Two lovers





REGIA: James Gray

CAST: Joaquin Phoenix, Gwyneth Paltrow, Vinessa Shaw, Isabella Rossellini, Elias Koates

ANNO: 2009

 

TRAMA:

 

Leonard, in seguito ad una cocente delusione d’amore è tornato a vivere temporaneamente con i suoi e ha cominciato a mostrare segni di instabilità emotiva ed esistenziale, fino a quando non conoscerà la dolce e bella Sandra, da subito interessata a lui, e l’intrigante e sensuale Michelle impelagata in problemi di droga e d’amore con un uomo sposato.

 

  


ANALISI PERSONALE

 

Sembra quasi che i registi di nuova e di vecchia generazione si siano messi d’accordo per portare sugli schermi un tema che è diventato leit-motive di questa stagione cinematografica (come l’hanno scorso fu sicuramente il tema della famiglia e della società americana) e cioè la difficoltà sempre più insormontabile di costruire rapporti umani genuini, di inserirsi appieno nella società che non accetta e che non viene accettata, l’instabilità dei sentimenti e delle emozioni, la fragilità della condizione esistenziale ed umana. Di esempi in tal senso ce ne sono stati parecchi a cominciare da “Il curioso caso di Benjamin Button”, passando per “The wrestler”,“Revolutionary road” e “Milk”, senza tralasciare “Gran Torino” e persino il superomistico “Wathcmen” e il particolare “Tony Manero”. Il protagonista di questa pellicola, Leonard, ricorda, però, neanche troppo lontanamente, quello di “Ubriaco d’amore” di Paul Thomas Anderson, rifugiato in un mondo tutto suo che lo rende molto particolare e instabile. Nel film di Anderson, così come in questo di Gray, quello che rende così “traballante” il protagonista è proprio la mancanza d’amore e l’oppressione famigliare. Se lì c’erano sette sorelle insopportabili, qui troviamo un padre e una madre (interpretata da un’intensa Isabella Rossellini) oltremodo apprensivi e quasi soffocanti, seppur in buona fede. La cosa che accomuna i due attori che danno vita a questi personaggi è l’altissimo livello recitativo che contribuisce a far entrare lo spettatore in quel loro mondo. Se fosse vera la decisione di Phoenix di abbandonare gli schermi per dedicarsi ai palchi musicali, questo sarebbe davvero un grandissimo saluto a tutti gli appassionati di cinema. Ogni sua movenza, ogni suo sguardo, ogni suo impercettibile movimento del volto ci restituiscono la figura di un uomo alla deriva perché ha perso il centro del suo mondo, la sicurezza affettiva che faticosamente si era creato e che in seguito a fatalità del destino gli è stata sottratta ingiustamente. Ecco spiegato il tentativo di suicidio mostrato nella prima bellissima scena che apre la pellicola, col ragazzo non più così giovane che si lancia dal ponte e rimane in apnea per poi risalire inevitabilmente a galla. Ma le cicatrici sui suoi polsi dimostrano che quello non è stato il primo tentativo di porre fine alla sua esistenza, un’esistenza condotta nella “costrizione” dell’attività di famiglia, quando la passione per la fotografia scalcia potentemente per guadagnarsi il primo posto, insieme al quasi catartico bisogno di amare più che di essere amato. Ad inserirsi in questa vicenda personale, arriva il consueto triangolo amoroso che apparentemente non ha nulla di nuovo da dire e da dimostrare, ma che tra le mani del regista abituato a ben altri generi cinematografici prende vita e si modella assumendo un’intensità e una profondità comunicativa non indifferente. Merito anche della meravigliosa regia che “rinchiude” le varie pedine di questo “gioco” in ambienti che si fanno protagonisti essi stessi delle vicende narrate, a cominciare dagli interni quasi matematicamente calcolati (in cui si respirano potentemente atmosfere alleniane), fino ad arrivare al terrazzo del condominio di Leonard che si fa luogo emblema della sua passione per la bella Michelle, completamente diversa dalla dolce Sara. Una, la prima, rappresenta il pericolo e la scommessa, l’amore più passionale e misterioso, l’altra, la seconda, è simbolo di un nido rassicurante in cui essere coccolati e “sfamati”. Ma esistono davvero diversi tipi d’amore o esistono piuttosto differenti maniere di approcciarsi ad esso e diversi stati d’animo che ci conducono a determinate manifestazioni di esso piuttosto che altre? Questo è quello che viene magistralmente raccontato da James Gray, in questo dramma sentimentale e universale che si conclude con uno sguardo di rassegnazione e di compromesso lancinante: se non è possibile riuscire ad amare, allora bisogna accettare di farsi amare.

 

VOTO: 8,5

 

 


CITAZIONE DEL GIORNO

 

Tra morti vivi e vivi morenti siamo tutti uguali. (da "Dellamore Dellamorte")

  


LOCANDINA

 

Nemico pubblico n. 1 – L'istinto di morte


REGIA: Jean-Francois Richet

CAST: Vincent Cassel, Cecile de France, Gerard Depardieu, Roy Dupois, Elena Anaya

ANNO: 2009

 

TRAMA:

 

Formazione e ascesa dell’ultimo famoso gangster francese: Jacques Mersine.

