Flightplan


REGIA: Robert Schwentke

CAST: Jodie Foster, Sean Bean, Peter Sargsaard, Greta Scacchi

ANNO: 2005

TRAMA:

Kyle Pratt, ingegnere aeronautico, prende un volo con la sua bambina di 6 anni per tornare a casa dopo aver perso il marito, caduto dal tetto della loro abitazione. Durante il volo, la bambina scompare, ma nessuno l’ha vista e non è presente sulla lista dei passeggeri. Dunque, tutti pensano che sia un’invenzione della donna shockata dalla perdita del marito, ma lei non si arrende e fa di tutto per ritrovare su figlia.

 

 


 

ANALISI PERSONALE

Se non sei de Palma è difficile che puoi riuscire a citare e omaggiare il genio di Hitchcoock senza cadere in qualche falla o senza fallire inesorabilmente. Schwentke non riesce a creare un prodotto soddisfacente o perlomeno sufficiente, impigliandosi in meccanismi fin troppo semplificati e poco approfonditi e lasciandosi andare ad un manierismo fine a se stesso che ottiene il risultato di straniare lo spettatore per la completa inadeguatezza di alcune soluzioni registiche (alcuni ralenti davvero insopportabili ad esempio) e per l’incompiutezza di alcuni passaggi narrativi, colpa sicuramente di una sceneggiatura non proprio di ferro. Se l’idea di fondo, seppur non originale, può sembrare sicuramente interessante (la scomparsa di una persona in un luogo chiuso come un aereo in volo), è la messa in scena della stessa e la risoluzione fin troppo palesata e scontata a rovinarne l’effetto. Il dubbio che si insinua nello spettatore e in alcuni personaggi della pellicola poteva essere affrontato in maniera più efficace e meno frettolosa, visto che era perlomeno plausibile. Può darsi che una donna a causa della morte di marito e figlia possa “sognare” di essere ancora con loro (in questo caso solo con la figlia) per soffrire di meno e per dimenticare la perdita? Il quesito è interessante, il modo di affrontarlo un po’ meno. Perché lo spettatore si rende conto in maniera subitanea che non è affatto questa la soluzione del mistero che accompagna la scomparsa o l’apparente scomparsa della piccola bambina. Man mano che si procede con la narrazione, si intuisce subito che c’è qualcosa che non va in alcuni passeggeri di questo aereo e soprattutto si comprende immediatamente che la forte e coraggiosa protagonista non è affatto turbata psicologicamente al punto di arrivare ad immaginarsi una figlia che non c’è più. Eliminata l’ambiguità sulla sanità mentale della protagonista, allo spettatore non rimane altro che accontentarsi di assistere ad una serie di sequenze poco interessanti e scarsamente adrenaliniche (la ricerca della figlia da parte della madre ha di buono solo la scenografia e l’ambientazione di questo aereo ultramoderno e incredibilmente enorme, costituito di zone che mai avremmo immaginato), che giungono tra l’altro ad un finale più retorico e buonista che mai, che lascia a bocca asciutta in quanto a colpi di scena o a sorprese di nessun genere. Nonostante l’ottima interpretazione di Jodie Foster , qui impegnata nel ruolo di “eroina” sola contro tutti, il film non riesce a distinguersi per nessun particolare interessante e, volendo offrire anche una riflessione sul mondo americano post 11 settembre, rischia di cadere in trappole di infondatezze e incongruenze narrative. Che fine fa il sospetto della donna verso due uomini iraqueni a suo avviso presenti il giorno prima fuori dalla finestra di sua figlia? Sospetti che finiscono nel nulla alla luce della reale risoluzione del mistero, ma che proprio per questo non trovano una spiegazione plausibile se non appunto la paura verso coloro che hanno causato il disastro più doloroso per gli Stati Uniti, se non fosse però che la protagonista portatrice di questo sospetto tutto è fuorché quel genere di persona che si lascia andare a simili “razzismi”. Molto superficiale e a tratti addirittura macchiesttistica la descrizione di alcuni passeggeri dell’aereo (primo su tutti l’uomo che si pone dalla parte della protagonista, seguito dalla psicologa interpretata da Greta Scacchi), ad esclusione del capitano che riesce a comunicare una certa ambiguità di atteggiamenti anche grazie all’ottima interpretazione di Sean Bean. Meno riuscito il personaggio interpretato da Peter Sargsaard, il responsabile della sicurezza dell’aereo, forse anche per la perenne monoespressività dello stesso e per una certa prevedibilità della sceneggiatura che sin da subito ci fa quasi intuire quali siano i reali ruoli di alcuni personaggi che compaiono sullo schermo. Dalla sua parte il regista ha il fatto di essere riuscito a giostrare senza scivoloni la difficile unità di tempo e di azione, senza però riuscire anche a creare la giusta suspance e il giusto carico di ragionevoli dubbi nello spettatore. Tutto si risolve nella più semplicistica e facilmente intuibile delle maniere. Un peccato non aver sfruttato al meglio un’idea di base che poteva dare spazio a soluzioni estetiche e narrative molto interessanti oltre che a riflessioni più profonde e calzanti, come ad esempio il crearsi di una sorta di comunità tra persone che si ritrovano costrette nello stesso luogo e che devono affrontare un’avventura non usuale. Un peccato non essere riusciti a rendere il giusto omaggio al mitico Hitchcoock.

