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Mr. Robot 4×05 – L’episodio muto più eloquente di quanto ci si potrebbe aspettare

Elliot e Darlene escogitano uno dei loro piani altamente tecnologici per infiltrarsi in una società e rubarne le informazioni necessarie alla composizione del puzzle che man mano sembra diventare sempre più difficile da completare e per cercare di hackerare le credenziali bancarie di Whiterose.

La ragazza, munita di parrucca nera e di abiti d’ufficio, deve farsi passare per una dipendente della suddetta società, mentre suo fratello, entrato di soppiatto mentre il custode viene distratto proprio da Darlene, deve fare di tutto per far sembrare il badge di sua sorella autentico.

La tensione di questa prima parte dell’episodio è gestita in maniera magistrale e lo spettatore si trova col fiato sospeso per tutto il tempo, fino a quando Elliot non sarà costretto a fuggire rocambolescamente, braccato da alcuni poliziotti accorsi, con Darlene, che invece, disperata, tenta una mossa audace per uscire dall’edificio.

La seconda parte dell’episodio, inframmezzato dalle scene in cui Dom continua ad essere preda della Dark Army che le dà ordini mediante messaggi apparentemente gioviali, ma per questo molto più inquietanti (con tanto di emoticon sorridenti), vede al centro dell’attenzione la fuga dell’informatico che, stremato e senza fiato, distrutto fisicamente e col fiato corto, si trova a salire su un autobus per poi scapparne sradicandone le porte di entrata, ad essere investito da un auto e alla fine, disperatamente, a gettarsi da un dirupo altissimo per raggiungere Darlene che, ancora una volta, localizzandolo col cellulare, arriva in suo soccorso. Una serie di soluzioni narrative sicuramente poco credibili ma, con una leggera concessione alla sospensione dell’incredulità, appunto, decisamente impressionanti e coinvolgenti.

Però, l’elemento che contraddistingue Method Not Allowed, quinto episodio della quarta stagione, che potremmo definire “sperimentale”, ma come sempre riuscitissimo, è che risulta essere contrassegnato dalla quasi totale assenza di dialoghi, un vero e proprio episodio muto in cui a parlare sono solo le azioni compiute dai protagonisti, le atmosfere malsane (il Natale non ci sembrerà mai più così minaccioso) e una gestione magistrale della suspense. Fantastico anche il modo di introdurre questo “mutismo”, con Darlene che, appena recuperato il fratello visibilmente sconvolto dopo la folle avventura notturna con Wellick, gli dice: “It’s cool, dude. We don’t have to talk”.

 

 
 

Bojack Horseman: la prima parte della sesta stagione lascia intravedere una luce in fondo al tunnel

I primi sei episodi della sesta e ultima stagione di Bojack Horseman non deludono affatto gli affezionati della serie e soprattutto non smettono di dimostrare tutti gli aspetti positivi di un prodotto che ha saputo stupire, divertire, emozionare, far soffrire e far riflettere nel corso delle stagioni precedenti.

Partendo da dove eravamo rimasti, con Bojack che entrava in una clinica per disintossicarsi dall’alcol, accompagnato dall’amica Diane, la serie continua a trascinarci nelle vite “sbagliate”, anche se apparentemente scintillanti, dei suoi protagonisti e questa volta lo fa con un Bojack per la prima volta lucido e quindi ancora più tristemente consapevole dei suoi errori presenti e passati.

Sapientemente, inoltre, il focus, forse per la prima volta, viene posto sui vari personaggi che da sempre hanno affiancato il cavallo antropomorfo, con episodi dedicati quasi totalmente ad ognuno di loro e con un inaspettato, quasi insperato, percorso di crescita, consapevolezza, redenzione e maturazione che colpisce, in maniera differente e ovviamente poco canonica, ognuno di loro, compreso, appunto, Bojack.

E questa è la caratteristica che più di ogni altra ci fa apprezzare questo inizio di stagione, proprio perché dopo aver letteralmente sofferto camminando accanto a Bojack durante il suo percorso di vita che altro non è stato se non una vera e propria terapia psicologica dal forte impatto, finalmente iniziamo ad intravedere una sorta di luce in fondo al tunnel e si comincia a respirare aria di miglioramento.

Certo Bojack, impossibilitato ad affogare i ricordi e ad obnubilare il pensiero nell’alcol (bellissima la metafora che vede la bottiglietta piena di vodka che porta con sé come simbolo del suo percorso come se fosse un enorme cielo stellato), si ritrova sempre più spesso ad andare a ritroso nel tempo e a vedere accanto a sé in ogni occasione della sua vita, importante o meno, un bicchiere o una bottiglia. Così come si ritrova a ricordare ossessivamente quella Sarah Lynn, la cui morte continua a pesare come un macigno sulla sua coscienza, diventato il più grande senso di colpa della sua vita. Ma è anche vero che questa nuova lucidità lo porta a capire che spesso è stato causa del malessere delle persone a lui più vicine, le cui vite sono state sempre intossicate (metaforicamente e non) dalla sua presenza e che, forse, esiste un’altra via per stare loro accanto, la via dell’amicizia disinteressata, quella in cui magicamente è lui che cerca di guidare e consolare i vari Todd, Diane, Princess Carolyn e Mr. Peanubutter.

