Henry, chirurgo da campo affetto da stress post traumatico, riesce a portare a termine un’impresa rivoluzionaria, aiutato dall’amico di sempre, Polidori, spinto da intenti puramente economici. È riuscito a dare vita ad una “creatura” formata da varie parti del corpo di diversi cadaveri, col cervello di un ragazzo di 23 anni, Alex. Adam, questo il nome affibiatogli, instaura con lui un rapporto molto particolare, fino a quando, però, certi istinti e soprattutto i ricordi di una vita passata, non prenderanno il sopravvento.

Sono moltissimi i rifacimenti e le trasposizioni del classico di Mary Shelley e per questo motivo ogni nuovo progetto che si accosta alla storia di Frankenstein desta sicuramente sospetti su quella che potrebbe essere una scarsa originalità di spunti e contenuti. Ma al di là delle considerazioni aprioristiche che si possono giustamente avere nei confronti di progetti di questo tipo, bisogna poi fare una distinzione tra quelli che effettivamente possono deludere e quelli, come Depraved, che sorprendono per diversi motivi, primo tra tutti, inaspettatamente, l’originalità.

Depraved, infatti, diretto da Larry Fessenden con semplicità e scarsità di mezzi, ma con grande intelligenza e attenzione alle atmosfere, parte da premesse horror, ma a conti fatti risulta essere un vero e proprio dramma sulla solitudine umana. Solitudine che riguarda non solo la nuova creatura venuta al mondo e poi “abbandonata” a se stessa, ma anche il suo creatore che ha visto morire in maniera orribile troppe persone in guerra e che per questo ha deciso di trovare un modo per ridare la vita dopo la morte (il motivo per cui chiama Adam la sua creatura, infatti, non è poi così scontato come si potrebbe pensare). Solitudine, inoltre, che riguarda anche la fidanzata del ragazzo il cui cervello verrà utilizzato per creare la parte senziente della creatura o lo stesso Polidori, figura a tratti mefistofelica, ma a conti fatti molto umana nei suoi difetti e nella sua smania al successo.

Depraved, quindi, racconta in maniera del tutto inaspettata la storia di questo “mostro” che deve imparare a prendere coscienza di se stesso e del modo di vivere ma che nel frattempo viene assalito dai ricordi e dalle sensazioni di una vita passata. È bellissimo, infatti, il modo in cui le sue reazioni prendono vita sullo schermo, con le sinapsi de suo cervello che rispondo ai vari stimoli esterni o, appunto, ai ricordi della nonna e della fidanzata.

Adam, infatti, ha un corpo composto da varie persone, ma il cervello di Alex che man mano si risveglierà, cosa che porterà ciascun protagonista verso una spirale di violenza e consapevolezza dei propri limiti e dei propri errori al tempo stesso. Bellissima, infatti, è la scena in cui la “creatura”, trovando un video registrato da Henry e Polidori, si rende conto della sua vera natura, scena in cui all’asciuttezza di toni fino a quel momento sostenuta, subentra una potenza emotiva che coinvolge ulteriormente lo spettatore, già coinvolto dalla parte “intellettuale” e concettuale dell’opera.

Perché questa volta non siamo di fronte ad una considerazione sui limiti della scienza e su quanto questi possano portare a scoperte abominevoli e pericolose, ma riflettiamo sull’essere umano e su come spesso ricorra a soluzioni estreme per stare meglio, che poi è quello che fanno i tre personaggi principali (a tal proposito risulta molto esplicativa la sequenza in cui Polidori porta Adam in giro “per il mondo” spiegandogli molte cose della natura umana).

Concludiamo con una citazione alla bellissima canzone, More Than Enough di Elizabeth and The Catapult, che apre e chiude in maniera struggente il film, incorniciando prima un momento di intimità tra un ragazzo e una ragazza e poi la profonda solitudine, ancora, che accompagna gli stessi, dopo essersi persi definitivamente. O forse no?