“Red lights”: l’istrionismo di De Niro e la spettacolarizzazione a tutti i costi

La dottoressa Matheson e il suo assistente Buckley attraverso i loro studi scientifici cercano di smascherare i sedicenti sensitivi o medium, portando alla luce i loro trucchi e i loro inganni. Dopo trent’anni di assenza dalle scene, a causa della morte misteriosa di un suo nemico, torna alla ribalta Simon Silver, un guaritore cieco adorato dalla folla. Per Buckley smascherare quest’uomo sarà una questione di vita o di morte…

Dopo l’originalità e la sorprendente capacità di piegare il mezzo cinema ai propri voleri dimostrata con “Buried”, ricordiamolo, interamente girato all’interno di una bara, lo spagnolo Cortés torna con questo “Red Lights”, confermando le sue ottime doti registiche, ma avvalendosi di una sceneggiatura non sempre apprezzabile e di una materia alquanto spinosa. Non bissa, insomma, il successo ottenuto con l’opera precedente, anche se per buona parte del film, soprattutto nella fase iniziale, sembra tenere bene le redini della situazione. Dirige i due protagonisti in maniera esemplare (parliamo di una perfetta Sigourney Weaver e di un sempre più convincente Cillian Murphy), ma qualcosa gli sfugge di mano quando è Robert De Niro ad entrare in scena, dal momento che con l’arrivo dell’istrionico attore si perde anche quell’equilibrio e quella misura mantenuti fino a quel punto. Non basta allora la riflessione a latere sulle qualità ammalianti, mistificanti  e spettacolari del cinema, così come quelle possedute dai sensitivi in questione (elucubrazioni metacinematografiche trasmesse in maniera più brillante e avvincente in “The Prestige”, dove il paragone era fatto con la vera e propria magia però). Né tantomeno ci si accontenta del rapporto dicotomico tra fede e scienza, istinto e ragione, che viene impersonato proprio dai tre personaggi in questione. Questo perché non sempre si trova coesione tra i vari sottotesti, così come non tutto funziona alla perfezione nel racconto: basti pensare al personaggio interpretato dalla brava Elizabeth Olsen, che però risulta decisamente ininfluente, così come le motivazioni personali che stanno dietro alle scelte professionali e di vita della dottoressa Matheson, motivazioni che appaiono retoriche e banali.

Si aggiunga un finale pasticciato tremendamente “shyamalaniano” e la conclusione non potrà che essere una: quella di aver assistito per buona parte del tempo ad un film discreto, seppur non entusiasmante, rovinato poi dalla corsa alla spettacolarizzazione a tutti i costi. La stessa che contraddistingue i ciarlatani smascherati all’interno della pellicola. Ciarlataneria che sicuramente non appartiene al buon Cortés, il quale speriamo tornerà ai vecchi fasti con le sue prossime opere.

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Argo

Tony Mendez, agente della CIA esperto in esfiltrazioni, viene incaricato di riportare negli Stati Uniti sei funzionari dell’ambasciata americana in Iran scappati ad una rivolta a Teheran e rifugiatisi nell’ambasciata canadese. Per farlo escogiterà un piano fuori dal comune: fingerà di essere uno dei produttori di un film di fantascienza intitolato “Argo”, le cui riprese sono da effettuare proprio in Iran, luogo dal quale cercherà di uscire con i sei americani.

