cerca in tutti i modi di insegnare alla figlia a passare per “normale”, la figlia fa di tutto per non nascondersi, passando attraverso ostacoli insormontabili e sacrifici di un certo peso. Che poi è quello che un po’ tutti i bambini si trovano a fare nel loro percorso di crescita, freaks o normali che siano.

Bliss: il trip delirante di un’artista in crisi di ispirazione

Dezzy fa la pittrice e deve consegnare un quadro ad un committente molto esigente. Il problema è che sta vivendo una crisi di ispirazione ed è bloccata col lavoro da un po’. Per cercare di allontanarsi dallo stress, visto che ha anche il proprietario di casa alle calcagna per il pagamento dell’affitto, decide di ricontattare un vecchio amico spacciatore, per comprare della droga. Quest’ultimo gli fa provare un tipo di cocaina molto particolare e potente, cosa che porta la ragazza ad avere una nottata molto proficua dal punto di vista artistico, facendo progressi con il quadro. Il giorno dopo, quindi, decide di ripetere l’esperienza, passando una serata tra droga, alcol e sesso sfrenato con una sua amica e il suo fidanzato. Al risveglio, però, niente più sarà come prima.

Un’esperienza visiva e sensoriale, Bliss (il titolo fa riferimento al trip lisergico e obnubilante che si ritrova a vivere la protagonista), è un horror impressionante e allucinante, che vive di momenti surreali e grotteschi, inframmezzati ad altri visionari e folli. Il tutto condito da un sapore altamente splatter e gore con il corpo di Dezzy che letteralmente viene sempre più inondato di sangue, facendosi protagonista non solo di ipnotici momenti di ispirazione artistica, ma anche di atti di violenza inaudita. Apprezzabilissima, in tal senso, l’interpretazione di Dora Madison che si presta corpo e anima per impersonale il totale delirio che assale il personaggio che interpreta.

Il tutto viene raccontato facendo ricorso ad una massiccia distorsione di luci e di suoni, con un utilizzo della colonna sonora decisamente adatto alla descrizione dello stato di confusione e follia vissuto dalla ragazza. Colonna sonora che, insieme al gusto vintage da cui il film è contrassegnato grazie anche all’utilizzo di una pellicola molto “seventies”, dona all’opera un irresistibile carattere punk e hard-rock.

Quanto avviene nel film dopo che la protagonista assume la fatidica sostanza, ovviamente, non ha molta importanza a livello narrativo, quanto estetico con la riproposizione visiva del “trip” che parte proprio da quel momento: da qui la presenza di voci ed eco che rimbombano nella testa di Dezzy, di ricordi confusi e visioni quasi demoniache, di momenti di estasi frammisti ad altri di puro terrore.

La “sottotrama” vampiresca, inoltre, con l’infezione trasmessagli dalla coppia con cui si è intrattenuta in un vero e proprio rito orgiastico, non risulta solo un espediente orrorifico atto a mostrare smembramenti, uccisioni violente e fiotti di sangue che straripano sullo schermo, ma sta anche a rappresentare una riflessione sul rapporto tra l’arte e il sacrificio (proprio e altrui come in questo caso), sul prezzo da pagare per il “successo” e sull’ossessione dell’artista verso la propria opera, tanto da arrivare ad immedesimarsi pericolosamente con la stessa perdendo il contatto con la realtà. Realtà che per Dezzy risulta essere ormai composta da sangue, caos, morte e delirio, tutti elementi che andranno a comporre in maniera shockante la sua tela.

Harpoon: una malata e sanguinolenta, ma anche divertente, riflessione sull’amicizia

Richard si reca furibondo a casa del suo migliore amico, Jonah, che ha da poco perso i genitori e che non versa in buone acque, picchiandolo selvaggiamente perché crede che sia andato a letto con la sua fidanzata, Sasha. Lei, però, arriva giusto in tempo a separarli e a spiegargli che i messaggi che i due si erano scambiati segretamente riguardavano in realtà un particolare regalo da fargli per il suo compleanno: un arpione. Il ragazzo, allora, per farsi perdonare decide di partire tutti insieme per una gita a bordo del suo yacht, ma ben presto le cose precipiteranno notevolmente e i tre si ritroveranno dispersi in alto mare senza provviste e senza possibilità di tornare sulla terraferma.

