Owen Wilson e Zach Galifianakis: Al cospetto di Matthew Weiner

I fan di serie tv non possono non ammirare il talento e la professionalità di Matthew Weiner, creatore dello straordinario capolavoro televisivo “Mad men”. Adesso sta per passare al cinema con una pellicola intitolata “You Are Here”.

I protagonisti assoluti saranno gli attori comici Owen Wilson e Zach Galifianakis (non nuovo al mondo dei telefilm, dal momento che è stato anche il protagonista del bellissimo e sofisticato “Bored To Death”).

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La talentuosa attrice Julianne Moore è sempre impegnata in progetti molto interessanti, come dimostra il suo recente successo per l’interpretazione di Sarah Palin nel film tv della HBO intitolato “Game Change”.

Presto, però, la vedremo anche protagonista per il film che segnerà il debutto dietro la macchina da presa del giovane attore Joseph Gordon-Levitt, il quale sarà anche interprete e sceneggiatore di questo film di cui si sa ancora molto poco.

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Marilyn Monroe rivista in alcuni scatti inediti

Marilyn Monroe

Una diva indimenticabile e inimitabile la bellissima Marilyn Monroe, icona di sensualità e di stile. Possiamo adesso parlarne ancora perché il suo truccatore, Allan Snyder, recentemente scomparso, era in possesso di alcune fotografie dell’attrice mai pubblicate e mai viste prima.

I familiari di Snyder hanno deciso di mettere all’asta questi scatti che ritraggono una Monroe ventisettenne in pose totalmente non studiate, dato che non erano state pensate per la pubblicazione. Foto che risalgono alla sua lavorazione al film “Niagara”, pellicola che la vide protagonista assoluta nel 1957.

Presentazione del libro “L’anello inutile” di Maria Pia Romano

PRESENTAZIONE DEL LIBRO “L’ANELLO INUTILE” di MARIA PIA ROMANO

31 MARZO 2012 – dalle ore 19,00 presso il Punto Einaudi di Barletta

Un evento targato iThink 

“Un’invocazione a Santu Paulu, un ritmo sincopato, una fascinazione infinita. Quando un mistero è troppo denso, non si può che subirne il fascino, ammutolendo. Forse le cose che più si fanno ricordare nella vita, sono quelle che non riusciamo a capire fino in fondo…”

Questa frase, stampata sul primo risvolto di copertina dell’ultima fatica letteraria dell’autrice e giornalista pugliese Maria Pia Romano, intitolata L’Anello Inutile (Besa Editrice, pp.80, €13,00) ci apre le porte di un libro intenso, da bere in un unico sorso, da inalare avidamente in un unico respiro, percorrendone ogni pagina, passo dopo passo, fino a lasciarsi illuminare e bruciare dalle scintille di fuoco che ardono in ogni parola.

Un libro così intenso non può che essere il protagonista di una presentazione insolita, intesa come un incontro informale, durante il quale lasciarsi trasportare nel mondo rarefatto e poetico che ci circonda e che la Romano riesce a disegnarci intorno con la sola potente forza delle parole: questo – e molto altro – avverrà durante la presentazione del libro L’Anello Inutile, che l‘Associazione Culturale “I Think” ha organizzato, per il 31 Marzo, a partire dalle ore 19,00 nella candida atmosfera della libreria Punto Einaudi di Barletta.

Con la collaborazione dell’Associazione Culturale “La Compagnia Delle Parole”, dello stesso Punto Einaudi e con il patrocinio del Comune di Barletta, il 31 Marzo per un paio d’ore si darà vita ad un sogno, si concretizzerà un mondo perfetto, ben suddiviso nei suoi quattro elementi naturali (Acqua/Aria/Terra/Fuoco), che saranno manipolati e messi in mostra tanto dalle parole dell’autrice, quanto dalle arti affini che sono state coinvolte per danzare insieme, in simbiosi, e per avvolgere completamente lo spettatore in questa visione che in realtà già gli appartiene: un mondo che profuma di Puglia e che ha il sapore della passione ardente, un mondo che sa di mare e di sale e che si materializzerà in maniera realistica di fronte al fortunato pubblico che vorrà assistere a questo evento unico ed esclusivo.

Il 31 Marzo, a partire dalle ore 19,00 presso il Punto Einaudi di Barletta, sito in corso Garibaldi 129.

Segue aperitivo offerto dall’Associazione Culturale “I Think”.