 

VOTO: 5

 

 


 

CITAZIONE DEL GIORNO

"Sei in una pozzanghera di merda e non hai le scarpe adatte!" (The Bourne supremacy)




LOCANDINA

Cinebloggers trivia award – decimo round

I nostri cari giudici, vi salutano con un sorriso a 45 denti e vi lasciano con un ultimo round serrato e impegnativo, rimandando l’appuntamento al prossimo torneo, sperando di potersi liberare e di potervi ancora intrattenere con le loro "charade".
Tra mezz’ora, sui commenti di questo post, l’ultimo round del Cineblogger trivia awards.

Masters of horror 5-6


IL GUSTO DELL’OSSESSIONE

Arrivati al quinto episodio di questa interessante serie incentrata sui maestri dell’horror e sui loro mediometraggi, ma soprattutto arrivati all’episodio girato proprio dall’ideatore di questa serie, ci si aspetterebbe di trovarsi di fronte al più stuzzicante e stimolante di essi, e invece, paradossalmente ci si trova a constatare delusi di essere al cospetto di un film decisamente poco affascinante, per nulla considerevole e, soprattutto, del tutto sprovvisto di elementi horror, con un unico momento blandamente splatter verso il finale in cui una mano viene attraversata da un pugnale. Per il resto siamo di fronte alla proposizione di un tema molto affascinante che però non riesce ad essere reso nel miglior modo possibile. Che Mike Garris abbia tenuto un profilo basso per lasciare spazio ai colleghi che ha scelto e selezionato per questo suo progetto? Difficile pensare ad una soluzione di questo genere, visto che avrebbe potuto battere questa strada non partecipando attivamente con un proprio film. Ecco allora che non ci si spiega la piattezza narrativa e visiva di questo episodio, Chocolat, orrendamente tradotto in “Il gusto dell’ossessione”, in, cui il protagonista comincia a sentire le stesse sensazioni di un’altra persona, vedendo quello che vede, sentendo quello che sente, annusando quello che annusa, gustando quello che gusta e via di questo passo. La persona in questione è ovviamente una bella e misteriosa donna che sembra proprio aver bisogno di aiuto. Il ragazzo, separato con un figlio, e dipendente di una ditta di aromi artificiali (la casualità del destino), comincia ad essere ossessionato dagli “incontri” con questa donna di cui pare essersi perdutamente innamorato pur non avendola mai realmente incontrata. Il film si divide in due parti quindi: la prima è quella in cui l’uomo comincia ad entrare in contatto con la donna, con tanto di situazioni che vanno dal noioso, al ripetitivo, all’imbarazzante e involontariamente e grottescamente comico (quando la donna è a letto con un bel ragazzone, il nostro protagonista sente davvero tutto!); la seconda è quella in cui ormai deciso a lasciarsi trasportare da questa passione che lo fa sentire meno solo, raggiunge la bella bionda che vive in Canada, riuscendo a rintracciarla tramite alcuni indizi delle sue sempre più numerose e inusuali visioni (in una la donna si masturba nella doccia, in un’altra accoltella il suo amante perché trovato a letto con un’altra). Qui i due faticheranno ad entrare in sintonia, visto che la donna pensa di essere braccata dalla polizia e in più rimane incredula di fronte alle rivelazioni del ragazzo, e visto che lui ci rimane veramente male quando, dopo aver rivelato il suo amore, viene rifiutato malamente. I due finiranno inevitabilmente ad essere molto vicini, fino a quando il più furbo, o il più spaventato, o il più determinato, non si avventerà contro l’altro per poi finire riverso a terra in fin di vita.  Il più grosso  problema di questo “Il gusto dell’ossessione” è proprio la mancanza di suspance, la noia che aleggia pesantemente in ogni fotogramma che si sussegue, e soprattutto il finale scontatissimo praticamente annunciato sin dall’incipit che, sembra decisamente molto interessante (col protagonista che insanguinato si rivolge ad un interlocutore a noi invisibile), fino a quando non ne intuiamo il vero significato.

 