Harpoon parte come una sorta di noir per diventare un vero e proprio survival-movie con una sanissima dose di splatter, dimostrandosi poi a conti fatti una vera e propria commedia horror con tanto di twist ending e con una caratteristica fondamentale: la straordinaria capacità di intrattenimento senza far ricorso a grandi mezzi, ma solo a tre ottimi attori, un’unica ambientazione e ad una sceneggiatura infarcita da dialoghi perfetti. L’unità di tempo luogo e azione di aristotelica memoria, tra l’altro, non è l’unico riferimento al filosofo greco, visto che il film si apre proprio con la distinzione che lo stesso ha fatto dei tre tipi di amicizia: quella per interesse, quella per piacere e quella inevitabile, perché sì.

Difficile riuscire a distinguere che tipo di amicizia intercorre tra questi tre personaggi che arrivano a ferirsi a vicenda, a pensare di potersi mangiare a vicenda, che provano ad ammazzarsi l’uno con l’altro, trovando nel mezzo anche il tempo e il modo di allearsi contro la minaccia di morte comune, tirando fuori delle verità che sembrano in parte separarli e in parte cementare, almeno apparentemente e temporaneamente, un legame ormai perso, sepolto da dubbi, incomprensioni, gelosie, risentimenti e cattive azioni.

La cosa positiva è che non c’è preferenza per il ricco e viziato piuttosto che per il ragazzo solo e senza mezzi o per la ragazza frivola e disinteressata, perché tutti e tre vengono raccontati con una ferocia inaudita, in grado di mostrarne la vera natura, meschina e opportunista. Inutile dire, insomma, che ciascuno dei tre è caratterizzato da tratti riprovevoli e che ognuno di loro nasconde ben altro che un semplice tradimento, dei messaggi o delle saltuarie scappatelle. Tra loro ci sono segreti ben più importanti che verranno a galla solo dopo che molto sangue sarà versato.

Nel mezzo la volutamente didascalica citazione di Edgar Allan Poe e la voce fuori campo del comico Brett Gelman che descrive le personalità dei protagonisti, le superstizioni che accompagnano la loro avventura e le situazioni più salienti in generale, espediente che stempera con ironia e sarcasmo l’orrore che ricopre le vicende narrate. La natura “comica” del prodotto, però, non prende il sopravvento su quella “orrorifica” e le due componenti si mescolano alla perfezione regalando sorrisi (il gioco di parole tra “harpoon” e “spear gun” è un delizioso leitmotiv), ma anche momenti altamente impressionanti.

The Lighthouse: la follia dell’isolamento forzato e il fascino oscuro del “mito”

Due guardiani di un faro, uno più anziano ed esperto, l’altro alle prime armi, si ritrovano bloccati su un’isola del New England a causa di una terribile tempesta. L’isolamento e i presagi di oscure e imperscrutabili presenze, porteranno i due alla follia più inaudita.

Dopo il successo, meritatissimo, ottenuto con il folk-horror The Witch, in cui come in questo caso si declinavano in chiave horror miti, leggende e superstizioni, Robert Eggers torna al lungometraggio con un film che ha molti punti in comune col precedente, ma che al tempo stesso se ne discosta per molti versi.

Questa volta siamo di fronte ad un film ancora più criptico e molto meno “commerciale” del suo predecessore, con l’utilizzo di un bianco e nero funzionalissimo al racconto di questa discesa nei meandri della paranoia e della follia umana e con l’utilizzo della pellicola in 35 mm.

I protagonisti, magnificamente e magneticamente interpretati da Willem Dafoe e Robert Pattinson (soli per tutta la durata del film), si esprimono in un linguaggio arcaico, dialettale e marinaresco (siamo nel XIX secolo e, come in The Witch, il regista utilizza il linguaggio in maniera funzionale al racconto, rendendolo una degli elementi fondamentali dell’opera, forse il più significativo e rappresentativo), e a causa della loro convivenza forzata, della diversità di vedute su molte delle mansioni da portare avanti nel faro e della presenza di foschi presagi, nonché della natura che sembra ribellarsi a loro costringendoli ad una lunga permanenza sull’isola senza più provviste, arrivano a compiere azioni sempre più violente, cadendo ogni giorno che passa in un vortice di ossessioni, visioni e loschi presentimenti.

