Finché Morte Non Ci Separi: divertimento e violenza in un imperdibile gioco al massacro

Grace e Alex stanno per sposarsi e non sono del tutto sereni, perché lei sta per conoscere per la prima volta la famiglia di lui, molto particolare ed esigente, trattandosi di ricconi d’alta classe, al cospetto di una ragazza di umili origini. Dopo la cerimonia, tra l’altro, Grace scopre che è tradizione di famiglia giocare tutti insieme con i novelli sposi ad un gioco da tavola pescato a sorte (questo perché loro si sono arricchiti proprio producendo board games). Sfortuna vuole che Grace peschi proprio quello “sbagliato” che la porterà ad essere vittima di una serie di avvenimenti decisamente inaspettati.

Partiamo subito dal presupposto che Ready or Not (questo il titolo originale molto più indicato ovviamente) è un horror che, a differenza di quanto accade recentemente nel genere e nonostante le apparenze date dalla trama e dal tipo di personaggi, non vuole soffermarsi pedagogicamente o moralisticamente sul piano metaforico con la scesa in campo di temi sociali, ma vuole intrattenere nel migliore dei modi, rifacendosi ad una semplicità narrativa che lascia poco spazio a simili elucubrazioni, nonostante sia comunque presente un riferimento lapalissiano ad un tema come la lotta di classe, leitmotiv che sembra ormai al centro dell’attenzione di più di un regista.

Sia chiaro, questo “discorso” all’interno del film è presente, ma non prende il sopravvento, né tantomeno ci si abbandona a facili didascalismi o a pistolotti fuori luogo data il tono scanzonato, ironico e sarcastico che accompagna l’opera. Per questo motivo, al di là del fatto che la stupidità dei ricchi prende il sopravvento persino rispetto alla loro quasi inconsapevole crudeltà (con le dovute eccezioni anche in questo caso), così come la scaltrezza e la furbizia di una ragazza che ha dovuto farsi da sé, crescendo da sola tra mille difficoltà, sono sempre lì in primo piano, questo non toglie peso al vero motivo di apprezzamento della pellicola, racchiuso nella tesissima, adrenalinica e spassosissima lotta che la “final girl” di turno ingaggia per la sua sopravvivenza, diventando ovviamente la nostra eroina, facendosi al centro di una carneficina di non poco conto in un vero e proprio home invasion ricco di spunti e di sorprese.

E il merito va anche al cast su cui svetta ovviamente Samara Weaving (già apprezzata nell’altra comedy horror The Babysitter, che evidentemente l’ha lanciata nel genere), in grado di conquistare lo spettatore con un’interpretazione risoluta, ma comunque autoironica, nei panni dell’unico personaggio senza una vera famiglia, che in qualche modo riesce a salvarsi proprio per questo. Infatti, l’altro tema portante di quest’opera è il “male” che spesso si annida proprio all’interno della famiglia, con riferimenti non tanto velati a vizi e follie che ivi si tramandano di generazione in generazione e con una consistente relazione tra ciò che siamo e ciò che la nostra famiglia a volte ci “costringe” ad essere.

Per tutti questi motivi, soprattutto per quanto riguarda il discorso legato alla famiglia, ma anche per il tono spassoso con cui viene narrato questo gioco al massacro, Ready or Not, come esperienza di visione, ricorda molto quell’altro gioiellino horror che è You’re Next e, pur non possedendone la stessa potenza metaforica, rimanda anche al folgorante Get Out (in questo caso per la satira sociale di fondo).

E al termine dell’avventura di questa sposa, il cui abito bianco finisce strappato e ricoperto di sangue, fango e poltiglie varie, non possiamo far altro che rimanere col sorriso stampato sul volto e con la consapevolezza che non sempre sposare un riccone può essere la scelta migliore.