IL CANDIDATO MALEDETTO

Arrivati a metà strada non è difficile asserire che quasi sicuramente questo episodio si merita il podio tra i migliori della serie. Uno zombie-movie molto ironico, ma anche molto intelligente e stimolante, che ci invita a concentrarci su una serie di considerazioni di non poco conto e lo fa con irriverenza e con sarcasmo, andando a toccare gli “intoccabili” e ribaltando il concetto stesso di zombie, anche se da sempre (Romero ci insegna) sono stati il pretesto e l’espediente per elucubrazioni politico-sociali di ogni sorta. In questo caso ci troviamo di fronte a degli esseri benevoli e ammirevoli, che sono tornati in vita non per spaventare e uccidere il prossimo, ma per far sentire la propria voce e per far valere i propri sacrosanti diritti. Trattasi dei soldati morti in guerra che tornano a reclamare il diritto di voto, per fare in modo che nessun’altro debba morire per una guerra basata su presupposti falsi e ingannevoli, così ci dice John Landis e così la pensano i suoi soldati che non vogliono più votare il presidente in carica (a Bush saranno fischiate sicuramente le orecchie). Tutto parte, comunque, dal discorso politico di un portavoce intrallazzato con il presidente in carica che in una trasmissione televisiva molto seguita, quando la mamma di un ragazzo morto al fronte gli chiede perché suo figlio sia dovuto morire, risponde falsamente e ipocritamente che il suo desiderio più grande sarebbe quello di veder tornare a uno uno tutti i caduti in guerra per sentire proprio dalle loro voci quanto sia stato giusto e salvifico il loro sacrificio. Purtroppo per lui, e per tutto il suo team (che si arricchisce di una cinica e spietata arrivista, che seduce e poi abbandona il portavoce), il desiderio viene presto avverato, ma i caduti non sono affatto orgogliosi del loro sacrificio, perché in realtà non “esisteva nessuna arma di distruzione di massa” e dunque i presupposti per la guerra non esistevano, o perlomeno non erano quelli paventati dal presidente. Cosa fare allora con questi zombie che una volta compiuta la loro missione (votare per il candidato concorrente appunto) muoiono finalmente in pace? Si percepisce anche una certa vena dissacratoria e denigratoria nei confronti delle strategie politiche e dei discorsi in tv quando proprio l’arrivista, dapprima decisa a far votare questi esseri perché convinta di averli dalla sua parte, si oppone strenuamente a che questi vengano considerati idonei al voto. Non resterà altro a lei, e a chi come lei non ci sta a cambiare l’ordine prestabilito e malato delle cose, che cercare di far fuori ad uno ad uno questi ragazzi già morti per una causa sbagliata. Ma il portavoce da che parte si schiererà, visto che anche suo fratello anni prima è morto in una guerra? Il finale un po’ troppo stucchevole per quanto riguarda la figura del fratello e la maniera in cui si risolve la sua storia, è però molto illuminante e forse decisamente utopico: gli zombie, portatori della vera democrazia e soprattutto meritevoli di aver aperto gli occhi sulla reale situazione politica e sociale degli Stati Uniti, trionferanno su quelli che sono i veri mostri. Girato in maniera molto intelligente, con una scena davvero straordinaria che è quella in cui i caduti in guerra cominciano ad uscire dalle bare completamente avvolti nelle bandiere americane, “Il candidato maledetto” è un intelligente, quanto speranzoso, invito alla riflessione e all’indipendenza dei pensieri e delle decisioni, oltre che un’aperta e neanche tanto velata accusa alla vecchia amministrazione Bush e alla guerra da lui voluta, ma combattuta da altri.

Soldi sporchi


REGIA: Sam Raimi

CAST: Bill Paxton, Billy Bob Thornton, Bridget Fonda, Brent Briscoe

ANNO: 1998

 

TRAMA:

 

Hank e Jacob, due fratelli, insieme all’amico Lou per caso ritrovano un aereo con dentro più di 4 milioni di dollari. Cosa fare con questi soldi, che presto scopriranno essere sporchi? Tenerseli rischiando di andare in galera e cominciando a dubitare uno dell’altro o consegnarli alla polizia? La scelta sarà quella più ovvia, ma porterà ad effetti catastrofici.

 

 


 

ANALISI PERSONALE

 

Grande parabola sul sogno americano questo “Soldi sprochi” (titolo originale più incisivo “A simple plan”) che a 11 anni di distanza conserva, e purtroppo conserverà sempre, una netta attualità. Durante la visione della pellicola rimaniamo sempre più terrorizzati dalla normalità e dalla tranquillità che celano, neanche troppo profondamente, una crudeltà e un cinismo non indifferente. Quando i tre ritrovano il malloppo, il più scanzonato dirà che finalmente potranno raggiungere il sogno americano, mentre il più responsabile affermerà: “Per il sogno americano si lavora, non si ruba”. Proveranno a sfatare questa regola ferrea e si ritroveranno in un mucchio di guai, a dimostrazione che forse è proprio vero che l’unico modo col quale raggiungere il sogno americano è lavorare. Quello che più colpisce in “Soldi sporchi” è proprio il ribaltamento delle aspettative, oltre che lo sfatamento di parecchi luoghi comuni. Infatti, sarà il fratello più oculato a fare di tutto per tenersi quei soldi e ad arrivare a compiere azioni sempre più efferate per non farsi scoprire dalla polizia e dai suoi concittadini. Il motivo sono ovviamente i soldi nel senso più materiale del termine, cioè la possibilità, suggerita da una mogliettina che tesse le trame del loro piano sempre più malefico, di poter andare più spesso al ristorante, di potersi comprare più vestiti, di poter vivere più agiatamente soprattutto ora che, scusa alquanto meschina, è arrivata una bambina in casa. L’altro fratello, invece, quello che sembra essere un po’ ritardato e sfaccendato, ha un vero e proprio sogno: ricostruire l’antica fattoria appartenuta al suo defunto padre e magari costruirsi una bella famiglia per essere felice, lui che sembra non esserlo mai stato. Ed è proprio lui che di volta in volta cerca di fermare l’altro fratello dal portare avanti questo piano che comporta anche un certo numero di cadaveri lasciati dietro le spalle, cosa che casomai ci saremmo aspettati più dall’altro. Nel mezzo si pone l’amico, ubriacone disoccupato, che comincia a minacciare di spifferare tutto se non riceverà al più presto la sua parte del gruzzolo.

E’ nei rapporti tra questi personaggi che si dipana “il semplice piano” che dà il titolo alla pellicola e che alla fine tanto semplice non si rivelerà, perché nessuno ha considerato le variabili che possono entrare in gioco, prima di tutto l’avidità e la cupidigia, ma soprattutto, e ancora più forte, la coscienza che può fare brutti scherzi se non si riesce a tenerla addormentata. Quella di Hank (interpretato da un ottimo Bill Paxton), il fratello più responsabile, viene ogni volta sopita dalla moglie che si dimostra essere, al contrario di quello che appare, una novella “Lady Macbeth” (interpretata da una giovane Bridget Fonda); quella di Jacob (interpretato da uno straordinario Billy Bob Thornton che esprime alla perfezione tutto il mondo interiore di questo particolare e intenso personaggio), il fratello “ritardato”, invece, scalcia sempre più potentemente fino a giungere ad una soluzione decisamente estrema, ma inevitabile.