 

  


 

ANALISI PERSONALE

 

Primo dei due capitoli dedicati a questa figura molto interessante e sfaccettata, “Nemico pubblico n 1”, richiama alla memoria quei grandi gangster-movie che hanno fatto la storia del cinema, riuscendo a rimanere impresso per la maniera in cui è girato, con dei momenti davvero molto succulenti (come l’incipit interamente in split-screen alla maniera di de Palma o l’assassinio di un pappone violento), e anche per il tipo di narrazione che comincia con l’ascesa del ragazzo e poi proseguirà sicuramente con la sua caduta (anche perché il regista ha fatto cominciare la pellicola proprio con la scena che ci mostra la morte del protagonista). Avevano provato questa formula solo Tarantino con i suoi Kill Bill e Grindhouse e, ultimamente, Soderbergh con il suo Che Guevara. Ma se nel primo caso avevamo la garanzia di un regista che sa il fatto suo e nel secondo abbiamo una figura sicuramente emblematica per moltissimi spettatori, in questo caso non possiamo che fidarci aprioristicamente di un regista poco conosciuto all’estero, dell’enorme successo di botteghino e di critiche in Francia e della fama di ottimi attori di cui godono Vincent Cassel e Gerard Depardieu. Dopo aver visionato questa prima parte, “L’istinto di morte”, non si può che essere soddisfatti della fiducia riposta nel progetto, perché non delude affatto e non rimane impigliato in meccaniche televisive, come ci si poteva aspettare data la suddivisione in capitoli e l’attenzione posta su un personaggio così “popolare”. Perché Jacques Marsine era il nemico pubblico numero uno della Francia, un notissimo gangster che rapinava solo i ricchi (le banche soprattutto), che non tradiva mai gli amici, che manteneva a costo della propria vita la parola data, che difendeva le povere prostitute sfruttate, che si faceva bello davanti ai giornalisti per le sue rocambolesche avventure, che scrisse la sua stessa autobiografia divenendo ancora più famoso di quello che già era; ma che era anche capace di picchiare sua moglie davanti ai bambini mettendole una pistola in bocca, di mancare di rispetto a dei genitori oltremodo amorevoli, di uccidere a sangue freddo i suoi nemici. Una via di mezzo tra il ladro gentiluomo e il gangster spietato, che cambia fede politica così come cambia il vento, questo personaggio che non riesce a suscitare il totale disprezzo dello spettatore, così come la totale simpatia. Il giudizio è sospeso (anche perché manca ancora la seconda parte della sua vita), anche grazie al regista che ne mostra luci e ombre, senza mai santificarlo o condannarlo totalmente, restituendoci una figura oltremodo interessante che si forma già durante la guerra in Algeria, per poi effettuare i suoi primi passi sotto la guida di Guido (un Gerard Depardieu poco presente, ma strabordante), boss della malavita parigina che lo prende sotto la sua protezione. Comincia con i furti in case ultraricche (quasi esilarante il modo in cui riesce a cavarsela quando viene colto nel sacco in uno di queste rapine), per poi finire a rapinare banche. Nel mezzo il matrimonio con una bellissima spagnola, qualche anno in prigione (la sua prigionia serve anche da pretesto per mostrare la crudeltà di alcuni metodi carcerari, come dimostra la lunga sequenza nel carcere canadese in cui viene messo in isolamento e viene maltrattato da un direttore di carcere un po’ troppo “macchiettistico”, che sa di già visto), l’abbandono della moglie e l’incontro con la donna che lo seguirà ovunque e con cui formerà una coppia alla Bonnie & Clyde. Ma Jacques Marsine divenne molto famoso non solo per la sua carriera malavitosa, ma anche e soprattutto per le impossibili e incredibili evasioni da carceri di massima sicurezza per tornare a delinquere come se non potesse farne a meno (esplicativa la sequenza in cui dopo aver trovato un lavoro e aver messo la “testa a posto”, si sente quasi sollevato dalla notizia della perdita del lavoro in modo tale da avere una scusante per poter tornare a fare quello che sa fare meglio). Il regista suddivide idealmente la narrazione di questa vita avventurosa, in capitoli che ne scandiscono le varie fasi, riuscendo a coinvolgere lo spettatore maggiormente nella prima parte molto originale e avvincente e arenandosi in qualche cliché nella seconda parte, che comunque rimane all’altezza di una pellicola dagli aspetti più che soddisfacenti. Rimane impressa l’interpretazione di un Vincent Cassel che si dona carne e ossa al suo personaggio e ci restituisce un Jacques Marsine né bianco, né nero, ma ricco di colori e sfumature. Una prestazione d’attore che molto difficilmente verrà dimenticata, anche grazie ad una trasformazione fisica quasi impressionante e all’impegno di Cassel nel rimanere misurato senza scadere in eccessi interpretativi ed espressivi, evitando di cadere nella trappola della caricatura, pericolo non così lontano data la portata del personaggio.

In attesa del secondo capitolo, “L’ora della fuga”, possiamo sicuramente asserire che per il momento, salvo strafalcioni futuri, questo “Nemico pubblico n 1”, è davvero un grande gangster-movie che, pur non raggiungendo le altissime vette di capolavori del genere, si merita un posto d’onore vicino ad essi.