Possiede tutta la solidità e la compostezza dei film politici degli anni ’70 questo terzo lavoro da regista del sempre più sorprendente Ben Affleck. È arricchito anche da un’ironia di fondo deliziosa e da un’autoironia di non poco conto (la scena in cui il produttore contattato per mettere su l’operazione dice che anche una scimmia imparerebbe in un giorno a fare il regista, seguita poi dall’inquadratura di Ben Affleck stesso è davvero irresistibile), senza considerare la tensione e il ritmo sempre sostenuti e la regia rigorosa. Si aggiunga una direzione del cast, compreso il regista stesso che qui gioca giustamente di sottrazione, di grande eleganza e misura e otterremo un’opera degna di nota, ma anche coinvolgente ed interessante. Spiccano su tutti i grandi John Goodman e Alan Arkin, rispettivamente nei ruoli del truccatore premio Oscar e del produttore cinematografico che si alleano per aiutare l’agente della CIA e si impegnano fino in fondo tanto da creare un fittizio studio di produzione chiamato Studio 6, dal numero degli americani da riportare a casa. Accanto a loro un perfetto Bryan Cranston, preso in prestito dal magnifico telefilm “Breaking Bad” e una serie di volti televisivi che danno spessore e profondità anche ai personaggi più marginali.

Abbandonando la Boston che ha fatto da sfondo ai suoi primi due film (difatti ci si aspettava una sorta di trilogia e invece siamo stati smentiti), Affleck si dimostra un autore da tenere in considerazione e allarga il suo sguardo ad una situazione politica e sociale più ampia rispetto a quelle precedentemente affrontate. Lo fa in maniera brillante e vincente, regalandoci ancora una volta un’opera in cui l’equilibrio e la compostezza sono due delle caratteristiche principali (salvo qualche deriva leggermente retorica nel tratteggio delle dinamiche famigliari del protagonista), insieme alla fedele ricostruzione di costumi, pettinature, e ambientazioni. E pur avendo ben chiara la conclusione di questa storia paradossalmente ispirata a fatti realmente accaduti, nel finale assistiamo ad un controllo dei meccanismi di suspense da grande maestro. Se ancora ne avessimo avuto bisogno, insomma, “Argo” è la conferma del grande talento autoriale di questo giovane attore/regista/sceneggiatore che si è tolto di dosso il costume da divo, per indossare quello di stimabile cineasta.

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“Caged”: il terrore per l’ignoto e, soprattutto, per lo straniero

Tre infermieri, una donna e due uomini, in missione umanitaria in ex – Jugoslavia, vengono rapiti da un gruppo di stranieri che li rinchiudono in alcune celle. Qui saranno vittime di una serie di atrocità inaudite e saranno costretti a combattere con le unghie e con i denti per sopravvivere.

Diretto dal regista francese Yann Gozlan, seppur ben confezionato e interpretato, “Caged” (titolo originale “Captifs”) non raggiunge il grado di intensità, originalità e forza espressiva posseduto da alcuni “colleghi” appartenenti al cosiddetto filone della nouvelle vague horror. Sebbene gli spunti rimandino a molte altre opere dello stesso genere, basti citare “Hostel”, “Martyrs” e “Frontiers”, il film in questione non riesce a rimanere impresso o a colpire potentemente lo spettatore. Questo perché prima di tutto ci si accascia su banalità e cliché fin troppo abusati, soprattutto per quanto riguarda le motivazioni alla base del rapimento e delle torture, e, in seconda istanza, non ci si sofferma minimamente né dal punto di vista estetico e visivo, né dal punto di vista narrativo, su queste torture che sono l’unico motivo di esistenza della pellicola. Non basta mostrare dei corpi coperti da lenzuola o soffermarsi su delle urla incessanti, giocando di sottrazione quando alla base non ci sono altri elementi su cui puntare. Quello che dovrebbe essere un torture-porn, insomma, alla fine si risolve in una stancante e ripetuta sequela di azioni reiterate fino allo sfinimento e, nel finale, in una corsa alla salvezza dall’esito prevedibile e scontato. “Caged”, dunque, nonostante la presenza di qualche momento ispirato, come il ricorrere di alcuni flashback che riportano a galla dei traumi infantili della protagonista femminile, non riesce a sorreggersi su un solido impianto concettuale e teorico, ma non si distingue nemmeno per il carattere ludico posseduto da molti altri horror senza pretese, ma ricchi di momenti irresistibili in cui la fantasia e la follia la fanno da padrone. Il risultato è una quasi imperante sensazione di noia che pervade lo spettatore e che non ha il tempo di travolgerlo solo grazie alla brevissima durata del film.