Raimi, che qui si ritrova a ricalcare le orme dei Coen di “Fargo”, ambientando il suo dramma “shakespeariano” in una piccola cittadina di provincia ricoperta di neve (la contrapposizione tra il candore della neve e il nero delle vicende che vi si svolgono ha sempre un grande effetto), conclude il tutto in maniera decisamente beffarda e ironica. Apparentemente non ci sarà punzione alcuna per Hank, la neve ricoprirà tutto come dice sua moglie, anche se il rimorso non potrà mai esserne ricoperto,  ma il solo fatto di rimanere lì dov’era (a lavorare in un’officina lui e in una biblioteca la moglie) dopo aver assaporato quel tanto agogniato sogno americano e dopo aver compiuto le più atroci delle azioni, è un castigo molto più potente e doloroso di qualsiasi reale pena. A punirlo, ci penseranno i terribili ricordi di tutto ciò che ha dovuto compiere per ritrovarsi con un pugno di mosche, anche se ci saranno dei giorni in cui, come dice lui, riuscirà a non pensarci affatto. Alla fine, una battuta pronunciata dalla moglie rimane impressa su tutte: “Nessuno penserebbe mai che tu sia in grado di fare quello che hai fatto”, eppure anche un uomo insospettabile ed onesto come Hank ha compiuto quelle efferate azioni, cosa che ci pone di fronte alle nostre coscienze e all’impossibilità di rispondere a certe domande come: “E noi cosa avremmo fatto in una situazione del genere?”.

 

VOTO: 8

 

 


 

CITAZIONE DEL GIORNO

 

"Qualunque cosa sappia dovunque io vada sono vincolato dal segreto cliente-avvocato, sono più o meno come…no è meglio dire che sono esattamente come una nave con un carico che non raggiungerà mai nessun porto e, finchè io sarò vivo, quella nave sarà sempre al largo" (Il socio)

 


LOCANDINA

 

Cinebloggers trivia award

A tutti i gentili partecipanti del Cinebloggers trivia award: purtroppo oggi per forze di causa maggiore non mi sarà possibile svolgere l’ultimo round di questa tappa. Chiedo scusa a tutti per il breve preavviso col quale annuncio questa notizia, ma ci sono stati imprevisti del tutto inaspettati.
Alla prossima, al più presto, con l’ultimo round!!!

Arrested development


Una delle sit-com più irriverenti e politicamente scorrette mai trasmesse in tv, peccato davvero per il cattivo trattamento riservatole in Italia, dove è stato trasmesso a spizzichi e morsi di notte ad orari sempre diversi, fino alla seconda serie, dimenticandosi completamente della terza e, pare purtroppo, ultima stagione. “Arrested development” è praticamente la storia di una delle famiglie più facoltose di Newport beach, che si ritrova in un mare di guai a causa delle beghe legali che colpiscono il capofamiglia, Geroge Senior, e la sua ditta: la Bluth company. L’unico componente della famiglia oculato e responsabile, Michael, sta partendo con suo figlio George Michael, per l’Arizona, ormai stanco di sopportare tutti i capricci e le stranezze della sua famiglia. Ma l’arresto di George Senior e la caduta della famiglia nel caos più totale, lo costringeranno a rimanere per prendersi cura degli affari e per non veder precipitare sempre più i componenti della sua stramba famiglia.


Lo stile documentaristico con massiccio utilizzo della camera a mano è decisamente funzionale al tipo di narrazione e contribuisce a rendere ancora più straniante l’effetto di tutte le stranezze e le stramberie di questa fantastica famiglia.

Loro sono: Goerge Senior (interpretato da uno straordinario Jeffrey Tambor), colui che finisce in prigione per falso in bilancio e per altre magagne legate alla sua compagnia (quella più esilarante riguarda la costruzione di case modello per Saddam Hussein in Iraq) che in prigione viene illuminato dall’ebraismo, mentre durante la sua latitanza, passata nella soffitta di casa Bluth insieme a delle bambole con cui prende il the ogni giorno, si converte al cristianesimo.

 

Lo stesso attore interpreta anche il personaggio di Oscar Bluth, fratello gemello di George Senior, che ha avuto una relazione clandestina con sua moglie e che forse è il padre del minore dei fratelli. La differenza tra i due, è che quest’ultimo è molto più sciatto, però ha molti più capelli, perché meno stressato da una famiglia e da una ditta da mandare avanti. Oscar cerca in tutti i modi di tornare con Lucille, ora che suo marito è in carcere e poi latitante, e in un certo qual modo ci riuscirà anche se tra i due non faranno altro che chiamarsi “ubriacona” e “drogato”.


Lucille Bluth, è la moglie di George Senior, nonché madre di quattro diversissimi figli. Il suo preferito è il minore, Buster, un cocco di mamma che nonostante abbia 32 anni si comporta come un bambino di 6 anni. Sembra essere la più arcigna e la meno dotata di cuore di tutta la famiglia ed è dedita all’alcool. Non sopporta di aver perso numerosi dei privilegi di cui godeva quando la compagnia andava a gonfie vele e si ostina ad apparire ancora ricchissima e padrona della situazione. Numerose sono le situazioni assurde in cui coinvolge i propri figli, come l’asta in cui farsi comprare a turno da ciascuno dei suoi figli o  la giornata “Mamma-figlio”, in cui si traveste sempre da marinaio o da Cher.