Dicono del libro:

“Con L’Anello Inutile (…) Maria Pia Romano si conferma quella domatrice implacabile di nostalgie arrampicata su sogni ostinati (…). Sogni antichi colorati di parole scritte nell’acqua, nell’aria, nella terra e nel fuoco, gli elementi costitutivi dell’universo fin dai primordi della filosofia, ma anche – a ben vedere – l’ottava sfera, le carte dei tarocchi associate a Hod. Maria Pia è un’istintiva, fa quel che sente, cerca i problemi per trovare i loro doni, cerca la verità nuda, senza abbellimenti, e scopre che l’universo è perfetto e immobile. E pur tuttavia basta un atto d’amore per far cambiare tutto. L’amore è follia pura ed è la chiave di ogni iniziazione”. (Augusto Benemeglio, Espresso Sud)

“Sorsi, respiri, passi e scintille: sono queste le forme che assumono le parole di Maria Pia Romano, tra le voci poetiche più singolari del Mezzogiorno, autrice di una chicca letteraria imperdibile. Una versa incantatrice, una seduttrice che non inganna, che ammalia lasciando sobrio e vigile più che mai il lettore”. (Maria Rosaria Chirulli, Extra)

“La scrittrice Maria Pia Romano, nell’ultima sua opera, di proposito non si discosta troppo dalla sua prima passione: la poesia, amore viscerale per cui ha anche ottenuto importanti riconoscimenti nazionali ed internazionali. Ne L’Anello Inutile (…) l’autrice narra le gesta di un Salento che toglie il fiato e la forza di replicare: un luogo arcano ed antico che anninta ogni energia di resistenza. (…) Un’opera questa scorrevole ed appassionante, dal linguaggio lirico e sentimentale, a tratti vivido; un perscorso narrativo tra le bellezze di un’ambientazione paesaggistica e sociale che preserva e, al tempo stesso capovolge l’ordine di ogni cosa”. (Valentina Nuzzaci, La Gazzetta Del Mezzogiorno) “

Una scrittura come oltrepassamento del visibile, come scoperta di senso, figurazione e, al contempo, trasfigurazione del luog, un universe di cosec he generano le immagini e un tessuto di immagini che rinviano alle cose. Il mare, per esempio e soprattutto. Nel breve romando di Maria Pia Romano, L’Anello Inutile (…) il mare è la metafora stessa della scrittura (oppure, più esattamente, la scrittura è metafora del mare). (…) Se dovessi rintracciare delle coordinate per questa narrazione, le individuerei in Seta di Alessandro Baricco e Neve di Maxence Fermine: soprattutto per la evanescenza delle atmosfere, per quel continuo slittamento da sensazione a sensazione, da impressione ad impressione, per quell’accentuazione delle emozioni e poi anche per la rarefazione lessicale che in qualche tratto diventa vaporosa”. (Antonio Errico, Nuovo Quotidiano di Puglia)

Posti in piedi in Paradiso

REGIA: Carlo Verdone
CAST: Carlo Verdone, Pierfrancesco Favino, Marco Giallini, Micaela Ramazzotti, Diane Fleri, Nicoletta Romanoff, Nadir Caselli
ANNO: 2012

Ulisse, Fulvio e Domenico sono tre padri separati in piena crisi economica che, per dividere le spese, vanno a vivere insieme non senza difficoltà. Ognuno di loro dovrà affrontare anche la propria crisi lavorativa e privata, riconciliandosi soprattutto con i propri figli.

Una tragicommedia tipicamente verdoniana, nonostante l’inedita coralità di protagonisti, questo “Posti in piedi in Paradiso”, che non eccelle, ma non fallisce miseramente così come sembra succedere ai personaggi stessi, diverte e fa riflettere, o perlomeno ci prova. Ciò che più perplime di questa ultima fatica di Verdone non è tanto il semplicistico e volutamente superficiale sguardo sulla deriva economica, sentimentale, familiare, lavorativa e sociale della generazione presa in esame (non che quella successiva sia messa meglio) – espediente anzi abbastanza riuscito e soddisfacente nella sua leggerezza e assenza di pietismi alcuni – quanto il ricorso ad una comicità di grana grossa che in certi frangenti fa persino dubitare della paternità dell’opera (dal momento che Verdone pur non essendo il Woody Allen della situazione, ha sempre mantenuto dei livelli abbastanza intelligenti e fini). Per rendere meglio l’idea basti citare la sequenza della festa in cui per strappare la risata si fa ricorso ad un divano che si rompe facendo cadere una grassona o ad un’invitata a cui puzza terribilmente l’alito; o peggio ancora, la sequenza della rapina organizzata dai tre (la miseria spinge a compiere anche le più assurde delle azioni, in una sorta di velato omaggio a “I soliti idioti” di monicelliana memoria), in cui il fulcro è costituito da una scenetta sadomasochistica tra uno dei tre protagonisti e la ricca signora vittima del furto, che ovviamente si risolverà in un nulla di fatto.