 

 

Parasite: la guerra tra poveri feroce, divertente e impressionante

Una famiglia molto povera, costretta a vivere in uno scantinato al di fuori del quale gli ubriaconi vanno a fare pipì, sempre intenta a scroccare il wifi dai vicini e ridotta a svolgere lavori umili e sottopagati, si ritrova, all’inizio fortuitamente, e poi sempre più “criminosamente”, a lavorare per una famiglia molto ricca. Da questo momento in poi inizieranno ad assaporare uno scampolo di bella vita, ma soprattutto perverranno a delle verità sconcertanti su loro stessi, sui loro datori di lavoro e non solo…

Lotta di classe, riflessione profonda su quanto il proprio status economico e sociale sia parte della persona, fino a stabilirne i contorni più importanti, guerra tra poveri raccontata con una ferocia che sfiora i contorni del thriller e dell’horror, ma non dimentica la satira e l’ironia: tutto questo, e non solo, è Parasite, ultimo lavoro di Bong Joon-ho, premiato con la Palma d’Oro all’ultimo Festival di Cannes e selezionato per rappresentare la Corea del Sud per i prossimi Oscar nella categoria Miglior Film Straniero, nella quale siamo quasi certi trionferà.

Mescolando temi a lui cari (trattati persino nella sortita americana con l’action Snowpiercer), il regista riesce a stupire per l’innata capacità di amalgamare alla perfezione stili e toni, senza mai risultare disomogeneo e, anzi, creando un’aderenza alla realtà non indifferente, con tutti i suoi picchi di orrore, ma anche di piccole gioie, di nonsense e di sorprese inaspettate, di divisioni sociali e piccoli momenti di condivisione. Le due classi sociali rappresentate, infatti, non vengono descritte in maniera manicheistica ed è possibile riscontrare elementi positivi e negativi in ciascun personaggio, grazie ad una sceneggiatura che ce ne restituisce luci e ombre, ma soprattutto vizi e virtù. Il merito, oltre ad una scrittura sopraffina e intelligente, va anche all’interpretazione di ogni singolo protagonista, perfettamente calato nella parte, ma soprattutto negli ambienti teatro delle loro vicende.

Ambienti che sono, appunto, un vero e proprio proscenio in cui viene racchiuso un intero mondo e che, grazie all’abile regia di Bong Joon-ho diventano parte fondamentale di questa storia dai contorni assurdi che prosegue con un’escalation di situazioni che ci lasciano con gli occhi sgranati, ma che non fatichiamo a ritenere credibili, visti i soggetti presi in esame e quello che stanno a rappresentare (bellissima la sequenza che nel pre-finale vede alcuni protagonisti vestiti come i nativi indiani, altra categoria che in qualche modo può rientrare nel discorso “lotta di classe” di cui sopra).

La voglia di rivalsa, mista alla frustrazione per la propria condizione, ma anche per la sufficienza, seppure inconscia, con cui vengono trattati dai ricchi con cui entrano molto ingegnosamente in contatto, porterà i protagonisti “poveri” di questo racconto a scatenarsi in una serie di azioni inenarrabili; così come la noia, la stupidità, la vacuità, l’indifferenza e l’ingenuità dei protagonisti “ricchi” li porterà a non rendersi conto di quanto accade intorno a loro, ma soprattutto di quanto la loro sufficienza possa scatenare istinti generalmente tenuti a bada.

Inutile dire che finirà male per chiunque, ma quello che rimane di Parasite, oltre ad un finale molto commovente e poetico, è che a scanso di ogni tipo di retorica, le differenze sociali ed economiche saranno sempre un ostacolo alla piena convivenza tra gli appartenenti di una categoria piuttosto che dell’altra.

Doctor Sleep: i demoni del passato, del presente e molto probabilmente anche del futuro

Dan Torrance, da bambino traumatizzato dai tragici eventi dell’Overlook Hotel, luogo in cui oscure presenze portarono il padre alla follia più inaudita e in cui lui stesso si rese conto di avere un dono, la “luccicanza”, col quale riusciva a interagire con queste presenze, da adulto cerca di scacciare questi demoni affogando i ricordi e i suoi stessi poteri nell’alcol. Quando, però, decide di trasferirsi e di cambiare vita, riuscendo a rinchiudere le sue vecchie “conoscenze” in veri e propri bauli sigillati nella sua mente, una bambina con i suoi stessi poteri comincia ad interagire con lui a distanza e lo porta a conoscenza di un gruppo di “demoni” letteralmente affamati di persone come loro.