GOB (George Oscar Bluth) è il primogenito, un ragazzone cresciuto fissato con la magia, di cui crede essere padrone a tutti gli effetti. Dopo essere stato cacciato dalla “confraternita dei maghi” in seguito all’utilizzo di un trucco magico per nascondere suo padre dalla polizia che lo stava cercando, GOB farà di tutto per rientrarci ed escogiterà sempre più trucchi magici al limite del possibile e dell’assurdo, tutti ovviamente finiti col pubblico che riderà “di” lui, invece che “con” lui come si illude che sia. Parecchio pasticcione, metterà nei guai più volte la reputazione della Bluth, soprattutto quando ne diverrà rocambolescamente direttore al posto del fratello Michael.


Michael (interpretato dall’ora conosciutissimo Jason Bateman) è il secondogenito, anche se è sicuramente il più maturo e responsabile del gruppo. Costretto ad allevare da solo il suo amatissimo figlio a causa della morte di sua moglie avvenuta due anni prima, fa di tutto perché egli riceva un buon esempio, fallendo miseramente a causa del cattivissimo esempio che, invece, scaturisce da tutti gli insani e scorretti comportamenti dei suoi famigliari. Anche se è il più serio si lascerà trascinare più volte nelle pazzie dei Bluth, divenendone a tutti gli effetti un prototipo esemplare.


Lindsey (interpretata da un’ironica Portia de Rossi) è la terzogenita della famiglia Bluth, ossessionata dai vestiti, dai trucchi, dalle borse e dallo shopping in generale, pratica che, da quando l’azienda è quasi fallita, le viene sempre più preclusa. Non avendo mai lavorato nemmeno un giorno in vita sua, è quella che meno si adatta, insieme a sua madre, al nuovo stile di vita dimesso a cui la famiglia è costretta. Sposata con un uomo che sembra non provare nessuna attrazione per lei, pare non essere la madre naturale di sua figlia Maybe, molto probabilmente concepita in provetta, e dunque passa tutto il suo tempo impegnandosi in fasulle manifestazioni ambientali e animaliste.


Buster, è il figlio minore della famiglia Bluth, ed è sicuramente il più esilarante e quello che viene contrassegnato dal maggior numero di gag. Un bambinone fin troppo cresciuto che non fa un passo senza aggrapparsi alla gonnella della madre ma che, a volte, viene oppresso dalle sue attenzioni e desidera staccarsene in qualsiasi modo. Il culmine di questo suo desiderio di indipendenza si avrà quando verrà arruolato nell’esercito cosa che costituirà una vera e propria tragedia sia per lui che per sua madre. Vessato da tutti i suoi fratelli, soprattutto da GOB che lo “prende a schiaffi con le sue stesse mani” ogni volta che può, Buster sarà il protagonista di numerosi “colpi di testa” che manderanno su tutte le furie sua madre e il suo “apparente” padre Oscar.


Tobias, è il marito di Lizzie, ex psichiatra di successo, decide di abbandonare il suo lavoro perché ha scoperto la passione per la recitazione, pur essendovi completamente negato. Con tendenze chiaramente omosessuali, da lui negate ad oltranza ma palesemente ovvie, si dedicherà ad una serie di attività che lo faranno sentire accettato dal mondo del cinema. Conoscerà una vecchia star che gli spillerà dei soldi con un falso corso di recitazione, si iscriverà al gruppo teatrale degli “uomini blu”, truccandosi completamente di blu e impiastricciando casa Bluth e tutti i suoi componenti, reciterà la parte di suo suocero nel reality “Scandalosi e bugiardi” facendo scoprire il suo nascondiglio alle autorità, e infine, dopo essere stato cacciato dalla moglie, si travestirà da tata tuttofare (come Mrs Doubtfire) per poter stare più vicino alla sua famiglia, che avendolo immediatamente riconosciuto, ne sfrutterà  le ottime capacità di massaia.


George Michael (notare l’ironia del nome) è il figlio di Michael, un ragazzino dedito allo studio e alla disciplina che però si affezionerà oltremodo a tutti i componenti della famiglia Bluth e soprattutto a sua cugina Maybe, di cui si infatuerà fino a prendere una cotta per la ragazzina Anne, fervente cattolica che lo costringe a partecipare ad esagerate manifestazioni a difesa della castità e della verginità.

 


Maeby, figlia di Lizzie e Tobias, desidera in tutti i modi che i suoi genitori si accorgano di lei e quindi si comporta in maniera sbagliata sperando di essere rimproverata, fallendo miseramente ogni suo tentativo. Durante una delle sue solite marachelle, diventerà incredibilmente e rocambolescamente un’importante produttrice cinematografica, spacciandosi per una donna con marito e tre figli. Alla fine anche lei si renderà conto di provare qualcosa per suo cugino George Michael.


Numerosissimi sono i personaggi di contorno, che ritornano di quando in quando a rapportarsi con gli strambi Bluth. Prima di tutto l’amica-nemica di Lucille, Lucille2 (niente poco di meno che Liza Minelli) che si innamorerà di Buster, facendo infuriare Lucille e che poi avrà anche una storia con GOB e con il rivale numero uno dell’azienda Bluth. L’altro personaggio ricorrente è l’incompetente avvocato di famiglia, fissato con le pacche ai sedere, soprattutto quelli maschili (interpretato dal mitico “Fonzie” di Happy days) che farà precipitare i Bluth sempre più nei guai, piuttosto che aiutarli ad uscirne. Indimenticabile anche Kitty la segretaria-amante di George Senior, che non perderà occasione di mostrare le sue nuove tette a chiunque, soprattutto ad uno spaesato Michael che tenterà di tenerla a bada visto che conosce tutti i segreti della famiglia e della ditta. Ma i personaggi sono veramente moltissimi e tutti davvero esilaranti, ci sono persino apparizioni di Ben Stiller e Zach Braff.