Soprassedendo su queste sbavature e sulla presenza di una morale di fondo abbastanza banale (i figli, dopotutto, sono sempre la nostra speranza), possiamo però godere delle ottime interpretazioni di Favino (ex-critico cinematografico ora costretto ad occuparsi di gossip), Giallini (inarrestabile gigolò dalle innumerevoli famiglie) e, soprattutto, Verdone (la cui mimica facciale rimane ancora irresistibile e inimitabile), che instaurano un feeling decisamente notevole e donano ritmo e verve ad una narrazione abbastanza semplice composta da un susseguirsi di gag più o meno riuscite (ad esclusione di quelle succitate, semplicemente evitabili). E se è comunque impossibile non notare che la bellissima Micaela Ramazzotti è chiamata ad interpretare l’ennesima svampita dal cuore d’oro, è altrettanto difficile non riuscire ad adorarla nel suo essere totalmente naturale e semplice al tempo stesso.

Insomma, il giudizio su “Posti in piedi in Paradiso”, sicuramente superiore al livello delle commedie italiane solitamente proposteci, riamane alquanto sospeso, così come il futuro di Ulisse, Fulvio e Domenico, tre uomini che dopo aver perso tutto, ripartono dai propri figli e quindi dal futuro. Lo stesso che speriamo avvenga anche al nostro cinema di intrattenimento.

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The artist

REGIA: Michel Hazanavicius
CAST: Jean Dujardin, Bérénice Bejo, John Goodman, James Cromwell, Penelope Ann Miller, Malcom McDowell
ANNO: 2012

George Valentin, grande divo del cinema muto, presto viene dimenticato e relegato in un angolo a causa del sopravvenire del sonoro e dell’emergere di una nuova star, la giovane, pimpante e, soprattutto, parlante Poppy Miller, che da fan accanita dell’uomo e poi semplice comparsa in alcuni suoi film, diventa mito incontrastato dei grandi schermi.

Deliziosa e commovente operazione nostalgica o mera riproposizione ruffiana e semplicistica di un canovaccio ormai usurato? Se prima della risonanza mediatica che “The Artist” ha poi ottenuto grazie agli Oscar vinti la questione non si poneva, successivamente il dubbio è venuto a molti. Dubbio dettato da un sincero spirito critico nei confronti di un’opera da più parti osannata, o semplicemente scaturito per puro snobismo nei confronti di un lavoro apprezzato a livello universale? Difficilmente si riuscirà a venire a capo a questo genere di elucubrazioni, fatto sta che esulando da qualsiasi processo alle intenzioni del regista anche sceneggiatore Michel Hazanavicius, ciò che rimane è solo una cosa: l’emozione. Emozione di ritrovarsi spettatori moderni di un cinema antico; emozione di rivivere una favola raccontata solo attraverso i gesti e le espressioni degli attori e i movimenti della macchina da presa, piuttosto che da dialoghi incessanti; emozione, insomma, di essere di fronte ad un vero e proprio film muto che omaggia l’arte del passato e strizza l’occhio allo spettatore amante di quel cinema.

Insieme all’”Hugo Cabret” di Scorsese, quindi, il “The Artist” di Hazanavicius dimostra che in quest’epoca di estrema modernizzazione dei mezzi di comunicazione, con il dilagare degli effetti speciali e del 3D (da Scorsese paradossalmente e magistralmente messo al servizio di un ritorno al passato), si sente forte il bisogno di autenticità, semplicità, forza della narrazione e potenza delle immagini. Lo capiamo nel primo film in cui si esalta la visionarietà e la magia del cinema di Méliès, e forse ancora di più in quello in questione, in cui il semplice passaggio al sonoro (per noi scontato elemento di un’opera filmica) risulta una rivoluzione insormontabile per chi il cinema l’ha visto nascere e crescere. Per questo la parabola discendente del protagonista e quella ascendente della sua controparte femminile (gli splendidi e convincenti Dujardin e Bérénice Bejo), metaforizzano perfettamente questo sentimento apparentemente condiviso anche da pubblico e critica, dal momento che il successo del film è esploso in maniera anche inaspettata. Ciò che fa apprezzare in maniera più completa l’opera in questione, inoltre, è la mancanza di un marcato passatismo e tradizionalismo fine a sé stesso: è per questo che il finale non ha unicamente consistenza retorica e buonista nel rappresentare l’immancabilità di un happy ending in questo genere di pellicole, ma sta a rappresentare la possibilità di creare un ponte tra passato e futuro per avere opere che uniscano qualità, spessore e capacità di coinvolgimento. Che è poi lo stesso discorso portato avanti, forse in maniera più spettacolare e stupefacente dal già citato “Hugo Cabret”.