Inutile fare paragoni con l’illustre e intoccabile film di partenza, quello Shining che ha stabilito dei nuovi e inarrivabili contorni nel cinema horror, ma anche della settima arte tout court, perché ovviamente qualsiasi film ne uscirebbe con le ossa rotte. Questo perché la geometrica regia di Kubrick e lo straordinario utilizzo degli ambienti e delle scenografie messi magistralmente al servizio del racconto di una vera e propria discesa agli inferi di un uomo in preda ai propri demoni personali, il Jack Torrance col volto iconico e impressionante di Jack Nicholson, non potranno mai essere riprodotti con la stessa efficacia di allora.

In barba allo scontento, inaudito, di Stephen King, padre del materiale di partenza a cui Kubrick si è ispirato per il suo capolavoro, Shining, insomma, è diventato un cult imprescindibile ed è rimasto nella storia anche e soprattutto per alcune immagini, per alcuni luoghi e alcuni personaggi impressi indelebilmente nella memoria di tutti noi (le gemelline su tutti, ma anche i corridoi dell’hotel letteralmente inondati di sangue, il bar-ristorante totalmente illuminato, il labirinto innevato, la stanza 237 e si potrebbe continuare a lungo).

Ed è per questo che il sequel, horror diretto intelligentemente da Mike Flanagan, negli ultimi anni nome di punta all’interno del genere di riferimento, con alcune “perle” all’attivo come Oculus – Il Riflesso Del Male o l’imperdibile serie tv The Haunting Of Hill House, si pone a metà strada tra la visione della storia di Stephen King e la suggestione visiva, nonché l’impianto metaforico del maestro Kubrick.

Da un lato, infatti, Flanagan, così come nei suoi precedenti lavori, punta più sull’aspetto emotivo e sull’importanza dei legami familiari nella costruzione, in positivo e in negativo, della personalità e dell’interiorità di ciascuno; dall’altro, soprattutto in un finale fin troppo sbrigativo, questo bisogna dirlo, ci trasporta nell’indimenticabile hotel, luogo dell’orrore e del dolore per il protagonista, facendoci incontrare nuovamente le suddette gemelle, i suddetti corridoi inondanti di sangue, il suddetto labirinto innevato, la suddetta stanza 237 e, addirittura, seppur con il volto di un attore differente, il suddetto Jack Torrance.

I richiami al primo film, bisogna dirlo, sfiorano spesso il fan service vero e proprio, ma la cosa positiva di Doctor Sleep è che, seppur al servizio di questo fan service, il ritorno del protagonista all’Overlook Hotel non è un passaggio narrativo fine a se stesso, ma trova corrispondenza in una sceneggiatura che lo motiva in maniera sapiente.

L’altro grande motivo di apprezzamento del film, inoltre, è che pur raccontando di un percorso di formazione e consapevolezza di dover affrontare i propri demoni, piuttosto che seppellirli o rinchiuderli nei bauli mentali in cui li rinchiude Dan, cosa che arricchisce l’opera di sottotesti, ma che al tempo stesso la carica di alcuni didascalismi decisamente evitabili per spiegare questi sottotesti, non tralascia uno degli aspetti fondamentali per ogni buon horror che si rispetti e cioè una buona caratterizzazione del villain di turno, qui impersonato dalla splendida Rebecca Ferguson, nei panni di una donna affamata di giovinezza e “luccicanza”.

Anche Ewan McGregor porta a casa un’interpretazione decisa e convincente, affiancandosi alla giovanissima Kyliegh Curran, nei panni di una ragazzina che sembra aver trovato il suo mentore in Dan, così come lui stesso aveva trovato il suo in Dick Halloran, riuscendo al tempo stesso a capire che bisogna combattere, piuttosto che nascondersi, da bambini ma anche da adulti, affrontando il proprio passato, vivendo il proprio presente, ma anche e soprattutto, proiettandosi nel proprio futuro.