Il fascino della pellicola, ovviamente, risiede nel fatto che allo spettatore non è dato modo di capire se si tratta solo delle percezioni dei protagonisti (in particolare del più giovane dei due, relegato alle mansioni più degradanti e, soprattutto, escluso dall’accesso alla luce del faro, luce che assume dei contorni metaforici non indifferenti, sfiorando i rimandi al “mito” di Prometeo) o se realmente le creature dai contorni “lovercraftiani” come il tritone o la sirena che appare per ammaliare e poi terrorizzare il giovane aiutante, siano effettivamente presenti sull’isola, richiamate dal fatto che un gabbiano è stato precedentemente ucciso, cosa che non può che portare terribili conseguenze (così come racconta il più anziano dei protagonisti all’altro).

L’indeterminatezza della situazione e l’imperscrutabilità di quest’isola su cui risiede questa “luce” allegorica (viene persino il dubbio che il luogo in cui è ambientata la vicenda sia esso stesso reale o metafora di “altro”), trascinano nel dubbio e nell’inquietudine sia i due protagonisti che lo spettatore stesso, il quale può godere della visione di un horror psicologico molto intenso e coinvolgente e che può anche intrattenersi con tutti i rimandi culturali che l’opera contiene. Richiami che non risultano delle citazioni fini a se stesse ma che sono ben inseriti all’interno del racconto, rendendolo più affascinante e per certi versi sinistramente ambiguo, andando a comporre un mosaico fittissimo che risulta ipnotico e decisamente sconvolgente.

Finché Morte Non Ci Separi: divertimento e violenza in un imperdibile gioco al massacro

Grace e Alex stanno per sposarsi e non sono del tutto sereni, perché lei sta per conoscere per la prima volta la famiglia di lui, molto particolare ed esigente, trattandosi di ricconi d’alta classe, al cospetto di una ragazza di umili origini. Dopo la cerimonia, tra l’altro, Grace scopre che è tradizione di famiglia giocare tutti insieme con i novelli sposi ad un gioco da tavola pescato a sorte (questo perché loro si sono arricchiti proprio producendo board games). Sfortuna vuole che Grace peschi proprio quello “sbagliato” che la porterà ad essere vittima di una serie di avvenimenti decisamente inaspettati.

Partiamo subito dal presupposto che Ready or Not (questo il titolo originale molto più indicato ovviamente) è un horror che, a differenza di quanto accade recentemente nel genere e nonostante le apparenze date dalla trama e dal tipo di personaggi, non vuole soffermarsi pedagogicamente o moralisticamente sul piano metaforico con la scesa in campo di temi sociali, ma vuole intrattenere nel migliore dei modi, rifacendosi ad una semplicità narrativa che lascia poco spazio a simili elucubrazioni, nonostante sia comunque presente un riferimento lapalissiano ad un tema come la lotta di classe, leitmotiv che sembra ormai al centro dell’attenzione di più di un regista.

Sia chiaro, questo “discorso” all’interno del film è presente, ma non prende il sopravvento, né tantomeno ci si abbandona a facili didascalismi o a pistolotti fuori luogo data il tono scanzonato, ironico e sarcastico che accompagna l’opera. Per questo motivo, al di là del fatto che la stupidità dei ricchi prende il sopravvento persino rispetto alla loro quasi inconsapevole crudeltà (con le dovute eccezioni anche in questo caso), così come la scaltrezza e la furbizia di una ragazza che ha dovuto farsi da sé, crescendo da sola tra mille difficoltà, sono sempre lì in primo piano, questo non toglie peso al vero motivo di apprezzamento della pellicola, racchiuso nella tesissima, adrenalinica e spassosissima lotta che la “final girl” di turno ingaggia per la sua sopravvivenza, diventando ovviamente la nostra eroina, facendosi al centro di una carneficina di non poco conto in un vero e proprio home invasion ricco di spunti e di sorprese.