Ognuno di loro, quindi, riceverà da Bojack un consiglio, un aiuto, un’apertura inaspettata (straordinariamente commovente, pur nella sua semplicità, la scena in cui finalmente il cavallo regala al cane giallo il tanto agognato “episodio crossover”, quando i due si incontrano sul set di Horsin’ Around, ricreato in un museo dedicato a Bojack). Infatti, persino il personaggio più “luminoso” della serie, Mr. Peanubutter appunto, si renderà conto che forse la sua estrema allegria nasconde un’insoddisfazione e una depressione non più ignorabili e sotterrabili.

Diane, dal canto suo, si trasferisce a Chicago dove inizia una relazione, forse per la prima volta sana, con un toro che sembra prender la vita con semplicità, trasmettendole l’importanza del dare il giusto peso a persone e situazioni, senza cadere in “facili” depressioni come spesso le capita; mentre Todd rivela inaspettatamente un background personale e familiare che mai ci saremmo aspettati, essendo da sempre il “jolly” della situazione.

Ma tra i comprimari quella che, ancora una volta, come sempre anche in precedenza, regala le maggiori soddisfazioni è Princess Carolyn, forse unico vero trait d’union tra tutti loro, donna (anzi gatto) che racchiude in sé tutte le debolezze umane, ma l’unica in grado di affrontarle sempre di petto, volgendole a suo favore e non arrendendosi di fronte ad esse, riuscendo al contempo a prendersi cura degli amici, del lavoro, dei colleghi, dei dipendenti e, soprattutto, della figlia, Ruthie, ultimo tassello che va a comporre la sua splendida personalità (impressionante l’episodio a lei dedicato in grado di trasmettere tutta l’ansia e la difficoltà di essere madre, donna in carriera, amica e molto altro).

Ovviamente anche la parte più divertente, dissacrante, parodica e intellettuale della serie viene approfondita come sempre con citazioni, rimandi, giochi di parole, gag relative al mondo di Hollywood e all’industria cinematografica in generale e sono i momenti che stemperano quelli più intensi e introspettivi, altrimenti difficilmente sopportabili dallo spettatore più sensibile.

Concludendo, con la speranza che questo percorso di guarigione prenda delle svolte sempre più interessanti ed emozionanti, così come successo fino ad ora, aspettiamo spasmodicamente la seconda parte di questa ultima stagione che, siamo convinti, ci lascerà in un mare di lacrime, ma molto probabilmente a differenza delle stagioni precedenti, in cui si trattava di lacrime di “dolore” e immedesimazione, si tratterà di lacrime di commozione e gioia per la sperata “rinascita” di ciascun personaggio.

 
 

Doctor Sleep: i demoni del passato, del presente e molto probabilmente anche del futuro

Dan Torrance, da bambino traumatizzato dai tragici eventi dell’Overlook Hotel, luogo in cui oscure presenze portarono il padre alla follia più inaudita e in cui lui stesso si rese conto di avere un dono, la “luccicanza”, col quale riusciva a interagire con queste presenze, da adulto cerca di scacciare questi demoni affogando i ricordi e i suoi stessi poteri nell’alcol. Quando, però, decide di trasferirsi e di cambiare vita, riuscendo a rinchiudere le sue vecchie “conoscenze” in veri e propri bauli sigillati nella sua mente, una bambina con i suoi stessi poteri comincia ad interagire con lui a distanza e lo porta a conoscenza di un gruppo di “demoni” letteralmente affamati di persone come loro.

Inutile fare paragoni con l’illustre e intoccabile film di partenza, quello Shining che ha stabilito dei nuovi e inarrivabili contorni nel cinema horror, ma anche della settima arte tout court, perché ovviamente qualsiasi film ne uscirebbe con le ossa rotte. Questo perché la geometrica regia di Kubrick e lo straordinario utilizzo degli ambienti e delle scenografie messi magistralmente al servizio del racconto di una vera e propria discesa agli inferi di un uomo in preda ai propri demoni personali, il Jack Torrance col volto iconico e impressionante di Jack Nicholson, non potranno mai essere riprodotti con la stessa efficacia di allora.

In barba allo scontento, inaudito, di Stephen King, padre del materiale di partenza a cui Kubrick si è ispirato per il suo capolavoro, Shining, insomma, è diventato un cult imprescindibile ed è rimasto nella storia anche e soprattutto per alcune immagini, per alcuni luoghi e alcuni personaggi impressi indelebilmente nella memoria di tutti noi (le gemelline su tutti, ma anche i corridoi dell’hotel letteralmente inondati di sangue, il bar-ristorante totalmente illuminato, il labirinto innevato, la stanza 237 e si potrebbe continuare a lungo).