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“Killer Joe”: la follia imperscrutabile del male

Chris si trova nei guai perché sua madre gli ha rubato una gran quantità di droga destinata allo spaccio e quindi si trova in forte debito con i criminali del luogo. Si rivolge a suo padre e insieme decidono di assassinare la donna per riscuotere l’assicurazione sulla vita a nome dell’altra figlia, la giovane e inesperta Dottie. Per portare a termine il lavoro ingaggiano Joe, un poliziotto che nel tempo libero fa il killer a pagamento. Quando Joe si accorge che i due non hanno a disposizione i soldi da dargli in anticipo, chiede come caparra sessuale la piccola Dottie.

“Hai degli occhi che fanno male”, continua a ripetere Dottie (la perfettamente svampita Juno Temple) al killer ingaggiato per uccidere sua madre (un sorprendente e inaspettato Matthew McCounaghey piacevolmente lontano dai suoi soliti ruoli). Ed effettivamente nello sguardo imperscrutabile e immobile di quest’uomo, così come nella sua apparente mancanza di espressioni e nei suoi movimenti cadenzati, risiede il grande assunto di questo film,  l’inspiegabilità e l’incomprensibilità del male più assoluto, di un male che sembra non avere motivazioni, né consapevolezza del suo esistere. Siamo ovviamente nella provincia americana più degradata, dove si vive in roulotte squallidissime, si spaccia per racimolare un po’ di soldi, si gira nudi per casa e si chiedono alle proprie mogli i soldi per la birra. Altro grande elemento dell’estetica di Friedkin, tornato in grande spolvero e ancora padrone del mestiere nonostante la sua veneranda età, è il ruolo narrativo e comunicativo dei corpi, come quello martoriato del giovane Chris (interpretato da Emile Hirsch in un ruolo totalmente diverso da quello che l’ha lanciato in “Into the wild” di Sean Penn), quello virgineo, ma in qualche modo malizioso della “piccola” Dottie, quello esposto senza pudore dalla “matrigna cattiva” Sharla (una coraggiosa Gina Gershon che si esibisce nella tanto discussa scena che la vede impegnata in una fellatio ad una coscia di pollo, sequenza che riscrive il significato di grottesco e insostenibile rimanendo impressa indelebilmente). Inutile nascondere le matrici coeniane e tarantiniane nella poetica del pulp ironico e assurdo e nello humour nero che caratterizza questa storia di omicidi su commissione e, soprattutto, di rottura indelebile di legami familiari che dovrebbero essere indissolubili. Friedkin però adotta uno stile personale e autonomo regalandoci un film dalla regia decisamente solida e dalla fotografia perfettamente funzionale al racconto di questa umanità irrecuperabile, facendo terminare il tutto con uno stravolgimento di aspettative non indifferente che ci restituisce tutta la relatività delle cose: il “mostro” agli occhi di un’anima inesperta e inconsapevole potrebbe anche passare per principe azzurro, oppure, tutto sommato, al cospetto di una famiglia di tal fatta, persino un killer spietato può sembrare una via di fuga.

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Si intitola Retrò il nuovo disco dei Cardiophobia: ecco il teaser!

Manca pochissimo ormai all’imminente uscita del nuovo album dei Cardiophobia, band alternative rock di Rimini che tornerà sulle scene il prossimo 15 Novembre con un disco coraggioso e inaspettato, intitolato Retrò, perché saprà riportarvi nel passato mostrando il talento dei Cardiophobia senza filtri né trucchi.

Il disco, infatti, è interamente registrato dal vivo, in presa diretta, senza ritocchi, per regalarci tutta la magia e la natura genuina della musica.