Il debito

REGIA: John Madden
CAST: Helen Mirren, Jessica Chastain, Sam Worthington, Ciaran Hinds, Marton Csokas, Tom Wilkinson, Jesper Christensen
ANNO: 2010

 

Negli anni ’60 tre agenti del Mossad vengono incaricati di catturare un criminale nazista. A distanza di trent’anni l’unica donna del gruppo si ritrova a rivivere quei momenti perché sua figlia ne ha tratto un libro. Dovrà però confrontarsi con i suoi due compagni perché non tutto andò come avevano raccontato…

Spy-thriller d’altri tempi con una regia dimessa, per non dire anche anonima, “Il Debito”, remake dell’omonimo israeliano del 2007, non soddisfa e non conquista totalmente lo spettatore, nonostante la presenza di molti momenti decisamente coinvolgenti e suggestivi. La suddivisione tra presente e passato, però, appare fin troppo schematica, senza considerare che ad una prima parte molto più interessante e avvolgente, ne segue un’altra fin troppo ridondante, quando non eccessivamente melodrammatica, con tanto di accento su un triangolo amoroso dapprima solo accennato e, soprattutto, con la presenza di un dilemma etico e morale di non poco conto. Dilemma che, sicuramente, ha la sua valenza comunicativa, rendendo la pellicola stimolante anche dal punto di vista intellettuale, ma che in un certo qual modo viene trattato in maniera fin troppo retorica, soprattutto per ciò che concerne uno dei tre personaggi principali.

Ma nonostante la piattezza registica e qualche passo falso in fase di sceneggiatura “Il Debito” riesce comunque a distinguersi soprattutto per alcuni aspetti fondamentali, a partire da un’ottima fotografia, arrivando al punto forte e cioè l’ottimo cast su cui campeggiano le magnifiche Helen Mirren e Jessica Chastain, entrambe chiamate ad interpretare lo stesso personaggio, da giovane e da meno giovane ovviamente. Convincono appieno anche il veterano Tom Wilkinson in grado di esprimere molte emozioni represse del suo personaggio e “l’alter ego” giovanile Marton Csokas, incisivo e intenso. Tutti loro si trovano al centro di questa storia in cui a farla da padrone sono il dovere e l’amore, il senso di colpa e la giustizia, il segreto e la verità. Grazie anche all’utilizzo mistificante di una determinata sequenza (poi ripresa in un flashback apparentemente inutile, ma decisamente funzionale ed illuminante), il regista riesce a capovolgere le carte in tavola (pur non mantenendosi totalmente in equilibrio), facendo prendere al film tutt’altra piega rispetto alle direttive iniziali. E’ così, infatti, che il segreto in questione, e tutte le implicazioni che si porta dietro per i protagonisti e non solo, prende il sopravvento guidando le azioni di ciascun personaggio presente sullo schermo e assorbendo l’attenzione dello spettatore. Una trovata sicuramente intelligente e intrigante, ma non del tutto riuscita, dal momento che prelude ad un finale un po’ frettoloso e superficiale che, non senza confusione e prevedibilità, spiega fin troppo semplicisticamente quali possano essere le conseguenze di un peso decisamente grande da portarsi dietro per troppi anni.