E il merito va anche al cast su cui svetta ovviamente Samara Weaving (già apprezzata nell’altra comedy horror The Babysitter, che evidentemente l’ha lanciata nel genere), in grado di conquistare lo spettatore con un’interpretazione risoluta, ma comunque autoironica, nei panni dell’unico personaggio senza una vera famiglia, che in qualche modo riesce a salvarsi proprio per questo. Infatti, l’altro tema portante di quest’opera è il “male” che spesso si annida proprio all’interno della famiglia, con riferimenti non tanto velati a vizi e follie che ivi si tramandano di generazione in generazione e con una consistente relazione tra ciò che siamo e ciò che la nostra famiglia a volte ci “costringe” ad essere.

Per tutti questi motivi, soprattutto per quanto riguarda il discorso legato alla famiglia, ma anche per il tono spassoso con cui viene narrato questo gioco al massacro, Ready or Not, come esperienza di visione, ricorda molto quell’altro gioiellino horror che è You’re Next e, pur non possedendone la stessa potenza metaforica, rimanda anche al folgorante Get Out (in questo caso per la satira sociale di fondo).

E al termine dell’avventura di questa sposa, il cui abito bianco finisce strappato e ricoperto di sangue, fango e poltiglie varie, non possiamo far altro che rimanere col sorriso stampato sul volto e con la consapevolezza che non sempre sposare un riccone può essere la scelta migliore.

 

 

Parasite: la guerra tra poveri feroce, divertente e impressionante

Una famiglia molto povera, costretta a vivere in uno scantinato al di fuori del quale gli ubriaconi vanno a fare pipì, sempre intenta a scroccare il wifi dai vicini e ridotta a svolgere lavori umili e sottopagati, si ritrova, all’inizio fortuitamente, e poi sempre più “criminosamente”, a lavorare per una famiglia molto ricca. Da questo momento in poi inizieranno ad assaporare uno scampolo di bella vita, ma soprattutto perverranno a delle verità sconcertanti su loro stessi, sui loro datori di lavoro e non solo…

Lotta di classe, riflessione profonda su quanto il proprio status economico e sociale sia parte della persona, fino a stabilirne i contorni più importanti, guerra tra poveri raccontata con una ferocia che sfiora i contorni del thriller e dell’horror, ma non dimentica la satira e l’ironia: tutto questo, e non solo, è Parasite, ultimo lavoro di Bong Joon-ho, premiato con la Palma d’Oro all’ultimo Festival di Cannes e selezionato per rappresentare la Corea del Sud per i prossimi Oscar nella categoria Miglior Film Straniero, nella quale siamo quasi certi trionferà.

Mescolando temi a lui cari (trattati persino nella sortita americana con l’action Snowpiercer), il regista riesce a stupire per l’innata capacità di amalgamare alla perfezione stili e toni, senza mai risultare disomogeneo e, anzi, creando un’aderenza alla realtà non indifferente, con tutti i suoi picchi di orrore, ma anche di piccole gioie, di nonsense e di sorprese inaspettate, di divisioni sociali e piccoli momenti di condivisione. Le due classi sociali rappresentate, infatti, non vengono descritte in maniera manicheistica ed è possibile riscontrare elementi positivi e negativi in ciascun personaggio, grazie ad una sceneggiatura che ce ne restituisce luci e ombre, ma soprattutto vizi e virtù. Il merito, oltre ad una scrittura sopraffina e intelligente, va anche all’interpretazione di ogni singolo protagonista, perfettamente calato nella parte, ma soprattutto negli ambienti teatro delle loro vicende.

Ambienti che sono, appunto, un vero e proprio proscenio in cui viene racchiuso un intero mondo e che, grazie all’abile regia di Bong Joon-ho diventano parte fondamentale di questa storia dai contorni assurdi che prosegue con un’escalation di situazioni che ci lasciano con gli occhi sgranati, ma che non fatichiamo a ritenere credibili, visti i soggetti presi in esame e quello che stanno a rappresentare (bellissima la sequenza che nel pre-finale vede alcuni protagonisti vestiti come i nativi indiani, altra categoria che in qualche modo può rientrare nel discorso “lotta di classe” di cui sopra).