Per gustare una piccola anteprima di Retrò guardate qui il teaser:

 http://www.youtube.com/watch?v=rsRLBFigzjg

 

 

Reality

REGIA: Matteo Garrone
CAST: Aniello Arena, Loredana Simioli, Nando Paone, Graziella Marina, Aniello Iorio, Nunzia Schiano
ANNO: 2012

 

Luciano, pescivendolo di Napoli, è amato da parenti, amici e clienti per la sua esuberanza e per la capacità di far ridere tutti. Per questo viene spinto dai suoi bambini a partecipare ai provini per il Grande Fratello. Dopo il ritorno da Cinecittà qualcosa si insinua nella sua mente: è convinto di essere stato scelto come uno dei concorrenti e che, quindi, ci siano delle persone della produzione del programma che lo seguono e lo spiano per osservare i suoi comportamenti.

Dopo l’enorme e meritato successo ottenuto con Gomorra, il regista Matteo Garrone conferma il suo grande talento e ci regala un’opera densa e intensa, interessante e coinvolgente, comunicativa e stimolante. Ritroviamo anche la stessa cifra stilistica e lo stesso acume narrativo che abbiamo visto nel film precedente, con una grande attenzione ai volti dei personaggi e con uno spiccato realismo. Stavolta però, e il tema di fondo non poteva che portare verso questa direzione, abbiamo delle venature quasi oniriche, un’atmosfera lontanamente felliniana, uno straniamento dovuto a luoghi, persone e situazioni che creano un mix destabilizzante, ma ben amalgamato alla veridicità assoluta di tutto il resto. Torna anche il fuori-fuoco questa volta forse addirittura più funzionale per sottolineare l’alienazione del protagonista dalla realtà che lo circonda e che l’ha sempre circondato, a causa di questo mito del successo e della ricchezza immediata. A tal riguardo risultano decisamente efficaci le sequenze speculari di apertura e chiusura dell’opera, che con la macchina da presa, dapprima planante dall’alto all’interno di un matrimonio pomposo e macchiettistico e alla fine spiccante nuovamente il volo dopo che il protagonista sembra essere stato totalmente catturato dal “reality”, sono in grado di trasmettere la completa fusione delle due entità: realtà e immaginazione, essenza e apparenza. Altro grande elemento di gradimento è la mancanza di pedagogismi alcuni e l’assenza di manfrine retoriche e populiste, nonostante la questione desse adito a determinati risvolti (così come del resto avveniva anche in Gomorra, film dalle implicazioni ancora più scottanti). Merito dell’autore, quindi, è quello di essere stato in grado di raccontare un tarlo della nostra società senza ricorrere a facili scorciatoie o a banalità di nessuna sorta. Forse stavolta Garrone, in certi frangenti, si lascia andare alla risata facile (la figura dell’ex concorrente del Grande Fratello e qualche pedina di contorno appaiono forse esageratamente caricaturizzate ad esempio), ma trattasi di peccato veniale, che passa inosservato al cospetto della potenza narrativa, e che soprattutto viene presto dimenticato, grazie anche all’interpretazione più che convincente e soprattutto coinvolgente dei protagonisti principali, primi su tutti Aniello Arena nel ruolo di Luciano e Loredana Simioli in quello di sua moglie Maria.

Ad intrecciarsi potentemente al tema dell’illusorietà e della pericolosità della stessa, inerentemente al mondo della tv che offre scorciatoie e felicità fasulla, arriva anche quello dell’utopia e dell’”inganno” nascosto nella religione, nell’affidare la risoluzione dei propri problemi ad un’altra entità indistinta e spesso utopistica. Il tutto è ben rappresentato da alcune sequenze di grande efficacia, come quella in cui Luciano si reca a Roma in Via Crucis con l’amico Michele, l’ottimo Nando Paone, per poi fuggire, non visto, alla ricerca degli studi del Grande Fratello. Studi all’interno dei quali si riproducono meccanicamente e fedelmente, comportamenti e stilemi già visti in precedenza e assimilati in un ciclo di inquietante e angosciante imitazione, tanto da non distinguere più il reale dal fittizio.