Le gag che riguardano ciascun membro della famiglia sono veramente numerose e spassosissime. Si ride e lo si fa con molto gusto ad ogni puntata di “Arrested development”, che in un modo o nell’altro è sempre collegata alle precedenti, riprendendo e riproponendo tic, manie, modi di fare, espressioni e situazioni che riguardano i Bluth e “affiliati” (la danza “gallinesca” di “GOB”, la musichetta triste che accompagna le solitarie camminate di chi in un modo o nell’altro ha avuto delusioni d’amore, le impronte blu sparse per tutta la casa da Tobias che spera di entrare nella compagnia degli “uomini blu”, gli inconvenienti del nuovo mezzo di trasporto dei Bluth, i continui riferimenti di una storia tra la loro nuova segretaria e Quincy Jones, e tantissime altre, tante che non si possono enucleare tutte). Un affresco familiare decisamente “malato” e strampalato che non può far altro che farci affezionare a ciascun personaggio e a tutto il suo pazzo mondo fatto di lusso, di vizi, di aspirazioni represse, ma anche e soprattutto, seppur ben celati da tutte le loro stranezze e il loro strambo modo di correlarsi l’un con l’altro, da un sincero affetto familiare. Ciascun componente della famiglia Bluth è essenziale a comporne il mosaico variegato e scanzonato, così come scanzonata è la maniera di ognuno di loro, tranne di Michael che però si lascia trascinare di quando in quando nella follia dei suoi cari, di affrontare i guai che hanno colpito la compagnia e la famiglia.


Angeli & demoni





REGIA: Ron Howard

CAST: Tom Hanks, Ewan McGregor, Ayelet Zurer, Stellan Skarsgard, Pierfrancesco Favino, Armin Mueller-Stahl

ANNO: 2009

 

TRAMA:

 

Nella Città del Vaticano un losco individuo si impossessa di un cilindro contenente l’anti-materia, una scoperta scientifica che potrebbe spiegare persino la creazione dell’universo, e rapisce quattro cardinali, i preferiti nella successione al Papa morto da poco, minacciando di ucciderne uno ogni ora. Per ritrovare l’anti-materia ed evitare il disastro nucleare annunciato per la mezzanotte, viene chiamato l’esperto di simbologia Robert Langdon, visto che dietro tutto sembra esserci l’antica setta degli “Illuminati”, scienziati in passato purgati dalla Chiesa.

 

 


ANALISI PERSONALE

 

“Un’americanata a Roma”, si potrebbe riassumere in queste poche parole l’ultima fatica di Ron Howard in collaborazione con lo scrittore Dan Brown, che ha saputo fare della sua “arte” un vero e proprio business. “Angeli & demoni” è, infatti, un vero e proprio blockbuster sontuoso e ricco di effetti speciali, peraltro ben confezionati, che ha il merito di rispettare quasi del tutto (tranne ovviamente qualche inevitabile cambiamento) lo spirito e la trama del romanzo da cui è tratto, se si esclude il fatto che Dan Brown, incredibile ma vero, con la Chiesa ci va giù un po’ meno duramente. Rimane decisamente impresso, infatti, l’atteggiamento del nuovo camerlengo quando scopre che qualcuno all’interno della stessa Chiesa ha avuto a che fare con l’intera vicenda, visto che ordina ai poliziotti di “risolvere la questione” segretamente e all’interno delle mura del Vaticano. Praticamente chi sbaglia va fatto fuori senza pensarci neanche un attimo e senza dirlo a nessuno per evitare di infangare il nome della Chiesa. Ma è tutta la pellicola ad essere accompagnata da una sorta di anti-cristianesimo, motivo per il quale il Vaticano si è rifiutato di accordare i permessi per far girare al suo interno la pellicola, incarnato dall’ateo professore che descrive la Chiesa come una banca e ci racconta, man mano che le sue indagini vanno avanti, di come da sempre si sia sbarazzata di quelli che considerava i propri nemici, in questo caso scienziati e artisti (tra cui Galileo e Bernini), che si unirono in un’associazione, gli “Illuminati” appunto e che, nonostante fossero religiosi e credenti, volevano anche allargare i loro orizzonti.

Quello che però fa evitare di storcere completamente il naso è la scelta di eliminare alcune delle scene estremamente ed eccessivamente rocambolesche delle pagine scritte da Brown, e di snellirne visivamente il contenuto con soluzioni un po’ meno esagerate e pompose. Fatto sta che, nonostante lo sforzo, “l’americanata” è praticamente sempre dietro l’angolo, oltre ad una serie di passaggi narrativi decisamente poco credibili. Com’è possibile che un professore ed esperto di simbologia antica come il professor Langdon non conosca il latino? Ma la cosa che risulta realmente fantascientifica al di là del contenuto fantasioso della storia, è il fatto che in una città come Roma, dove il traffico “si mangia come il pane”, i protagonisti guidati da un’impettito e molto presente Pierfrancesco Favino, l’ispettore Olivetti, raggiungano nel giro di pochi minuti (minuti!) chiese e monumenti che si trovano a chilometri e chilometri di distanza.

