Mad men






Si discosta ampiamente e in maniera particolare, oltre che apprezzabilissima, da tutte le serie che vengono trasmesse contemporaneamente, ma non solo, questo “Mad men”, serial televisivo dall’eleganza e la raffinatezza uniche. Non aspettatevi misteri alla Lost (godibilissimi e unici nel loro genere), colpi di scena alla Dexter (insostituibili anch’essi dal canto loro) , suspance alla Prison break (che nella prima serie ci ha tenuti tutti col fiato sospeso), o fantascienza alla Fringe (la cui prima serie si è conclusa lasciandoci a bocca aperta), ma solo, si fa per dire, un interessantissimo, profondissimo e imperdibilissimo tuffo negli anni ’60 e nel mondo della pubblicità di cui fa parte il protagonista, Don Draper, uomo dal fascino ineguagliabile e dal carisma esagerato.

Tutto in “Mad men” ci rimanda a viva forza in quegli anni, grazie all’elevatissima qualità tecnica di ogni singolo aspetto a cominciare dai costumi e dalle capigliature, fino ad arrivare all’ambientazione e alle scenografie spettacolari in cui ogni singolo complemento d’arredo assurge al ruolo di co-protagonista insieme a tutti gli altri attori. Attori che trasmettono alla perfezione tutte le tematiche e le sottotematiche che accompagnano la narrazione della vita privata e lavorativa di Don e che con il loro modo di parlare, di muoversi e di comportarsi, oltre che di fumare ininterrottamente senza quasi un attimo di sosta, ci restituiscono un ritratto veritiero e fedele di quel periodo storico così ricco di cambiamenti sociali e avvenimenti importanti.

Il tutto avviene, infatti, con allo sfondo la campagna presidenziale Nixon/Kennedy, più volte al centro della narrazione e accompagnamento di tutte le tematiche che compongono il serial televisivo, a partire dal ruolo sempre più crescente e meno nascosto della donna nell’ambito sociale e lavorativo, tema reso straordinariamente dal personaggio chiave, oltre a Don ovviamente, di “Mad men” e cioè la timida e impacciata segretaria Peggy che grazie al suo talento e alla sua voglia di emergere diviene ben presto componente essenziale e insostituibile della squadra di pubblicitari di Madison avenue (da qui il titolo del telefilm). Ma il ruolo della donna viene affrontato anche da un altro punto di vista, ben impersonificato da Betty, la moglie di Don, consorte e madre dolce, fedele, accondiscendente e sempre presente in preda a tumulti quasi inspiegabili e ad inquietudini sempre più crescenti (sta forse cominciando a ribellarsi al suo ruolo secondario e unico di madre e moglie), confessati sul lettino di uno psicologo.

E’ lo stile di vita americano ad essere inquadrato e per certi versi sovvertito in questo straordinario e perfetto serial televisivo, a cominciare dalla lussuosa abitazione di Don e Betty, che però nasconde pecche e difetti come i continui tradimenti di lui oltre ad una sorta di mistero che aleggia intorno alla sua reale identità e al suo passato oscuro che man mano riaffiora nei ricordi del pubblicitario, circondato da una serie di personaggi ottimamente caratterizzati. Oltre a quelli già citati, ci sono i suoi colleghi tra cui Pete Cambpell, uomo mediocre e a tratti quasi meschino, che tenta in tutti i modi di farsi notare e di cominciare una scalata sociale a partire dal matrimonio con una donna di famiglia importante, pur non amandola realmente. Non sono da meno Sterling e Cooper propietari dell’agenzia pubblicitaria e veri e propri stereotipi-universali, anche se con molte particolarità e originalità, degli uomini d’affari di allora. A completare il quadro l’esplosiva e seducente Joan, la referente delle segretarie, che ci condurrà per mano, con la sua esperienza e conoscenza approfondita, nel mondo della pubblicità e della società americana degli anni ’60.

Dopo una prima serie che culimina con l’elezione presidenziale del noto vincitore di quella storica battaglia elettorale, arriva una seconda serie in cui il personaggio di Don viene sviscerato ancora più approfonditamente con attenzione anche alle sue emozioni e sentimenti, nella prima serie messi un po’ da parte per lasciar spazio alla personalità dirompente e affascinante. Molti i prodotti, ancora oggi facenti parte della nostra cultura, che vengono pubblicizzati in maniera squisita e originale dalla squadra di Don e Peggy, così come molte sono le riflessioni e le considerazioni che si possono fare su quel determinato e particolare periodo storico e sulla vita sociale, privata e lavorativa di una New York viva e pulsante come non mai.

In attesa della terza serie, il cui pre-air è già andato in onda riscuotendo molto successo, non resta altro che lasciarsi trasportare dalla straordinaria qualità e dallo stile ricercatissimo e distinto di una delle migliori serie televisive che siano mai andate in onda.


Cul de sac


REGIA: Roman Polanski

CAST: Donald Pleasence, Jackie Bisset, Francoise Dorelac, Lionel Stander, Jack McGowarn

ANNO: 1966

 

TRAMA:

 

George e Teresa, freschi sposi, vanno a vivere in un enrome castello medievale che viene spesso circondato dall’alta marea. A disturbare la loro singolare quiete arrivano due criminali di ritorno da un colpo andato male che si impossessano della villa tenendo i coniugi sotto minaccia con una pistola.

 

 


 

ANALISI PERSONALE

 

Una delle prime pellicole di quello che poi sarebbe diventato un grandissimo e notissimo regista, “Cul de sac” si fa apprezzare per moltissimi motivi, primo su tutti una deliziosissima ironia nera e macarba che attraversa l’intera pellicola. Nonostante si tratti di un noir vero e proprio, con tanto di criminali, ostaggi e anche morti, si sorride spesso durante la pellicola, proprio perché il regista riesce a mettere alla berlina sia i due criminali che vengono rimbrottati dal loro capo perché incapaci di portare a termine un colpo dei più facili, sia i due coniugi, borghesi apparentemente colti e chic, ma sostanzialmente meschini come gli altri due. Eh sì, perché Richard, il criminale più pauroso dei due (l’altro è morente perché colpito da una pallottola in petto, oltre ad essere mingherlino e quasi docile), non fa altro che mettersi in ridicolo, attendendo un capo che non arriverà mai e lasciandosi prendere in giro da Teresa, che non ci sta a farsi sopraffare da lui. Mentre George dimostra tutta la sua incapacità ad affrontare situazioni pratiche e pericolose, quasi a rendere nota la sua abitudine a vivere in maniera facile e agiata, oltre a palesare la sua ipocrisia nel fingersi amante dell’arte e della letteratura, visto che dipinge solo per far colpo sulla sua giovane e bella moglie e si rivela odiare persino il famoso scrittore che ha scritto tutte le sue opere in una stanza del castello che l’uomo ha acquistato, apparentemente solo per questo motivo, ma in realtà per mostrare il suo tenore di vita e il suo rango sociale. Ma l’ipocrisia investe anche il rapporto di coppia dei due coniugi, visto che Teresa va a letto col figlio dei vicini e George finge che sia tutto rose e fiori, solo perché non ha il coraggio di affrontare la realtà e di ammettere la falsità che investe la sua vita sentimentale e privata. Dopo aver abbandonato lavoro e amici, forse la sua unica vera ancora alla realtà, si è rintanato in una falsa felicità vissuta lontana da occhi indiscreti, occhi che potrebbero accorgersi dell’inesistenza di suddetta felicità. Un abbandono e una fuga che hanno però anche il sapore di un inizio di presa di coscienza e di allontanamento da quel mondo fatto di luoghi comuni, stereotipi e falsi perbenismi. Ci va giù pesante Polanski con la critica a questo modo di vivere, tanto da rendere il protagonista maschile una vera e propria macchietta che oltre a far sorridere riesce persino a suscitare compassione nello spettatore, soprattutto nel finale che vira pesantemente verso il tragico abbandonando il comico. Nemmeno la protagonista femminile, seppur più forte e risoluta, fa una bella figura, dato che sembra completamente interessata solo a se stessa e alle sue pulsioni, sessuali e non, tant’è che più volte mente al marito su ciò che avviene con l’intruso per nulla interessato a lei dal punto di vista sessuale.