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Babycall

REGIA: Pål Sletaune
CAST: Noomi Rapace, Kristoffer Joner
ANNO: 2012

Anna si è trasferita col suo bambino Anders in un condominio della periferia di Oslo per sfuggire ad un marito pericoloso e violento. Per tenere il figlio sotto controllo anche di notte compra un babycall in modo da poter sentire sempre il suo respiro. Qualcosa però andrà storto: dall’apparecchio comincerà a percepire lamenti e urla inquietanti e Anders si affiancherà ad un bambino a dir poco sinistro. L’unico scampolo di luce nella vita della donna sarà costituito dall’amicizia con Helge, commesso di un negozio di elettrodomestici, che cercherà in tutti i modi di aiutarla.

Non può essere definito a tutti gli effetti un horror, perché manca esteticamente e registicamente degli aspetti salienti del genere. Ci troviamo, piuttosto, dalle parti del dramma psicologico con venature thriller e con qualche sprazzo di tensione, anche se bisogna dire che non tutte le componenti sono ben riuscite. Sul fronte drammatico abbiamo una buona introspezione della protagonista, ben incarnata dalla sempre più richiesta Noomi Rapace (vincitrice del Marc’Aurelio  come miglior attrice al Festival Internazionale del Film di Roma dell’anno scorso), e delle sue ossessioni imperanti.  Non abbiamo però una buona padronanza del ritmo e della suspense, con momenti di stanca fin troppo ricorrenti, con una ridondanza narrativa a tratti eccessiva e con un banale e prevedibile ricorso a determinati cliché del genere, soprattutto in fase finale, momento in cui incorriamo in risvolti shyamalaniani ormai quasi anacronistici. Non aiuta la confusione in fase di sceneggiatura, con buchi e vuoti narrativi, atti sicuramente a creare spaesamento nello spettatore e a tenere sempre desta la sua attenzione, oltre che ad amalgamarsi allo stato mentale estremamente caotico della donna. Ciò non basta però a rendere accettabile uno svolgimento che si ritorce su se stesso e invece di lasciarci positivamente allibiti e increduli, ci regala uno stato di insoddisfazione dovuto all’incapacità dell’autore di saper tenere ben fermo il timone e di stupirci senza ricorrere a strategie abusate e a colpi di scena visti e stravisti. Tutto sommato, comunque, rimane qualche suggestione visiva (il lago, la claustrofobia dell’appartamento di Anna), la buona prova recitativa del cast poco nutrito e l’angoscia permanente delle atmosfere. Questo non rende Babycall un film memorabile, ma non lo fa finire direttamente nel dimenticatoio, anche grazie a sottotrame in qualche modo coinvolgenti (in primis quella che riguarda il commesso ben impersonato da Kristoffer Joner) e ad alcuni guizzi, seppur rari, in grado di suscitare qualche scossone (le apparizioni del bambino misterioso). Raggiungere un equilibrio, dunque, nell’analisi di quest’opera è altrettanto difficile quanto comprendere le azioni e le scelte dell’essere più imprevedibile in assoluto: una madre che cerca di proteggere il proprio figlio.

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Beginners

REGIA: Mike Mills
CAST: Ewan McGregor, Christopher Plummer, Mélanie Laurent
ANNO: 2011

Oliver, di professione disegnatore e grafico, vive una condizione esistenziale sospesa, incapace di mantenere salde le sue relazioni sentimentali e di andare oltre la perdita dei genitori. La madre, infatti, è morta di cancro, evento che ha dato modo al padre di fare coming out e di confessare la propria omosessualità, vivendo alla luce del sole la sua natura per altri cinque anni, momento in cui anche lui, a causa della stessa malattia, lo abbandona. L’incontro con Anna, un’attrice francese altrettanto problematica, lo costringerà a venire a patti con sé stesso e con la vita.