Ma, al di là di questi difetti, qualcosa di cui poter godere in “Angeli & demoni” c’è. Prima di tutto l’ambientazione che ci mostra volta per volta alcuni dei più grandi capolavori della storia e dell’arte (Bernini e Michelangelo troneggiano un po’ ovunque) e la sontuosità della ricostruzione grafica di Piazza San Pietro ricreata completamente al computer. Coinvolgente, anche se un po’ troppo invasiva, la colonna sonora firmata Hans Zimmer e visivamente interessanti alcune sequenze, come quella iniziale in cui il giovane camerlengo rompe l’anello piscatorio, gesto che si compie ogni volta che muore il Papa che lo portava, o quella in cui uno dei quattro cardinali rapiti, l’italiano, che sta morendo affogato in una fontana, viene salvato dal professor Langdon. 

La millenaria lotta tra scienza e fede è, dunque, la protagonista assoluta di questo film quella che ispira anche il titolo. Ma chi sono i veri “angeli” e chi i veri “demoni”? Il finale un po’ troppo buonista ci restituisce una visione forse anche utopica della questione, laddove sarebbe stato più indicato e più ingrigante lasciare tutto nell’incertezza e nell’oscurità, espediente che sarebbe risultato ben più realistico e suggestivo.

 

VOTO: 5

 

 


CITAZIONE DEL GIORNO

 

"Tirando avanti lontano dai guai in attesa del giorno in cui morirai" (Trainspotting)

 


LOCANDINA

 

Soffocare





REGIA: Clark Gregg

CAST: Sam Rockwell, Anjelica Huston, Kelly McDonald, Brad William Hanke

ANNO: 2009

 

TRAMA:

 

Victor Manicni, sex-addicted incallito, lavora in un parco a tema che racconta la storia degli Stati Uniti sin dalla loro nascita. Per far quadrare i conti, oltre che per pagare la cospicua retta dell’ospedale psichiatrico in cui è ricoverata sua madre affetta da demenza senile, si reca in ristoranti di lusso per farsi soccorrere, durante falsi soffocamenti, da persone che poi gli saranno grate, economicamente soprattutto, per essersi sentiti degli eroi.

 

 


ANALISI PERSONALE

 

Era da dieci anni che nessuno tentava di trasporre sullo schermo le profonde e particolarissime pagine del grande scrittore Chuck Palahniuk e un motivo ci sarà sicuramente. La ragione è che lo stile dello scrittore è molto particolare e dunque per cercare di eguagliare la straordinarietà delle sue parole e la varietà dei temi da lui trattati, ci vuole un’inventiva e una fantasia non indifferenti. Ci era riuscito alla grande David Fincher che con “Fight club” ha regalato agli spettatori una pellicola indimenticabile, altrettanto quanto il romanzo da cui è tratta. Non ci riesce perfettamente l’attore Clark Gregg che si concentra sullo script, perfettamente in equilibrio tra comico, grottesco e drammatico, dimenticandosi quasi completamente di cosa si può ottenere anche con la macchina da presa. Quello che manca a “Soffocare”, è infatti la presenza di un’idea registica, l’esistenza di movimento, della sensazione di perfetta fusione tra la tecnica registica e quello che essa può rappresentare e simboleggiare. Per dirlo con parole semplici, la regia è praticamente invisibile, risultato che per certi tipi di narrazione può risultare più che apprezzabile, ma in casi come questi dove si ha a disposizione un soggetto talmente complesso e meravigliosamente sfaccetato e intenso come questo, la cosa è quasi imperdonabile.

Quello che salva, e di tanto, “Soffocare” è dunque quello che viene raccontato, tralasciando la maniera in cui viene raccontato. Il regista, qui anche sceneggiatore, riesce a costruire una storia che ci coinvolge particolarmente grazie soprattutto ad una serie di dialoghi superficialmente e apparentemente vacui e volgari, ma approfonditamente e realmente ricchi di riflessioni e considerazioni su quelle che sono le tematiche care allo scrittore: l’alienazione da una società canonica e convenzionale, il congelamento delle emozioni e dei sentimenti a causa di avvenimenti che hanno avuto un notevole peso nel corso della propria vita, l’impossibilità di creare relazioni umane sincere e durature a causa di una sorta di blocco mentale e non, e via di questo passo. Tutto in “Soffocare” ci sembra surreale: il parco a tema in cui lavora Victor e in cui, anche quando deve mandare a quel paese il suo superiore deve farlo con linguaggio arcaico per rispettare le regole imposte ai dipendenti; la madre che scambia suo figlio ogni giorno per persone diverse; la dottoressa che si innamora di Victor che comincia a pensare che lui sia un “mezzo-clone” di Gesù Cristo; i flashback che ci raccontano l’infanzia del ragazzino con una madre un po’ troppo sopra le righe; le ripetute scappatelle erotiche del protagonista che riesce a lasciarsi andare solo con chi non gli piace davvero, fallendo lì dove comincia a provare qualcosa di serio; la scelta del benefattore di turno che dovrà aiutarlo a salvarsi dal soffocamento, ecc…

Una pellicola, dunque, questo “Soffocare”,  basata interamente sulla sceneggiatura, che non fa una grinza, riuscendo anche ad emozionare particolarmente in alcuni momenti madre-figlio, oltre che a far riflettere su tutto ciò che è nascosto dietro l’apparente non-sense di ciò che ci viene mostrato. Altro punto a favore è indubbiamente il valentissimo cast di attori, a cominciare dall’estremamente comunicativo e suggestivo Sam Rockwell che dà vita a tutte le nevrosi e le debolezze di Victor in maniera encomiabile, passando per la deliziosa Kelly McDonald, arrivando ad una straordinaria Anjelica Huston perfetta sia nel ruolo di giovane madre scapestrata e avventuriera sia in quello dell’anziana “ritardata”.

Tutto sommato non ci si può lamentare, anche se si rimane con l’amaro in bocca e con la sensazione di aver perso un’occasione unica di poter  vedere le magnifiche parole di un grande scrittore, prendere vita sullo schermo in maniera meno anonima e più incisiva.