Ma c’è un momento in cui entrambi i protagonisti si riscattano, rendendo meno aspra e polemica la critica di Polanski al mondo di una determinata fetta di borghesia, soprattutto quando ci si risveglia dal torpore nel quale essa costringe i suoi membri. Quando i due ricevono la visita inaspettata di alcuni amici, borghesi e ipocriti come loro, Teresa ne approfitta per prendersi gioco di Richard facendolo passare per il loro domestico, ma Geroge comincia a risvegliarsi dalla finzione della sua vita e sputa in faccia ai convenuti delle verità dolorose, ma necessarie, rendendosi in questo modo per la prima volta sincero, ma soprattutto libero dalle convenzioni e costrizioni sociali. E’ solo l’inizio del percorso salvifico che l’uomo ha intrapreso paradossalmente grazie alla disgrazia che gli è piombata addosso. E’ dunque dall’incontro-scontro tra i tre personaggi che ognuno di loro perverrà a delle conclusioni indispensabili per la comprensione del proprio ruolo nel mondo. E’, infatti, Richard il personaggio-emblema di “Cul de sac”, colui che smuove le acque e, rendendosi ridicolo egli stesso come ogni buffone che si rispetti, porta alla luce e deride le meschinità e le debolezze altrui. Ma ovviamente, come per ogni buon noir che si rispetti, ironico o meno che sia, il tragico epilogo è dietro l’angolo e dopo aver assaporato uno spiraglio di salvezza, ognuno dei tre sarà costretto a soccombere sotto il peso insostenibile della propria vita ormai radicata e immutabile, tant’è che George rimarrà nuovamente solo in quel castello “maledetto”, invocando il nome della ex-moglie molto probabilmente lasciata a favore della più giovane e bella Teresa, quest’ultima tornerà ai suoi vecchi costumi e abitudini, abbandonando il marito nel momento del bisogno e “scappando” con un altro uomo e il criminale sarà costretto a rendersi conto in maniera fulminea della caducità e della solitudine, caratteristiche primarie della sua vita da delinquente, nonché dell’inutilità del suo ruolo di “agitatore”.

Non meraviglia la vittoria dell’Orso d’Oro al Festival di Berlino di “Cul de sac”,  visto che è girato in maniera molto interessante, con la mdp che non solo avvolge i protagonisti mostrandocene vizi e virtù (soprattutto i primi), ma li rende un tutt’uno con gli ambienti in cui si muovono e con gli oggetti che utilizzano. Questi ultimi hanno un’importanza decisiva nella comunicazione dei vari meccanismi che stanno alla base della storia, a partire dall’aquilone a cui George è morbosamente attaccato segno questo del suo “infantilismo”, sino ad arrivare alle uova di cui la casa è stracolma e che molto spesso sono acide e imputridite, così come i rapporti interpersonali tra le varie pedine che si muovono all’interno e all’esterno di questo enorme castello, teatro di una delle più grandi rappresentazioni teatrali: la vita.

 

VOTO: 8

 

 

 


 

CITAZIONE DEL GIORNO

 

"Che razza di uomo abbiamo difronte?" "Il migliore" (Il mucchio selvaggio)

 


LOCANDINA

 

La mano sinistra di Dio





AUTORE: Jeff Lindsay

ANNO: 2005

 

TRAMA:

 

Dexter Morgan, è un ematologo della scientifica di Miami. Il suo lavoro consiste nello studio analitico delle tracce di sangue trovate sulle scene dei delitti su cui la polizia è chiamata ad indagare. Nel frattempo però, si diletta anche con efferati omicidi ai danni di criminali scampati alla legge grazie a cavilli e scappatoie.

 


ANALISI PERSONALE

 

“La mano sinistra di Dio”, per struttura e trama potrebbe essere considerato il solito e canonico thriller che narra le gesta di qualche maniaco omicida e di come la polizia indaghi per mettere le mani su di lui. In realtà tutto questo avviene, seppur in parte, nel romanzo, ma la particolarità e l’unicità del libro che ha ispirato uno dei prodotti televisivi migliori degli ultimi anni (quel “Dexter” che ha tenuto e tiene incollati allo schermo milioni di telespettatori) sta proprio non solo nella straordinaria caratterizzazione dei personaggi, soprattutto del particolarissimo protagonista, ma anche nella latente, ma non troppo, ironia che accompagna i suoi pensieri più nascosti e le sue azioni più efferate. Come sia possibile questo è ravvisabile tra le righe di questo delizioso ritratto di un uomo dalla doppia personalità, che in realtà di personalità a tutti gli effetti non ne possiede nessuna, essendosi costruito nel carattere, nei gesti, nelle relazioni umane, nelle emozioni e nelle sensazioni, fintamente e programmaticamente. Perché Dexter, ematologo e serial killer al tempo stesso, non riesce a provare uno straccio di sentimento, nemmeno il più banale, come una sorta di androide privo di cuore ma pieno di cervello. Per mescolarsi alla “folla” e passare in osservato, oltre che per non far scorgere a nessuno l’esistenza del suo Passeggero Oscuro, così come lo chiama lui, Dexter è dunque costretto a fingere un’umanità che gli è preclusa, persa in chissà quale avvenimento precedente l’adozione da parte del poliziotto Harry, colui che Dexter venera e segue sopra ogni cosa, anche dopo la sua prematura morte a causa di una malattia. Fu Harry, infatti, scoperta la natura del suo figlio adottivo, amato quanto la sua bambina, Debora, adesso infiltrata della Buoncostume della polizia di Miami con aspirazioni da detective, ad indirizzare la sua sete e la sua fame verso coloro che se lo meritano, piuttosto che verso vittime innocenti e immeritevoli di cotale trattamento. Ed è così che Dexter si muove seguendo alla lettera e meticolosamente il “codice di Harry”, stanando e indagando per conto proprio su pedofili, assassini e criminali della peggior fattura e, una volta accertatosi della loro reale colpevolezza, sostituire la legge che li ha lasciati andare e farsi giustizia da sé, placando al tempo stesso il suo incontrollabile bisogno di morte. Il primo degli omicidi, quello con cui si apre ferocemente il romanzo, è appunto ai danni di un prete che ha messo fine alla vita di ben sette bambini, sfuggendo miracolosamente alla legge, ma non alla mano spietata di Dexter, la mano sinistra di Dio appunto, perché punisce esemplarmente e spietatamente i più “cattivi”.