Ed è per questo che il sequel, horror diretto intelligentemente da Mike Flanagan, negli ultimi anni nome di punta all’interno del genere di riferimento, con alcune “perle” all’attivo come Oculus – Il Riflesso Del Male o l’imperdibile serie tv The Haunting Of Hill House, si pone a metà strada tra la visione della storia di Stephen King e la suggestione visiva, nonché l’impianto metaforico del maestro Kubrick.

Da un lato, infatti, Flanagan, così come nei suoi precedenti lavori, punta più sull’aspetto emotivo e sull’importanza dei legami familiari nella costruzione, in positivo e in negativo, della personalità e dell’interiorità di ciascuno; dall’altro, soprattutto in un finale fin troppo sbrigativo, questo bisogna dirlo, ci trasporta nell’indimenticabile hotel, luogo dell’orrore e del dolore per il protagonista, facendoci incontrare nuovamente le suddette gemelle, i suddetti corridoi inondanti di sangue, il suddetto labirinto innevato, la suddetta stanza 237 e, addirittura, seppur con il volto di un attore differente, il suddetto Jack Torrance.

I richiami al primo film, bisogna dirlo, sfiorano spesso il fan service vero e proprio, ma la cosa positiva di Doctor Sleep è che, seppur al servizio di questo fan service, il ritorno del protagonista all’Overlook Hotel non è un passaggio narrativo fine a se stesso, ma trova corrispondenza in una sceneggiatura che lo motiva in maniera sapiente.

L’altro grande motivo di apprezzamento del film, inoltre, è che pur raccontando di un percorso di formazione e consapevolezza di dover affrontare i propri demoni, piuttosto che seppellirli o rinchiuderli nei bauli mentali in cui li rinchiude Dan, cosa che arricchisce l’opera di sottotesti, ma che al tempo stesso la carica di alcuni didascalismi decisamente evitabili per spiegare questi sottotesti, non tralascia uno degli aspetti fondamentali per ogni buon horror che si rispetti e cioè una buona caratterizzazione del villain di turno, qui impersonato dalla splendida Rebecca Ferguson, nei panni di una donna affamata di giovinezza e “luccicanza”.

Anche Ewan McGregor porta a casa un’interpretazione decisa e convincente, affiancandosi alla giovanissima Kyliegh Curran, nei panni di una ragazzina che sembra aver trovato il suo mentore in Dan, così come lui stesso aveva trovato il suo in Dick Halloran, riuscendo al tempo stesso a capire che bisogna combattere, piuttosto che nascondersi, da bambini ma anche da adulti, affrontando il proprio passato, vivendo il proprio presente, ma anche e soprattutto, proiettandosi nel proprio futuro.

 
 

Mr. Robot 4×04 – Lirismo e presagi di morte in un episodio filler, ma nonostante questo bellissimo

In Not Found, quarto episodio della nuova stagione di Mr. Robot, dopo che Elliot gli ha fatto capire che è seguito e ascoltato dalla Dark Army, Tyrell trova un modo tutto suo per cercare di risolvere la situazione, visto che era entrato nell’appartamento del ragazzo gridando ai quattro venti di essere stato scelto come nuovo CEO della E-Corp. Peccato che questo modo preveda l’uccisione a sangue freddo dello “scagnozzo” al soldi di Whiterose, cosa che rende i due automaticamente e immediatamente, due morti che camminano.

Per cercare di risolvere la situazione, quindi, dovranno disfarsi del corpo e del furgone all’interno del quale l’uomo li stava ascoltando e spiando. Ma anche questo piano non sarà di così facile attuazione e così, Elliot, Tyrell e Mr Robot si troveranno da soli dispersi in un bosco ammantato di neve e di oscuri presagi, con dei versi animaleschi molto sinistri e inquietanti ad accompagnarli, fino a quando non scopriranno che forse la loro vittima non è effettivamente morta…

Sull’altro versante abbiamo Dom che, sempre più depressa e soggiogata dal peso di dover sottostare alle minacce della Dark Army, passa la vigilia di Natale da sola in casa chattando su IRC in cerca di un po’ di sesso occasionale, fino a quando non accadrà qualcosa di totalmente inaspettato e terrificante, o forse no?

Mentre Darlene, disperata e arrabbiata per il comportamento del fratello che non risponde ai suoi messaggi e alle sue chiamate, quando scopre che forse Elliot è in pericolo, nonostante questo si lancia in una missione di salvataggio che prevede il furto di un auto e l’incontro-scontro con un Babbo Natale molto particolare.

La parte migliore dell’episodio, che comunque risulta essere un filler a tutti gli effetti (che fine ha fatto Fernando Vera e soprattutto che ne è stato dell’accenno all’esistenza di una terza, forse temibile e terribile, personalità di Elliot?), è quella in cui Elliot e Tyrell (con la personalità di Mr Robot che man mano si defila per dare più spazio al ragazzo), camminano disperati e senza meta, sapendo di andare incontro a morte certa e lasciandosi andare a dichiarazioni sulle proprie paure e sentimenti, come quando Tyrell chiede all’IT se gli importi veramente qualcosa di lui o quando Elliot ammette di essere tremendamente preoccupato per Darlene.