Opera seconda di questo artista talentuoso e originale, figlio di una certa cultura indie e di un cinema particolare e dimesso, ma anche esteticamente estroso, come quello degli ottimi Michel Gondry o Wes Anderson, Beginners si fa guardare con grande interesse e con una certa dose di coinvolgimento emotivo, senza però scadere in ruffianerie di sorta, stucchevolezze o patetismi alcuni. Elementi facilmente riscontrabili in prodotti incentrati su snodi narrativi che vedono al centro della messa in scena drammi familiari, amori difficili, percorsi formativi dolorosi. Tutti elementi che si ritrovano in questo film, ma che vengono affrontati e raccontati con una delicatezza impensabile e con un gusto sopraffino per le immagini, le associazioni di idee, i ricordi e l’importanza del vissuto, con il susseguirsi non sempre lineare e semplicistico di passato e presente. In questo caso è il montaggio l’elemento più significativo della pellicola, perché è in grado di esprimere e comunicare in maniera compiuta ed efficace l’evoluzione del protagonista (un magnificamente intenso Ewan McGregor), facendo ricorso a quelli che sono le sue rievocazioni istantanee, scaturite dal vissuto corrente, da piccole casualità, da gesti o situazioni. Parlavamo anche del gusto per le immagini, altro elemento caratterizzante in maniera positiva Beginners, attraversato dai disegni che lo stesso Oliver produce per dare libero sfogo alle sue sensazioni e per comunicare col mondo (bellissima la sua idea di disegnare la storia della tristezza, proponendola poi come lunghissima copertina per il cd di un gruppo che si è rivolto a lui per dei semplici ritratti) e da fotografie del passato che raccontano come venivano vissute diversamente le stesse cose che oggi però hanno significati o aspetti diversi (il sole, le stelle, la natura, l’amore, la bellezza).  Aggiungiamoci un Christopher Plummer in stato di grazia, capace di animare con immensa potenza espressiva un personaggio, il padre, che poteva cadere facilmente vittima della caricatura e una graziosa e irresistibile Mélanie Laurent; condiamo il tutto con una colonna sonora adeguatissima e deliziosa, mescoliamo delicatamente e otterremo l’ottimo miscuglio che è Beginners, opera non convenzionale e fuori dagli schemi, così come il talento di Oliver, alter-ego dello stesso regista lanciato nel racconto di spezzoni della sua vita vissuta, che rifugge le banalità e gli assolutismi (i ritratti che ormai è stando di disegnare), per dare libero sfogo alle peculiarità e ai contenuti (le scritte sui muri che rimandano alla sua coscienza storica, i nuovi disegni che fa al lavoro). Nel mezzo una profonda riflessione sul passaggio dall’infanzia all’età adulta, non sempre cronologicamente consequenziale, dato che ad esempio Hal rivive la prima da anziano quando finalmente assapora la vera felicità. È per questo, infatti, che non lo vedremo mai nei ricordi di Oliver da bambino, permeati dalla nostalgia di una madre amorevole, ma infelice. Tutto questo è Beginners, piccolo gioiellino da noi mai distribuito nelle sale e passato direttamente all’home video, ma decisamente meritevole di essere recuperato.

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Livid

REGIA: Alexandre Bustillo, Julien Maury
CAST: Beatrice Dalle, Loic Berthezene, Serge Cabon, Chloé Coulloud, Catherine Jacob, Jérémy Capone, Chloé Marcq, Félix Moati, Mauri-Claude Pietragalla
ANNO: 2011

Lucie comincia il suo giro da infermiera seguendo la signora Wilsonche fa visita ai suoi pazienti, tra cui una vecchissima donna in coma irreversibile, la quale vive sola in una grandissima villa. La donna, ex ballerina classica, conserva nella sua casa un tesoro di inestimabile valore, stando a quanto afferma l’infermiera più anziana. Lucie, allora, sognando una vita migliore col suo fidanzato, decide di andarci di notte con lui e con un loro amico per impossessarsene. Peccato che verrà sconvolta da una serie di avvenimenti terrificanti.