Quello che più colpisce di “La mano sinistra di Dio”, oltre alla dualità straordinaria di questo personaggio in grado di mimetizzarsi alla perfezione nel “genere umano” (si è trovato persino una fidanzata con problemi esistenziali causati da un ex-marito violento, pur di non essere costretto a fare sesso, altra pratica di cui non comprende le motivazioni oltre a non sentirne il bisogno), è proprio l’atteggiamento di noi lettori nei confronti di quest’uomo che a tutti gli effetti è un serial-killer e dunque meritevole di disprezzo. La straordinarietà, invece, sta nel fatto che il lettore è portato a simpatizzare per Dexter, anche grazie al flusso continuo e ininterrotto dei suoi pensieri più reconditi narrati in prima persona e quindi molto coinvolgenti. E’ difficile non tifare per lui, nonostante metta fine in maniera poco ortodossa, ma molto ordinata, a delle vite umane, seppur non proprio meritevoli di compassione. Un dilemma etico che lascia il lettore perplesso ma al tempo stesso soddisfatto, proprio perché è nella confusione in cui viene immerso che riesce a trovare il piacere della lettura, arricchito anche dalle indagini parallele su un nuovo serial-killer arrivato in città che uccide prostitute prosciugandole di ogni singola goccia del loro sangue. Serial-killer che per modus-operandi, ma anche per una serie di messaggi subliminali lanciatigli qui e lì, affascina e attrae oltremodo il nostro beniamino (e chiamare beniamino un serial-killer non è cosa di tutti i giorni, da qui la grandezza del romanzo), fino a giungere ad una scoperta shockante e allucinante (perlomeno per chi si accosta alla lettura del romanzo prima della visione del telefilm, che comunque nel finale cambia pesantemente, ma non per questo negativamente, le carte in tavola, anche per consentire il proseguimento con le serie successive che non sono più tratte dagli altri romanzi dedicati all’ematologo-killer). 

Tra detective un po’ troppo lascive e arriviste, colleghi ridicoli e risibili, sorelle un po’ troppo desiderose di mettersi in luce e sergenti ringhianti e pericolosi, il nostro Dexter dovrà riuscire a mantenere il suo equilibrio e la sua lucidità per fare in modo che il Passeggero Oscuro, richiamato anche dal fantomatico serial killer del camion frigo (chiamato così perché conserva le sue vittime al freddo), non prenda il sopravvento e non passi alla guida di Dexter.

 

VOTO: 8

 


CITAZIONE DEL GIORNO

 

"Le dipendenze, disse, sono solo uno dei tanti modi per curare lo stesso problema. Le droghe, la bulimia, l’alcol, il sesso, sono strumenti per trovare un po’ di pace. Per sfuggire a ciò che conosciamo. A quello che ci insegnano. Al nostro boccone di mela" (Soffocare)

 


COPERTINA

 

Il messaggero – The haunting in Connecticut





REGIA: Peter Cornwell

CAST: Virginia Madsen, Kyle Gallner, Elias Koteas, Amanda Crew, Martin Donovan, Erik J. Berg

ANNO: 2009

 

TRAMA:

 

I Campbell vengono colpiti da una digrazia: il primogenito Matt ha il cancro e per curarsi deve andare in una clinica in Connecticut. Stanca di viaggiare di notte, sua madre Sara decide di trasferirsi vicino all’ospedale in un’enorme e fatiscente casa vittoriana dal basso costo. Questa, in passato camera mortuaria, sembra infestata da oscure e pericolose presenze che tormentano il ragazzo e tutta la famiglia.

 

 


ANALISI PERSONALE

 

Ci risiamo: nuovamente alle prese con la solita casa infestata e maledetta. Da “Amityville horror” in poi sono molte le pellicole che si sono rifatte a questo topos orrorifico per spaventare e inquietare gli spettatori. Ma la cosa bella de “Il messaggero – The haunting in Connecticut”, almeno per noi spettatori e non per chi l’ha vissuta, è che si tratta di una storia vera o quasi. Perché lo spettatore più smaliziato si renderà presto conto che non tutto ciò che viene mostrato sullo schermo può essere realmente accaduto, pur credendo alla vicenda drammatica della famiglia Snedeker che tra gli anni ’70  e ’80 visse una terribile avventura di carattere “ectoplasmico”. Ma si sa che il cinema tende a “romanzare” ed esasperare la narrazione e la messa in scena proprio per colpire più a fondo ed impressionare con effetti speciali e avvenimenti surreali. E’ quello che succede in questo film che abbonda di cadaveri martoriati che “prendono vita” spaventando a morte la famiglia Campbell a partire dal già esasperato Matt, dicianovenne colpito dal tumore e dalle sue terribili conseguenze.

Un ragazzo che in vita parlava coi morti, da morto pretende di parlare coi vivi. Si potrebbe riassumere così la terribile avventura che viene narrata in questa pellicola visto che Matt comincia a ricevere le “visite” sempre più pressanti di questo Jonah, un medium che morì in circostanze ignote durante uno dei suoi passaggi tra la vita e la morte. Cosa vorrà il defunto dal ragazzo malato? Cosa è successo realmente all’interno di questa ex-camera mortuaria ancora piena di foto di cadaveri e di strumenti del mestiere? Se ne renderanno conto a loro spese i Campbell, costretti a trasferircisi per forza di cose e vessati sempre più da problemi economici che condurrano il capofamiglia sull’orlo della pazzia e dell’alcolismo. La più forte sarà lei, Sara, la mamma coraggiosa che vive tutto il dolore e la disperazione della malattia di suo figlio, reticente a raccontarle tutto ciò che ha cominciato a vedere di notte, ma non solo, per non crearle ulteriori preoccupazioni. Ma ben presto anche gli altri fratellini e la cugina Wendy si ritroveranno nel bel mezzo del caos creato da questi fantasmi che cominciano ad apparire in visioni terrificanti e oltremodo spaventose.