 

VOTO: 8

 



 

CITAZIONE DEL GIORNO

 

Ho visto tre spolverini proprio come questi tempo fa. Dentro c’erano tre uomini. E dentro agli uomini tre pallottole. (Armonica in "C’era una volta il West")

 


LOCANDINA

 

Ubriaco d'amore


REGIA: Paul Thomas Anderson

CAST: Adam Sandler, Emily Watsan, Philip Seymour Hoffman, Luiz Guzman

ANNO: 2002

 

TRAMA:

 

Barry, oppresso oltremodo da sette sorelle poco indulgenti nei suoi confronti, è incapace di condurre un’esistenza piena e felice, si muove incerto tra la sua asettica casa e il suo vuoto e freddo posto di lavoro, senza conoscere gioia o felicità e abbandonandosi per lo stress e per le pressioni a frequenti scatti d’ira. L’entrata nella sua vita di un oggetto inaspettato cambierà la sua situazione. L’unica ancora di salvezza alla sua condizione sarà l’amore.

 


 


 

ANALISI PERSONALE

 

Paul Thomas Anderson è sicuramente uno degli autori più interessanti e più importanti che il panorama cinematografico può vantare. A dimostrarlo è arrivato il suo ultimo immenso capolavoro “Il petroliere”, ma sicuramente le sue precedenti pellicole sono accompagnate da una cifra stilistica e narrativa non indifferente che ha costituito il percorso di una carriera che pur non allineandosi ai canoni prestabiliti di un certo modo di vedere e pensare il cinema, è riuscita ad affermarsi e confermarsi film dopo film. Dopo i ritratti corali altmaniani di “Bolgie Nights” e di “Magnolia”, Anderson decide di soffermarsi sul ritratto di un uomo che porta con sé profonde riflessioni sulla società, sulla famiglia, su come a volte queste possano essere delle vere e proprie gabbie per l’espressione della propria personalità o per il conseguimento della propria felicità e realizzazione. Tutto questo è “Ubriaco d’amore” (titolo originale molto più geniale e indicato “Punch-drunk love” che significa “suonato d’amore”), senza contare il fatto che si tratta comunque di una commedia romantica decisamente non convenzionale e molto originale. Merito del regista, dunque, è anche quello di aver liberato dalle maglie della retorica e della prevedibilità un genere che molto spesso ne è vittima. La storia di Barry è una comune storia d’amore che però viene narrata e mostrata allo spettatore in maniera decisamente più interessante e curiosa oltre che estremamente coinvolgente.

Il film si apre in maniera grottesca: Barry, relegato in un angolo del suo ufficio (molto spesso lo vedremo ai margini o agli angoli dell’inquadratura fino a quando non comincerà ad assumere il pieno controllo della sua vita e a ribellarsi a quel mondo che lo rifiuta), viene sorpreso da un rumore fragoroso che lo porta ad uscire per vedere cosa sta succedendo; un camion in corsa “rilascia” sulla strada un harmonium che si va a fermare proprio vicino ai piedi di Barry. Un evento che può sembrare, e sicuramente lo è, allucinante e quasi incredibile. Ma il cambiamento interiore ed anche esteriore del protagonista verrà alla luce (e parlare di luce non è casuale dato che la fotografia incentrata sul contrasto dei colori e sugli straordinari giochi di luce è parte fondamentale della pellicola), proprio in seguito all’entrata in scena di questo oggetto. Barry è castrato e ingabbiato da un nido famigliare composto da sette sorelle oltremodo insopportabili e per nulla indulgenti nei suoi confronti e da una società che sembra respingerlo e non accettarlo per come è. Ecco spiegata l’eccentricità di certi suoi comportamenti e lo scoppio improvviso e inaspettato di momenti di rabbia incontrollati (spaccherà le vetrate della casa di sua sorella e il bagno di un ristorante), atteggiamenti che sono delle risposte al mondo che non accetta Barry e che Barry non riesce ad accettare e che risultano essere anche il risultato dell’esasperazione dell’uomo che non ha mai incontrato il vero amore e che forse ne sente un enorme e vitale bisogno.

 

A causa di questa sua solitudine esistenziale non più sopportabile Barry telefonerà ad una di quelle linee erotiche per tentare di provare quelle emozioni che sembra non aver mai provato. Questo sarà l’inizio di un percorso folle che lo vedrà coinvolto in minacce e inseguimenti vari con gli amici della donna che ha parlato con lui al telefono (tra cui un grande Philip Seymour Hoffman). Merito dell’alto grado di coinvolgimento della pellicola è sicuramente lo stile che l’accompagna: a cominciare da una strepitosa regia che si avvale di alcuni movimenti della macchina da presa che lasciano a bocca aperta, come lo straordinario piano sequenza della telefonata erotica, in cui la telecamera ci mostra tutta l’instabilità e l’aridità della vita di Barry, soffermandosi traballante sui particolari della sua casa quasi spoglia e asettica, o l’espediente della telecamera fissa che inquadra prima i luoghi e poi l’entrata in scena del protagonista (come ad esempio nel supermercato dove Barry scopre un’incredibile offerta), o la bellissima sequenza dell’incontro alle Hawaii tra i due innamorati che vengono estraniati completamente (con un gioco di ombre davvero fenomenale) da tutti i numerosi passanti e si uniscono in un tenerissimo bacio; senza tralasciare la stupefacente colonna sonora che incalza e trascina lo spettatore nel mondo di Barry (dapprima costituita da una serie di rumori quasi cacofonici e incessanti che caratterizzano l’insofferenza che Barry prova per le sue sorelle e viceversa per poi trasformarsi in una serie di note melodiche e quasi retrò che rappresentano la nascita dell’amore e dunque la comparsa di un’ancora di salvezza); arrivando alla sorprendente prova recitativa di Adam Sandler (che ci ha abituati a ben diverse prestazioni) che incarna alla perfezione il carattere introverso e quasi stralunato del protagonista per cui è difficile non provare empatia. 