Alla loro seconda opera i registi francesi Alexandre Bustillo e Julien Maury fanno una grande sterzata e dall’estremo realismo, escluse deviazioni zombiesche e giocose verso il finale, del loro primo film, l’acclamato À L’Intérieur, passano al fantastico e onirico, oltre che lontanamente favolistico, di Livid (nel titolo originale con una “e” finale). Si tratta, ovviamente, di una favola dark ed estremamente gotica, con tanto di casa stregata sullo sfondo e con creature malvagie che la abitano e che terrorizzano coloro che osano “profanarla”. Un altro universo insomma, rispetto alla follia assoluta che regnava nella mente della protagonista negativa del film precedente, del tutto decisa ad impossessarsi del bambino nel grembo della sua controparte. La maternità violata e il significato di “casa” erano due temi portanti di quell’opera, temi che in un certo qual senso, seppur rivisti sotto punti di vista diversi, tornano anche questa volta. Nonostante ci troviamo di fronte ad una sorta di retrocessione, possiamo comunque apprezzare la volontà di esprimere le proprie idee cambiando registro e non adagiandosi sugli allori. Quello che non possiamo fare, però, è non notare una mancanza di coesione ed equilibrio in quest’opera traballante e priva di una precisa direzione. Tutto sommato, comunque, godiamo di un certo gusto per il macabro e per la messa in scena, elementi che soddisfano enormemente durante la visione del film, attraversato da suggestioni visive inquietanti e coinvolgenti, nonché contrassegnato da una fotografia affascinante e comunicativa e da una regia sempre attenta e interessante, con atmosfere argentiniane (i richiami nono sono pochi) e con una scenografia decisamente degna di nota. Ciò che rovina il risultato complessivo, dunque, è un impianto narrativo che sfocia più volte nel ridicolo involontario, fino ad arrivare ad un finale multistrato poco consono al talento dei due registi ed eccessivamente sopra le righe, con fantasmi volanti, vampiri sui generis e non diciamo altro per non rovinare la sorpresa a nessuno. Ma più che altro la sorpresa viene dal fatto che i due autori si siano spinti a debolezze di sceneggiatura simili, considerando tra l’altro che nemmeno l’opera precedente spiccava in tal senso, compensando però con un impianto estetico e concettuale di non poco conto. Tralasciando il fatto che in questo caso, volutamente, non abbiamo grandi sottotesti, ma solo la voglia di giocare col genere e di intrattenere l’amante dello stesso, cosa decisamente gradita, non possiamo però non strizzare il naso di fronte a risvolti esageratamente raffazzonati. Bustillo e Maury, insomma, si mantengono degni pur non superando loro stessi, strizzando l’occhio a opere appartenenti allo stesso filone, anche la Hammer è dietro l’angolo, e in primis a loro stessi, forse autocompiacendosi fin troppo, con il ritorno delle immancabili forbici, arma letale e mostruosa presente in À l’intérieur. Qui però si affiancano a specchi magici, a carillon umani, a falene succhia-anima e a spettri malefici. Un miscuglio non ben amalgamato che inizialmente ha un buon sapore, ma gustando a fondo lascia un retrogusto amarognolo.

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Prometheus

REGIA: Ridley Scott

CAST: Charlize Theron, Michael Fassbender, Noomi Rapace, Idris Elba, Guy Pearce, Logan Marshall-Green, Patrick Wilson, Sean Harris, Rafe Spall, Emun Elliott, Benedict Wong, Kate Dickie

ANNO: 2012

La nave spaziale Prometheus parte alla volta di un pianeta su cui si presume vivano gli esseri che hanno dato vita alla civiltà umana, chiamati Ingegneri. A bordo i due scienziati che hanno scoperto delle mappe dipinte sui muri migliaia di anni prima; un robot che cerca di scoprire un minimo di umanità in sé; un capitano un po’ sui generis; e altri membri dell’equipaggio che presto si renderanno conto che non sempre farsi troppe domande è l’unica via per trovare risposte.