Lo spettatore viene completamente immerso nell’atmosfera cupa e tetra che si respira all’interno di questa fatiscente abitazione, in realtà la vera protagonista della pellicola (così come avveniva nel succitato “Amityville horror”), merito della fotografia quasi lugubre, ma anche dell’apprezzabile, anche se poco coraggiosa, regia dell’esordiente Peter Cornwell che si muove bene tra le terrificanti stanze della casa vittoriana. Quello che risulta meno apprezzabile, invece, è la sfiancante riproposizione di colpi di scena fin troppo esagerati, costituiti dallo scoppio improvviso di suoni e rumori ripetuti a non finire, che sicuramente fanno saltare sulla sedia, non tanto per il loro contenuto, ma per il loro improvviso sopraggiungere dopo momenti di silenzio assoluto. Espedienti sicuramente voluti, ma fin troppo caricati e ridondanti, cosa che a lungo andare stanca e sfianca lo spettatore, più che altro interessato alle implicazioni psiologiche e misteriose che si celano dietro gli orrori di questa casa maledetta. Implicazioni ben trasmesse dai due attori principali, Virigina Madsen nel ruolo della madre e Kyle Gallner nel ruolo del figlio malato e “impossessato” da Jonah. Tralasciando alcuni difetti come l’eccessiva patina melodrammatica che contrassegna le vicende familiari dei Campbell, ma non solo (decisamente evitabile la citazione di “Shining” per esempio), la pellicola è sufficientemente godibile, proprio perché fa del mistero e della curiosità circa gli esiti di queste orribili “visite”, la sua carta vincente.

 

VOTO: 6

 

 


CITAZIONE DEL GIORNO

 

"Ogni uomo deve attraversare l’inferno, per raggiungere il suo paradiso" (Cape Fear)

 


LOCANDINA

 

I love you, man





REGIA: John Hamburg

CAST: Paul Rudd, Jason Segel, Rashida Jones, J.K. Simmons, Jon Favreu, Jaime Pressly, Lou Ferrigno

ANNO: 2009

 

TRAMA:

 

Peter ha deciso di sposare la sua amatissima fidanzata Zooey, ma ben presto si rende conto di non avere nessun amico a cui chiedere di fargli da testimone. Partirà alla ricerca dell’uomo perfetto, imbattendosi poi per caso in Sydney, un ragazzone fin troppo bambino che gli farà assaporare il lato più divertente e irresponsabile della vita, creandogli non pochi problemi con la futura moglie.

 

 


ANALISI PERSONALE

 

Una tipica commedia americana moderna, dove per moderna intendiamo post-Apatow, geniale e furbissimo inventore di un nuovo modo di far ridere lo spettatore che sembra aver influenzato gran parte del genere e dei suoi esponenti. Difficile lasciare fuori il nome del regista di “40 anni vergine” e “Molto incinta”, oltre che produttore e sceneggiatore di un gran numero di commedie, anche perché i due protagonisti di “I love you, man”, sono due dei suoi attori feticcio, lo “sfigato” Paul Rudd e il gigione Jason Segel. Sono loro due a dare linfa vitale a questo film sicuramente simpatico e divertente, ma non eccezionale. E’ proprio grazie ai loro personaggi e alle loro ottime interpretazioni che la pellicola diviene particolare ed interessante, laddove sostanzialmente ricalca, a volte anche esageratamente, i topoi tipici del genere, seppur visti da una prospettiva nuova, o quasi, e per certi versi addirittura parodistica come dimostra la scena volutamente sopra le righe della separazione tra i due protagonisti maschili. Perché “I love you, man”, è un tipico “bromance”, cioè una sorta di storia d’amore, in chiave divertente, tra due uomini non omosessuali o al massimo in cui solo uno dei due è gay. E’ quello che vediamo in questo film, dato che Peter, il tipico ragazzo da fidanzate e Sydney, il tipico eterno Petar Pan, seguono tutte le fasi dell’innamoramento con la conoscenza iniziale, la crescita della confidenza, la rottura e la riappacificazione. Nel mezzo una serie di situazioni e personaggi di contorno che vanno dal divertente, all’esilarante al volutamente e apprezzabilmente demenziale. Si va da Lou Ferrigno nella parte di sé stesso che si esibisce in una sorta di lotta “hulkesca” ai danni del gigante buono Segel, fino ad arrivare alle migliori amiche di Zooey (interpretata deliziosamente da Rashida Jones) tra cui la mitica protagonista del bellissimo telefilm “My name is Earl”, Jamie Pressly, nel ruolo di una moglie insofferente nei confronti del marito (niente poco di meno che Jon Favreu, ormai noto come regista di “Iron man”, piuttosto che come attore comico), tranne che dal punto di vista sessuale. Senza tralasciare tutti i “compagni” che Peter conosce prima di arrivare a quello giusto, uno più caratteristico e spassoso dell’altro, oltre che il suo fratellino gay istruttore di palestra e i suoi genitori moderni, tra cui un imperdibile J.K Simmons. Sono molte le gag a stampo ironico e umoristico, tutte condite da una sceneggiatura che non solo delinea perfettamente ciascun personaggio, sfiorando solo di quando in quando il luogocomunismo tipico di questo genere di pellicole, ma si arricchisce anche di una serie di battute intelligenti e di rimandi non scontati e inflazionati (come per esempio la passione dei due protagonisti per i Rush). Di Apatow manca forse l’estrema irriverenza, il ritmo incalzante e incessante, l’eccesso per il demenziale e la solita latente misoginia nel dipingere le donne, qui invece descritte in maniera gentile e “democratica”: anche loro parlano di sesso in maniera sboccata, anche loro si lamentano della continua e fastidiosa onnipresenza dei compagni, anche loro amano divertirsi senza mariti e fidanzati, anche loro sanno essere indulgenti e permissive nei confronti dei desideri dei partner.

Una pellicola più che soddisfacente, a conti fatti, questo “I love you, man”, che termina forse in maniera un po’ troppo stucchevole, pur essendo sicuramente una caricatura dei tipici film d’amore con lieto fine, e che ci fa sorridere con intelligenza e con un po’ di sana e apprezzabilissima spensieratezza.

 

VOTO: 7

 

 


CITAZIONE DEL GIORNO

 

"Ascoltami, perche’ mai dovrei scoparmi un hamburger, quando posso fare l’amore con una bistecca?" (Innamorati cronici)

 


LOCANDINA

 

S. Darko





REGIA: Chris Fisher

CAST: Ed Westwick, Elizabeth Barkley, Briana Evingan, James Lafferty

ANNO: 2009

 

TRAMA:

 

Samantha Darko, sorella di Donnie Darko morto sette anni prima, decide di fare un viaggio on the road con la sua amica Corey. Solo che la macchina subirà un guasto e le due ragazze saranno costrette a fermarsi in una cittadina dello Utah dove avranno luogo degli strani avvenimenti a seguito della caduta di una sorta di meteorite.