“Ubriaco d’amore” è una pellicola in cui il grottesco si unisce all’ironia e al romanticismo, una inusuale storia d’amore che si fa emblema di una condizione esistenziale e che riesce a trasmettere numerose sensazioni (a volte lo spettatore è persino irritato dall’incessante martellio dei suoni che compongono la colonna sonora o dei giochi di luce che accompagnano l’entrata in scena di Barry nel suo ufficio o nel suo garage, ma poi è anche turbato per gli inconvenienti che la telefonata erotica comportano per Barry o entusiasta per il suo riscatto in seguito alla conoscenza della donna amata) e profondissime riflessioni.

 

VOTO: 8,5

 

 


 

CITAZIONE DEL GIORNO

 

Preferisco di gran lunga aver fama di cornuto che di imbecille. (da "Barry Lyndon")

 


LOCANDINA

 

Coccinema e la connection

Ho il piacere di porvi all’attenzione un blog molto interessante nel quale possiamo trovare intense e appassionate recensioni di film in sala, ma anche simpatici  siparietti molto sarcastici sui film non graditi e finte telefonate tra produttori, registi, attori e addetti ai lavori che scimmiottano ironicamente le caratteristiche dei protagonisti al telefono e quelle dei film a cui hanno partecipato. Insomma un bel posto dove è possibile ravvisare serietà e ilarità ben dosate e miscelate e dove ci si può tenere aggiornati sulle anteprime e sulle nuove uscite cinematografiche. Se vi aggrada il blog di cui parlo e cioè Coccinema, appoggiate la sua candidatura per entrare nella Cinebloggers connection.

Fury





REGIA: Brian de Palma

CAST: Kirk Douglas, John Cassavetes, Amy Irving, Andrew Stevens

ANNO: 1978

 

TRAMA:

 

Robin è un ragazzo con dei poteri paranormali. Suo padre, Peter, cerca di rendergli la vita più normale possibile, solo che sulla sua strada si pone il suo migliore amico, Ben, che gli sottrae il figlio per fare delle ricerche sulla sua mente e sfruttare i suoi poteri. Peter farà di tutto per ritrovare Robin e si farà aiutare da un’altra ragazza con poteri paranormali che sembra avere contatti telepatici proprio con suo figlio.

 


ANALISI PERSONALE

 

Sicuramente non uno dei migliori in assoluto del grandissimo regista-artigiano, che ha saputo sfornare molti capolavori e altri cosiddetti film “minori”. Se prendiamo in esame tutta la sua filmografia, molto probabilmente questo film andrebbe a finire nella categoria di quelli “minori”, anche se in realtà è girato come solo de Palma sapeva girare e contiene degli elementi veramente molto interessanti. Quello che “inficia” la qualità complessiva della pellicola è il ricorso ad una serie di registri narrativi forse non perfettamente amalgamati (si va dalla spy-storie, all’action-movie, senza tralasciare il fantastico e l’horror) e soprattutto un finale un po’ troppo rocambolesco e fracassone. Impossibile, però, non godere dell’interpretazione del grandissimo Kirk Douglas nel ruolo dell’eroe senza macchia che lotta per ritrovare il proprio figlio e del sornione John Cassavetes, cattivo che rimane impresso nonostante l’impassibilità delle sue espressioni facciali e corporee. Tra i due è lotta aperta: il cattivo vuole sfruttare i poteri paranormali di Robin senza preoccuparsi delle conseguenze sulla sua psiche; il buono suo malgrado sarà costretto a “sfruttare” alcune persone per ricongiungersi col figlio, anche se l’effetto non sarà propriamente quello sperato.

Il motivo ricorrente della filmografia di de Palma è qui presente e cioè gli effetti del video sulla mente umana. A Robin, per convincerlo a farsi studiare e ad utilizzare a pieno i suoi poteri, vengono fatti vedere video della finta morte di suo padre. Solo così il ragazzo si convincerà a pernottare nella lussuosa clinica gestita da Ben e da altri loschi figuri. Ma se vogliamo, la vera protagonista del film è la giovane Gillian, che improvvisamente si rende conto di avere dei poteri paranormali: quando è in stato di forte tensione, toccando chi le sta vicino lo fa sanguinare. Ben presto verrà ricoverata in una clinica dove si studiano questi fenomeni e dove era stato ricoverato per breve tempo anche Robin, prima di essere “passato in consegna” a Ben. Qui la ragazza avrà modo di rendersi conto, tramite alcuni flashback che attraversano la sua mente, di ciò che è realmente accaduto a Robin e di quelli che sono i reali intenti di coloro che si prendono cura di lei o che dovrebbero farlo.