La voglia di rivalsa, mista alla frustrazione per la propria condizione, ma anche per la sufficienza, seppure inconscia, con cui vengono trattati dai ricchi con cui entrano molto ingegnosamente in contatto, porterà i protagonisti “poveri” di questo racconto a scatenarsi in una serie di azioni inenarrabili; così come la noia, la stupidità, la vacuità, l’indifferenza e l’ingenuità dei protagonisti “ricchi” li porterà a non rendersi conto di quanto accade intorno a loro, ma soprattutto di quanto la loro sufficienza possa scatenare istinti generalmente tenuti a bada.

Inutile dire che finirà male per chiunque, ma quello che rimane di Parasite, oltre ad un finale molto commovente e poetico, è che a scanso di ogni tipo di retorica, le differenze sociali ed economiche saranno sempre un ostacolo alla piena convivenza tra gli appartenenti di una categoria piuttosto che dell’altra.

Doctor Sleep: i demoni del passato, del presente e molto probabilmente anche del futuro

Dan Torrance, da bambino traumatizzato dai tragici eventi dell’Overlook Hotel, luogo in cui oscure presenze portarono il padre alla follia più inaudita e in cui lui stesso si rese conto di avere un dono, la “luccicanza”, col quale riusciva a interagire con queste presenze, da adulto cerca di scacciare questi demoni affogando i ricordi e i suoi stessi poteri nell’alcol. Quando, però, decide di trasferirsi e di cambiare vita, riuscendo a rinchiudere le sue vecchie “conoscenze” in veri e propri bauli sigillati nella sua mente, una bambina con i suoi stessi poteri comincia ad interagire con lui a distanza e lo porta a conoscenza di un gruppo di “demoni” letteralmente affamati di persone come loro.

Inutile fare paragoni con l’illustre e intoccabile film di partenza, quello Shining che ha stabilito dei nuovi e inarrivabili contorni nel cinema horror, ma anche della settima arte tout court, perché ovviamente qualsiasi film ne uscirebbe con le ossa rotte. Questo perché la geometrica regia di Kubrick e lo straordinario utilizzo degli ambienti e delle scenografie messi magistralmente al servizio del racconto di una vera e propria discesa agli inferi di un uomo in preda ai propri demoni personali, il Jack Torrance col volto iconico e impressionante di Jack Nicholson, non potranno mai essere riprodotti con la stessa efficacia di allora.

In barba allo scontento, inaudito, di Stephen King, padre del materiale di partenza a cui Kubrick si è ispirato per il suo capolavoro, Shining, insomma, è diventato un cult imprescindibile ed è rimasto nella storia anche e soprattutto per alcune immagini, per alcuni luoghi e alcuni personaggi impressi indelebilmente nella memoria di tutti noi (le gemelline su tutti, ma anche i corridoi dell’hotel letteralmente inondati di sangue, il bar-ristorante totalmente illuminato, il labirinto innevato, la stanza 237 e si potrebbe continuare a lungo).

Ed è per questo che il sequel, horror diretto intelligentemente da Mike Flanagan, negli ultimi anni nome di punta all’interno del genere di riferimento, con alcune “perle” all’attivo come Oculus – Il Riflesso Del Male o l’imperdibile serie tv The Haunting Of Hill House, si pone a metà strada tra la visione della storia di Stephen King e la suggestione visiva, nonché l’impianto metaforico del maestro Kubrick.

Da un lato, infatti, Flanagan, così come nei suoi precedenti lavori, punta più sull’aspetto emotivo e sull’importanza dei legami familiari nella costruzione, in positivo e in negativo, della personalità e dell’interiorità di ciascuno; dall’altro, soprattutto in un finale fin troppo sbrigativo, questo bisogna dirlo, ci trasporta nell’indimenticabile hotel, luogo dell’orrore e del dolore per il protagonista, facendoci incontrare nuovamente le suddette gemelle, i suddetti corridoi inondanti di sangue, il suddetto labirinto innevato, la suddetta stanza 237 e, addirittura, seppur con il volto di un attore differente, il suddetto Jack Torrance.