 

 


ANALISI PERSONALE

 

Se “Donnie Darko”, ormai un cult per moltissimi appassionati, era un film affascinante, suadente, intrigante, complesso oltre che interessante e stimolante nelle sue numerose tematiche, al di là del fatto che si trattava di un film pieno di stile e buon gusto, con “S. Darko” non si riesce a raggiungere nessuna delle qualità positive che contrassegnavano il suo precedessore.

C’era davvero bisogno di un sequel di quel film che si era concluso perfettamente lasciando lo spettatore in una sorta di incertezza e inquietudine non indifferente? A detta del regista della prima pellicola, Richard Kelly, sicuramente no, visto che si è auto-escluso saggiamente dal progetto, ma molto probabilmente i produttori hanno fiutato il successo, visto l’enorme expolit che “Donnie Darko” ebbe in home-video, e hanno deciso di distribuire il film direttamente in DVD e Blu-Ray. Da noi, invece, arriverà nelle sale e sicuramente attirerà orde di ragazzini in preda agli ormoni (vista la beltà dei protagonisit)i, oltre che i curiosi di vedere come si sono mossi regista e sceneggiatore nel maneggiare un soggetto così complicato e difficile.

I risultati non sono completamente disastrosi, ma nemmeno così apprezzabili, soprattutto se messi a confronto con la pellicola originale che godeva non solo di una buona regia e di una solidissima sceneggiatura, ma soprattutto di un livello recitativo altissimo (con un Jake Gyllenhaal da antologia) e di una colonna sonora decisamente inarrivabile. Tutti elementi che mancano invece in “S. Darko”, musicato adeguatamente ma non così apprezzabilmente, e recitato da un parterre di attori un po’ “svogliati”, senza tener conto della sceneggiatura che tratteggia una serie di personaggi più stereotipati che mai: il secchione-nerd con tanto di occhialoni, il belloccio maledetto, la sbandata col cuore d’oro, l’indifesa che ritrova il suo equilibrio.

La confusione regna sovrana, in un coacervo di visioni, viaggi nel tempo, omicidi, rapimenti, disastri naturali e via dicendo, laddove invece in “Donnie Darko” la “confusione ordinata”, sia permesso l’ossimoro, era la carta vincente della pellicola, quella che creava il giusto stato di turbamento e dubbiosità negli spettatori, portandoli poi verso una sorta di consapevolezza e chiarezza nel finale decisamente ispirato e ben studiato. Qui invece non si riesce a raggiungere l’equilibrio atto a far apprezzare le “insensatezze” che scorrono sullo schermo, giungendo ad un finale quasi scopiazzato ma non in grado di raggiungere la finezza espositiva e stilistica dell’originale. Senza tener conto di una serie di rimandi decisamente inutili e fuori contesto fatti alla pellicola precedente, come l’indagine poi abbandonata dell’amica di Samantha su ciò che avvenne a Donnie 10 anni prima, o l’isolato e discutibile episodio di piromania con l’incendio causato da uno strambo personaggio ai danni di una chiesa gestita da un prete un po’ sui generis.

Altra grave pecca di “S. Darko” è la mancanza di riflessioni su temi filosofici e metafisici così come avveniva in “Donnie Darko”, risolvendosi in una banale e poco interessante proposizione della tematica dei viaggi nel tempo tra l’altro mal gestita, condita con insensati e scontati riferimenti all’estremismo religioso e al marcio che spesso si nasconde in esso, del tutto fuori contesto.

C’è poco da salvare dunque in questo “S. Darko” (anche se qualche suggestione visiva riesce a colpire lo spettatore), che potrà piacere ai ragazzini, ma deluderà sicuramente chi aveva amato il primo film, riuscendo magari nell’utile intento di farlo riscoprire a chi l’aveva dimenticato o di farlo conoscere a chi non l’ha mai visto.

 

VOTO: 5

 

 


CITAZIONE DEL GIORNO

 

"L’azione è nemica del pensiero" (La macchia umana)

 


LOCANDINA

 

America 1929 – Sterminateli senza pietà





REGIA: Martin Scorsese

CAST: Barbara Hershey, David Carradine, Barry Primus, Bernie Casey, John Carradine

ANNO: 1972

 

TRAMA:

 

Bertha, dopo la morte del padre in seguito ad un tragico evento sul lavoro, comincia a viaggiare sui treni merci alla ricerca di fortuna e sostentamento. In uno dei suoi viaggi fa la conoscenza del sindacalista Billy di cui si innamora, ma che perde di vista. Nel frattempo conosce anche Rake, un baro ebreo che la sostiene per un po’. Insieme i tre costituiranno una banda, arricchita da un negro suonatore di fisarmonica, e porteranno a termine una serie di rapine soprattutto ai danni dello schiavista Sartoris, proprietario di una ferrovia.

 

 


ANALISI PERSONALE

 

Ritratto lucido e amaro, oltre che crudele e profondissimo, dell’America della Depressione, quella che dà il titolo italiano alla pellicola, originariamente intitolata Boxcar Bertha, dal nome della sua protagonista, Bertha Thompson, realmente esistita, tant’è che la pellicola è tratta dal suo romanzo autobiografico “Autobiografia di una vagabonda americana”.

Seconda pellicola di Scorsese, all’epoca giovanissimo regista in ascesa, “America 1929 – sterminateli senza pietà”, prodotto tra l’altro dal grande Roger Corman, è ispirato ad una lunga tradizione di gangster movie, con conseguenti e ripetute scene di sesso e violenza (rimane impressa quella in cui uno dei protagonisti viene ucciso dagli scagnozzi dello schiavista ferroviario, ma non solo), tant’è che all’epoca si vociferò addirittura sul fatto che i due attori protagonisti, la splendida e perfetta Barbara Herhsey e lo straordinario David Carradine qui in una delle sue migliori interpretazioni, in realtà non recitassero affatto quando erano chiamati ad interpretare scene di sesso.

Voci di corridoio a parte, quello che più colpisce della pellicola, al di là della più o meno elevata qualità tecnica (non sempre le scene sono ben amalgamate tra loro, ci sono degli stacchi di montaggio che rendono poco chiaro il passaggio da una scena all’altra, anche se per il resto ci si può dire soddisfatti), è l’estrema adeguatezza nel riuscire a descrivere senza troppi fronzoli e con uno stile secco e diretto i grandi temi che attraversavano l’America degli anni 30. Lo schiavismo, il razzismo (“C’è un altro uomo con lui?”, “No, è solo un negro”), l’enorme crisi economica e sociale che si abbattè  sul paese, le differenze culturali quasi insormontabili (indicativa la scena in cui Bertha ritrova dopo tanto tempo il suo amico negro in un locale pieno di uomini e donne di colore che la guardano in cagnesco), la nascente forza del sindacalismo e l’imperante paura del comunismo (impersonato da Billy, un idealista comunista che si ritrova suo malgrado a fare il delinquente e che continua a ripetere: “Non sono fatto per questa vita”).