Il film, inizialmente incentrato più sugli inseguimenti tra Ben e Peter (uno vuole ritrovare suo figlio, l’altro vuole sbarazzarsi dell’amico che disturba i suoi progetti), girati in maniera magistrale, tanto da coinvolgere oltremodo lo spettatore (esemplare l’inseguimento notturno tra Peter a bordo della macchina nuova di due poveri poliziotti e gli scagnozzi di Ben che, nonostante siano in numero superiore, si fanno fregare alla grande), man mano si concentra sulla figura della ragazza e sull’esplicazione dei suoi poteri (impressionante la scena in cui dopo aver passato dei bei momenti con la dottoressa che si prende cura di lei, in seguito ad un’altra delle sue visioni, la porta a sanguinare dagli occhi, dalla bocca, dal naso). Infine, dopo aver esplorato le caratteristiche della ragazza, si arriva all’unione più o meno forzata tra lei e Peter per ritrovare Robin, ormai totalmente “ipnotizzato” e cambiato e per cercare di portarlo in salvo. Il finale, dunque, si concentra tutto su questo obiettivo che sarà difficile da portare a termine, dato che il ragazzo ha ampliato notevolmente la sua forza fisica e non riesce più a controllare i suoi istinti. Ed è così che vedremo persone fatte roteare per la stanza fino a morire dissanguate, altre scaraventate dalle finestre e altre fatte scoppiare in milioni di pezzi. Una sorta di esagerazione che cozza un po’ con la sobrietà e l’eleganza mantenuta dalla pellicola per l’intera durata. Un finale fin troppo drammatico e splatter che mal si confà con il tono a volte anche ironico del film (basti pensare alla sequenza in cui Peter in fuga da Ben si rifugia nell’appartamento di due signori che si prendono cura di un’anziana signora, che sarà l’unica ad accogliere l’intruso in maniera gentile e ad appassionarsi alla sua storia). Molto ben fatta, anche se forse un po’ troppo calcata, la sequenza al ralenti in cui Gillian riesce a scappare dalla clinica senza però riuscire ad evitare un grosso sacrificio. Grande punto di forza della pellicola, oltre agli attori protagonisti e alla grande regia, è sicuramente la fotografia e la colonna sonora, altri elementi fondanti e portanti del cinema di de Palma. A conti fatti, tralasciando difetti ed esagerazioni, perdonabili ad un regista che solitamente sforna solo film straordinari, Fury può essere considerato a tutti gli effetti un buon film che non dimentica di sottolineare alcuni dei topoi cari al cinema del regista-artigiano, come ad esempio la lotta tra bene e male e il non sempre preciso e definito confine tra le due entità.

 

VOTO: 7,5

 


CITAZIONE DEL GIORNO

 

Oh oh, ho sentito tirare la catena del cesso… mi sa che qualcuno ha fatto lo stronzo. (da "Ace Ventura: l’acchiappanimali")

 


LOCANDINA

 

Cinebloggers trivia awards – quarto round

Audrey è un pò arrabbiata con Cary perchè stavolta non le ha illustrato i passaggi del quarto round e dunque non è a conoscenza del film finale e nemmeno degli indizi. Sarà costretta ad affinare l’intuito e l’ingegno per giungere da sola ad una soluzione. Siete disposte a darle una mano a dimostrare a Cary che anche lei può farcela?
A tra poco nei commenti di questo stesso post! Accorrete!!!

Rapporto confidenziale numero tredici



RAPPORTO CONFIDENZIALE. rivista digitale di cultura cinematografica

NUMERO13 | MARZO’09

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Perché Custer alle Halles, a Parigi, nel 1973?

Dal punto di vista dello spettacolo, le Halles di Parigi rappresentano un ambiente ideale per raccontare questa storia, la storia di un genocidio. Uno scenario fine secolo in via di distruzione. Un enorme buco al centro di tale scenario. Fa pensare a un’arena dove si uccidevano gli schiavi e intorno c’era un impero che si distruggeva e ricostruiva. Uno scenario mobile per una storia eterna.

Le case, gli edifici abbattuti e sostituiti da grattacieli. Il paesaggio cambia, ma la lotta degli oppressori contro gli oppressi rimane la stessa; è immutabile.

Ma perché fare una domanda del genere? Perché Custer alle Halles? Perché un’immagine stimola un’idea? Cerco di dare un significato a questo stimolo. L’immagine di questo buco in mezzo alla città mi ricorda l’immagine dei circhi di gladiatori, i deserti del Dakota, le piazze dove i poliziotti lanciano le bombe lacrimogene.

Perché un western? Perché secondo me noi viviamo in un clima western. Perché il western è sempre stato l’enorme trappola in cui siamo caduti fin da bambini.

Il western esprime in maniera semplice ed elementare i concetti: Dio, Patria, Famiglia. Io riprendo questi concetti e li faccio scoppiare dal ridere.

La Grande Bouffe era un film fisiologico. Questo è un film di sentimenti e di idee. Doveva quindi essere francamente comico. Oggi si può parlare di sentimenti e di idee solo in maniera comica.

Si può parlare di concetti superati solo in maniera irriverente.

Le Halles sono il Western, sono uno scenario da western. La vecchia frontiera, che cosa era? Al tempo di Custer, un secolo fa, si demolivano già vecchi edifici che somigliavano ai Pavillons di Baltard.

Non è il Dakota a fare il western. Il western sono anche le idee. Il western ci ha portato delle idee, perché non portare le nostre al western?

Forse che nelle città non esistono gli stessi elementi che troviamo in un western? A ogni angolo di strada non si incontrano i soldati del Settimo Cavalleria?

Quando io penso ai Pellirosse, io penso al proletariato e al sottoproletariato che si lascia schiacciare e umiliare.

L’opera di distruzione contro i Pellirosse era un etnocidio, la distruzione di un popolo di una nazione.