I richiami al primo film, bisogna dirlo, sfiorano spesso il fan service vero e proprio, ma la cosa positiva di Doctor Sleep è che, seppur al servizio di questo fan service, il ritorno del protagonista all’Overlook Hotel non è un passaggio narrativo fine a se stesso, ma trova corrispondenza in una sceneggiatura che lo motiva in maniera sapiente.

L’altro grande motivo di apprezzamento del film, inoltre, è che pur raccontando di un percorso di formazione e consapevolezza di dover affrontare i propri demoni, piuttosto che seppellirli o rinchiuderli nei bauli mentali in cui li rinchiude Dan, cosa che arricchisce l’opera di sottotesti, ma che al tempo stesso la carica di alcuni didascalismi decisamente evitabili per spiegare questi sottotesti, non tralascia uno degli aspetti fondamentali per ogni buon horror che si rispetti e cioè una buona caratterizzazione del villain di turno, qui impersonato dalla splendida Rebecca Ferguson, nei panni di una donna affamata di giovinezza e “luccicanza”.

Anche Ewan McGregor porta a casa un’interpretazione decisa e convincente, affiancandosi alla giovanissima Kyliegh Curran, nei panni di una ragazzina che sembra aver trovato il suo mentore in Dan, così come lui stesso aveva trovato il suo in Dick Halloran, riuscendo al tempo stesso a capire che bisogna combattere, piuttosto che nascondersi, da bambini ma anche da adulti, affrontando il proprio passato, vivendo il proprio presente, ma anche e soprattutto, proiettandosi nel proprio futuro.

Non Succede, Ma Se Succede: la rom-com irriverente e citazionistica

Fred è un giornalista idealista, fermamente attaccato alle sue convinzioni, tanto da arrivare a licenziarsi dopo che il piccolo giornale indipendente per il quale lavora viene assorbito da un grande gruppo capitanato da un magnate senza etica. Charlotte è il Segretario di Stato che decide di concorrere alle presidenziali, visto che l’attuale presidente ha deciso di darsi alla recitazione per il cinema, diventando così il primo presidente donna degli Stati Uniti d’America. Dopo essersi incontrati ad un evento ed essersi ricordati di essere stati vicini di casa da adolescenti, lei chiede a lui di scrivere i suoi discorsi che declamerà in giro per il mondo per promuovere un’iniziativa a tutela dell’ambiente. Ovviamente tra i due succederà qualcosa e questa improbabile relazione porterà non pochi problemi a entrambi.

Due tipologie di comicità e di approccio al genere si incontrano e si fondono, così come succede agli stessi protagonisti che si innamorano nonostante appartengano a due mondi totalmente diversi. Da un lato, infatti, abbiamo Seth Rogen, figlio del cinema irriverente, sboccato, demenziale e politically incorrect di Judd Apatow, dall’altro c’è Charlize Theron, negli ultimi anni protagonista di film indipendenti che guardano a un certo tipo di cultura cinematografica e letteraria e la traspongono su grande schermo, così come successo in film quali Tully e Young Adult.

E questa fusione dà soddisfazioni sia in un senso che nell’altro soprattutto grazie alla quasi miracolosa alchimia che le due star trasmettono, coinvolgendo lo spettatore in questa storia d’amore, senza ombra di dubbio molto classica, come da commedia romantica che si rispetti, ma per molti aspetti collaterali anche sorprendente dal punto di vista comico, con momenti di puro, sano e, soprattutto, scorretto divertimento.

In Non Succede, Ma Se Succede (tremendo titolo italiano per Long Shot, perfetto gioco di parole che trova corrispondenza nel film in uno dei momenti più trash ed esilaranti dell’ultimo periodo cinematografico), si ricevono soddisfazioni sia sul fronte puramente romance (basti pensare alla sequenza del primo ballo tra i due, con le note di It Must Have Been Love, in cui prima di stringersi in un’immancabile lento, si lasciano andare in due goffi  e liberatori “assoli”), sia su quello comico con una serie di personaggi di contorno che regalano momenti unici, come il migliore amico di Fred, al centro di una sequenza in cui i due si confrontano su convinzioni religiose e politiche, restituendoci in maniera netta e quasi epifanica, la  necessità di andare oltre le proprie vedute e di ampliarle per riuscire ad avere una visione completa degli altri (esilarante il modo in cui Fred si rende conto che l’amico è repubblicano e credente, ma lui è sorprendentemente razzista).