Riusciranno a sostenersi a vicenda grazie ad un paio di rapine andate a buon fine, nascondendosi in un casolare in campagna e organizzando un piano per porre fine ai soprusi del signor Sartoris, facendo irruzione in una festa data da lui per rapinare tutti i convenuti, e poi rapendolo per chiedere un riscatto di 200.000 dollari. Ma le cose non andranno a buon fine e i quattro personaggi principali della pellicola saranno costretti a dividersi e a cercare ognuno la propria strada per la sopravvivenza.

Loro sono Bertha, una ragazzina che perde la sua innocenza nell’istante stesso in cui suo padre perde la vita e che si vedrà costretta a prostituirsi per sopravvivere, dopo aver perso il suo grande amore e i suoi unici amici; Billy, il comunista che fa perdere la verginità alla bella e giovane Bertha, innamorandosene e facendo per lei cose che non avrebbe mai fatto, come le rapine ai treni-merci, anche se cerca di mascherarle come atti di rivoluzione contro il potere, non riuscendo a trovare l’appoggio dei suoi ex colleghi sindacalisti; Rake, un ebreo che viene dal nord e che evita di parlare per non farsi riconoscere nell’accento e nella provenienza, un uomo che per sopravvivere bara giocando alle carte con ricchi signori e che per un po’ si occuperà di Bertha fino a quando, scoperto da un avvocato, non sarà costretto a fuggire con lei per ricongiungersi a Billy; Von Morton, il negro la cui amicizia fa passare dei guai a Billy, picchiato da poliziotti e sceriffo, l’unico che alla fine riuscirà a trovare il giusto riscatto vendicandosi dei torti e dei soprusi subiti, anche se non sarà in grado di evitare la tragedia. 

E’ nel finale, infatti, che si comincia a scorgere la mano del regista, divenuto in seguito uno dei più grandi cineasti di tutti i tempi, con uno scoppio deflagrante di violenza inaudita che non lascia spazio ad alcuna speranza e che fa svanire nella polvere di un treno che si allontana tutti gli sforzi dei protagonisti per ribellarsi ad un sistema corrotto e marcio, anche se forse non nel migliore dei modi, e tutte le loro speranze in un futuro migliore.

 

VOTO: 8

 

 


CITAZIONE DEL GIORNO

 

"Il pazzo è colui che ripete lo stesso gesto all’infinito aspettandosi ogni volta un risultato diverso" (28 giorni)

 


LOCANDINA

Il monello





 

Uno dei grandi geni cinematografici dello scorso secolo, Charlie Chaplin, attore, autore, regista e sceneggiatore dall’animo artistico e dal carattere fanciullesco, si ritrova per la prima volta a dirigere ed interpretare un lungometraggio, pervenendo a dei risultati sorprendenti e stupefacenti.

“Il monello”, infatti, abbandona il carattere totalmente comico e “fracassone” dei precedenti lavori di Chaplin, per diventare una perfetta e riuscitissima fusione tra il melodramma e l’ironia con un’immancabile, soprattutto nei film a venire, critica alla società di allora, fatta di soprusi nei confronti dei più deboli e di ingiustizie e prepotenze da parte delle istituzioni in primis, ma non solo (il riferimento all’arricchimento della protagonista femminile non è ovviamente casuale, così come la figura del poliziotto corpulento e antipatico).

Come anticpia la didascalia iniziale, “Il monello” è un film che ci strapperà sicuramente delle risate, ma quasi più certamente delle lacrime, visto che sarà difficile trattenersi di fronte al rapporto tenero e dolcissimo che si instaura tra il vagandono Charlot, vetraio di professione, e il piccolo orfanello che viene abbandonato dalla ragazza madre e cresciuto da Charlot stesso.

Il vagabondo, che si mantiene facendo ricorso ad espedienti vari, si vedrà costretto a prendersi cura del bambino trovato per strada e ben presto si prenderà cura di lui nelle migliori delle maniere con mezzi di fortuna: la sedia bucata come vasino, la teiera come biberon e cose di questo genere. Impossibile non emozionarsi per il rapporto amorevole e affettuoso che si instaura tra questi due grandi personaggi (in realtà possono essere visti come lo sdoppiamento dello stesso tipo universale, il bambino troppo cresciuto e l’adulto ancora troppo bambino), come dimostrano molte sequenze che inteneriscono lo spettatore, prima su tutte quella in cui il bambino (interpretato da quel Jackie Coogan che in futuro sarebbe diventato il celebre Zio Fester della Famiglia Addams) prepara la colazione o aiuta il suo “papà” a mandare avanti la baracca, rompendo con delle pietre i vetri delle abitazioni che poi verranno cambiati proprio da Charlot, di passaggio, “causalmente”, con dei vetri di ricambio.

Il film prosegue mantenendosi in un perfetto equilibrio tra comico e tragico, con delle gag per niente eccessive e molto divertenti (come la lotta tra il bambino e un bulletto di quartiere che poi diventa una vera e propria rissa tra Charlot accorso per difendere il suo figliolo e il fratello dell’altro ragazzino, o la figura del vagabondo ospite di una specie di ostello, che durante il sonno tenterà di sgraffignare delle monete dalle tasche di Charlot, tipicamente vestito alla sua maniera e cioè con giacchetta stretta, pantaloni larghi e scarpe enormi).

Tra una marachella e l’altra però i due protagonisti verranno divisi a causa della cattiveria o ignoranza altrui (altra critica neanche troppo velata) e anche in questo caso trattenere le lacrime sarà difficile, visto che non ci saranno risparmiate le scene strazianti della separazione tra padre e figlio che richiamano le atmosfere melodrammatiche dell’incipit in cui la povera ragazza madre, forse a causa di una società fin troppo giudicante e retrograda, si vedrà costretta ad abbandonare il frutto di un amore “clandestino”, salvo poi pentirsi e tornare indietro per rendersi conto di aver perso la possibilità di ricongiungersi col bambino, lasciato in un’auto lussuosa, rubata però da due malviventi.