La cosa comica in questo film, come nella storia, è che coloro che si credono forti, invece di parlare come noi di genocidio, parlano di «diritto alla conquista». E diventa veramente comico quando i conquistatori sono schiacciati, perché i conquistati, loro, parlano di diritto alla resistenza e alla vittoria. È quello che è accaduto a Little Big Horn e accadrà, io spero, domani dappertutto.

È bella la vittoria – la nostra.

MARCO FERRERI

[in Marco Ferreri e Rafael Azcona, Non toccare la donna bianca, Einaudi 1975]

 

EDITORIALE di Alessio Galbiati

È con le parole di Marco Ferreri che volevo (forzosamente) aprire questo tredicesimo numero di RC. Macerie della speranza, distruzione, genocidio e rivoluzione perché, come scrissi qualche editoriale fa, “il cinema certo, ma il problema è tutto il resto!”.

Si muovono nella società forze sempre più oscure, istinti bassi e sommari – che Buñuel fu maestro nel rappresentare sottoforma di pulsioni irrazionali e retrive (Lanzarotti racconta Estasi di un delitto ed Él) – istinti xenofobi che il gruppo Fart Film (ri)legge con acuminata intelligenza in chiave zombi movie (Cavisi in ClanDeadStini). La crisi appare un pretesto per metter mano a soldi pubblici, i governanti fanno e disfano qualsiasi cosa: Who Watches the Watchmen? (al film ed alla graphic novel abbiamo dedicato un approfondito speciale di Moriconi e Rippa).

I temi si intrecciano e scivolano di pagina in pagina, suggestioni fatte di immagini in movimento, idee luminose e realtà cinematiche che dovrebbero aiutarci a comprendere qualcosa in più della/sulla realtà che ci attornia. Il cinema è linguaggio e forma d’espressione, ipertesto mai innocuo (Chignola smonta Bride Wars) che (ci) parla attraverso sinestesie. Gus Van Sant è l’Autore sul quale torniamo a posare il nostro molteplice sguardo (Rippa, Fannini, Galbiati e Rocher), con la seconda parte dell’esplorazione del suo genio ribelle.

Insomma, non vi resta che leggerci!

La pubblicazione del numero13 coincide con la definitiva messa online del nuovo sito di RC. Un nuovo strumento che vuole essere ‘altro’ dalla rivista che avete di fronte agli occhi. www.rapportoconfidenziale.org

Buona lettura.

SOMMARIO

04 La copertina. Donato Di Blasi

05 Editoriale di Alessio Galbiati

06 Brevi. appunti sparsi di immagini in movimento di Alessio Galbiati

07 Estasi di un delitto di Samuele Lanzarotti

08 Él di Samuele Lanzarotti

10 LINGUA DI CELLULOIDE Mulholland D(e)rive cineparole di Ugo Perri

13 SPECIALE GUS VAN SANT. GENIO RIBELLE. II parte

To Die For di Roberto Rippa 14

Good Will Hunting di Andrea Fannini 15

Psycho di Alessio Galbiati 16

Finding Forrester di Jean-Maurice Rocher 17

Gerry di Luciano Orlandini 19

Elephant di Luciano Orlandini 20

22 DONATO DI BLASI. Berlino 1996, Bangkok 2001, Molise 2004, Marsala 2008

26 CINEMA SERBO Profesionalac di Francesca Mitrovic

27 ClanDeadStini di Alessandra Cavisi

28 Bride Wars di Francesco Chignola

28 The Wrestler di Alessandra Cavisi

29 Zack and Miri Make a Porno di Francesco Chignola

30 SPECIALE WATCHMEN

Watch…Amen! di Roberto Rippa 31

Lettera aperta dello sceneggiatore David Hayter ai fan di Watchmen 33

Watchmen. Zack, ma come hai fatto? di Francesco Moriconi 35

Perso nella simmetria. La guida italiana non ufficiale alla lettura di Watchmen di Roberto Rippa 46

Sette domande a Francesco Moriconi di Roberto Rippa 47

Watchmen in Italia. Le sette vite di un fumetto di Francesco Moriconi 49

52 www.rapportoconfidenziale.org

53 Arretrati

L.A. Confidential





REGIA: Curtis Hanson

CAST: Kevin Spacey, Russel Crowe, Guy Pierce, Denny de Vito, Kim Basinger, David Strathairn, James Cromwell

ANNO: 1997

 

TRAMA:

 

Tre poliziotti, decisamente diversi nel modo di affrontare la giustizia e la legge, si ritrovano coinvolti in un caso di pluriomicidio. La risoluzione sarà delle più agghiaccianti e inaspettate…

 


ANALISI PERSONALE

 