                                

VOTO: 6,5

 

 


CITAZIONE DEL GIORNO

 

"Le cattive azioni puzzano di fogna, puoi cancellarle, seppellirle, ma non te ne liberi mai". (Inside man)

 


LOCANDINA

 

A che prezzo Hollywood?


REGIA: George Cukor

CAST: Constance Bennet, Lowell Sherman, Neil Hamilton, Gregory Ratoff

ANNO: 1932

 

TRAMA:

 

La giovane cameriera Mary, con aspirazioni d’attrice, fa la conoscenza del noto regista Max in cerca di nuovi talenti. Grazie a lui, lei diventerà una stella del cinema, ma il regista precipiterà sempre più in basso a causa del suo vizio: l’alcool. Ma Mary, riconoscente per ciò che è diventata e sinceramene affezionata al regista, non l’abbandonerà mai, aiutandolo anche quando questo le porterà guai in famiglia e sul lavoro. 

 

 


 

ANALISI PERSONALE

 

La cosa più incredibile di “A che prezzo Hollywood?” è che, nonostante trattasi di una pellicola del 1932, avente dunque ben 77 anni, sia comunque caratterizzata da due caratteristiche fondamentali: la freschezza e la modernità. La prima è ravvisabile nel tipo di recitazione della bellissima e bravissima Costance Bennet, ma soprattutto nei frizzanti e divertentissimi dialoghi; la seconda nelle vicende che riguardano i protagonisti e in cosa stanno a significare nel profondo.

Anche solo per questo motivo il film può essere apprezzato totalmente, proprio perché riesce nel difficile intento di non far pesare affatto la sua età e di intrattenere allegramente, con un retrogusto serio, lo spettatore interessato a certe tematiche. Infatti “A che prezzo Hollywood?” è prima di tutto una pellicola metacinematografica, incentrata sul mondo di Hollywood e su tutti coloro che ne fanno parte direttamente (attori, registi, produttori, giornalisti) e indirettamente (i familiari delle star in primis). Ed è con mano leggera e sicuramente molto intelligente e ironica che Cukor ci conduce a fare “un giro” in questo mondo dorato e fatato, che però al suo interno nasconde numerose insidie. Come si suol dire: “Non è tutto oro ciò che luccica”.

Se ne renderà ben presto conto la giovane e inesperta Mary che però impara in fretta e sa inserirsi alla perfezione nel meccanismo divistico che stava, e ancora sta, alla base di quel micromondo a sé stante che è Hollywood. Se ne renderà conto anche a causa del declino professionale e privato dell’uomo a cui deve tutto ciò che è riuscita a costruire, il regista che si rovina a causa dell’alcool. Ma soprattutto, se ne renderà conto dovendo pagare dei prezzi molto alti per rimanere in gioco, prezzi come la perdita della fiducia di suo marito, l’invadenza estrema del mondo giornalistico e del pubblico, la mancanza di privacy, la pioggia di pregiudizi negativi che ricadono su di lei solo perché molto amica e riconoscente ai suoi collaboratori e colleghi.

Ma attenzione, perché i divi hollywoodiani non sono assolutamente solo delle vittime del sistema che li accoglie e poi li fagocita con altrettanta facilità. Nella pellicola sono presenti anche riferimenti neanche tanto sottili al loro essere capricciosi e al loro ritenersi al di sopra delle masse. “Uomini come lei hanno il mondo intero ai loro piedi”, dirà Mary durante il primo incontro con Max, riferimento questo alla condizione di privilegiati di cui da sempre hanno goduto i protagonisti dello star-system. Una grande riflessione sul divismo, appunto, che ci offre una doppia medaglia del “mondo-cinema” restituendocene una visione a metà strada tra il bianco ed il nero.

“Non conosci il motto di Hollywood? Divertiamoci!” e in  effetti “A che prezzo Hollywood” è un film molto divertente, che si basa su personaggi “macchiette” che si esprimono con battute ironiche e molto sarcastiche e che incarnano alla perfezione i meccanismi che stanno alla base di questa “comunità”, quella dei divi appunto, che però non è fatta solo di frizzi e lazzi, ma anche di momenti drammatici (come si può ben notare nel cambio di registro stilistico e narrativo che contrassegna soprattutto l’ultima parte della pellicola). A nulla vale, dunque, la disperazione di Mary quando capisce di essere stanca di dover sottostare ai pettegolezzi e ai giudizi della gente che conosce ogni suo minimo spostamento e ogni mossa che compie, tant’è che il produttore suo amico le rivolge delle parole che conservano ancora oggi una profonda attualità: “Ma tu sei una diva del cinema. Appartieni al pubblico che come ti fa così ti distrugge”. Ecco allora in cosa consiste il prezzo da pagare per far parte di Hollywood, quello che dà il titolo a questa bella pellicola che amalgama sapientemente l’ironia col dramma, i pro e i contro da affrontare per far parte del “gioco”.

Una sola grande convinzione rimane a fine visione nei confronti di chi sta alla base del mondo-cinema, convinzione che fa parte sicuramente di tutti gli amanti della settima arte: “Per me sono delle persone meravigliose che fabbricano sogni. Anche se è vero che hanno tutti i difetti del mondo”.

 

VOTO: 8

 


 

CITAZIONE DEL GIORNO

 

"Voi state cercando il segreto, ma non lo troverete perchè in realtà non state realmente guardando, voi non volete saprelo… voi volete essere ingannati" (The prestige)


LOCANDINA