Trascinandosi sulla neve, con la morte davanti agli occhi, i due, ma soprattutto Tyrell, ci lasciano con un cliffhanger non indifferente: da chi o da cosa proviene quel verso terrificante che l’alto dirigente della E-Corp sente mentre si ferma, ferito a morte (o no?) a guardare qualcosa che lo sbalordisce?

 
 

Non Succede, Ma Se Succede: la rom-com irriverente e citazionistica

Fred è un giornalista idealista, fermamente attaccato alle sue convinzioni, tanto da arrivare a licenziarsi dopo che il piccolo giornale indipendente per il quale lavora viene assorbito da un grande gruppo capitanato da un magnate senza etica. Charlotte è il Segretario di Stato che decide di concorrere alle presidenziali, visto che l’attuale presidente ha deciso di darsi alla recitazione per il cinema, diventando così il primo presidente donna degli Stati Uniti d’America. Dopo essersi incontrati ad un evento ed essersi ricordati di essere stati vicini di casa da adolescenti, lei chiede a lui di scrivere i suoi discorsi che declamerà in giro per il mondo per promuovere un’iniziativa a tutela dell’ambiente. Ovviamente tra i due succederà qualcosa e questa improbabile relazione porterà non pochi problemi a entrambi.

Due tipologie di comicità e di approccio al genere si incontrano e si fondono, così come succede agli stessi protagonisti che si innamorano nonostante appartengano a due mondi totalmente diversi. Da un lato, infatti, abbiamo Seth Rogen, figlio del cinema irriverente, sboccato, demenziale e politically incorrect di Judd Apatow, dall’altro c’è Charlize Theron, negli ultimi anni protagonista di film indipendenti che guardano a un certo tipo di cultura cinematografica e letteraria e la traspongono su grande schermo, così come successo in film quali Tully e Young Adult.

E questa fusione dà soddisfazioni sia in un senso che nell’altro soprattutto grazie alla quasi miracolosa alchimia che le due star trasmettono, coinvolgendo lo spettatore in questa storia d’amore, senza ombra di dubbio molto classica, come da commedia romantica che si rispetti, ma per molti aspetti collaterali anche sorprendente dal punto di vista comico, con momenti di puro, sano e, soprattutto, scorretto divertimento.

In Non Succede, Ma Se Succede (tremendo titolo italiano per Long Shot, perfetto gioco di parole che trova corrispondenza nel film in uno dei momenti più trash ed esilaranti dell’ultimo periodo cinematografico), si ricevono soddisfazioni sia sul fronte puramente romance (basti pensare alla sequenza del primo ballo tra i due, con le note di It Must Have Been Love, in cui prima di stringersi in un’immancabile lento, si lasciano andare in due goffi  e liberatori “assoli”), sia su quello comico con una serie di personaggi di contorno che regalano momenti unici, come il migliore amico di Fred, al centro di una sequenza in cui i due si confrontano su convinzioni religiose e politiche, restituendoci in maniera netta e quasi epifanica, la  necessità di andare oltre le proprie vedute e di ampliarle per riuscire ad avere una visione completa degli altri (esilarante il modo in cui Fred si rende conto che l’amico è repubblicano e credente, ma lui è sorprendentemente razzista).

Infatti, più che il trito e ormai ritrito riferimento alla dicotimica natura dei due protagonisti, che nonostante questo si innamorano, o il discorso sulla difficoltà di personaggi pubblici importanti a poter essere ed esprimere pienamente e realmente se stessi, anch’esso rivisitato ormai in mille salse, a rendere interessante Non Succede, Ma Se Succede è il riferimento alla necessità di ricorrere al compromesso e al sacrificio di alcuni aspetti di se stessi per raggiungere i propri obiettivi. I due, infatti, riescono a incastrarsi pur facendo un percorso opposto: Fred, che rimane abbarbicato boriosamente alle sue convinzioni senza mai muoversi di un passo, si ritrova a rivedere molte di queste convinzioni; Charlotte che ha fatto sua l’arte dell’autocensura e del compromesso, arriva a difendere strenuamente le sue posizioni, a rischio di perdere tutto.

Certo non mancano momenti evitabili con una comicità negativamente demenziale ed esageratamente forzata come la sequenza della serata a base di droga al termine della quale Charlotte, strafatta e in pieno trip, si trova a dover gestire un’emergenza internazionale, ma ad essi fa da contraltare un certo gusto citazionistico che una determinata generazione di spettatori non potrà far altro che adorare, soprattutto gli appassionati di serie tv (c’è Bob Odenkirk nel ruolo del presidente che fa palesemente il Saul Goodman della situazione e ci sono una serie di riferimenti a serie tv come Beverly Hills 90210 o a star televisive passate al cinema come George Clooney, Woody Harrelson e Jennifer Aniston, o quest’ultima forse no?).

