We Need To Do Something: la famiglia è una prigione “insanguinata” piuttosto che dorata?

Una famiglia si ritrova rinchiusa nel proprio bagno a causa di un tornado che rischia di spazzare via tutto e tutti. All’interno della stanza dissidi, rancori e non detti verranno a galla, fino a quando la lucidità verrà meno e si arriverà a compiere delle azioni estreme.

Un ritratto talmente vivido di quello che spesso può covare all’interno di un nucleo famigliare, da togliere il respiro in alcuni momenti. Un horror psicologico che solo verso il finale esplode in un tornado, non a caso, di violenza e di suggestioni soprannaturali, lasciando lo spettatore a bocca aperta per la potenza comunicativa che può sprigionare da una sceneggiatura encomiabile e da un cast scelto con finissima cura.

Robert, Diane, Melissa e Bobby: un padre palesemente alcolista e rabbioso, una madre fin troppo remissiva e molto poco incisiva, una sorella maggiore in preda ai dubbi sulla realtà di ciò che avviene (un evento del suo passato le fa pensare di essere lei la causa di ciò che sta accadendo, tanto da arrivare ad essere colta da deliri allucinatori) e un fratello minore fin troppo petulante, ma al tempo stesso molto dolce.

Loro sono gli unici quattro protagonisti di questo “film da camera”, svolto quasi interamente all’interno di un unico ambiente (se escludiamo l’incursione in alcuni flashback che raccontano dell’esperienza con la stregoneria compiuta da Melissa insieme alla sua ragazza), ma nonostante questo molto dinamico nell’andare ad approfondire i rapporti tra i familiari e le loro singole personalità.

Interpretato straordinariamente da ciascun protagonista, We Need To Do Something impressiona notevolmente non solo per come rappresenta tramite l’arma del genere tutto il disagio che aleggia all’interno di questa famiglia, ma anche per come riesca a farlo senza ricorrere a “spiegoni” inutili, entrando direttamente nel vivo di questa apocalisse che ha colpito loro e forse il mondo intero.

L’indeterminatezza circa la natura dell’evento che costringe i quattro protagonisti all’interno del loro bagno è una carta vincente, perché ovviamente si tratta di un pretesto per approfondire la disfunzionalità di questa famiglia (ma è solo di questa famiglia che stiamo parlando?). Un’indeterminatezza che dona al film quell’aurea misteriosa atta a renderlo più inquietante ad ogni minuto che passa fino ad arrivare a momenti di nuda e cruda follia che inonda lo schermo e si riversa tra le quattro mura di questo bagno all’interno del quale man mano ci sentiamo intrappolati anche noi.

Sean King O’Grady, qui al suo esordio, sforna quindi una piccola perla che fa dell’ignoto la sua arma vincente per raccontare quello che purtroppo può essere, invece, fin troppo noto a molte persone rinchiuse in rapporti “imprigionanti” come la stanza in cui la famiglia al centro del racconto si trova costretta a combattere per la propria sopravvivenza.

2 commenti su “We Need To Do Something: la famiglia è una prigione “insanguinata” piuttosto che dorata?

  1. L’ho adorato. Secondo me è uno degli horror più belli di quest’anno e onestamente non capisco come abbia fatto a venire surclassato da The Sadness all’ultimo ToHorror.

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