Infatti, più che il trito e ormai ritrito riferimento alla dicotimica natura dei due protagonisti, che nonostante questo si innamorano, o il discorso sulla difficoltà di personaggi pubblici importanti a poter essere ed esprimere pienamente e realmente se stessi, anch’esso rivisitato ormai in mille salse, a rendere interessante Non Succede, Ma Se Succede è il riferimento alla necessità di ricorrere al compromesso e al sacrificio di alcuni aspetti di se stessi per raggiungere i propri obiettivi. I due, infatti, riescono a incastrarsi pur facendo un percorso opposto: Fred, che rimane abbarbicato boriosamente alle sue convinzioni senza mai muoversi di un passo, si ritrova a rivedere molte di queste convinzioni; Charlotte che ha fatto sua l’arte dell’autocensura e del compromesso, arriva a difendere strenuamente le sue posizioni, a rischio di perdere tutto.

Certo non mancano momenti evitabili con una comicità negativamente demenziale ed esageratamente forzata come la sequenza della serata a base di droga al termine della quale Charlotte, strafatta e in pieno trip, si trova a dover gestire un’emergenza internazionale, ma ad essi fa da contraltare un certo gusto citazionistico che una determinata generazione di spettatori non potrà far altro che adorare, soprattutto gli appassionati di serie tv (c’è Bob Odenkirk nel ruolo del presidente che fa palesemente il Saul Goodman della situazione e ci sono una serie di riferimenti a serie tv come Beverly Hills 90210 o a star televisive passate al cinema come George Clooney, Woody Harrelson e Jennifer Aniston, o quest’ultima forse no?).

L’altra sorpresa del film è che, a differenza di quello che ci si aspetterebbe dato il trailer, il titolo italiano e l’esistenza di una folta schiera di film e serie tv in cui il nerd grassoccio riesce magicamente a conquistare la bionda avvenente (The Big Bang Theory vi dice nulla?), in Non Succede, Ma Se Succede, questo clichè viene ampiamente ribaltato, perché in realtà non viene quasi mai sottolineata la differenza estetica tra i due personaggi e non si punta mai sull’intelligenza di uno rispetto a quella dell’altro, restituendoci paradossalmente un inaspettato equilibrio tra le parti, nonostante il ribaltamento dei ruoli: lui è la parte “debole” della coppia, ma non ha paura a lasciarsi sfuggire la bellissima donna in carriera quando si rende conto che non persegue totalmente gli ideali che lui condivide; lei è una donna di potere che non si impone, non sbraita e non tratta male i suoi sottoposti, ma che, anzi, si pone al loro livello.

Per tutti questi motivi, quindi, Non Succede, Ma Se Succede risulta più che apprezzabile perché volgarità e romanticismo si incontrano a metà strada riuscendo ad accontentare gli appassionati dell’una e dell’altro.

Wounds: le ferite attraverso cui passa l’orrore del cambiamento

Will fa il barista e spesso copre il turno di notte per guadagnare più soldi, passando il tempo con gli avventori del bar e soprattutto con Alicia, ragazza per cui ha palesemente un debole pur essendo lei accompagnata da Jeffrey e lui fidanzato e convivente con Carrie, studentessa universitaria. Una notte, Eric, cliente abituale del bar, viene coinvolto in una rissa e rimane ferito pesantemente al volto, mentre alcuni ragazzini si divertono a filmare l’accaduto. Una volta sgombrato il bar, Will trova casualmente lo smartphone di uno di quei ragazzi e lo porta con sé per cercare di restituirlo. Quando riesce a sbloccarlo, però, cominciano ad arrivargli messaggi strani e sempre più inquietanti, messaggi che nascondono un mondo sommerso e oscuro che ben presto fagocita anche Will…

Aveva sorpreso veramente tutti con la sua precedente opera, il suo primo lungometraggio, Under The Shadow, horror d’atmosfera che raccontava anche di una guerra significativa e terrificante come quello tra Iran e Iraq, ambientando la sua storia negli anni ’80, agli inizi dell’annoso conflitto, perfetto teatro per trasmettere in chiave horror le paure e i “fantasmi” che un evento simile porta con sé.