L’altra sorpresa del film è che, a differenza di quello che ci si aspetterebbe dato il trailer, il titolo italiano e l’esistenza di una folta schiera di film e serie tv in cui il nerd grassoccio riesce magicamente a conquistare la bionda avvenente (The Big Bang Theory vi dice nulla?), in Non Succede, Ma Se Succede, questo clichè viene ampiamente ribaltato, perché in realtà non viene quasi mai sottolineata la differenza estetica tra i due personaggi e non si punta mai sull’intelligenza di uno rispetto a quella dell’altro, restituendoci paradossalmente un inaspettato equilibrio tra le parti, nonostante il ribaltamento dei ruoli: lui è la parte “debole” della coppia, ma non ha paura a lasciarsi sfuggire la bellissima donna in carriera quando si rende conto che non persegue totalmente gli ideali che lui condivide; lei è una donna di potere che non si impone, non sbraita e non tratta male i suoi sottoposti, ma che, anzi, si pone al loro livello.

Per tutti questi motivi, quindi, Non Succede, Ma Se Succede risulta più che apprezzabile perché volgarità e romanticismo si incontrano a metà strada riuscendo ad accontentare gli appassionati dell’una e dell’altro.

 
 

Wounds: le ferite attraverso cui passa l’orrore del cambiamento

Will fa il barista e spesso copre il turno di notte per guadagnare più soldi, passando il tempo con gli avventori del bar e soprattutto con Alicia, ragazza per cui ha palesemente un debole pur essendo lei accompagnata da Jeffrey e lui fidanzato e convivente con Carrie, studentessa universitaria. Una notte, Eric, cliente abituale del bar, viene coinvolto in una rissa e rimane ferito pesantemente al volto, mentre alcuni ragazzini si divertono a filmare l’accaduto. Una volta sgombrato il bar, Will trova casualmente lo smartphone di uno di quei ragazzi e lo porta con sé per cercare di restituirlo. Quando riesce a sbloccarlo, però, cominciano ad arrivargli messaggi strani e sempre più inquietanti, messaggi che nascondono un mondo sommerso e oscuro che ben presto fagocita anche Will…

Aveva sorpreso veramente tutti con la sua precedente opera, il suo primo lungometraggio, Under The Shadow, horror d’atmosfera che raccontava anche di una guerra significativa e terrificante come quello tra Iran e Iraq, ambientando la sua storia negli anni ’80, agli inizi dell’annoso conflitto, perfetto teatro per trasmettere in chiave horror le paure e i “fantasmi” che un evento simile porta con sé.

Babak Anvari, regista anglo-iraniano molto promettente, non riesce a riconfermare la grandezza di quel piccolo film, sia permesso l’ossimoro, anche se con la sua seconda fatica, Wounds, indipendentemente dai confronti, riconferma, invece, la presenza di uno sguardo particolare e interessante nell’affrontare il genere declinandolo a racconti che riescono a trasmettere qualcosa allo spettatore, andando a toccare temi e argomenti di interesse universale, come ha fatto con l’opera precedente, o particolare, come con questo prodotto.

Perché in realtà le ferite del titolo, che poi sono le ferite tramite le quali i rituali gnostici al centro delle ossessioni del protagonista che vi assiste tramite video e fotografie che gli vengono inviati sul cellulare rivenuto nel bar, sono ferite sicuramente fisiche (c’è anche un po’ di godibilissimo body-horror alla Cronenberg prima maniera che fa capolineo nella narrazione), ma indubbiamente e primariamente metaforiche. E sono le ferite di una vita arrivata ad un punto morto (Will si trascina tra giornate tutte uguali a se stesse, senza ambizioni, senza emozioni, senza futuro) e, soprattutto, di un amore finito, strascicato, svuotato, caduto in un vortice di silenzi e incomprensioni (vortice che appare anche sul pc di Carrie, la fidanzata interpretata da Dakota Johnson, e che sembra spingerla in un orrore che la immobilizza e annichilisce, una volta fissatolo).

L’altro aspetto positivo di quest’opera è che il suo protagonista, interpretato in maniera perfettamente compassata da Armie Hammer, generalmente impegnato in interpretazioni più cool ed eleganti, è un uomo per il quale è difficile provare empatia, un ragazzo dagli atteggiamenti sgradevoli e dai comportamenti scorretti, del tutto incapace di rendersi conto dei suoi errori e delle sue mancanze, totalmente fuori fuoco rispetto al suo lavoro, alle sue amicizie e al suo rapporto d’amore. E questo risulta essere un aspetto positivo, perché questo tipo di personaggio è il viatico perfetto per raccontare questa storia soprannaturale che in realtà molto concretamente ci parla di come spesso i nostri comportamenti abbiano influenze totalmente devastanti sulle esistente degli altri e di come il non voler scegliere “da che parte stare” possa creare un mondo sommerso e terrificante di ambizioni inespresse, sentimenti nascosti, pulsioni represse, ferite, insomma, in cui può annidarsi l’orrore vero e proprio se si dà modo ad esso di entrare (in questo caso il cellulare funge da porta di ingresso per il percorso compiuto da Will).