“L.A. Confidential” è prima di tutto una buona e onesta trasposizione del romanzo del grandissimo James Ellroy, per forza di cose snellita e semplificata in alcuni passaggi narrativi (come si può ben comprendere avendo a che fare con un romanzo di oltre 500 pagine e con dei meccanismi non sempre così lineari). Ma anche esulando dal raffronto col magistrale romanzo, il film riesce a vivere di vita propria e ad entrare a viva forza nella storia del cinema, assumendo quasi i contorni di un grande colossal. Perché “L.A. Confidential”, se non fosse per la fotografia a colori e per gli attori che lo interpretano, potrebbe benissimo essere scambiato per uno di quei grandissimi noir degli anni ’40 che tanto hanno appassionato e continuano ad appassionare gli amanti del genere e del cinema in generale. Merito soprattutto delle scenografie e dell’ambientazione in generale che ricostruiscono perfettamente la Hollywood degli anni ’50, con interni ed esterni estremamente curati (senza tener conto dei costumi, del trucco, delle capigliature, ecc…), ma anche della bellissima colonna sonora che ci fa completamente tuffare nelle atmosfere di quel tempo e nei meandri della società dell’epoca. Società che in qualche modo poteva benissimo essere rappresentata dal corpo di polizia che vantava al proprio interno poliziotti ligi al dovere e assertori di un’etica di ferro che però nascondeva una voglia di rivalsa sui colleghi, altri corrotti e poco lindi, altri ancora violenti e al di sopra della legge stessa. Una comunità a sé stante che però rifletteva anche il marcio che aleggiava nell’aria e non solo nella mecca del cinema, la Hollywood che in qualche modo fa da sfondo alle vicende di droga, sesso, soldi e potere che permea l’intera pellicola. I tre protagonisti principali sono appunto la perfetta rappresentazione di tutto ciò, merito anche di una sceneggiatura di ferro che riesce a delineare ciascun personaggio in maniera encomiabile oltre che a rendere comprensibile e fruibile allo spettatore l’intricata vicenda che vede coinvolti non solo loro, ma anche numerose altre pedine che si affastellano sulla scacchiera della pellicola: attori squinternati, truffatori di ogni sorta, delinquenti degeneri, giornalisti con le mani in pasta, prostitute simil-dive hollywoodiane (la stessa Kim Basinger, premiata con l’Oscar, interpreta il ruolo di una prostituta di alto livello che somiglia all’attrice Veronica Lake), e via di questo passo.


Grandissima forza della pellicola è anche il numero elevato di attori stellari e decisamente valenti che compongono il cast: a partire dall’immenso Kevin Spacey nel ruolo di Jack Vincennes, poliziotto della narcotici che fa anche il consulente per una serie televisiva poliziesca (incarico a cui tiene più del suo stesso distintivo); passando per Russel Crowe nel ruolo di Bud White, violento assertore della legge che non riesce a sopportare i soprusi ai danni delle donne e che tiene più di ogni cosa all’onore del corpo di polizia e all’amicizia con un suo collega; senza tralasciare Guy Pierce nel ruolo di Ed Exley, colui che nasconde sotto l’apparente desiderio di ordine e giustizia, un’ambizione sfrenata che vedrà il suo completo compimento a fine pellicola. Sono loro tre gli emblemi dei differenti modi di condurre il dipartimento di polizia (capitanato da un James Cromwell la cui recitazione è perfettamente sospesa tra corruzione e onestà), nel quale si nasconde lo stesso marcio che contrassegna il mondo del cinema, del giornalismo e quello della prostituzione d’alto bordo (esemplari sono a questo riguardo il giornalista interpretato da Danny de Vito, il “pappone” di alto livello interpretato da David Strathairn e la prostituta interpretata da Kim Basinger, l’unico di questi personaggi che in qualche modo trova riscatto grazie all’amore di uno dei tre poliziotti). Con una serie di colpi di scena e di sequenze d’azione ben girate e inserite all’interno della narrazione (soprattutto quella pre-finale nella quale si compie una carneficina di proporzioni epiche), arriviamo sempre più allibiti allo scioglimento di questa ingarbugliatissima matassa che vede fondersi inesorabilmente diversi casi apparentemente slegati tra loro, ma ineluttabilmente uniti da un unico filo rosso (e questo è uno dei primi insegnamenti della letteratura noir e giallistica), che però viene lasciato in sospeso in nome della politica e di un falso eroismo. A fare da agnelli sacrificali, nascondendo ancora una volta il marcio e la corruzione del dipartimento di polizia, ci penseranno tre poveri “negretti”, che tanto poveri non sono, visto che in un modo o nell’altro, con il loro operato, non fanno pesare troppo sulle coscienze dei protagonisti la loro scelta finale.

 

VOTO: 9

 



CITAZIONE DEL GIORNO

 

"Due Martini molto secchi". "Come sa cosa bevo?". "Ah, ne vuole uno anche lei? Allora tre!". (Dianne Wiest e John Cusack in "Pallottole su Broadway")

 


LOCANDINA

 

Watchmen





REGIA: Zack Snyder

CAST: Billy Cudrup, Patrick Wilson, Jackie Earl Haley, Malin Akerman, Carla Gugino, Matthew Goode, Jeffrey Dean Morgan

ANNO: 2009       

 

TRAMA:

 

1985, gli Stati Uniti sono in piena Guerra Fredda, ma stavolta non ci sono più i supereroi che anni prima hanno decretato la vittoria in Vietnam. Il presidente Nixon, al suo terzo mandato, li ha banditi dalla società e ora si ritrova solo ad affrontare una terribile minaccia nucleare. L’unico supereroe ancora in azione, Rorschach, sta indagando sulla morte di un suo vecchio “collega” e in qualche modo riuscirà a riunirli tutti per cercare di salvare il mondo.