Non Succede, Ma Se Succede: la rom-com irriverente e citazionistica

Fred è un giornalista idealista, fermamente attaccato alle sue convinzioni, tanto da arrivare a licenziarsi dopo che il piccolo giornale indipendente per il quale lavora viene assorbito da un grande gruppo capitanato da un magnate senza etica. Charlotte è il Segretario di Stato che decide di concorrere alle presidenziali, visto che l’attuale presidente ha deciso di darsi alla recitazione per il cinema, diventando così il primo presidente donna degli Stati Uniti d’America. Dopo essersi incontrati ad un evento ed essersi ricordati di essere stati vicini di casa da adolescenti, lei chiede a lui di scrivere i suoi discorsi che declamerà in giro per il mondo per promuovere un’iniziativa a tutela dell’ambiente. Ovviamente tra i due succederà qualcosa e questa improbabile relazione porterà non pochi problemi a entrambi.

Due tipologie di comicità e di approccio al genere si incontrano e si fondono, così come succede agli stessi protagonisti che si innamorano nonostante appartengano a due mondi totalmente diversi. Da un lato, infatti, abbiamo Seth Rogen, figlio del cinema irriverente, sboccato, demenziale e politically incorrect di Judd Apatow, dall’altro c’è Charlize Theron, negli ultimi anni protagonista di film indipendenti che guardano a un certo tipo di cultura cinematografica e letteraria e la traspongono su grande schermo, così come successo in film quali Tully e Young Adult.

E questa fusione dà soddisfazioni sia in un senso che nell’altro soprattutto grazie alla quasi miracolosa alchimia che le due star trasmettono, coinvolgendo lo spettatore in questa storia d’amore, senza ombra di dubbio molto classica, come da commedia romantica che si rispetti, ma per molti aspetti collaterali anche sorprendente dal punto di vista comico, con momenti di puro, sano e, soprattutto, scorretto divertimento.

In Non Succede, Ma Se Succede (tremendo titolo italiano per Long Shot, perfetto gioco di parole che trova corrispondenza nel film in uno dei momenti più trash ed esilaranti dell’ultimo periodo cinematografico), si ricevono soddisfazioni sia sul fronte puramente romance (basti pensare alla sequenza del primo ballo tra i due, con le note di It Must Have Been Love, in cui prima di stringersi in un’immancabile lento, si lasciano andare in due goffi  e liberatori “assoli”), sia su quello comico con una serie di personaggi di contorno che regalano momenti unici, come il migliore amico di Fred, al centro di una sequenza in cui i due si confrontano su convinzioni religiose e politiche, restituendoci in maniera netta e quasi epifanica, la  necessità di andare oltre le proprie vedute e di ampliarle per riuscire ad avere una visione completa degli altri (esilarante il modo in cui Fred si rende conto che l’amico è repubblicano e credente, ma lui è sorprendentemente razzista).

Infatti, più che il trito e ormai ritrito riferimento alla dicotimica natura dei due protagonisti, che nonostante questo si innamorano, o il discorso sulla difficoltà di personaggi pubblici importanti a poter essere ed esprimere pienamente e realmente se stessi, anch’esso rivisitato ormai in mille salse, a rendere interessante Non Succede, Ma Se Succede è il riferimento alla necessità di ricorrere al compromesso e al sacrificio di alcuni aspetti di se stessi per raggiungere i propri obiettivi. I due, infatti, riescono a incastrarsi pur facendo un percorso opposto: Fred, che rimane abbarbicato boriosamente alle sue convinzioni senza mai muoversi di un passo, si ritrova a rivedere molte di queste convinzioni; Charlotte che ha fatto sua l’arte dell’autocensura e del compromesso, arriva a difendere strenuamente le sue posizioni, a rischio di perdere tutto.

Certo non mancano momenti evitabili con una comicità negativamente demenziale ed esageratamente forzata come la sequenza della serata a base di droga al termine della quale Charlotte, strafatta e in pieno trip, si trova a dover gestire un’emergenza internazionale, ma ad essi fa da contraltare un certo gusto citazionistico che una determinata generazione di spettatori non potrà far altro che adorare, soprattutto gli appassionati di serie tv (c’è Bob Odenkirk nel ruolo del presidente che fa palesemente il Saul Goodman della situazione e ci sono una serie di riferimenti a serie tv come Beverly Hills 90210 o a star televisive passate al cinema come George Clooney, Woody Harrelson e Jennifer Aniston, o quest’ultima forse no?).