Certo, Wounds in alcuni punti soffre di una ripetitività fine a se stessa, quasi come a voler raggiungere il minutaggio prestabilito per un lungometraggio, e sicuramente non ha la stessa potenza evocativa e lo stesso grado di coinvolgimento di Under The Shadow o di molti altri horror più riusciti in questo senso, ma alla piattezza emotiva fa riscontro un’ottima utilizzo degli ambienti, soprattutto il bar e l’appartamento, funestati dalla presenza di scarafaggi che cominciano a moltiplicarsi fino ad arrivare ad un numero spropositato. Scarafaggi che ovviamente si materializzano agli occhi di Will proprio mentre le falle della sua vita e dei suoi rapporti diventano palesi e non più ignorabili (mentre litiga con Carrie, ad esempio, ma non solo) e che ben presto lo spingono sempre più fortemente verso il mondo oscuro che ha iniziato ad attirarlo tramite il fatidico cellulare, forse perché ormai attratto dalla verità che questo mondo gli mette davanti agli occhi, fino ad arrivare ad un finale agghiacciante in cui, ormai totalmente sommerso e catturato nella rete, decide di far entrare letteralmente il cambiamento dentro di sé. Cambiamento che, così come tutti i cambiamenti personali che ognuno di noi può e deve compiere lungo il proprio cammino, lascia una scia di vittime consapevoli, ma molto più spesso inconsapevoli, dietro di sé.

 
 

Mr Robot 4×03 – Whiterose e il suo passato vs Elliot e il suo incerto futuro

In Forbidden Error, questo il titolo del terzo episodio della quarta stagione, la narrazione si apre con una piacevolissima digressione sul passato di Whiterose, non privo di avvenimenti dolorosi e sicuramente forieri di cambiamenti nel suo modo di approcciarsi alla vita. Il tutto raccontato con una fotografia che assurge a protagonista principale di questo tuffo nel passato, immergendoci occhi e cuore nel racconto di una storia che ha posto le basi per la “nascita” di Whiterose così come lo conosciamo. Se ci si dovesse fermare qui, senza esagerare col col dramma e con le giustificazioni a tutti i costi, si potrebbe dire che questa piccola svolta nella vita precedente del personaggio contribuisce a renderlo più umano per certi aspetti, ma non certo meno sibillino e imperscrutabile, così come è sempre stato mostrato fino ad ora.

Coadiuvato da un’assistente fin troppo perspicace, Whiterose, comunque, indipendentemente dai ricordi che lo assalgono, continua imperterrito sul suo percorso e si rende conto che c’è qualcosa che non va sul fronte Price, anche se decide di assecondare le richieste di quest’ultimo per cercare di stanare i nemici e coglierli sul fatto.

Dal canto suo Elliot deve riuscire a destreggiarsi tra Darlene che vorrebbe affiancarlo anche fisicamente e non solo virtualmente tramite pc, ma che lui respinge violentemente, lasciandola nello sconforto e nella solitudine (ci aspettiamo che arrivino problemi da questo fronte) e Fernando Vera che è tornato in città e che cerca di avvicinarlo per poter tornare a lavorare con lui (anche se non lo sa, lo spacciatore è alle sue calcagna e i suoi metodi molto poco ortodossi sembrano essere ulteriormente peggiorati).

Nel frattempo Mr Robot continua a rivolgersi a noi, spezzando la quarta parete e ponendoci dei dubbi sull’equilibrio mentale di Elliot, già di per sé non molto stabile. I “due” si avvicineranno a Olivia, un’altra pedina nella battaglia per sconfiggere la Dark Army e Elliot, per riuscire a rubarle un codice di importanza capitale, si avvicinerà a lei in maniera molto intensa, fino a quando entrambi arriveranno a confessarsi cose molto intime, provando sicuramente qualcosa di forte.

Come reagirà ora Elliot a questo nuovo sentimento, soprattutto dopo che Krista, la sua ex psicanalista, l’ha allontanato malamente, dopo che lui le si era avvicinato per ringraziarla del lavoro svolto in precedenza? Ma soprattutto (cosa che ci rimanda al finale dello scorso episodio), perché Krista è così terrorizzata da Elliot? C’entra per caso questa fantomatica terza personalità di cui ancora non abbiamo scoperto nulla?

Quel che è certo è che l’angoscia e il terrore di qualcosa di strisciante che può deflagrare da un momento all’altro sono le sensazioni principali trasmesse in questo episodio dove la solitamente amena atmosfera natalizia assume dei contorni sinistri, incorniciando in maniera destabilizzante le avventure di Elliot ammantate senza ombra di dubbio da oscuri presagi e da non proprio rosee aspettative, come dimostra il finale con uno Wellick più “tonto” che mai.

 
 

Depraved: adattamento moderno e originale del Frankenstein di Mary Shelley

Henry, chirurgo da campo affetto da stress post traumatico, riesce a portare a termine un’impresa rivoluzionaria, aiutato dall’amico di sempre, Polidori, spinto da intenti puramente economici. È riuscito a dare vita ad una “creatura” formata da varie parti del corpo di diversi cadaveri, col cervello di un ragazzo di 23 anni, Alex. Adam, questo il nome affibiatogli, instaura con lui un rapporto molto particolare, fino a quando, però, certi istinti e soprattutto i ricordi di una vita passata, non prenderanno il sopravvento.