 


 


ANALISI PERSONALE

 

Dopo la straordinaria profondità ed intensità di contenuti e riflessioni de Il cavaliere oscuro, non riesce difficile immaginare che un comic-movie possa essere in qualche modo molto di più di una serie di avventure tra eroi mascherati buoni o cattivi che siano. Grazie a Nolan e al suo film (oltre che all’opera di molti scrittori di fumetti tra cui Alan Moore creatore di Watchmen), il genere cinematografico, dapprima molto chiuso in sé stesso e fissato da regole e canoni prestabiliti, ha assunto nuove connotazioni e nuovi contorni. Ed è così che la lotta tra bene e male non è più racchiusa in paletti fin troppo stereotipati e in luoghi comuni esagerati, così come la figura stessa dei cosiddetti supereroi non è la semplice rappresentazione del bene assoluto che lotta e sconfigge il male assoluto, utilizzando solo armi come la giustizia, l’onestà, la bontà, la forza, ecc…Anche “Watchmen” riesce nell’intento di distinguersi da quel modo ormai desueto e scontato di leggere e interpretare le avventure superomistiche, anche se sicuramente gran parte del merito, forse anche tutto, va al fumetto da cui è tratto, considerato addirittura dal Times uno dei 100 migliori romanzi di tutti i tempi. “Watchmen” è soprattutto una dettagliata fotografia della società americana, di tutti i suoi contorti e non sempre puliti meccanismi, di tutto un mondo che da sempre è stato considerato e si è considerato a sé stante. I supereroi che fanno da protagonisti a questa storia sono la rappresentazione di molti dei valori e degli ideali di quella società, valori e ideali che col tempo sono stati spazzati via, modificati o semplicemente dimenticati e relegati ai margini. Con una costruzione ucronica (che rivisita gli avvenimenti della storia in maniera alternativa a come sono accaduti realmente), il film ci mostra cosa sarebbe potuto succedere se la guerra in Vietnam l’avessero vinta gli Stati Uniti, se Nixon fosse stato eletto per ben tre volte grazie all’opera di supereroi che in qualche modo avessero impedito determinati avvenimenti e agevolato il succedersi di altri. Alla fine degli stupefacenti e sbalorditivi titoli di testa che, sulle note della bellissima ballata di Bob Dylan “The time they are a changin’”, mostra gli antefatti di ciò che andremo a guardare (tutta la storia americana degli anni ’60, compreso l’assassinio Kennedy), veniamo immersi a viva forza negli anni ’80: un supereroe ormai in pensione, a causa della legge che vieta di portare maschere, viene trovato assassinato ai piedi di un grattacielo. Lui era il Comico e il suo vecchio amico Rorscharch, ritiene che sia solo il primo della lista e che presto toccherà anche a tutti gli altri: Gufo Notturno, Spettro di seta, Ozymandias e Dr. Manhattan, l’unico di loro ad avere effettivamente dei superpoteri.  Perché in realtà questi supereroi, non sono poi così super, visto che sono degli uomini come tutti gli altri, provvisti anche di debolezze e meschinità, oltre che di valori positivi. Ognuno di loro, per un motivo o per l’altro, ritornerà in pista indossando il vecchio costume e la vecchia maschera e insieme cercheranno di sventare la più grande esplosione nucleare mai vista. La sorpresa finale, insita non solo nell’ideatore dell’esplosione ma anche e soprattutto nella motivazione di questa scelta, li dividerà per sempre, rendendoli consapevoli della loro vera natura. A narrarci quasi sempre in prima persona gli avvenimenti è proprio Rorscharch che scrive sul suo diario tutto ciò che sta avvenendo attorno a lui, ma se questo espediente riesce a immettere lo spettatore a viva forza all’interno dei meccanismi non sempre lineari della narrazione (arricchita anche da una serie di flashback davvero molto funzionali), per certi versi risulta fin troppo ridondante e quasi onnipresente. Apprezzabilissimo, invece, lo stile registico che si avvale di una serie di ralenti e di velocizzazioni che danno vita in maniera apprezzabile a quelle che sono le tavole statiche di un fumetto, rispettandone (a detta degli appassionati) anche molti stacchi di montaggio oltre che quasi pedissequamente il succedersi degli avvenimenti, ad eccezione del finale. Straordinaria anche la colonna sonora che riesce a contestualizzare egregiamente le avventure di questi supereroi, che è poi l’unica grande avventura della società americana, grazie a brani ricercati e di valore (se si esclude una certa sequenza che utilizza la bellissima Hallelujah di Leonard Cohen, in maniera decisamente fuori luogo). Cosa non funziona allora in questo Watchemen, prodotto comunque decisamente considerevole? Innanzitutto alcune scelte stilistiche e narrative, prima su tutte la insopportabile scena di sesso tra due dei supereroi e poi, soprattutto, un pressante ricorso alla battuta ad effetto, all’ammiccamento eccessivo. “La società la proteggiamo noi”, “Ma da che cosa?” “Mi prendi in giro? Da loro stessi”, questo uno dei dialoghi più illuminanti della pellicola, seguito da un’affermazione che ne delinea ancor di più i contorni: “Che cosa è successo al sogno americano?”, “Che si è avverato, lo stiamo ammirando”. Ma il sogno svanirà come neve al sole lasciando negli eroi mascherati una sola, amara e ineluttabile certezza: “La natura selvaggia dell’uomo lo porterà inevitabilmente al suo annientamento”.

 

VOTO: 7,5

 

 


CITAZIONE DEL GIORNO

 

"Noi siamo sempre dalla parte giusta". "Pure quando sbagliamo?". "Soprattutto quando sbagliamo". (da "Nell’anno del Signore")

 


LOCANDINA