L’altra sorpresa del film è che, a differenza di quello che ci si aspetterebbe dato il trailer, il titolo italiano e l’esistenza di una folta schiera di film e serie tv in cui il nerd grassoccio riesce magicamente a conquistare la bionda avvenente (The Big Bang Theory vi dice nulla?), in Non Succede, Ma Se Succede, questo clichè viene ampiamente ribaltato, perché in realtà non viene quasi mai sottolineata la differenza estetica tra i due personaggi e non si punta mai sull’intelligenza di uno rispetto a quella dell’altro, restituendoci paradossalmente un inaspettato equilibrio tra le parti, nonostante il ribaltamento dei ruoli: lui è la parte “debole” della coppia, ma non ha paura a lasciarsi sfuggire la bellissima donna in carriera quando si rende conto che non persegue totalmente gli ideali che lui condivide; lei è una donna di potere che non si impone, non sbraita e non tratta male i suoi sottoposti, ma che, anzi, si pone al loro livello.

Per tutti questi motivi, quindi, Non Succede, Ma Se Succede risulta più che apprezzabile perché volgarità e romanticismo si incontrano a metà strada riuscendo ad accontentare gli appassionati dell’una e dell’altro.

Wounds: le ferite attraverso cui passa l’orrore del cambiamento

Will fa il barista e spesso copre il turno di notte per guadagnare più soldi, passando il tempo con gli avventori del bar e soprattutto con Alicia, ragazza per cui ha palesemente un debole pur essendo lei accompagnata da Jeffrey e lui fidanzato e convivente con Carrie, studentessa universitaria. Una notte, Eric, cliente abituale del bar, viene coinvolto in una rissa e rimane ferito pesantemente al volto, mentre alcuni ragazzini si divertono a filmare l’accaduto. Una volta sgombrato il bar, Will trova casualmente lo smartphone di uno di quei ragazzi e lo porta con sé per cercare di restituirlo. Quando riesce a sbloccarlo, però, cominciano ad arrivargli messaggi strani e sempre più inquietanti, messaggi che nascondono un mondo sommerso e oscuro che ben presto fagocita anche Will…

Aveva sorpreso veramente tutti con la sua precedente opera, il suo primo lungometraggio, Under The Shadow, horror d’atmosfera che raccontava anche di una guerra significativa e terrificante come quello tra Iran e Iraq, ambientando la sua storia negli anni ’80, agli inizi dell’annoso conflitto, perfetto teatro per trasmettere in chiave horror le paure e i “fantasmi” che un evento simile porta con sé.

Babak Anvari, regista anglo-iraniano molto promettente, non riesce a riconfermare la grandezza di quel piccolo film, sia permesso l’ossimoro, anche se con la sua seconda fatica, Wounds, indipendentemente dai confronti, riconferma, invece, la presenza di uno sguardo particolare e interessante nell’affrontare il genere declinandolo a racconti che riescono a trasmettere qualcosa allo spettatore, andando a toccare temi e argomenti di interesse universale, come ha fatto con l’opera precedente, o particolare, come con questo prodotto.

Perché in realtà le ferite del titolo, che poi sono le ferite tramite le quali i rituali gnostici al centro delle ossessioni del protagonista che vi assiste tramite video e fotografie che gli vengono inviati sul cellulare rivenuto nel bar, sono ferite sicuramente fisiche (c’è anche un po’ di godibilissimo body-horror alla Cronenberg prima maniera che fa capolineo nella narrazione), ma indubbiamente e primariamente metaforiche. E sono le ferite di una vita arrivata ad un punto morto (Will si trascina tra giornate tutte uguali a se stesse, senza ambizioni, senza emozioni, senza futuro) e, soprattutto, di un amore finito, strascicato, svuotato, caduto in un vortice di silenzi e incomprensioni (vortice che appare anche sul pc di Carrie, la fidanzata interpretata da Dakota Johnson, e che sembra spingerla in un orrore che la immobilizza e annichilisce, una volta fissatolo).