Sono moltissimi i rifacimenti e le trasposizioni del classico di Mary Shelley e per questo motivo ogni nuovo progetto che si accosta alla storia di Frankenstein desta sicuramente sospetti su quella che potrebbe essere una scarsa originalità di spunti e contenuti. Ma al di là delle considerazioni aprioristiche che si possono giustamente avere nei confronti di progetti di questo tipo, bisogna poi fare una distinzione tra quelli che effettivamente possono deludere e quelli, come Depraved, che sorprendono per diversi motivi, primo tra tutti, inaspettatamente, l’originalità.

Depraved, infatti, diretto da Larry Fessenden con semplicità e scarsità di mezzi, ma con grande intelligenza e attenzione alle atmosfere, parte da premesse horror, ma a conti fatti risulta essere un vero e proprio dramma sulla solitudine umana. Solitudine che riguarda non solo la nuova creatura venuta al mondo e poi “abbandonata” a se stessa, ma anche il suo creatore che ha visto morire in maniera orribile troppe persone in guerra e che per questo ha deciso di trovare un modo per ridare la vita dopo la morte (il motivo per cui chiama Adam la sua creatura, infatti, non è poi così scontato come si potrebbe pensare). Solitudine, inoltre, che riguarda anche la fidanzata del ragazzo il cui cervello verrà utilizzato per creare la parte senziente della creatura o lo stesso Polidori, figura a tratti mefistofelica, ma a conti fatti molto umana nei suoi difetti e nella sua smania al successo.

Depraved, quindi, racconta in maniera del tutto inaspettata la storia di questo “mostro” che deve imparare a prendere coscienza di se stesso e del modo di vivere ma che nel frattempo viene assalito dai ricordi e dalle sensazioni di una vita passata. È bellissimo, infatti, il modo in cui le sue reazioni prendono vita sullo schermo, con le sinapsi de suo cervello che rispondo ai vari stimoli esterni o, appunto, ai ricordi della nonna e della fidanzata.

Adam, infatti, ha un corpo composto da varie persone, ma il cervello di Alex che man mano si risveglierà, cosa che porterà ciascun protagonista verso una spirale di violenza e consapevolezza dei propri limiti e dei propri errori al tempo stesso. Bellissima, infatti, è la scena in cui la “creatura”, trovando un video registrato da Henry e Polidori, si rende conto della sua vera natura, scena in cui all’asciuttezza di toni fino a quel momento sostenuta, subentra una potenza emotiva che coinvolge ulteriormente lo spettatore, già coinvolto dalla parte “intellettuale” e concettuale dell’opera.

Perché questa volta non siamo di fronte ad una considerazione sui limiti della scienza e su quanto questi possano portare a scoperte abominevoli e pericolose, ma riflettiamo sull’essere umano e su come spesso ricorra a soluzioni estreme per stare meglio, che poi è quello che fanno i tre personaggi principali (a tal proposito risulta molto esplicativa la sequenza in cui Polidori porta Adam in giro “per il mondo” spiegandogli molte cose della natura umana).

Concludiamo con una citazione alla bellissima canzone, More Than Enough di Elizabeth and The Catapult, che apre e chiude in maniera struggente il film, incorniciando prima un momento di intimità tra un ragazzo e una ragazza e poi la profonda solitudine, ancora, che accompagna gli stessi, dopo essersi persi definitivamente. O forse no?

 
 

Scary Stories to Tell in the Dark: l’orrore e la paura di dover crescere

Stella, Ramon, Chuck e Auggie sono quattro amici che si ritrovano a vivere delle esperienze terrificanti dopo aver trovato per caso un vecchio libro appartenuto ad una loro coetanea, Sara, che molti anni prima aveva iniziato a scrivere delle storie terrificanti, forse per scappare all’orrore che viveva in famiglia. Storie che, però, sembra non aver finito di scrivere…

Un film d’avventura horror per ragazzi, che in qualche modo regala alcuni momenti apprezzabili anche agli adulti, pur non elevandosi dal genere e ricalcando molti dei topoi di certo cinema e di certa tv che negli ultimi anni hanno preso piede (inutile, insomma, dire che siamo dalle parti di Strangers Things e IT nella nuova versione cinematografica, anche se in questo caso ci troviamo negli anni’60).

Scary Stories to Tell in the Dark, tratto dalla serie di racconti dell’orrore di Alvin Schwartz, fatica un po’ ad ingranare, impigliandosi in una quasi soporifera fotografia di questo gruppo di ragazzini alle prese con la crescita e col loro rapportarsi agli adulti o ai giovani adulti, ma non appena le storie terrificanti di Sara prendono vita sullo schermo, in maniera fluida e per niente episodica come ci si poteva aspettare data la natura del materiale di partenza, riesce a conquistare la nostra attenzione e a trasmetterci alcuni momenti di inquietudine.