Una volta divenuta ricca e famosa, la donna (interpretata da Edna Purviance allora attrice preferita di Chaplin e in seguito anche sua grandissima amica ed amante) placa il suo senso di colpa prendendosi cura delle povere madri e dei loro bambini, abitanti dei quartieri più poveri, così come Charlot (padre e madre allo stesso tempo) e il suo piccolo monello. Quando si renderà conto della realtà dei fatti vorrà ricongiungersi con suo figlio, facendo sprofondare il povero Charlot, separato nuovamente dal bambino di notte dal gestore dell’ostello che leggendo della ricompensa sul giornale non ci pensa due volte a portare il monello alla stazione di polizia, nella disperazione più cupa e delirante. Il vagabondo si accascerà sugli scalini della sua scalcinata abitazione e si abbandonerà ad un sonno attraversato da un sogno apparentemente paradisiaco: il viale della sua abitazione tutto fiorato e lindo verrà popolato da una serie di personaggi alati, tra cui il suo amatissimo bambino che lo condurrà per mano in un volo dolcissimo. Peccato che dei diavoletti tentatori riusciranno a spezzare questo idillio fino a giungere ad un epilogo tragico coincidente con il risveglio dell’uomo strattonato dal poliziotto che lo condurrà verso un finale un po’ meno amaro, ma comunque non del tutto risolto.

Inutile rimarcare l’impareggiabile maestria del genio Chaplin, capace di svolgere egregiamente e inimitabilmente entrambi i mestieri di attore (rimarrà per sempre indelebile nella storia del cinema la sua mimica corporale e facciale, con la tipica camminata alla Charlot e le innumerevoli espressioni sempre intense a metà strada tra il tragico e il comico) e di regista (la sequenza del sogno è di una bellezza strabiliante oltre che di un’inventiva non indifferente e arricchita dalla caratteristica di portatrice di un messaggio quale l’impossibilità di trovare piena felicità e giustizia in questa vita fatta di stenti e povertà, così come è stata realmente l’infanzia di Chaplin, salvo poi mostrarci la felicità delle “piccole cose”), qualità ampiamente ravvisabili in questo piccolo-grande capolavoro dotato di una enorme potenza emotiva e comunicativa.


L'armata delle tenebre


REGIA: Sam Raimi

CAST: Bruce Campbell, Embeth Davidtz, Ian Abercombie, Marcus Gilbert, Richard Grove, Ted Raimi, Bridget Fonda

ANNO: 1992

 

TRAMA:

 

Dopo essere scampato alle ire dei demoni nel cottage in cui si era recato con la sua fidanzata Linda, Ash viene catapultato nel Medioevo, dove si ritroverà a dover difendere il castello di Re Artù dal terribile attacco di un’armata delle tenebre, risvegliate proprio da lui alla ricerca del Necronomicon per tornare a casa.

 

 


ANALISI PERSONALE

 

 

Terzo, e quanto pare, non ultimo capitolo di una delle saghe orrorifiche fondamentali per ogni appassionato che si rispetti, “L’armata delle tenebre”, in realtà non è affatto un horror, o perlomeno non canonicamente, assestandosi più che altro dalle parti della commedia-horror, sfociando addirittura in maniera eclatante ma anche esilarante nel demenziale più puro e più divertente. Merito ovviamente della vena ironica e creativa del regista che col passare dei capitoli ha insistito sempre più sull’umorismo macabro e grottesco delle sventure che avvenivano al povero protagonista dei suoi film; ma anche, e forse soprattutto, di quel Bruce Campbell che ha sorretto sulle sue spalle tutto il peso dei tre capitoli senza mai perdere colpi e che ha aumentato sempre più il carattere cartoonesco e comico insito nel suo personaggio, regalandoci delle interpretazioni apprezzabilissime e volutamente esagerate.

Si ride di gusto con “L’armata delle tenebre”, in cui il povero Ash si ritrova suo malgrado ad interpretare ancora una volta il ruolo dell’eroe, visto che una protesi costituita da una motosega, un fucile e una vecchia macchina nel Medioevo non possono che far pensare a qualche divinità o al massimo a qualche spirito maligno, come succede all’inizio al povero ragazzo che si ritrova buttato in una fossa con dei terribili mostri e prigioniero di questi cavalieri di re Artù. Ma ben presto si accorgeranno della bontà del ragazzo e gli offriranno il modo di tornare nel suo tempo, a patto che vada a recuperare il terribile libro del Necronomicon, l’unico in grado di scacciare per sempre il maligno e di rendere possibile quel viaggio nel tempo da Ash tanto agognato.

Durante la sua ricerca a bordo di un cavallo ne succederanno di tutti i colori e trattenere le risate e l’entusiasmo non sarà davvero possibile: tra libri che prenderanno vita schiaffeggiando o mordendo il protagonista, scheletri un po’ sui generis che verranno fuori dalla terra deridendolo e picchiandolo ripetutamente, strane mutazioni che renderanno sia Ash che la donna che si è innamorata di lui un tantinello “strani”, ci sarà da divertirsi e non poco. Ma l’apice dell’assurdità si raggiungerà quando dei piccolissimi Ash, quasi dei lillipuziani come a voler citare “I viaggi di Gulliver”, si alleeranno per creare non pochi fastidi all’”eroe”, fino a quando uno di loro non entrerà addirittura nel suo corpo per poi crescere e diventare delle sue stesse dimensioni, costringendolo ad una lotta con “sé stesso” rocamblesca e paradossale.

Deliziosa e movimentata al punto giusto anche la battaglia finale che vedrà Ash come comandate superorganizzato dell’esercito di Re Artù e un terribile mostro come capo dell’armata delle tenebre. La lotta tra i due sarà all’ultimo sangue, ma il nostro eroe riuscirà a cavarsela come sempre per il rotto della cuffia, anche grazie alle sue “modernissime” armi come la sua auto per l’occasione completamente trasformata in una sorta di carro da guerra supertecnologico. Un vero e proprio gioiellino, dunque, questo “L’armata delle tenebre”, che non fa rimpiangere i primi due capitoli seppur in qualche modo abbastanza diversi (soprattutto il primo) e che soprattutto apre la strada ad un attesissimo sequel dato che, come sempre, Ash non riuscirà a liberarsi del tutto dei suoi fastidiosissimi e dispettosissimi nemici, come ci dimostra l’ulteriore trambusto a cui è costretto nel supermercato dove lavora. Anche se il regista, poi “osteggiato dalla produzione”, avrebbe voluto terminare la sua pellicola in maniera decisamente “cattiva” catapultando il protagonista nel futuro, invece che nel suo presente, cosa che avrebbe reso la pellicola ancora più mitica di quello che è, non si può dire che anche così il suo umorismo e il suo grande senso comico e ironico non abbiano fatto centro.