L’altro aspetto positivo di quest’opera è che il suo protagonista, interpretato in maniera perfettamente compassata da Armie Hammer, generalmente impegnato in interpretazioni più cool ed eleganti, è un uomo per il quale è difficile provare empatia, un ragazzo dagli atteggiamenti sgradevoli e dai comportamenti scorretti, del tutto incapace di rendersi conto dei suoi errori e delle sue mancanze, totalmente fuori fuoco rispetto al suo lavoro, alle sue amicizie e al suo rapporto d’amore. E questo risulta essere un aspetto positivo, perché questo tipo di personaggio è il viatico perfetto per raccontare questa storia soprannaturale che in realtà molto concretamente ci parla di come spesso i nostri comportamenti abbiano influenze totalmente devastanti sulle esistente degli altri e di come il non voler scegliere “da che parte stare” possa creare un mondo sommerso e terrificante di ambizioni inespresse, sentimenti nascosti, pulsioni represse, ferite, insomma, in cui può annidarsi l’orrore vero e proprio se si dà modo ad esso di entrare (in questo caso il cellulare funge da porta di ingresso per il percorso compiuto da Will).

Certo, Wounds in alcuni punti soffre di una ripetitività fine a se stessa, quasi come a voler raggiungere il minutaggio prestabilito per un lungometraggio, e sicuramente non ha la stessa potenza evocativa e lo stesso grado di coinvolgimento di Under The Shadow o di molti altri horror più riusciti in questo senso, ma alla piattezza emotiva fa riscontro un’ottima utilizzo degli ambienti, soprattutto il bar e l’appartamento, funestati dalla presenza di scarafaggi che cominciano a moltiplicarsi fino ad arrivare ad un numero spropositato. Scarafaggi che ovviamente si materializzano agli occhi di Will proprio mentre le falle della sua vita e dei suoi rapporti diventano palesi e non più ignorabili (mentre litiga con Carrie, ad esempio, ma non solo) e che ben presto lo spingono sempre più fortemente verso il mondo oscuro che ha iniziato ad attirarlo tramite il fatidico cellulare, forse perché ormai attratto dalla verità che questo mondo gli mette davanti agli occhi, fino ad arrivare ad un finale agghiacciante in cui, ormai totalmente sommerso e catturato nella rete, decide di far entrare letteralmente il cambiamento dentro di sé. Cambiamento che, così come tutti i cambiamenti personali che ognuno di noi può e deve compiere lungo il proprio cammino, lascia una scia di vittime consapevoli, ma molto più spesso inconsapevoli, dietro di sé.

Depraved: adattamento moderno e originale del Frankenstein di Mary Shelley

Henry, chirurgo da campo affetto da stress post traumatico, riesce a portare a termine un’impresa rivoluzionaria, aiutato dall’amico di sempre, Polidori, spinto da intenti puramente economici. È riuscito a dare vita ad una “creatura” formata da varie parti del corpo di diversi cadaveri, col cervello di un ragazzo di 23 anni, Alex. Adam, questo il nome affibiatogli, instaura con lui un rapporto molto particolare, fino a quando, però, certi istinti e soprattutto i ricordi di una vita passata, non prenderanno il sopravvento.

Sono moltissimi i rifacimenti e le trasposizioni del classico di Mary Shelley e per questo motivo ogni nuovo progetto che si accosta alla storia di Frankenstein desta sicuramente sospetti su quella che potrebbe essere una scarsa originalità di spunti e contenuti. Ma al di là delle considerazioni aprioristiche che si possono giustamente avere nei confronti di progetti di questo tipo, bisogna poi fare una distinzione tra quelli che effettivamente possono deludere e quelli, come Depraved, che sorprendono per diversi motivi, primo tra tutti, inaspettatamente, l’originalità.

Depraved, infatti, diretto da Larry Fessenden con semplicità e scarsità di mezzi, ma con grande intelligenza e attenzione alle atmosfere, parte da premesse horror, ma a conti fatti risulta essere un vero e proprio dramma sulla solitudine umana. Solitudine che riguarda non solo la nuova creatura venuta al mondo e poi “abbandonata” a se stessa, ma anche il suo creatore che ha visto morire in maniera orribile troppe persone in guerra e che per questo ha deciso di trovare un modo per ridare la vita dopo la morte (il motivo per cui chiama Adam la sua creatura, infatti, non è poi così scontato come si potrebbe pensare). Solitudine, inoltre, che riguarda anche la fidanzata del ragazzo il cui cervello verrà utilizzato per creare la parte senziente della creatura o lo stesso Polidori, figura a tratti mefistofelica, ma a conti fatti molto umana nei suoi difetti e nella sua smania al successo.