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Sunshine

REGIA: Danny Boyle
CAST: Cillian Murphy, Chris Evans, Rose Byrne, Michelle Yeoh, Cliff Curtis, Troy Garity, Hiroyuki Sanada, Benedict Wong, Chipo Chung, Mark Strong
ANNO: 2007

Siamo nel 2057. Il sole ormai si sta spegnendo quasi definitivamente, lasciando la Terra in uno stato di sempre più crescente mancanza di energia. Un gruppo di astronauti viene spedito in missione per far esplodere un ordigno nell’astro in modo tale da riattivarlo. Durante la stessa si imbatteranno nell’astronave precedentemente mandata in orbita per la stessa missione e mai tornata indietro…

Dopo aver dimostrato grande talento nell’horror post-apocalittico con “28 giorni dopo”, Danny Boyle sforna questo bellissimo film di fantascienza, in grado di estasiare la vista e di coinvolgere enormemente per la qualità della narrazione e per le implicazioni filosofiche insite in essa, nonché per la grande trama di omaggi e citazioni che vanno dal metafisico Tarkovskij, passando per il chirurgico Kubrick, sfiorando l’”alienante” Ridley Scott. Le paure ancestrali dell’uomo, messe a confronto con la grandezza dell’universo; il rapporto tra scienza e volere divino; la deriva che la mente umana può prendere posta di fronte a situazioni insormontabili. Così come nei grandi capolavori succitati, anche in “Sunshine” il viaggio verso altri “mondi” è anche un viaggio all’interno della coscienza dell’uomo, con la scoperta di aspetti sconosciuti ed oscuri. L’oscurità, infatti, è l’altro elemento decisivo della pellicola, complementare, ovviamente, alla luce del sole. Luce che significa energia, e dunque vita, ma che per i protagonisti del film significa anche estrema vicinanza al calore e dunque morte. La dicotomia tra i vari elementi vitali, come il fuoco e l’acqua, la luce e l’oscurità, sono al centro di quest’opera come già detto visivamente molto potente, caratterizzata da una splendida scenografia, ma soprattutto da un sapientissimo utilizzo della macchina da presa da parte di Boyle che ci regala delle sequenze mozzafiato, come quella della prima uscita degli astronauti per riparare lo scudo protettivo della navicella spaziale, quella dell’esplorazione della prima astronave partita per la missione sette anni prima e quelle molto coinvolgenti in cui i vari componenti dell’equipaggio si recano in sala osservazione per guardare anche solo per pochi minuti la deflagrante potenza illuminante del sole. Assemblando un cast decisamente in parte, su cui spicca il suo attore feticcio Cillian Murphy, Boyle firma un ritorno alla fantascienza più autorale, tralasciando la deriva evitabilmente action del pre-finale (difetto riscontrabile anche nell’altra sua pellicola succitata, sempre vertente sulla natura umana completamente stravolta e ridotta ai più ancestrali istinti). Una piccola falla in quella che altrimenti può essere considerata una straordinaria pellicola in grado di coinvolgere con un suggestivo contenitore formale e stilistico (non soltanto la regia e l’ambientazione arricchiscono il film, ma anche un’ottima fotografia, un sapientissimo utilizzo degli effetti speciali e una splendida colonna sonora), e, contemporaneamente, con un interessante contenuto che veicola stimolanti riflessioni, ma al tempo stesso intrattiene con un grande senso del ritmo e, soprattutto, della misura (senza considerare, ovviamente, il succitato, ma istantaneo, cambio di registro). Apparentemente mainstream, dunque, “Sunshine”, si rivela più consistente di quello che potrebbe sembrare, andando ad arricchire una filmografia fatta di esperimenti riusciti o meno riusciti, ma comunque sempre unici e inconfondibili.

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Colour from the dark

REGIA: Ivan Zuccon
CAST: Debbie Rochon, Michael Segal, Matteo Tosi, Marisya Kay
ANNO: 2008

Pietro e Lucia vivono in un casolare di campagna con la sorella di lei, Alice, affetta da turbe psichiche. Un giorno, dal pozzo presso cui si procurano l’acqua si scatena una strana potenza che si impossessa prima di Lucia e poi anche degli altri abitanti della casa, scatenando l’inferno.