 

VOTO: 8,5

 

 


 

CITAZIONE DEL GIORNO

 

"Il desiderio è irrilevante, io sono una macchina !!!" (Terminator 3)

 


LOCANDINA

 

Masters of horror 11-12





STRADA PER LA MORTE

Undicesimo episodio della serie, “Strada per la morte”, non brilla certo per originalità e pecca soprattutto per mancanza di ritmo e mordente. Sicuramente non tra i peggiori in assoluto della serie (come il “Chocolat” girato dallo stesso Mick Gerris, ideatore della stessa), ma altrettanto decisamente non tra i più apprezzabili. Si pone nel mezzo questo mediometraggio, dal titolo originale ben più suggestivo “Pick me up”, in cui l’unico interesse dello spettatore è vedere come va a finire la contesa e la disputa tra i due serial killer protagonisti che si contendono “la piazza”. Perché tutto si concentra appunto sulla figura dicotomica e decisamente caricaturizzata di queste due figure, due assassini impenitenti che si divertono e soddisfano il loro sadismo, solo ammazzando passanti a più non posso. Uno fa il camionista ed è già più in là con l’età, oltre ad essere una sorta di moralizzatore rompiscatole, l’altro è un autostoppista, giovane e di bella presenza, fissato con i serpenti e conciato come un cow-boy. Il primo è intepretato da Michael Moriarty, attore caro al regista, Larry Cohen, visto che l’aveva scelto come protagonista delle sue uniche due pellicole horror, “Q – il serpente alato” e “Stuff – il gelato che uccide”. Il secondo è interpretato da un’amimico e inespressivo Warren Cole, già protagonista di “Una canzone per Bobby Long”.

Non è la qualità recitativa dei protagonisti, comunque, ad innalzare il livello di godimento della pellicola, né tantomeno la sceneggiatura che si affossa in parecchi tempi morti molto noiosi e in alcuni buchi neri a dir poco vistosi (come mai quando l’autostoppista bionda scompare, il suo amico e accompagnatore non si domanda che fine abbia fatto continuando tranquillamente il viaggio?). Il tutto si può ritenere apprezzabile grazie alla leggera patina di ironia che ricopre la narrazione di questo gruppo di personaggi che viaggiavano in autobus e che poi, a seguito della rottura dello stesso, sono costretti ad accettare il passaggio del camionista alcuni, a rimanere ad aspettare i soccorsi altri, o a proseguire a piedi. L’unica che ricorre all’ultima opzione è una ragazza un po’ antipatica, che gira con un coltello convinta di doversi difendere da chiunque solo perché viene fuori da un matrimonio violento e che poi si ritrova ad essere oggetto primario della disputa tra i due serial killer, anche se alla fine tutti e tre avranno una bella sorpresa. L’ironia, infatti, al di là che nella descrizione dei due “cattivi”, si riversa soprattutto in un finale forse esageratamente grottesco e surreale, ma comunque divertente e allucinante.

L’altro problema di “Strada per la morte” è che è privo di mordente, lo spettatore non riesce a farsi coinvolgere dalle vicende che si susseguono sullo schermo e il suo unico interesse si ferma alla curiosità su quale sarà il “vincitore” tra i due combattenti. Non c’è tensione, non c’è suspance, e soprattutto è praticamente assente la componente horror, relegata in un paio di scene che più che spaventare o turbare, fanno sorridere, riuscendo nell’intento, magari studiato, di rendere la pellicola solo ed esclusivamente ironica (non riuscendovi tra l’altro totalmente, visto che molto spesso più che ironico il film ci sembra ridicolo), invece che equilibratamente divertente e “spaventosa” (come è riuscito ad essere nel primo caso “Creatura maligna” e nel secondo caso “Leggenda assassina”).

Tutto sommato, comunque, non ci si può lamentare completamente di questo episodio, che pur accontendando lo spettatore abituato a ben altri livelli con i mediometraggi di Dante o Carpenter, si diverte anche nella ricerca dei vari omaggi e citazioni presenti nella pellicola, primo su tutti il lampante e immediato riferimento a “Non aprite quella porta”.

 

LA TERRIBILE STORIA DI HAECKEL

Penultimo episodio della serie, “La terribile storia di Haeckel” sembra essere due film in uno, senza riuscire ad esserne, molto probabilmente, nessuno. Per carità le due parti, prese singolarmente riescono a soddisfare lo spettatore, ma è proprio la loro unione malriuscita che rende il tutto un po’ più ostico.

Se si abbandanonano eccessive pretese, comunque, la pellicola è godibile soprattutto per le atmosfere lontanamente alla Corman che si respirano in una prima parte molto lugubre e gotica (con riferimenti marcati al personaggio di Frankenstein, qui ritenuto realmente esistente, visto che viene preso a modello di insegnamento dal giovane protagonista, ateo deciso, che si è convinto di riuscire a riportare in vita i morti) e per il divertimento sfrenato e quasi esagerato che suscita una seconda parte che sfiora, quasi deliziosamente, il trash in una serie di trovate a dir poco esilaranti.

Tutto comincia con un uomo disperato che dopo la morte dell’amatissima moglie, si reca da una medium per far sì che questa la riporti in vita. La medium allora si lancia nel racconto della storia di un suo vecchio amico, Hackeal appunto, che tempo addietro aveva osato sfidare la morte e soprattutto il volere di Dio (tema che attraversa seppur blandamente l’intera pellicola), cercando di resuscitare appunto i morti. Il ragazzo in questione, studente di medicina, era convinto dell’inesistenza di Dio e dunque di qualsiasi volontà a che la gente sia morta o meno. Per cui a sua detta non si sfida nessuna potenza superiore nel cercare di cambiare la natura delle cose, come la vita o la morte. Nel bel mezzo di un suo viaggio alla volta del padre morente, il ragazzo fa la conoscenza di una specie di “stregone”, Montesquino (interpretato da Jon Polito) che elargisce consigli su come riportare in vita i defunti. Il ragazzo lo crede un ciarlatano e dunque prosegue per il suo cammino, fino a quando non fa la conoscenza di un vecchio signore che si offre di ospitarlo per la notte. Ed è così che entra in scena la giovanissima e bellissima moglie dell’anziano signore, colei che si farà emblema di una serie di temi che accompagnano la seconda parte decisamente delirante.

L’episodio, che doveva essere originariamente diretto da Romero, è diretto da John McNaughton, anche se è possibile ravvisare lo zampino romeriano nella figura degli zombie cimiteriali che si esibiscono in un’allucinante orgia sessuale con la ragazza e dopo sbranano a morte suo marito. Necrofilia, scienza e fede sono, dunque, i tempi principali di questo episodio, tratto dall’omonimo raccontod i Clive Barker, che si conclude con uno “scoppio” quasi improvviso di violenza e ironia, resi abilmente da apprezzabili effetti speciali che ci mostrano degli zombie assetati di sesso e frattaglie umane, ma anche di latte materno (vedere per credere).

Niente di eccezionale, quindi, questo “La terribile storia di Haeckel” (titolo originale “Haeckel’s tale), ma un piccolo e godibile divertissement col quale farsi coinvolgere nella prima parte e divertirsi spassosamente (sfiorando il kitsch) nella seconda.