Depraved, quindi, racconta in maniera del tutto inaspettata la storia di questo “mostro” che deve imparare a prendere coscienza di se stesso e del modo di vivere ma che nel frattempo viene assalito dai ricordi e dalle sensazioni di una vita passata. È bellissimo, infatti, il modo in cui le sue reazioni prendono vita sullo schermo, con le sinapsi de suo cervello che rispondo ai vari stimoli esterni o, appunto, ai ricordi della nonna e della fidanzata.

Adam, infatti, ha un corpo composto da varie persone, ma il cervello di Alex che man mano si risveglierà, cosa che porterà ciascun protagonista verso una spirale di violenza e consapevolezza dei propri limiti e dei propri errori al tempo stesso. Bellissima, infatti, è la scena in cui la “creatura”, trovando un video registrato da Henry e Polidori, si rende conto della sua vera natura, scena in cui all’asciuttezza di toni fino a quel momento sostenuta, subentra una potenza emotiva che coinvolge ulteriormente lo spettatore, già coinvolto dalla parte “intellettuale” e concettuale dell’opera.

Perché questa volta non siamo di fronte ad una considerazione sui limiti della scienza e su quanto questi possano portare a scoperte abominevoli e pericolose, ma riflettiamo sull’essere umano e su come spesso ricorra a soluzioni estreme per stare meglio, che poi è quello che fanno i tre personaggi principali (a tal proposito risulta molto esplicativa la sequenza in cui Polidori porta Adam in giro “per il mondo” spiegandogli molte cose della natura umana).

Concludiamo con una citazione alla bellissima canzone, More Than Enough di Elizabeth and The Catapult, che apre e chiude in maniera struggente il film, incorniciando prima un momento di intimità tra un ragazzo e una ragazza e poi la profonda solitudine, ancora, che accompagna gli stessi, dopo essersi persi definitivamente. O forse no?

Scary Stories to Tell in the Dark: l’orrore e la paura di dover crescere

Stella, Ramon, Chuck e Auggie sono quattro amici che si ritrovano a vivere delle esperienze terrificanti dopo aver trovato per caso un vecchio libro appartenuto ad una loro coetanea, Sara, che molti anni prima aveva iniziato a scrivere delle storie terrificanti, forse per scappare all’orrore che viveva in famiglia. Storie che, però, sembra non aver finito di scrivere…

Un film d’avventura horror per ragazzi, che in qualche modo regala alcuni momenti apprezzabili anche agli adulti, pur non elevandosi dal genere e ricalcando molti dei topoi di certo cinema e di certa tv che negli ultimi anni hanno preso piede (inutile, insomma, dire che siamo dalle parti di Strangers Things e IT nella nuova versione cinematografica, anche se in questo caso ci troviamo negli anni’60).

Scary Stories to Tell in the Dark, tratto dalla serie di racconti dell’orrore di Alvin Schwartz, fatica un po’ ad ingranare, impigliandosi in una quasi soporifera fotografia di questo gruppo di ragazzini alle prese con la crescita e col loro rapportarsi agli adulti o ai giovani adulti, ma non appena le storie terrificanti di Sara prendono vita sullo schermo, in maniera fluida e per niente episodica come ci si poteva aspettare data la natura del materiale di partenza, riesce a conquistare la nostra attenzione e a trasmetterci alcuni momenti di inquietudine.

Guillermo del Toro, del resto, è da sempre interessato a questa tipologia di storie e sicuramente ha tenuto conto delle sue influenze quando ha scritto e prodotto questo titolo, diretto da André Øvredal, in passato al timone di alcune opere horror apprezzabili come Troll Hunter e Autopsy. In questo caso, però, il regista non è riuscito a superarsi, perché, a differenza dei titoli precursori di cui sopra, la sua ultima fatica non riesce a farci affezionare ai suoi personaggi e ai loro legami e punta molto di più sull’effetto che sul sentimento. E se da un lato ne guadagna in quanto ad atmosfere (ci sono alcune sequenze che visivamente catturano lo sguardo), dall’altro ne perde in quanto a coinvolgimento e affezione dello spettatore.

