A Good Woman is Hard To Find: l’empowerment al femminile parte da un vibratore

Sarah è da poco rimasta vedova dopo che il marito è stato assassinato in circostanze ancora da stabilire. Sola con due bambini di 6 e 4 anni, senza un lavoro e in totale difficoltà, deve riuscire ad andare avanti come meglio può. Un giorno, però, Tito, un piccolo spacciatore, ruba una consistente partita di cocacina dal boss del quartiere e fuggendo si barrica proprio in casa di Sarah, costringendola sotto minaccia a nascondere la droga e a “ospitarlo” per qualche giorno.

Un thriller noir con un’eroina dimessa e vittima degli eventi che poi trova la forza di reagire ai soprusi e di non essere più protagonista passiva della volontà altrui (soprattutto maschile), senza però puntare manicheisticamente il dito contro il genere opposto (apprezzabile il fatto che la figura del marito, durante tutto il film fatto passare per una sorta di spacciatore poco affidabile, alla fine abbia una connotazione ben diversa, dimostrando di essere un uomo degno di questo nome), ma cerca di raccontare semplicemente il percorso di consapevolezza che investe la ragazza, interpretata magnificamente da Sarah Bolger, ennesima figura femminile al centro di film di genere di qualità, impreziositi proprio dall’interpretazione principale.

E non è un caso, ovviamente, che il primo atto di rivalsa nei confronti dello spacciatore che arriva a minacciare lei e i suoi bambini, sia perpetrato tramite un vibratore utilizzato come vera e propria arma per ferirlo, così come non è un caso che prima di recarsi nel luogo in cui il suo percorso di empowerment arriverà a compimento, si premuri di truccarsi con rossetto rosso e di indossare dei tacchi. E questo momento particolare, il finale girato con uno stile che si rifà potentemente all’estetica di Nicolas Winding Refn (richiamato anche nella locandina del film), che fa delle luci al neon e dell’”astrattezza” i suoi due stendardi principali, rimane potentemente impresso perché la scelta di questa forma particolare, sta ad indicare l’implausibilità di una fine di questo tipo, laddove quasi sicuramente nella realtà ci sarebbe stato un epilogo differente. Una virata improvvisa e inaspettata, dai toni dimessi e molto realistici adottati fino a quel momento ai toni surreali di questa escalation di violenza e autoaffermazione, che ci restituisce la forza del mezzo cinema e la volontà di utilizzarlo per raccontare quello che si auspica succeda sempre in casi simili.

Pur virando nell’horror solo in alcuni segmenti (impressionante quello che si ritrova costretta a fare Sarah con Tito, pur di non minacciare il già labile equilibrio della sua famiglia), A Good Woman Is Hard To Find, si assesta più sui toni del noir, regalando due tre momenti di alta tensione e impressionando per la trasformazione che man mano la ragazza subisce, non solo per se stessa e per i propri figli, ma anche per dare riscatto alla figura di un marito che, anche se solo nominato ed evocato, restituisce il valore del genere maschile, quando non è rappresentato da individui come Tito, il boss del quartiere e i suoi scagnozzi.

E se è vero che ad un certo punto persino i poliziotti che accorrono in casa di Sarah perché qualcuno ha denunciato degli schiamazzi ci sembrano riprovevoli nel loro modo di comportarsi e di rivolgersi ad una donna sola, è altrettanto vero che l’intervento di alcuni operatori ecologici che accorrono in suo aiuto, andando incontro al pericolo senza pensarci nemmeno due volte, ci fa capire che non è nell’accusa al genere maschile tout court che risiede il nocciolo della questione.

Per tutti questi motivi, quindi, per le sue atmosfere malsane, per il suo portarci sempre più in basso nella situazione di degrado, ma non ignoranza (la fierezza di Sarah si vede anche quando con veemenza sottolinea all’assistente sociale che la sta seguendo che lei sa benissimo qual è il significato di metafora, figura retorica che si può, infatti, poi applicare al finale surreale), nel suo ipnotizzarci nei momenti in cui la violenza straripa sullo schermo, A Good Woman Is Hard To Find, risulta decisamente vincente, nonostante non faccia ricorso a grandi mezzi, quanto piuttosto alla forza del messaggio che racconta, senza spiattellarlo o spiegarlo didascalicamente, ma mostrandolo in maniera dimessa e al tempo stesso ficcante.

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