Nonostante le avversità a cui è andato incontro il regista per riuscire a portare a termine la lavorazione di questa pellicola, si può facilmente e naturalmente asserire, a fine visione, che si tratta di un film decisamente interessante oltre che di ottima fattura sotto molti punti di vista. Un horror che ci fa ricordare nostalgicamente, e forse anche rabbiosamente dato che non è più presente nel nostro panorama cinematografico, quel grande cinema di genere degli anni passati contrassegnato dalle geniali e indimenticabili pellicole di registi cult come Lucio Fulci, Mario Bava e company. La dimostrazione lampante del fatto che il nostro cinema ormai non accetti più pellicole così particolari e indispensabili per gli appassionati del genere, ma decisamente apprezzabili per la loro alta qualità anche per chi ama la settima arte in generale, sta proprio nel desolante e triste “esilio” cinematografico a cui è stato costretto Ivan Zuccon, regista dal talento indiscutibile e dalle idee originali, che non mancano però di omaggiare registi e film di una certa stagione aurea dell’horror italiano e non. In questo caso per esempio non si possono non notare le citazioni “friedkiniane” che si riferiscono alla sua pellicola più famosa, “L’esorcista”, visto che Lucia (interpretata da una bravissima e bellissima Debbie Rochon, icona di un certo cinema horror) viene letteralmente impossessata da una sorta di demone, venuto fuori dal pozzo, che la spinge e costringe a compiere gesti sempre più efferati e terribili. Ma le conseguenze della fuoriuscita del maligno dalle profondità apparentemente tranquille e rassicuranti del pozzo che solitamente è fonte di sostentamento per la famiglia, non si fermano qui, visto che dapprima sembra donare speranza alla povera famiglia vessata anche dai disagi della guerra (la pellicola è ambientata durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale, mostrandoci l’orrore della stessa forse ben più terrificante di quello che colpisce la famiglia di contadini) e poi la fa precipitare nella disperazione e nell’orrore più assoluti. Pietro, il capofamiglia (interpretato da un valente Michael Segal, attore feticcio del regista), rimane davvero sorpreso quando il suo ginocchio riprende a funzionare o quando la sua adoratissima cognata, Alice (interpretata da un’agghiacciante e incisiva Marisya Kay), dopo anni di mutismo riprende a parlare o, meglio ancora, quando il suo orto comincia a dare frutti inaspettati dalle dimensioni e dai colori davvero invitanti. Molto presto però, il delirio si impossesserà di sua moglie Lucia a cominciare da un appetito sessuale fin troppo estremo, fino a giungere ad atti di autolesionismo come quando si infilza un grande coltello nella mano. Ma non finisce qui, perché quando Pietro si accorge che sua moglie ha qualcosa dentro di sé, decide di rinchiuderla nel granaio all’interno del quale la donna è costretta a combattere, soccombendo, contro la potenza che si è annidata dentro di lei. A nulla varranno le visite della sorella adorata o del prete che terminerà la sua opera di esorcismo con un crocifisso conficcato nell’occhio. Proseguendo il racconto della “follia” di Lucia che arriva a fare da contraltare al turbamento psichico di Alice che non si separa mai dalla sua bambola di pezza Rosina, attraverso la quale comunica col mondo esterno (a tal proposito davvero inquietante e ben riuscito l’incipit con la ragazza che si aggira con la sua bambola tra il pozzo e la sua stanza), Ivan Zuccon e conseguentemente lo sceneggiatore Ivo Gazzarrini (collaboratore storico del regista), rendono  notevole “Colour from the dark” (ispirato a “The colour ouf of space”, di Lovercraft, autore a cui Zuccon è molto affezionato), anche per la componente prettamente orrorifica che lo contrassegna, con momenti di alto impatto visivo ed emotivo e con un’altissima resa scenica, grazie anche agli effetti speciali curati da Massimo Storari, l’efficacissimo trucco di Fiona Walsh (davvero riuscitissimi a tal proposito i contrasti tra la natura dapprima rigogliosa e poi sempre più fatiscente, l’amenità della casa di Pietro poi scombussolata dai crocifissi sciolti sul muro e dalle pareti sempre più ricoperte da strane poltiglie e l’aspetto fisico e caratteriale di Lucia, dapprima donna bellissima e dolcissima, poi vero e proprio “mostro” dalle orribili fattezze e comportamenti) e la bellissima fotografia che diviene sempre più cupa man mano che l’orrore si riversa sulle vite dei protagonisti.

Woody Allen attore per John Turturro

Era il lontano 2000 quando il grande regista Woody Allen partecpò come attore ad un film non diretto da lui. Si trattava di “Ho solo fatto a pezzi mia moglie”, per la regia di Alfonso Arau con un cast composto anche da Sharon Stone, Maria Grazia Cucinotta, David Schwimmer e Kiefer Sutherland. Presto lo rivedremo davanti alla macchina da presa per un film diretto da un altro regista-attore, il grande John Turturro, che sarà al timone di una commedia indie intitolata “Fading gigolo”. Nel film ci sarà anche Turturro stesso tra gli attori protagonisti, mentre come interpreti femminili avremo la sensuale Sofia Vergara, star dell’acclamatissimo telefilm “Modern family” e la veterana Sharone Stone.

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