Indipendentemente da questo, comunque, il film ci restituisce l’importanza di scrivere la propria storia e racconta del momento in cui ci si rende conto che non possono scriverla più gli altri, come i genitori o la famiglia in generale. E anche se crescere può voler dire andare incontro all’ignoto o all’orrore (il partire per il Vietnam ben rappresenta questo passaggio all’età adulta, ma tutto il discorso della guerra fa da sottofondo alle avventure orrorifiche di questi ragazzini), è importante raggiungere la consapevolezza che le pagine della propria vita vanno scritte personalmente, a costo di farlo versando del “sangue”.

Fractured: dal treno di Hitchcock, all’aereo di Flightplan, fino all’ospedale di Brad Anderson

Un uomo porta la moglie e la figlia in un ospedale a causa del ferimento di quest’ultima che è caduta e sembra essersi fratturata un braccio. Le saluta mentre si dirigono in radiografia per una tac e dopo molte ore, in cui si addormenta in attesa del loro ritorno, comincia a cercarle, ricevendo risposte sempre più vaghe, perché le due sembrano apparentemente scomparse o, a detta di medici e infermieri, mai arrivate in accettazione.


In principio fu La Signora Scompare, titolo tra i più emblematici di Alfred Hitchcock, soprattutto per quanto attiene l’utilizzo della suspense all’interno di un racconto cinematografico e la presenza di un fatidico colpo di scena che ribalta non tanto le situazioni, quanto la percezione che tutti, spettatori e personaggi all’interno dell’opera, hanno del protagonista principale.

C’è stato poi Frantic, con un Harrison Ford nel pieno di un delirio complottista di non poco conto e a seguire Flightplan, con una Jodie Foster alla ricerca della figlia scomparsa (o mai apparsa?) all’interno di un aereo in volo (laddove Hitchcock aveva ambientato il tutto in un treno).

Da tutti questi film Fractured, nuovo titolo del catalogo Netflix, ruba a piene mani, col risultato che al di là del canovaccio ormai noto, risulta scontato e prevedibile nel suo proseguimento e, soprattutto, nella sua rivelazione finale, che arriva dopo una serie di sfiancanti, piuttosto che emozionanti o coinvolgenti, cambi di prospettiva.

E se all’inizio si respira un’atmosfera perturbante con la caratterizzazione dell’ospedale e del personale dello stesso che hanno dei tratti inquietanti, cosa che trasmette il giusto senso di indeterminatezza circa la salute mentale del protagonista, man mano che si prosegue con la narrazione, sicuramente tesa e ritmata (questo sì), il tutto vira fin troppo pesantemente sulla condizione psicologica del padre e marito disposto a tutto per ritrovare la sua famiglia, laddove, invece, sarebbe stato più interessante soffermarsi sulle sfumature di ogni parte chiamata in causa.

Inutile dire che il pistolotto sullo stato del sistema sanitario americano, inserito in un contesto del tutto avulso dal tema, risulta più che altro posticcio, invece che dare un valore aggiunto e pure l’interpretazione fin troppo caricata e teatrale di Sam Worthington, contribuisce ad appesantire una storia che, raccontata diversamente, puntando sul dubbio e sul mistero, piuttosto che sull’azione o sul dramma, avrebbe potuto intrattenere in maniera più soddisfacente.

A conti fatti, comunque, Fractured rimane un thriller abbastanza godibile, se chiudiamo gli occhi di fronte alla prevedibilità del suo svolgimento ed evitiamo paragoni con precedenti ben più illustri (rimanendo ovviamente su Hitchcock e non sui suoi successori che hanno provato a imitarlo non sempre riuscendoci).

Di certo, però, non verrà ricordata come tra le opere più significative di Brad Anderson che in passato ha saputo colpire e impressionare con la psicologia dei personaggi e con l’utilizzo delle atmosfere con opere ben più mature e coinvolgenti come Session 9 e L’Uomo Senza Sonno.