Babak Anvari, regista anglo-iraniano molto promettente, non riesce a riconfermare la grandezza di quel piccolo film, sia permesso l’ossimoro, anche se con la sua seconda fatica, Wounds, indipendentemente dai confronti, riconferma, invece, la presenza di uno sguardo particolare e interessante nell’affrontare il genere declinandolo a racconti che riescono a trasmettere qualcosa allo spettatore, andando a toccare temi e argomenti di interesse universale, come ha fatto con l’opera precedente, o particolare, come con questo prodotto.

Perché in realtà le ferite del titolo, che poi sono le ferite tramite le quali i rituali gnostici al centro delle ossessioni del protagonista che vi assiste tramite video e fotografie che gli vengono inviati sul cellulare rivenuto nel bar, sono ferite sicuramente fisiche (c’è anche un po’ di godibilissimo body-horror alla Cronenberg prima maniera che fa capolineo nella narrazione), ma indubbiamente e primariamente metaforiche. E sono le ferite di una vita arrivata ad un punto morto (Will si trascina tra giornate tutte uguali a se stesse, senza ambizioni, senza emozioni, senza futuro) e, soprattutto, di un amore finito, strascicato, svuotato, caduto in un vortice di silenzi e incomprensioni (vortice che appare anche sul pc di Carrie, la fidanzata interpretata da Dakota Johnson, e che sembra spingerla in un orrore che la immobilizza e annichilisce, una volta fissatolo).

L’altro aspetto positivo di quest’opera è che il suo protagonista, interpretato in maniera perfettamente compassata da Armie Hammer, generalmente impegnato in interpretazioni più cool ed eleganti, è un uomo per il quale è difficile provare empatia, un ragazzo dagli atteggiamenti sgradevoli e dai comportamenti scorretti, del tutto incapace di rendersi conto dei suoi errori e delle sue mancanze, totalmente fuori fuoco rispetto al suo lavoro, alle sue amicizie e al suo rapporto d’amore. E questo risulta essere un aspetto positivo, perché questo tipo di personaggio è il viatico perfetto per raccontare questa storia soprannaturale che in realtà molto concretamente ci parla di come spesso i nostri comportamenti abbiano influenze totalmente devastanti sulle esistente degli altri e di come il non voler scegliere “da che parte stare” possa creare un mondo sommerso e terrificante di ambizioni inespresse, sentimenti nascosti, pulsioni represse, ferite, insomma, in cui può annidarsi l’orrore vero e proprio se si dà modo ad esso di entrare (in questo caso il cellulare funge da porta di ingresso per il percorso compiuto da Will).

Certo, Wounds in alcuni punti soffre di una ripetitività fine a se stessa, quasi come a voler raggiungere il minutaggio prestabilito per un lungometraggio, e sicuramente non ha la stessa potenza evocativa e lo stesso grado di coinvolgimento di Under The Shadow o di molti altri horror più riusciti in questo senso, ma alla piattezza emotiva fa riscontro un’ottima utilizzo degli ambienti, soprattutto il bar e l’appartamento, funestati dalla presenza di scarafaggi che cominciano a moltiplicarsi fino ad arrivare ad un numero spropositato. Scarafaggi che ovviamente si materializzano agli occhi di Will proprio mentre le falle della sua vita e dei suoi rapporti diventano palesi e non più ignorabili (mentre litiga con Carrie, ad esempio, ma non solo) e che ben presto lo spingono sempre più fortemente verso il mondo oscuro che ha iniziato ad attirarlo tramite il fatidico cellulare, forse perché ormai attratto dalla verità che questo mondo gli mette davanti agli occhi, fino ad arrivare ad un finale agghiacciante in cui, ormai totalmente sommerso e catturato nella rete, decide di far entrare letteralmente il cambiamento dentro di sé. Cambiamento che, così come tutti i cambiamenti personali che ognuno di noi può e deve compiere lungo il proprio cammino, lascia una scia di vittime consapevoli, ma molto più spesso inconsapevoli, dietro di sé.