Tagliamo subito la testa al toro: Prometheus è un film imperfetto. Imperfetto quanto può esserlo un umano dotato di anima, al contrario di un robot privo di sentimenti. La metafora è d’obbligo dal momento che il dialogo più significativo dell’opera avviene tra lo scienziato interpretato da Logan Marshall-Green e  l’androide magnificamente impersonato da un ambiguo Michael Fassbender. Si può quindi preferire un’opera perfetta ma senz’anima ad una imperfetta ma pulsante e piena di vita? Trovare la risposta a questa domanda è forse ancora più difficile che arrivare alla soluzione del quesito che si pongono i due scienziati all’interno del film: chi ci ha creati e, soprattutto, perché? Semplicemente perché “potevano farlo” o perché l’essere umano ha un senso e un significato ben preciso con la sua presenza sulla Terra? Ovviamente prima di poterci capire qualcosa, i protagonisti di quest’ultima, molto discussa, fatica di Ridley Scott, dovranno fare i conti con creature mostruose e temibili, con mostriciattoli di non poco conto e con un pericolo ancora più strisciante e imprevedibile, quello che viene dall’interno. Cosa rende, allora, Prometheus degno di nota, vi starete chiedendo, dal momento che abbiamo esordito ammettendo la sua natura tutt’altro che priva di difetti? Perché Prometheus è senza ombra di dubbio una “creatura” degna di nota. A renderla tale ci pensa il talento registico, indiscutibile, di chi sta dietro la macchina da presa, il gusto per lo spettacolo e la spettacolarizzazione degli ambienti, la scenografia mozzafiato che, per forza di cose, rimanda in molti aspetti a quella del predecessore che in realtà è un successore, la meraviglia visiva e la potenza delle immagini. Proseguendo con le mille domande che lo spettatore si pone durante e a fine visione, così come fanno i protagonisti all’interno del film circa la natura umana e la sua origine, si può definire Prometheus un prequel di Alien? È, infatti, inutile evitare il confronto o l’accenno al grande capolavoro di Scott che a distanza di 33 anni continua a detenere il primato tra le opere del regista insieme a Blade Runner. Però è difficile rispondere anche a questo interrogativo, dal momento che sono molti gli spunti, i richiami, i collegamenti e, primariamente, l’ammiccante finale, di cui non diremo ovviamente altro. Ma, come suddetto, si tratta soltanto di sfumature, a volte parecchio evidenziate è vero (soprattutto per quanto attiene all’evoluzione di determinati snodi che riguardano infezioni, quarantene e parti cesarei un po’ strambi), ma sostanzialmente irrilevanti ai fini di un proseguimento narrativo vero e proprio. A proposito di narrazione arriviamo alla nota dolente che potrebbe far storcere il naso a più di uno spettatore, ma soprattutto ai critici più imbolsiti e boriosi: la sceneggiatura. Risiede in questo aspetto la debolezza, forse l’unica, di quest’opera, raccontata sì con grande gusto per l’avventura e il mistero, ma con scelte non sempre apprezzabili, soprattutto nella seconda parte. Ma un’opera cinematografica può essere giudicata in riferimento alla sua parte narrativa, o vanno considerati altri aspetti quali la meraviglia visiva, il racconto per immagini, la forza comunicativa delle stesse? A furia di sembrare ripetitivi, non possiamo che ammettere di trovarci di fronte ad un altro quesito difficilmente risolvibile. Non ci resta altro da fare, allora, che smettere di farci domande, così come i protagonisti del film (tra cui un’algidissima e straordinaria Charlize Theron) e lasciarci trascinare e stupire da questa fantastica, mirabolante, adrenalinica e stimolante storia di interrogativi irrisolti, ma di grandi, irripetibili e coinvolgenti emozioni.

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