Il Padrino – Parte II

Padre e figlio a confronto in una spirale di soldi, sangue e violenza

L’avevamo lasciato in una stanza con altri mafiosi, mentre chiudeva la porta lasciando fuori sua moglie, indicando metaforicamente la sua volontà di tenerla all’oscuro dei suoi affari malavitosi. Lo ritroviamo più adulto, qualche anno dopo, durante la comunione del figlio. Parliamo ovviamente di Michael Corleone, l’ancora più straordinario Al Pacino, questa volta immerso fino al collo nel crimine, muovendosi anche in quel di Cuba, durante la rivoluzione e assaggiando, inoltre, l’amaro sapore del tradimento famigliare e della separazione coniugale. Siamo ormai negli anni ’50, ma “Il Padrino – Parte II” non è un semplice sequel, come si saranno accorti ovviamente all’Academy dandogli il permio Oscar come miglior film, ma è anche una sorta di prequel, dal momento che alternativamente ci viene mostrata la scalata al “successo” dell’indimenticato Vito Corleone, stavolta interpretato dall’immenso Robert De Niro, anch’egli premiato con l’Oscar, e l’inarrestabile escalation del figlio minore, che però non tarderà a perdere colpi. Tra gli anni ’20 e i ’50, quindi, ancora una volta ci muoviamo in ambientazioni e scenografie mozzafiato, sempre accompagnati dalla straordinaria colonna sonora di Nino Rota, osservando le due differenti parabole di padre e figlio, stavolta in movimento opposto rispetto al primo capitolo. Laddove avevamo, infatti, la perdita di potere di Vito con l’ascesa di Michael, qui, invece, ci viene raccontata la genesi del primo, con tanto di antefatto ambientato in Sicilia quando aveva ancora nove anni e dovette assistere all’omicidio della madre, dopo aver già perso padre e fratello, e la perdita di colpi del secondo.

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Scopriamo anche che Corleone non è il vero cognome di questi intensi protagonisti, ma che il tutto è nato da un errore di un ufficiale dell’immigrazione che si rivolge al piccolo Vito chiamandolo con il nome del luogo di provenienza. Siamo, inoltre, spettatori dei primi anni di vita di quello che sarà poi un grande boss mafioso, contrassegnati dalla povertà e dal lavoro onesto, ma osteggiati comunque dalla mano nera di un altro capo malavitoso (il Don Fanucci interpretato dal nostro Gastone Moschin). Assumono più peso e rilevanza finalmente anche le due figure femminili principali, quella della sorella ormai allo sbando e in contrapposizione a Michael e quella della moglie, l’intensa e comunicativa Diane Keaton qui ancora più bella, che comincia a ribellarsi ai meccanismi della famiglia e all’idea di dover crescere i suoi figli all’insegna del male. Ma la straordinarietà di questa saga consiste anche nel fatto che il bene e il male non sono due entità nettamente separate e separabili, tanto che possiamo scorgere zone di luce e di ombre all’interno di ciascun personaggio, dal più efferato, al più docile. Ancora una volta il mosaico di criminali, politici corrotti, mafiosi, scagnozzi, avvocati e guardie del corpo è molto ben costruito e ancora una volta i meccanismi che regolano i rapporti tra di loro sono ben oleati e magistralmente raccontati.

Ritorna, poi, il connubio religione/criminalità, con la riproposizione di una cerimonia come quella della comunione inframmezzata dai colloqui che Michael intrattiene con i vari componenti dell’universo mafioso da lui controllato, scena che tra l’altro ripropone nostalgicamente e magistralmente l’incipit del primo capitolo, con don Vito Corleone che riceveva i suoi ospiti durante il matrimonio della figlia. Altro grande momento di alto impatto in riferimento al tema in questione è quello che arriva verso il finale quando Fredo, dopo essere stato scoperto dal fratello come traditore, si avvia in barca verso il suo triste destino non prima di aver recitato però un Ave Maria (momento tra l’altro che si conclude con un primo piano da brividi sul volto quasi pentito di Al Pacino). Indimenticabile e memorabile è anche la sequenza dell’uccisione di Don Fanucci da parte di Vito, mostrata con montaggio alternato insieme alla processione di San Rocco, momento ancora più significativo per il connubio di cui sopra, oltre che dall’alto impatto visivo ed emotivo (qui viene richiamata la scena del battesimo del primo film, con montaggio alternato che mostrava le efferate uccisioni commissionate proprio da Michael). A rendere ancora più appetibile un film già di per sé superba arrivano dei rinforzi nel cast, comunque stupefacente, che si aggiungono ai veterani Duvall, Pacino, Keaton, Cazale e Caan, qui in una piccola apparizione: oltre ai già citati De Niro e Moschin, infatti, avremo il piacere di gustare l’impeccabile interpretazione del grande Lee Strasberg nel ruolo del potentissimo capitalista ebreo, Hyman Roth, che governa gli affari di Cuba. Un confronto che lascia senza fiato, quindi, questo tra padre e figlio portato superlativamente avanti da Coppola che ancora una volta firma una regia sublime in grado di restituirci tutta la potenza e l’influenza degli ambienti, ma soprattutto degli uomini con tutte le loro forze e debolezze, con tutti i loro infiniti e a volte imperscrutabili chiaroscuri.

Pubblicato su www.supergacinema.it

5 commenti su “Il Padrino – Parte II

  1. il miglior film della saga, (il finale con lo sgaurdo da 2sconfitto" di Pacino),e anche opera indimenticabili,quando si facevano capolavori destinati a rimanere.Altri tempi,altri registi,altri scrittori

  2. In quattro anni che ti conosco mancava questo "fondamentale". Ritengo Il padrino – Parte II il punto di massimo fulgore della New Hollywood, quando si potevano dare tanti soldi a un pischello come Coppola, quando anche Strasberg era nel cast già straordinario, quando un film di tre ore, inserito in una trilogia, non faceva paura, quando la produzione non era ancora quella di Apocalypse now, quando si ritraeva la mafia…Forse è il mio film preferito???

  3. Film immenso, niente da dire. Mai vista una pellicola con interpretazioni così grandi: Al Pacino e De Niro, lo straordinario ma sottovalutato Cazale, il diabolico nostro Moschin. Film davvero epico, e dire che con un precedente come Il padrino, sarebbe stato difficile fare un film migliore del precedente.Eppure, Coppola c'è riuscita, e gliene diamo atto.

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