Guillermo del Toro, del resto, è da sempre interessato a questa tipologia di storie e sicuramente ha tenuto conto delle sue influenze quando ha scritto e prodotto questo titolo, diretto da André Øvredal, in passato al timone di alcune opere horror apprezzabili come Troll Hunter e Autopsy. In questo caso, però, il regista non è riuscito a superarsi, perché, a differenza dei titoli precursori di cui sopra, la sua ultima fatica non riesce a farci affezionare ai suoi personaggi e ai loro legami e punta molto di più sull’effetto che sul sentimento. E se da un lato ne guadagna in quanto ad atmosfere (ci sono alcune sequenze che visivamente catturano lo sguardo), dall’altro ne perde in quanto a coinvolgimento e affezione dello spettatore.

Indipendentemente da questo, comunque, il film ci restituisce l’importanza di scrivere la propria storia e racconta del momento in cui ci si rende conto che non possono scriverla più gli altri, come i genitori o la famiglia in generale. E anche se crescere può voler dire andare incontro all’ignoto o all’orrore (il partire per il Vietnam ben rappresenta questo passaggio all’età adulta, ma tutto il discorso della guerra fa da sottofondo alle avventure orrorifiche di questi ragazzini), è importante raggiungere la consapevolezza che le pagine della propria vita vanno scritte personalmente, a costo di farlo versando del “sangue”.

 
 

Mr Robot 4×01-4×02 – Inizia la resa dei conti

Dopo due anni di attesa, tornano le avventure, o meglio le disavventure, di Elliot Anderson, tecnico informatico psicotico e idealista che si ritrova artefice, vittima, carnefice, spettatore e attore di un complotto economico-sociale di proporzioni epiche.

Nonostante il tempo passato, grazie ad uno stile narrativo cinematografico e ad un comparto tecnico notevolissimo, oltre che a una descrizione dei personaggi intensa e coinvolgente, è come se fossimo rimasti lì su quella panchina con Angela e Price, e Sam Esmail, in maniera geniale e naturale al tempo stesso, fa convergere il riassunto della stagione precedente con il nuovo episodio, senza stacchi di montaggio e continuando fluidamente la scena lasciata in sospeso all’episodio 3×09.

Questo contribuisce a farci rientrare a viva forza nelle atmosfere asfissianti e terrificanti di una storia dove le persone vengono usate come pedine in un gioco pericoloso che ha come basi un’ambizione sfrenata e un cinismo esagerato.

Ci riferiamo, in questo caso, non solo a WhiteRose, nemico numero uno di Elliot, nonché capo supremo di questa fantomatica lobby (la Dark Army) che cerca di controllare banche, società e non solo a livello mondiale, ma anche a tutti coloro che in un modo o nell’altro, costretti o no, sono entrati a far parte della sua rete, non tralasciando Angela e Price appunto, ma anche Elliot stesso e sua sorella Darlene.

Seguiamo anche le vicende di Dom, ormai costretta a collaborare con la Dark Army e minacciata in casa della madre dalla presenza di una persona, apparentemente gioviale e amichevole con la donna, che le fa capire come deve comportarsi durante gli interrogatori in un modo che definire mellifluo e impressionante è dir poco.

Con questi due primi episodi vengono buttate le basi per quello che sembra essere il leit motive dell’ultima stagione di Mr Robot e cioè la lotta senza esclusione di colpi tra Elliot, ormai deciso a fermare la Dark Army costi quel che costi, e WhiteRose disposto a qualsiasi cosa pur di portare a termine i suoi obiettivi.

Nel mezzo cambi di fazione e avvenimenti imprevisti non renderanno il tutto di certo così lineare come sembra, anche perché la linearità non è mai stato un tratto distintivo di questa serie contorta e a tratti lynchiana.

E così che Elliot dovrà affrontare la perdita di Angela (il piano sequenza iniziale in cui la vediamo morire freddata seccamente da due sicari, mentre in primo piano Price si avvicina verso la camera, allontanandosi da lei è davvero agghiacciante), le crisi di sua sorella Darlene distrutta da questo avvenimento e la morte di sua madre, cosa che porterà i due fratelli a trovare un modo tutto loro per stare vicini, senza tralasciare sullo sfondo la missione principale.

Non mancheranno i dialoghi pungenti e sempre serrati tra Elliot e Mr Robot, appunto, anche se per la prima volta, forse a causa del dolore sotterrato per la morte di Angela, non è Elliot a rivolgersi a noi, il “suo amico”, spezzando la quarta parete, ma è Mr Robot stesso che ci riferisce i suoi punti di vista sulla sua situazione emotiva.

Una novità che porta verso un’ulteriore rivelazione finale, in cui Elliot e noi insieme a lui, scopriamo che molto probabilmente non ci sono solo lui e la “proiezione” del suo defunto padre, ma una terza personalità che potrebbe aver preso il timone della situazione in diverse occasioni e che, soprattutto, potrebbe tornare a farlo…